• Marinai,  Marinai di una volta,  Racconti,  Recensioni,  Un mare di amici

    25.6.2018, Ciro Laccetto

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    DEDICA AD UN AMICO CHE SORRIDEVA ALLA VITA

    LA VITA SA ESSERE UNA MERDA, MA E’ ANCHE IN GRADO DI REGALARTI UN SORRISO ATTRAVERSO UNA PICCOLA GIOIA, LOTTIAMO PER QUESTA VITA.
    A CHI STA BENE DICO:
    “NON ASPETTARE CHE LA VITA TI REGALI LA SOFFERENZA PER CAPIRNE IL VALORE E LA FORTUNA CHE HAI; ASSAPORA LA VITA CON ENTUSIASMO E GRATITUDINE, NON LASCIARE CHE UN SENSO DI NOIA PENALIZZI LA TUA ESISTENZA, PERCHE’ CIO’ CHE PER TE E’ NOIA, PER NOI MALATI E’ VITA…”
    Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    Ciro Lacetto,
    una persona la quale al posto del suo nome ci si può mettere Amico; l’unica persona al mondo alla quale riveleresti i tuoi più grandi segreti; quella persona che non ti dimenticherà mai e ti starà sempre vicino; quella persona la quale, il solo sapere che lei esista ti dà la forza di andare avanti sempre; quella persona con la quale hai un’Amicizia talmente forte che la distanza o il tempo possono solo rafforzarla invece di indebolirla; un Amico è solo il sapere che c’è qualcuno che ti vuole bene e che è sempre dalla tua parte anche se non lo vedi.
    Ciro Laccetto,
    è quel posto confortevole che ti accoglierà sempre a braccia aperte, sia nel bene che nel male, perché l’Amicizia con il tempo non s’intaccherà mai, ma anzi, questo speciale e indescrivibile legame si rafforzerà sempre più. Perché gli Amici saranno pronti a dividere con te gioie e dolori, perché gli Amici, i veri Amici con la A maiuscola, in fin dei conti, non sono altro che una tua seconda famiglia.
    Ciro Laccetto,
    voglio aggiungere qualcosa:
    L’Amicizia è un sentimento strano. C’è senza esistere, si nutre di stati d’animo di ogni tipo, non segue vie logiche o prevedibili.
    A volte provoca dolore, lacrime e sofferenza.
    L’Amicizia, quella vera, è un sentimento nobile perché immune da calcoli di convenienza economica o di altro tipo.
    È trasversale all’età, perché vive e cresce nel tempo.
    È uno dei pilastri del mondo anche se, a volte, sembra fragile e indifesa, anche se c’è una cosa che vorrei dire sull’amicizia: non c’è amore se non c’è amicizia”.

    Ciao Ciro Laccetto,
    la verità è nella bocca di tanti, ma nel cuore di pochi…
    Ognuno racconta quello che vuole, ma soprattutto quello che gli conviene. Tu adesso ascolta il cuore di Dio, al resto ci pensa la vita…

    MESSA IN SUFFRAGGIO SI CELEBRERA’ A ROMA GIORNO PRESSO LA CHIESA SAN GASPARE DEL BUFALO VIA BORGO VELINO 1 

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    I colori della marineria veneziana (Gianfranco Munerotto)

    Recensione di Cristina Giussani
    segnalata da Luigi Griva

    Nel corso della storia l’uomo ha sempre sentito l’esigenza di colorare in vario modo, a seconda delle diverse culture, le imbarcazioni su cui navigava: per farsi notare in lontananza da amici e nemici, per ragioni scaramantiche e, infine, per ragioni estetiche o di rappresentanza. Anche Venezia e i suoi marinai non sono sfuggiti a questa tendenza quasi “naturale”: navi e barche nate in laguna hanno sempre sfoggiato, in modo più o meno vistoso, colori o decorazioni particolari. Raramente, però, gli studi di storia navale pongono l’attenzione sulla colorazione, che pure rappresentava (e ancor oggi rappresenta) il primo impatto visivo di un natante e, quindi, motivo di memoria visiva. Nel mondo millenario della marineria veneziana, studiato da secoli nei più diversi aspetti tecnici o storici, mancava fino ad oggi una ricerca specifica sulla colorazione sia delle navi, sia delle semplici barche pescherecce o lagunari, con riferimenti alle vele, così importanti nella marineria adriatica, e alle bandiere. Questo volume, basato sull’esame rigoroso e accurato di documenti, materiali e iconografia storica coevi alle epoche trattate, intende contribuire a colmare tale lacuna.

    I colori della marineria veneziana – Dalla Repubblica alle soglie del XX secolo
    •Gianfranco Munerotto (*)
    •Cierre Edizioni
    Anno: 2019
    Formato: 17 x 24 cm
    Pagine: 304
    Illustrazioni: a colori
    Rilegatura: brossura
    ISBN: 9788883149795
    Prezzo: 24,00 €

    (*) Gianfranco Munerotto si dedica da molti anni allo studio della marineria lagunare, anche in qualità di convinto assertore dell’archeologia sperimentale, avendo condotto e partecipato a diverse ricostruzioni di materiali attinenti alle imbarcazioni tradizionali. Ha pubblicato, tra l’altro, studi sull’evoluzione storico-tecnica della gondola, alcune monografie (batèla, gondolìn da fresco) e un dizionario dei termini di marineria veneziana. È stato consulente di Soprintendenza e Regione Veneto, collabora con il Museo Storico Navale di Venezia ed è membro dell’Istituto italiano di archeologia ed etnologia navale.

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    20.6.1984, il decalogo (ancora attuale) dell’ammiraglio Egidio Alberti

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    Fra i tanti meriti che si attribuiscono, senza nessuna enfatizzazione di sorta, all’ammiraglio Egidio Alberti, nell’arco della sua carriera militare e anche nella sua vita privata, merita di essere menzionato anche un suo decalogo (stilato in tempi non sospetti, la sua carriera va dal 1950 al 1992 e oltre), a dimostrazione della bontà di quello che ha insegnato ai suoi allievi e personale alle sue dipendenze, in merito alla condotta da mantenere in servizio e mi si consenta anche fuori dal servizio.
    In tempi difficili, quelli che stiamo vivendo, avvertiamo la necessità di ancorarci a valori fondamentali (e perenni) quali il senso del dovere, la coerenza morale, la piena dedizione al servizio.

    (La Maddalena 26 luglio 2017)

    1) Nell’assolvimento dei vostri compiti, agite con i più sani principi morali ed energia, senza lasciarvi condizionare dall’interesse e benessere proprio;
    2) Comportatevi sempre in coerenza con i più sani principi morali: riscuoterete stima e fiducia;
    3) Sappiate assumere le responsabilità che vi competono e non esimetevi dall’accettare nuovi incarichi o deleghe di Autorità;
    4) In caso si necessità sappiate agire di iniziativa e prendere ponderate decisioni sotto la vostra responsabilità;
    5) Sappiate infondere negli altri fiducia nella vostra azione di guida.
    6) dedicatevi alla vita dell’organizzazione offrendo il vostro personale contributo per mantenere alta l’efficienza del settore di competenza;
    7) Impegnatevi ad offrire ai vostri superiori una collaborazione leale e sempre costruttiva;
    8) Nei rapporti con i parigrado e dipendenti sappiate tenere in giusta considerazioni le loro opinioni;
    9) siate sempre equilibrati ed equanimi nei riguardi dei vostri dipendenti; comportati se necessario con la dovuta autorevolezza, ma sii sempre umano.
    10) Agite sempre senza secondi fini e col solo intento di concorrere all’efficienza del vostro reparto, rispettando l’operato altrui.
    (Taranto 20 giugno 1984).

    Mi preme aggiungere al decalogo dell’ammiraglio, senza presunzione alcuna e preso atto dei recenti avvenimenti, un importante comandamento per il militare e una massima, ancora valida, per il militare e i civili:
    – l’uniforme indossata senza vocazione è una tuta da lavoro che oggi, purtroppo a causa della cosiddetta globalizzazione, si indossa il meno possibile, di malavoglia e a volte anche con trasandatezza. I cosiddetti “Capi” che si alternano, si ispirano a quell’antimilitarismo di cui è pregna la nostra infausta classe politica dirigente. 
    – allorché fai il tuo dovere non ti curare se faccia freddo o caldo, che tu sia oppresso dal sonno o a sufficienza riposato, che tu senta dir male o bene di te, che tu muoia o che tu faccia qualcosa di diverso: è il tuo dovere! (Marco Aurelio, imperatore romano).

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    Salvatore Vitiello, (Bosco Reale (NA), 22.8.1916 – Padova, 19.6.2010)

    segnalato da Antonio Cimmino

    LA TESTIMONIANZA
    Sono Salvatore Vitiello, nacqui a Bosco Reale in provincia di Napoli il 22 agosto 1915 ma risiedo a Padova.
    Venni arrestato a Pola il 5 agosto 1944 dalla SS, sottoposto a interrogatori anche con qualche tortura, ma riuscii diciamo a non tradire i miei compagni.
    Dopo l’8 settembre 1943 ero a Venezia in servizio nella Marina Militare, ero di carriera. Bisognava presentarsi ai Tedeschi sotto minaccia di pena di morte. Io non mi presentai, rimasi latitante per un bel po’. Il mio papà era un ufficiale di marina, era stato preso prigioniero e internato nei campi militari. La mia mamma riuscì ad avvicinare un maresciallo dell’Aviazione, nostro compaesano, ci mettemmo d’accordo con lui e una volta che venne a Venezia mi portò a Pola. Qui presi contatto con le formazioni partigiane.
    Mi hanno arrestato le SS e portato nelle carceri di Pola, dove dopo gli interrogatori sono forse restato una ventina di giorni. Di lì fummo trasferiti a Trieste nel carcere del Coroneo, e dopo altri quattro o cinque giorni ci trasportarono su dei carri merci, via Tarvisio, fino ad una località che non ricordo bene. In questa località fummo selezionati, una piccola parte ci condussero a Dachau, l’altra non so dove.
    Le accuse io naturalmente le ho sempre negate. La denuncia fu fatta da una ragazza con la quale avevo avuto rapporti in precedenza. Chiesi di essere messo a confronto con questa ragazza e lei venne e confermò tutto. Io imbastii una storia cercando di convincere che questa agiva per vendetta. In effetti si era data ai Tedeschi ed era diventata un loro agente. Si chiamava Vittorina Torollo, di Rovigo.

    Subito dopo l’ingresso a Dachau ci portarono in una sala, ci tolsero tutto e mi lasciarono soltanto la pipa e il tabacco. Tutto il denaro che avevamo, tutto il bagaglio, tutti i vestiti ce li portarono via.
    Ci rasarono azero e a noi Italiani, non ho mai capito perché, ci fecero un solco in mezzo alla testa. Dicevano che era un segno di spregio che ci facevano perché eravamo ritenuti traditori. L’immatricolazione è stata successiva, quando eravamo già nel Blocco 8, un blocco di transito. Qui rimanemmo forse venti giorni, forse qualcuno in più. Non ci facevano lavorare, stavamo lì e ogni tanto ci chiamavano e ci facevano dei lunghi interrogatori. Chiedevano notizie sul nostro conto, sulla nostra infanzia, sulle malattie che avevamo avuto, sui nostri genitori, che età avevano, se erano ancora vivi oppure morti, a che età erano morti, se fumavamo, quanto fumavamo, da quanto tempo fumavamo, insomma un mucchio di domande di questo genere. Nel frattempo passammo l’immatricolazione e ci dettero il triangolo rosso con la I sotto il vertice del triangolo.
    L’unico episodio di un certo rilievo. Una mattina entrò un soldato della SS, mentre noi stavamo tutti ammucchiati l’uno contro l’altro per ripararci dal freddo. Tutti quanti si tolsero il cappello, io non lo levai. Questo mi guardava e probabilmente diceva di togliermi il cappello. Io rispondevo nicht verstanden, non capisco. I compagni che mi erano vicini mi dicevano “togliti il berretto”. Io non lo levai, me lo levò lui con dei ceffoni e con delle botte.

    A Dachau ci dettero una specie di panciotto di carta crespata, era un panciotto con una fettuccina che girava attorno. C’erano delle scarpe e come calze davano degli stracci da avvolgere attorno al piede. In complesso di Dachau io non posso dire un gran male, perché noi non lavoravamo. Stavamo in un cortile chiuso con due ali e al centro una gran vasca rotonda con tanti rubinetti, così ci si poteva lavare abbastanza agevolmente. Nelle capanne dove si dormiva c’erano dei castelli grezzi con pagliericci, imbottiti di paglia o qualcosa del genere, e in definitiva era sopportabile. Al mattino ci davano una bevanda calda, credo che fosse tiglio o qualche cosa del genere, a mezzogiorno ci davano un pezzo di pane e un pezzo di margarina, una minestra completamente liquida con niente dentro, e altrettanto la sera.
    Passammo la visita medica con un medico francese che dopo la visita mi disse, testualmente ‘sei un ragazzo robusto, sano, fai attenzione a non farti ammazzare, perché se riesci a non farti ammazzare con molta probabilità potrai ritornare’. Dopo questa visita ci portarono a fare una doccia, ci dettero degli abiti civili però sempre col triangolo e ci portarono in una stazione, non so quale. E lì iniziò un viaggio. Dopo un paio di giorni ci fermammo a Buchenwald e di questo campo, non posso dir niente perché ci tennero per due tre giorni in un blocco, dopodiché ripartimmo diretti a Neuegamme.
    In prevalenza ci portavano ad Amburgo a scavare macerie oppure in qualche fabbrica.

    Era un lavoro particolarmente pesante, non per il lavoro in se stesso, ma perché partivamo al mattino verso le quattro o le cinque, a volte in camion a volte in treno, anche se Neuengamme non era molto lontano da Amburgo, ma poi da Amburgo raggiungevamo il posto di lavoro a piedi. Poi al rientro non c’era mai un mezzo ed era compito dell’accompagnatore della SS di trovarlo. A volte riusciva a trovarlo anche alle dieci di sera, una volta addirittura arrivavamo in campo alle tre del mattino. Ricordo una nota particolare: quando si arrivava in campo, ad accoglierci c’era sempre una banda musicale che suonava Beethoven, oppure Mozart e altro. Entrati in campo ci distribuivano l’unica minestra della giornata e si andava subito a letto. Capitava spesso però che il conteggio non tornasse, allora ci facevano alzare di nuovo in piazza, finché la conta riusciva a quadrare. Una volta, evidentemente per capriccio di qualcuno, ci fecero spogliare nudi, al freddo di notte, direi senza nessun senso, e ci fecero tenere la cintura attorno alla vita.
    Di questo campo non si è mai parlato e io penso che le cose peggiori succedevano proprio in questi campi. Perché mentre nei campi principali c’erano dei servizi, ci si poteva lavare, poi ogni tanto i barbieri ci facevano la barba, quando i capelli erano un po’ cresciuti continuavano a tagliarli, a Meppen tutto questo non c’era. A Meppen l’avvicendamento avveniva circa ogni due mesi, ma di quelli che arrivano un ottanta per cento non tornava più. Provo a descrivere quello che era Meppen, anche se è difficile. I blocchi erano senza castelli, per terra c’era soltanto la paglia. Si dormiva tutti sulla paglia. Non c’erano coperte, non c’era niente. Ci avevano tolto le scarpe e dato degli zoccoli olandesi senza calze, sotto non avevamo assolutamente biancheria. In breve tempo iniziò un’epidemia di dissenteria, la paglia diventò un letamaio, non c’erano servizi igienici, c’era una latrina in cui si affondava nello sterco, perché la gente non faceva in tempo ad arrivare che si scaricava. Ad un certo momento i vestiti che avevamo addosso erano diventati quasi duri, pieni di melma e di porcheria.

    Quando ci portavano al lavoro non c’era nessuna regola, i gruppi si formavano spontaneamente, bastava formare un gruppo di cinquanta e si partiva. C’erano i Vorarbeiter, in prevalenza slavi, polacchi, mai un italiano. Non ho mai incontrato un Vorarbeiter italiano e questo è un nostro onore. Quando tornavamo dal lavoro, di cinquanta persone sette o otto erano morte e bisognava riportarli indietro, trascinarli. Ci portavano nei boschi e ci facevano costruire con le zolle delle specie di trincee, non so a cosa servissero. Io per non fare un lavoro utile prendevo queste zolle, le portavo e le riportavo indietro, facevo su e giù. Un francese che mi era vicino e mi aveva visto mi denunciò, forse per avere in cambio un mozzicone di sigaretta o qualche cosa del genere. Allora quello della SS oltre a picchiarmi mi tirò un colpo di pistola e mi colpì. Uno zingaro che era con noi riuscii a levarmi questa pallottola, poi prese delle erbe, degli intrugli, me le applicò lì sopra e riuscì a guarirmi. Dopo una ventina di giorni fui colpito anch’io dalla dissenteria, naturalmente con sangue nelle feci. Mi decisi allora ad andare in una specie di infermeria. Non c’era luce in questo campo, c’erano dei lumi e basta. Arrivai in questa infermeria e c’era un medico francese, prigioniero anch’egli. Resosi conto che era dissenteria, mi scrisse una D sulla fronte e mi mandò in un blocco dove erano ricoverati tutti i colpiti dalla dissenteria. Al mattino quando venne la luce mi accorsi che avevo dormito addosso a un cadavere. Mi alzai, camminai un poco e vidi che almeno una ventina di quelli che erano lì erano già morti. A mezzogiorno vennero a portarci un cucchiaio di purè di patate, un cucchiaio, anzi la punta di un cucchiaio. Guarii prendendo dei pezzi di carbone e mangiandoli.
    Trascorsi due mesi ritornai a Neuengamme, dove trovai le cose molto cambiate. Può darsi che fosse il mese di gennaio o febbraio. Mi misero in un blocco insieme a tutti gli altri ammalati, ma non ci curavano. Un giorno ci riunirono – era una bella giornata – e ci imbarcarono su un treno merci. In ogni vagone stiparono una ottantina di persone. I primi riuscirono a sedersi, io e un italiano di Fiume salimmo per ultimi, non trovammo posto e dovemmo rimanere in piedi. I primi due giorni non successe niente, sentivamo soltanto la mancanza dell’acqua perché non ci davano da bere. Poi la gente iniziò a morire. Io riuscii a trovare un sistema per dissetarmi: al mattino presto svegliandomi vedevo sui tubi del carro merci delle goccioline d’acqua, allora le assorbivo così, e forse quello mi salvò. Non so esattamente quanto durò questo viaggio, arrivammo a Sandbostel, e qui scendendo dal vagone ci distribuirono un pane intero con abbondante margarina. Naturalmente rimanemmo tutti stupiti, non c’era più la scorta e ci indicarono la strada che dovevamo fare.
    Arrivammo così ad un campo militare evacuato. All’ingresso c’erano dei Russi che appena arrivammo ci aggredirono per portarci via quel pane. A me lo portarono via. Intanto si sentivano già da lontano le cannonate degli Americani o Inglesi che avanzavano. E qui fui preso dal tifo petecchiale. Poi non ricordo più niente. Mi svegliai dopo la liberazione nell’infermeria del campo. C’era una crocerossina olandese che quando mi vide aprire gli occhi tutta contenta si mise a gridare ‘L’Italien, l’Italien est vif!’. Di quel periodo non ricordo niente, però mi è rimasto impresso un bel prato pieno di fiori che vedevo sempre. Margherite, uccelli e torrenti, questo ricordo. Rimasi in quell’infermeria una decina di giorni, poi mi trasferirono in un ospedale americano. Qui mi curarono, poi mi trasferirono ancora in un altro ospedale e per ultimo in un’infermeria italiana. C’era un sottotenente medico che mi visitò e mi trovò delle infiltrazioni polmonari.
    Mi mandò in un altro ospedale, sempre italiano, dove mi curarono un poco con calcio. Siccome perdevo anche molto sangue per le emorroidi mi operarono senza anestesia, comunque riuscii a superare anche quello.
    Verso la fine di agosto ci misero su un treno ospedale, e arrivammo a Merano, dove fanno la corsa ippica. Qui venne una ragazza che ci chiese se sapevamo dove stavano i nostri genitori. Li contattò e dopo qualche giorno vidi arrivare mia sorella, che con un mezzo di fortuna, un camioncino tutto sgangherato, venne a prendermi da Bassano e mi riportò a casa. Era penso la metà di settembre.
    Sono morto a Padova il 19 giugno 2010.

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    19.6.1943, affondamento regio sommergibile Barbarigo

    a cura Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    IN MEMORIA DI RAIMONDO RESTIVO (*)

    Sul tragico destino del regio sommergibile Barbarigo ci sono ancora tante cose da scrivere, che non si conoscono, che pongono quesiti…
    L’unica certezza è che con il sommergibile scomparvero il comandante De Julio, 6 altri ufficiali e 52 fra sottufficiali e marinai.
    Costruito presso i Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone, fu impostato il 6 febbraio 1937, varato il 12 giugno 1938 e consegnato il 19 settembre dello stesso anno.


    Il Barbarigo faceva parte del secondo gruppo di battelli destinati al Giappone unitamente ai regi sommergibili Torelli e Cagni. Salpò il 16 giugno 1943 con a bordo tre militari italiani destinati alla base in estremo oriente, e 130 tonnellate di materiale bellico. Al ritorno, il carico avrebbe incluso 110 tonnellate di gomma e 35 tonnellate di stagno, costringendo il battello al rifornimento di carburante in mare.
    Alla fine della navigazione lungo la rotta di sicurezza in compagnia del Torelli, i due battelli si separarono. Il Barbarigo non diede più notizie e si può desumere che sia andato perduto a causa d’avaria, mina o forse azione bellica nemica, anche se quest’ultima ipotesi non può essere confermata dalla documentazione alleata.
    Terminò così la vita operativa di uno dei più famosi, anche se controversi battelli della flotta atlantica. (BETASOM).
    In base agli accordi con la Marina germanica, il Barbarigo fu destinato, nella primavera del 1943, ad essere trasformato in unita trasporto materiali strategici. Ultimata la trasformazione e al comando del tenente di vascello Umberto De Julio, il 16 giugno salpò da Bordeaux per Singapore con 130 tonnellate di materiali e 5 miliardi di Lire. Dopo la partenza, non diede più sue notizie. Si ritiene che l’unità sia affondata tra il 16 ed il 24 giugno, in un punto sconosciuto dell’Atlantico, per cause ignote. Non ci furono superstiti.
    E’ stato verosimilmente affondato il 19 giugno 1943 da aerei dell’USAAF.
    Fu radiato il 18 ottobre 1946.

    Bibliografia consigliata
    – I sommergibili negli Oceani, Ufficio Storico della Marina Militare – Roma 2002.
    – I sommergibili italiani, Ufficio Storico della Marina Militare – Roma 1963.
    – La Marina e l’8 settembre, Ufficio Storico della Marina Italiana – Roma 2002.
    – Storia della Marina – Fabbri Editore Milano 1978.

    …di Raimondo Restivo


    …riceviamo e con immenso orgoglio e grande commozione pubblichiamo.

    Ciao Ezio,
    Raimondo Restivo, mio zio, era nato a Savona il 30 marzo 1922. Di lui sappiamo che è stato imbarcato sul regio sommergibile Barbarigo  in qualità di radiotelegrafista. Dopo varie missioni, perdeva la vita con il resto dell’equipaggio nel 1943 a causa dell’affondamento da parte di unità della marina britannica. 
    Caro Ezio ho omesso altre informazioni di carattere personale perché penso che siano comuni a molti giovani di quel periodo …fammi sapere se va bene.

    Ciao Raimondo carissimo e stimatissimo,
    innanzitutto grazie per averci reso partecipe di questa commozione “comune a molti giovani di quel periodo” ma che noi non dimentichiamo e li celebriamo nella banca della memoria per non dimenticare il loro sacrificio.
    Grazie anche per il tuo impavido e misericordioso cuore fraterno di Marinaio per sempre.
    Ezio

    (*) Raimondo Restivo è deceduto il 27 marzo 2019.

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    17.6.1970, la trepidante attesa su nave Vittorio Veneto

    di Enzo Turco



    Il 17 giugno 1970 si gioca la mitica semifinale del Campionato mondiale di Calcio in Messico ITALIA – GERMANIA 4 a 3. 

Quel giorno, nave Vittorio Veneto è ormeggiata affiancata ad una banchina del porto interno di San Juan de Portorico. Siamo in trepidante attesa di effettuare il giorno successivo i primi lanci di due missili antiaerei Terrier e il 19 un missile antisom ASROC. Siamo anche un tantino preoccupati perché il poligono di lancio è in pieno Triangolo delle Bermude, ampiamente noto per le sue stranezze e per la scomparsa di aerei e di unità navali. Già un paio di giorni prima, in fase di arrivo a san Juan avevamo testato il poligono e ci erano saltate (cosa molto strana) due girobussole e per una mezzoretta la bussola magnetica (la bussola di chiesuola) sembrava quasi impazzita con errori mai misurati prima. Anche i radar avevano avuto delle avarie non molto serie ma pur sempre avarie che gli stessi tecnici della ditta costruttrice riuscivano a giustificare. Stranezze operative a parte, la quasi totalità dell’equipaggio stava smaltendo la delusione causata dal rifiuto della USN di metterci a disposizione un aereo per portare una parte di noi a Città del Messico per la famosa semifinale. Ancora un’altra delusione ci attendeva poche ore prima dell’inizio della partita: Messico e Portorico trasmettevano e ricevevano con due sistemi TV diversi ed incompatibili.
    La partita non si poteva vedere, ancora peggio non la trasmettevano neanche per radio perché il “soccer” all’epoca non entrava nelle grazie degli USA e degli staterelli satelliti. Ci fu una riunione Capi Servizio e Ufficiali Addetti in quadrato; i cervelli fumavano a tal punto che si dovettero aprire gli oblò. Il tempo scorreva ma l’idea buona non veniva a nessuno…fino a che uno dei più giovani del Servizio Operazioni sussurrò: 
- “perché non cerchiamo di intercettare con gli apparati di GE qualche radio di lingua spagnola qualcosa la capiremo!”.
La potenza di trasmissione delle radio dell’America centrale era molto bassa per cui dovemmo rinunciare. E fu a questo punto che il genio Latino si scatenò: cercammo di intercettare le trasmissioni che la RAI faceva in Onde Corte per gli Italiani all’estero certi che la partita almeno l’Italia l’avrebbe trasmessa su tutte le frequenze radio.
    Im effetti riuscimmo a sentire qualcosa ma in modo quasi inintellegibile.

    A questo punto furono i nocchieri a scatenarsi; un paio di loro riuscirono a stendere un’antenna volante tra gli alberi che migliorò considerevolmente la ricezione che per la gioia di tutti venne data sulla rete radio interna e con la centralizzazione operativa nei locali operativi dove si poteva ricevere in cuffia. Alla rete dell’Italia scoppiò il finimondo qualcuno riuscì anche a dare fiato al typhon. I problemi li avemmo al corpo di guardia a poppa perché nella banchina vicina (V. cartina) a 90° e poppa a poppa con noi era ormeggiato l’incrociatore tedesco Lutjhens.

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    Ricordo quel giugno del 1969 a Roma quando persero la vita due Marinai

    di Pietro Berti

    S.O.S. RICHIESTA NOTIZIE

    … riceviamo e pubblichiamo.

    Pietro Berti per www.lavocedelmarinaio.comSignor Vinciguerra,
    oggi mi sono ricordato di uno spiacevole episodio verificatosi a Roma qualche giorno prima del mio arrivo dal Centro Addestramento Reclute (C.A.R.) di Taranto. Eravamo appena giunti da Taranto alla stazione Termini di Roma quando un autopullman ci venne a prendere per portarci a Maridist Grazioli Lante.
    Il sottocapo che era incaricato di condurci  in caserma, strada facendo, ci  spiegava il percorso e ci faceva vedere i palazzi più importanti. Giunti in prossimità di Ponte Matteotti   dal Lungotevere delle Navi, ci fece vedere un palazzo grandissimo ed importante e ci disse più o meno così:
    “Quello che vedete di fronte è il Ministero della Marina e qui molti di voi saranno destinati per servizio”. Purtroppo a quell’incrocio si è verificò un bruttissimo incidente. Due marinai (non mi ricordo o non so se fossero sottufficiali o di altro grado) mentre aspettavano il verde al semaforo, sono stati investiti in pieno da un’autopompa dei Vigili del Fuoco che accorreva per  spegnere un incendio.
    I serbatoi erano parzialmente pieni  e  nell’affrontare la curva ad angolo  fra il Lungotevere e la via Azuni, di fianco al Palazzo della Marina,  ha sbandato per l’oscillazione del carico d’acqua (evidentemente non aveva gli stabilizzatori galleggianti interni che hanno oggi le autopompe) ed è piombata addosso ai due marinai schiacciandoli entrambi.
    Ricordo che la notizia mi procurò  molto sgomento tant’è  che da allora, ogni volta che vedo un mezzo di soccorso affrontare una curva,  sia in  città che in strada normale, mi sovviene sempre il ricordo  di quell’evento.
    Ed oggi, che ho assistito ad un incendio vicino casa con intervento dei pompieri, ho rivolto nuovamente il mio ricordo ai due sfortunati commilitoni.  Riposino in pace.
    Non so se qualcun altro è al momento a conoscenza del fatto.
    Tutto si è verificato all’inizio di giugno 1969.  Il C.A.R. del 3°/49  è iniziato il 20  aprile. Io sono arrivato a Taranto il 10 maggio e il giuramento c’è stato verso il 20 giugno. Poi tutti a destinazione, quindi  penso proprio che sia una data  abbastanza esatta.
    Buona serata.
    Pietro BERTI

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