U’ Cunsolo

di Giuseppe Pavich
foto di Natale Campagna (LefotoE – Catania)

Don Gerardo Tripodi stava sul letto matrimoniale, immobile, con indosso il vestito della festa e le scarpe nere lucide, le mani giunte sul grembo. Aveva assunto da poche ore il colore della morte, che si era sostituito al rosso paonazzo del suo volto congestionato di buon bevitore. Attorno, la moglie, la sorella e le prefiche, accorse poco dopo la notizia del decesso ed ora impegnate a intonare u’ pivulu, il pianto a comando – talora un gemito, talaltra un urlo lacerante ed acuto- in onore del trapassato, che ancora si usa in paesi della Calabria come quello in cui don Gerardo viveva da sempre.
Nella stanza accanto, un salone grande ma alquanto disadorno, le sedie erano state appositamente disposte a ridosso delle pareti, come in una festa da ballo. Solo che qui non si ballava: tutti quelli che avevano potuto sedersi, parenti, amici, conoscenti, stavano là, chi con il volto a terra, chi con l’aria pensosa, chi asciugando di tanto in tanto una lacrima (oppure il sudore, visto che era estate e la temperatura era infernale, appena mitigata da un grosso ventilatore che ronzava in un angolo). Quasi nessuno parlava; le donne, a turno, emettevano sonori sospiri: una faceva “aahhh”, e gettava la testa all’indietro, per poi reclinarla sul davanti; l’altra rispondeva “eehhh”, ed annuiva; e così per tutto il pomeriggio.
Ogni tanto sopraggiungeva qualcuno per rendere omaggio alla salma; allora tutti si alzavano, uno alla volta si paravano davanti al nuovo arrivato, gli porgevano le guance sudate, prima l’una poi l’altra, mormoravano qualcosa, con espressioni di circostanza sempre uguali.
E che volete fare? Siamo di passaggio!”
“Chi se lo sarebbe aspettato? Così energico, così forte…”
“Coraggio ci vuole, coraggio”
“Non riesco ancora a crederci…”
“siamo proprio niente…niente…oggi ci siamo, e domani…”

Qualcuno, entrando nella camera ardente, veniva accolto dall’urlo straziante delle congiunte, e dai guaiti delle prefiche.
Don Peppineddu! Avete visto a don Gerardo nostro? Quanto vi voleva bene!”. E giù lacrime.

Lucilla era disorientata. Era arrivata due giorni prima da Milano, per la villeggiatura, assieme a Vittorio, figlio ultimogenito di don Gerardo. La morte, improvvisa, al termine della cena del giorno prima, aveva trasformato la vacanza in un momento di tragedia: lei e il marito avevano chiamato il medico al primo accenno di malore, ma il dottore non aveva potuto fare altro che constatare il decesso. Infarto fulminante. Era il terzo e, nonostante don Gerardo fosse scampato agli altri due, aveva continuato nelle sue abitudini: fumare, bere forte, mangiare senza limiti. Questo gli era stato fatale.
Forse era solo una sensazione, ma Lucilla si sentiva osservata, e non in modo benevolo: del resto, non si sentiva in colpa per non aver indossato per la circostanza un vestito scuro, visto che si era portata dietro solo lo stretto indispensabile per la stagione balneare e le cognate avevano almeno due taglie più di lei, quindi non le potevano prestare nulla; né si sentiva meritevole di biasimo per il fatto che non le veniva da piangere: era dispiaciuta, perbacco, soprattutto per il marito – che, invece, ostentava disperazione e lacrime-, ma lei don Gerardo lo aveva visto fino ad allora tre volte in tutto, e ci aveva scambiato pochissime parole. Eppure, qualche commento a mezza bocca la faceva sentire criticata, per il fatto di non vestire a lutto e per il modo troppo compassato di partecipare al dolore.
Ma quella è la nuora? Milanese è, e si vede! Nemmeno una lacrima! Non sentono, freddi come frigoriferi! E poi guarda come va vestita, a un lutto, col vestito a fiori! E le cognate, non le dicono niente?”.

Alle otto di sera, le tre domestiche di famiglia passarono con altrettanti vassoi pieni di zeppole salate, gravide di olio. L’odore del fritto le aveva preannunciate mescolandosi al greve profumo dei fiori portati là per l’occasione. I vassoi furono accolti da un brusio: i più impazienti si alzavano per andare incontro a una delle domestiche e prendere una zeppola; altri aspettavano diligentemente al loro posto; qualcuno, più sfacciato, ne prendeva due, e cominciava a sbocconcellare, senza smettere di piangere: una lacrima, un boccone, una lacrima, e così via.
Dopo qualche minuto, le tre domestiche, che si erano ritirate in cucina, tornarono nel salone, una con due caraffe su un vassoio, una di acqua, una di vino rosso, e un po’ di bicchieri di carta; le altre due, con la pasta ripiena offerta dalla comare Nora, già suddivisa in porzioni: alta come un materasso, farcita di ogni ben di Dio, coperta da una crosta bruna; i presenti, che avevano già finito di mangiare le zeppole, si avventavano sui piatti precedentemente preparati. Anche davanti alla pasta ripiena, che tutti mangiavano avidamente, le donne non perdevano il ritmo dei sospiri a turno; un boccone e un sospiro, “aahhh”, un boccone ed un altro sospiro, “eehhh”.

Lucilla osservava e si chiedeva il perché di tanta abbondanza in un’occasione così dolorosa: Vittorio, che le si era avvicinato, le spiegò:
Sai, cara, qui si usa così: quando muore qualcuno, parenti e amici cercano di alleviare il dolore dei familiari più stretti; e siccome, per il dolore, è difficile che qualcuno di casa si metta ai fornelli, allora portano in omaggio cibi cucinati per l’occasione. Si chiama “cunsolo”, perché vuole essere un modo per consolare e sostenere i prossimi congiunti del morto”.

La spiegazione colpì Lucilla, che vi scorgeva il segno di un profondo senso di umanità, impensabile nella sua Milano. E non poté fare a meno di pensare che, se fosse successo a lei di perdere una persona cara, sarebbe stata molto grata a chi le avesse portato qualcosa da mangiare, evitandole il peso di dover cucinare con la morte nel cuore.
Però c’era qualcosa che non quadrava.
Non si trattava del tipo di pietanze, che pure erano decisamente troppo pesanti, specie con un caldo come quello; no, non era questo: era piuttosto il fatto che un dolore così vistosamente ostentato non impediva a nessuno dei presenti di abbuffarsi. Lucilla pensava che a lei, nei panni dei parenti stretti, sarebbe stato di conforto un cibo leggero, tanto per tenersi su, ma di fronte a pietanze abbondanti ed elaborate le si sarebbe chiuso lo stomaco; invece, quelli che le stavano attorno, pur mantenendo l’espressione costernata, ripulivano rapidamente e quasi scientificamente il piatto; non mancava chi chiedeva il bis (i maschi di casa lo fecero quasi tutti); dentro di sé, Lucilla rise divertita nell’ascoltare i commenti di una delle cognate del defunto che conversava con una delle cugine: entrambe, fino a qualche minuto prima, apparivano fra le più addolorate, ma ora la cognata spiegava alla cugina: “certo che la pasta ripiena come la fa la comare Nora non la fa nessuno: lei, nelle polpettine, ci mette anche l’aglio e il pecorino; a me non viene così, perché mia figlia le polpettine con aglio e pecorino non le sopporta, e allora ci metto solo il parmigiano; ma non è la stessa cosa…”. E la cugina, di rimando: “sì, ma la differenza la fanno le melanzane: Nora ci mette quelle piccole, sottili, le fa seccare un po’ al sole dopo averle affettate e scolate, poi le frigge; e così hanno tutto un altro sapore!”.

Nel frattempo, davanti all’uscio di casa era arrivato un furgoncino, dal quale, con l’aiuto di una rampa, era sceso un grosso carrello, seguito da un cameriere in livrea (costituita da una giacchetta corta verde con gli alamari). Donna Carmen, la vedova, era rapidamente uscita dalla camera ardente ed era andata personalmente ad aprire: aveva subito compreso che si trattava dell’omaggio dell’onorevole Donato, amico fraterno del marito. Mentre il carrello ed il cameriere si sistemavano in un angolo del salone, donna Carmen prese il biglietto che accompagnava l’omaggio e lo lesse ad alta voce, nel silenzio generale: “Impossibilitato a farlo personalmente per gravi ed urgenti impegni parlamentari, vi sono comunque vicino, profondamente addolorato per la prematura dipartita del caro Gerardo. Firmato Onorevole Settimio Donato” (donna Carmen lesse comunque la parola “onorevole”, anche se sul biglietto era sbarrata).
I presenti si alzarono come un sol uomo e formarono un capannello attorno al carrello; quelli che attendevano di essere serviti osservavano quello che c’era sopra: tartine coperte da ghirigori di maionese, decorazioni variopinte e gelatina; pizzette, vol au vent, piccoli panzerotti; al piano inferiore del carrello, faceva capolino la pasticceria: paste mignon con crema, cioccolato ed altri gusti, pasticcini secchi alla mandorla, amaretti, meringhe e confetti.
Tutti porgevano il loro piatto, anche le prefiche che in questo caso non potevano farsi servire nella camera ardente; i più, quando il cameriere credeva di aver completato la loro porzione, insistevano per avere qualcosa d’altro. Poi tornavano a posto, e riprendeva la liturgia del cibo, delle lacrime e dei sospiri.
Non sfuggirono a Lucilla i commenti dei parenti e di molti fra gli ospiti: oltre a ricordare le virtù in vita del defunto, ivi comprese quelle di ottima forchetta, sottolineavano l’estimazione sociale che don Gerardo si era guadagnata: c’era chi diceva che la famiglia si era potuta permettere ben quattro prefiche, e chi rimarcava come la presenza di un così sontuoso omaggio dell’onorevole Donato fosse un segno preciso della considerazione di cui godeva la buonanima. Donna Carmen ascoltava, visibilmente inorgoglita.
Molta altra roba da mangiare arrivò quella sera: in parte fu subito consumata dai presenti, in parte fu conservata per i giorni successivi: donna Carmen, smessi i panni della vedova afflitta e indossati quelli della padrona di casa dal polso ferreo, diede precise disposizioni alle domestiche su come e dove stipare le due teglie di parmigiana di melanzane, il sartù di riso e il gattò di patate preparati da donna Concetta, la zuppa inglese della comare Adelina e la gigantesca guantiera di “sospiri” dolci alla ricotta offerta da don Salvatore, che l’aveva fatta preparare a tempo di record presso la pasticceria Belsito, la più grande del paese, affacciata sul lungomare.
A tarda sera, congedate le prefiche, donna Carmen chiuse l’uscio dietro le spalle dell’ultimo dei visitatori. Lei, le due figlie e la cognata si sarebbero dati i turni per la veglia. Lucilla e Vittorio si ritirarono nella loro stanza.
A Lucilla era difficile prendere sonno: le ultime ventiquattro ore erano state pesanti, drammatiche all’inizio e meste alla fine. Il caldo opprimente le impediva di dormire, ed in più aveva una sete insopprimibile. Dopo un paio d’ore che si rivoltava nel letto, accanto al marito che già russava, si alzò per andare in cucina a bere.
Attraversò il salone, dal quale poté vedere di spalle, al lume fioco della candela, una delle figlie di don Gerardo che vegliava il morto; indi arrivò in cucina.
Davanti all’enorme frigorifero americano, completamente spalancato, c’erano donna Carmen, l’altra figlia e la cognata, sedute al tavolino in camicia da notte, con la guantiera di “sospiri” dolci alla ricotta che faceva bella mostra di sé, e che era già stata liberata di quasi metà del suo contenuto. C’era anche una bottiglia di spuma all’arancia, e tre bicchieri mezzi pieni. Tutte e tre stavano gustando i sospiri alla ricotta: addentavano la friabile pasta frolla che li avvolgeva all’esterno, ricoperta di zucchero al velo, e ne estraevano la farcitura di ricotta e canditi; ai sospiri alla ricotta le tre donne aggiungevano i loro, ma stavolta non si trattava di sospiri di dolore, bensì di espressioni di estasi. Prima che si accorgesse dell’arrivo di Lucilla, donna Carmen fece in tempo a dire: “Eh, però, come li fa Belsito, non li fa nessuno! Guardate che pasta leggera, sentite che ripieno…”; poi, vedendo la nuora, ebbe un sussulto: “Che c’è?” le chiese, sorpresa.

Ho sete, fa un caldo…non sono abituata; poi ho mangiato cose troppo saporite…”.
“Eh, noi invece siamo qua, a ricordare Gerardo: quanto gli piacevano i sospiri! Ne andava matto, sai? Poi, per questi di Belsito aveva una vera passione! E noi, in suo suffragio li stavamo mangiando!”.

In quel momento arrivò in cucina la figlia che stava vegliando la salma, chiedendo “me ne date un altro?”. La madre gliene porse uno, la figlia lo prese e tornò nella camera ardente.
Lucilla bevve due bicchieri d’acqua, d’un fiato, e uscì dalla cucina; appena si fu allontanata di qualche metro, fece in tempo a sentire le tre donne che, con voce da cospiratrici, sussurravano: “bè, con le case ciascuno ha la sua quota di legittima, e non ci sono problemi; ora ci dobbiamo mettere d’accordo per il casale di contrada Melograno e il terreno di contrada Falcino: per il magazzino di via Aracri mi pare che siamo a posto, se lo prende Nunzia; quello di Via Pontelungo glielo possiamo lasciare a Vittorio…”.

Altro che commemorare il defunto: stavano già parlando di eredità, tra un boccone e l’altro, tra un sospiro e l’altro; un boccone e un magazzino, un boccone e un pezzo di terreno.
La vedova inconsolabile, la figlia e la cognata avevano messo da parte le lacrime ed erano tornate a pensare alla vita terrena: in fondo, pensò Lucilla, apparivano già abbastanza consolate.

U’ cunsolo aveva ottenuto l’effetto sperato…

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