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    Quando ci chiamavamo fratelli d’Italia

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    Dedicato a Sebastiano Parisi

    Le ideologie e i vagheggiamenti ideologici sono morte e gli italiani hanno aperto gli occhi perché incominciamo ad avere i crampi allo stomaco. Non basta più schierarsi e neanche  che ognuno di noi si adoperi per rendere vivibile il nostro orticello perché non c’è più seme da piantare, nessun orizzonte, nessun futuro.
    L’arroganza e il menefreghismo  hanno avuto il sopravvento sulle persone oneste, quelle persone che non riescono più a trovare un lavoro e quindi un pezzo di pane almeno per sopravvivere. Fatichiamo a dire di essere italiani e a riconoscerci sul primo degli articoli della Costituzione perché manca la materia prima, perché manca il lavoro.
    Non percepiamo più il comune senso di appartenenza a questo amato paese, semplicemente perché alcuni individui, che ci hanno mal governato e derubato (…e continuano impunemente a farlo), hanno portato il paese sull’orlo del baratro e l’Europa alla deriva.
    Per ricostruire, per riedificare bisogna, assolutamente spezzare la corruttela tra poteri forti che ci cercano solo per legittimare i loro scopi ed interessi fondati sull’unico credo di questo mondo globalizzato: il potere economico gestito da pochi banchieri eletti.
    Ci chiamavamo fratelli, fratelli d’Italia, dimostriamolo di esserlo non legittimando questi cialtroni.

    Mare mosso - www.lavocedelmarinaio.com

  • Che cos'è la Marina Militare?,  Curiosità,  Marinai,  Marinai di una volta,  Navi,  Racconti,  Recensioni,  Storia

    La regia nave Nembo, Guerra di mare di Maffio Maffii 1917
, storia di un NO e la fine dell’U.16

    di Claudio53



    Egregio sig. Ezio,
    
consiglio a Lei e ai lettori del blog la lettura del secondo capitolo del libro “Guerra di Mare di Maffio Maffi del 1917” scritto a guerra ancora in corso in cui si narra del Guardiamarina (poi Comandante) Ignazio Castrogiovanni e del suo “primo siluramento”.
 
    A Lei e ai lettori del blog regalo l’estratto del libro.
    
Cordiali saluti

    Claudio53

    copertina202122232425262728il-guardiamarina-castrogiovanni-il-sottocapo-cannoniere-ricci-ed-i-loro-compagniregia-nave-nembo-www-lavocedelmarinaio-com

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    Essere marinaio

    di Enzo Testa

    Riceviamo e, con immenso orgoglio, gratitudine e commozione, pubblichiamo.

    Buongiorno Ezio,
    essere un MARINAIO non è facile e non è fatto per tutti. Bisogna essere forte, coraggioso e intenzionato. Essere marinaio vuol dire essere un uomo perché tutti pensano che il mare insegna un mestiere, in realtà insegna ad essere UOMO. Durante la sua vita verserà sempre lacrime: lacrime di tristezza e dolore quando imbarca e si trova costretto a lasciare i suoi cari; lacrime di solitudine quando si trova a bordo ed è consapevole che è lontano da tutti e da tutto; lacrime di gioia quando sbarca e riabbraccia i suoi cari; lacrime di orgoglio e di soddisfazione perché orgoglioso di aver fatto carriera e saper dare un futuro alla famiglia e figli grazie ai propri sacrifici; e infine lacrime di delusioni per gli amori e gli amici persi…


    Nonostante tutto ciò, un Marinaio si fa forza e cerca di andare avanti guardando i lati positivi. Chi non è del campo non sa cosa si è costretti a sopportare durante i mesi di navigazione. Stress e sonno perso che si accumulano man mano che i giorni passano; avere a che fare con gente, a volte prepotente, e tenersi tutto dentro per evitare guai e problemi.
    A volte capita di perdere dei cari mentre si è in alto mare e non lo si è potuto salutare per un ultima volta oppure amori che ti lasciano da un giorno all’altro perché troppo deboli, e che spesso ti sostituiscono con uno qualsiasi.
    Infatti amare un Marinaio non è facile!
    Ci vuole una Donna al suo fianco che gli sarà di aiuto e di incoraggiamento, con un cuore grande che sa comprendere i sacrifici, un cuore forte per reggere al dolore del distacco e separazione, ma soprattutto un cuore pieno di AMORE che non lo lascerà mai e non lo tradisce neanche nei momenti deboli.

    Molti pensano che un marinaio ha un rapporto in ogni porto, pochi sanno che non c’è tempo materiale per farlo, perché, per chi ha una responsabilità, è raro scendere a terra pure solo per bere una birra, e si preferisce un ora di riposo in branda o dove capita!
    Quello di cui ha bisogno un uomo di mare è amore corrisposto!
    Infine ci sono anche le soddisfazioni: una di questa è capire cosa vuol dire veramente la felicità quando, dopo mesi di navigazione, si rimette di nuovo piede sulla terra ferma e si riabbracciano i propri cari
    Essere Marinaio è anche questo e io sono fiero di esserlo perché so che senza sacrificio non si ottiene nulla,
    e dalla solitudine del mare i miei ricordi sanno veramente chi ti apprezza e anche chi rimarrà sempre al tuo fianco, anche se sei lontano, anche se sai di essere un MARINAIO.

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    Guerra di mine

    di Virginio Trucco

    Nella I^ guerra mondiale, venne fatto largo uso di delle mine, anche in sbarramenti offensivi. I tedeschi effettuarono il minamento delle acque inglesi, con 43.000 mine , che provocarono la perdita di quasi un milione di tonnellate di naviglio, comprese corazzate ed incrociatori e più di 200 mezzi di dragaggio. Nel 1915 i campi minati posati dai Turchi a difesa dei Dardanelli, impedirono l’appoggio dei reparti da sbarco a Gallipoli. Gli italiani posarono sbarramenti di mine in funzione antisommergibile nel Canale D’Otranto. Nel 1916 i campi difensivi posati dai tedeschi a difesa dell’accesso del Baltico, impedirono agli inglesi di inseguire la flotta dopo la battaglia dello Jutland. Nel solo 1918 gli anglofrancesi posarono più di 70.000 mine nel mare del Nord.

    La storia
    La mina è una carica di esplosivo che viene posizionata sotto la superficie del mare, in modo da arrecare danni sia a navi che sottomarini. La mina è composta di tre parti, la cassa che contiene l’esplosivo ed i congegni d’innesco, il cavo di ormeggio e l’ancora. Tramite le mine si possono creare dei campi minati difensivi al fine di proteggere l’ingresso ai propri porti o coste, e sbarramenti offensivi, posati lungo le rotte di accesso ai porti nemici. Unico problema della mina e che questa, una volta posata non distingue le navi amiche da quelle nemiche.

    L’idea della mina navale nasce nel 1600, gli inglesi usarono barili galleggianti pieni di polvere nera, che per dispositivo di accensione avevano un acciarino da moschetto, contro le navi di Luigi XIII, non ebbero successo, la polvere nera si bagnava e non esplodeva. L’uso della mina come arma per la difesa dei porti, venne utilizzata da un ufficiale della marina Pontificia per difendersi dalle scorrerie dei pirati Barbareschi, i barili venivano ancorati con grosse pietre, rimaneva il problema dell’umidità e del contenitore, in quanto il legno impregnandosi d’acqua affondavano. Durante la guerra d’indipendenza Americana, David Bushnell, (l’inventore del Turtle) utilizzo alcuni barilotti, con una cintura di detonatori a frizioni e li affido alla corrente per cercare di colpire la flotta inglese alla foce del Delaware. Attorno al 1795 Fulton sperimentò una torpedine da blocco giungendo alle conclusioni che la carica di esplosivo doveva essere di almeno 100Kg, la propose vanamente a Napoleone, e visto il rifiuto abbandonò gli studi. Solo verso la metà del 800 le varie marine ripresero gli studi sulla torpedine. La prima vittima di una mina, fu la cannoniera a ruote inglese Merlin, che nel maggio 1854, durante la guerra di Crimea, urtò una mina messa a protezione di un forte Russo, ma la carica era troppo leggera per gravi danni. La mina era del tipo messo a punto dall’ingegnere Jacobi, dotate di un dispositivo di accensione costituito da un urtante in piombo che al suo interno conteneva una fiala di vetro contenente acido solforico, l’urto contro la nave, provocava la deformazione del piombo e la rottura della fiala, il cui contenuto cadeva una miscela di clorato di potassio e zucchero, si innescava cosi una reazione esotermica, che accendeva l’esplosivo .
    Durante la guerra civile americana, la mina fu utilizzata in modo massimo, si utilizzarono sia mine tipo Jacobi, sia nuovi tipi, Samuel Colt, ne ideo un tipo che veniva innescato tramite un comando elettrico che giungeva alla mina attraverso un cavo isolato ed attraversava una sottile resistenza immersa in piume d’oca intrise di fulminato di mercurio, era nato il Gimnote, mina attivata da un operatore a terra, quando la nave si trovava nei pressi della stessa. Questo tipo di mina, risultava il più efficiente, ma i cavi elettrici e le batterie ne aumentavano il prezzo. In quel conflitto i vari tipi di mine, provocarono l’affondamento od il danneggiamento di 35 navi.
    Durante la guerra Russo Giapponese del 1904, tutte e due i contendenti fecero uso in larga scala sia di mine che di gimnote. I Russi tramite l’ammiraglio Macharov, perfezionando i loro ordigni, con un nuovo tipo di urtante, l’urtante Herz,fig.1 nella fiala, l’acido solforico fu sostituito da Bicromato di potassio, al di sotto stava una batteria a secco, collegata con il detonatore, quando la fiala si rompeva, il bicromato alimentava la pila, che con la sua corrente alimentava il detonatore. Questo tipo d’innesco, giunse fino alla fine della seconda guerra mondiale.

    Purtroppo Macharov perse la vita proprio a causa di una mina che affondo la Corazzata Petropavlosk. Le mine giapponesi, erano invece dotate di interruttore a inerzia, cosa che le rendeva sensibili alle condizioni del mare.

    I russi non tardarono pero a rendersi conto dei limiti imposti dall’ordigno, quando un posamine salto su una propria arma, affondando con gli ufficiali ed il piano di posa. Dovettero esplorare lungamente la Baia di Dalny, prima di potervi navigare in sicurezza. Nel sorso della guerra, oltre che sottocosta, le mine iniziarono ad essere utilizzate anche in mare aperto.
    Il problema principale nell’uso delle mine era proprio la posa. Come abbiamo già detto, all’epoca, la corazzatura delle navi, si fermava appena sotto la linea di galleggiamento, quindi la mina per ottenere i suoi effetti doveva essere posizionata tra i tre/cinque metri sotto il livello del mare, questo comportava che prima della posa si doveva scandagliare il fondale, regolare il cavo di ancoraggio al fine di avere la quota richiesta e poi procedere alla posa delle mine che avveniva tramite gru, con il pericolo di esplosioni.
    Alla fine del 1800, grazie ad un italiano il guardiamarina Emanuele Elia(*), la mina fece un salto di qualità. l’Elia, brevetto un nuovo tipo di ancora a carrello. L’ancora era dotata al suo interno di un tamburo che portava avvolti, 1000 metri di cavo, ed era dotata di quattro ruotine ai suoi lati, cosa che tramite rotaie stese sul ponte, veniva agevolmente fatta scivolare in mare dalla poppa del battello, una volta in mare la mina rimaneva a galla grazie alla spinta positiva della cassa e dell’ancora, intanto dall’ancora si sganciava uno scandaglio, che aveva una lunghezza pari alla quota desiderata, una volta spiegato, sbloccava il tamburo del cavo e apriva una via d’acqua nell’ancora, che iniziava ad affondare, mentre la cassa rimaneva in superficie, intanto il cavo si srotolava, quando lo scandaglio toccava il fondo, il cavo dello stesso andando in bando, provocava l’arresto del cavo di ancoraggio, mentre l’ancora affondava trascinando la mina alla quota voluta dove un piatto idrostatico armava la mina. L’Elia, nel 1897, con il battello Washington e 20 uomini pose uno sbarramento di torpedini che chiuse il porto di La Spezia in una sola ora. Questo tipo di cassa è ancora oggi in uso.

    Altri paesi, utilizzavano un sistema di ancoraggio a spinta negativa,

    la mina collegata alla cassa, veniva calata sul fondo, il rullo del cavo d’ancoraggio, era fermato da un perno di sale, che sciogliendosi, rilasciava la cassa, giunta alla quota prefissata, un piatto idrostatico, provocava l’imbando del cavo, che provocava il blocco del rullo. Questo tipo di ancoraggio rimase in uso per il minamento tramite sommergibile, al fine di non rilevarne la posizione.
    Nonostante tutto allo scoppio della guerra, solo la marina russa e tedesca, disponevano di un adeguato arsenale di mine e mezzi idonei alla posa, sia di superficie che sottomarini. Gli inglesi disponevano di un arsenale si 4000 mine, mentre francesi ed italiani ancora meno. Nonostante questo, solo gli inglesi alla fine della guerra, ne avevano posate più di 130000. I tedeschi, furono i primi ad utilizzare le mine, attraverso utilizzando torpediniere, sommergibili e navi corsare, infatti il 27 ottobre 1914, affondarono la corazzata Audacius da più di 26000 T. intanto tutti i paesi belligeranti iniziarono a sperimentare nuove armi e di nuovi tipo d’innesco, fra quelli ad influenza magnetica e acustica. Gli americani, fabbricarono un particolare tipo mina antisommergibile, detta ad antenna, dalla cassa partiva un cavo di rame sostenuto da un gavitello, il contatto fra la il cavo di rame e lo scafo d’acciaio del sommergibile, provocava una leggera corrente che faceva chiudere un relè che attivava la mina.

    Di detta mina battezzata MK6 furono costruiti 120000, di questi più di 56000 furono posati fra le Orcadi e l’Utsire Bank, al fine d’impedire l’accesso ai sommergibili tedeschi in Atlantico, a profondità variabili fino ad 80m. si ritiene che questo sbarramento provocò la perdita di almeno 6 sommergibili.
    Parallelamente allo sviluppo delle mine, iniziarono i tentativi di neutralizzarle, all’inizio, si utilizzarono due pescherecci, che navigavano su rotte parallele alla stessa velocità, rimorchiavano tra loro un cavo d’acciaio (sciabica), che incocciando nel cavo d’ancoraggio trascinava le mine verso un basso fondale, fino a farle affiorare, dove venivano fatte affondare/esplodere con le armi leggere in dotazione all’equipaggio. Le navi militari, vennero dotate di particolari dispositivi, che partendo da due cavi (uno per lato) fissati alla prua venivano fatti divergere da un particolare congegno dotato d’impennaggi ( Paramine) al fine di allontanare le mine dalla nave. L’ammiraglio francese Ronarch, introdusse una nuove tecnica, un dragamine filava di poppa un cavo, dotato di un particolare dispositivo, che tramite la resistenza al moto manteneva il cavo ad una determinata quota (immersore), da cui dipartivano due cavi che rimorchiavano due apparecchi che sempre sfruttando la resistenza al moto divergevano verso l’esterno i cavi (divergenti), sui cavi erano montate speciale cesoie, che incocciando il cavo della mina lo tagliavano e la facevano emergere. Questo metodo con le dovute innovazioni tecnologiche e ancora in uso per il dragaggio delle mine ormeggiate.

    (*) ELIA Giovanni Emanuele
    Nato a Torino il 15 marzo 1866 Roma 17 dicembre 1935. Nel 1880 partecipa al primo corso della neo costituita Regia Accademia Navale, ne esce Guardiamarina nel 1855; sottotenente di vascello nel 1887; promosso tenete di vascello nel 1890, anno in cui presenta il brevetto della sua mina e si congeda per proseguire gli studi, registrando un cospicuo numero di brevetti. La ditta Vichers, adotta il suo brevetto per le mine utilizzate nella prima guerra mondiale.

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    So’ dove andrò

    di Calapai Francesca e Giovanni Caruso e Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    ‎Io lo so’ dove andrò, lì dove si raccolgono le anime dannate che nella vita hanno girato invano cercando sempre, cercando il senso delle cose.
    Io lo so’ dove andrò, lì dove si raccolgono le anime dannate che hanno troppo amato continuando a cercare il senso di quell’amore eterno mai trovato, anche se una parte di me ricorda sempre una frase di madre Teresa che piangendo diceva al suo confessore di non avere fede e lui le rispondeva che la vera fede è piena di dubbi più che di certezze.
    Le certezze sono quelle che hanno guidato tanti fanatismi religiosi. C’era e c’è chi in nome della sua assoluta certezza uccideva e uccide in nome di Dio …forse avere dubbi ogni tanto aiuta a crescere e cercare di capire e conoscere sempre di più l’assoluto che ci guida.

    Sento aridità, oscurità, solitudine.
    Torture avverto.
    Silenzio e vuoto intenso
    dentro di me.
    Soffro per il cercare e non trovare Cristo,
    per ascoltare senza udire.

    Il sorriso è una maschera o un mantello che copre ogni cosa. Madre Teresa, la poesia coglie un istante, lo stato d’animo di quell’istante. La preghiera è di quel momento, quel preciso momento in cui siamo felici e ringraziamo o abbiamo paura smarrimento dubbio e chiediamo aiuto…
    La giusta via è quella scelta tra mille dubbi, non quella che qualcuno ha scelto per noi reputandola unica e giusta.
    Io lo so’ dove andrò,  navigo le stesse acque, l’unico consiglio che mi  posso dare è di non affogare in mille dubbi e contemplazioni, in recriminazioni e accuse.
    A volte la vita è più semplice di quello che crediamo, basta viverla istintivamente … gli animali in questo sono il miglior esempio…è Lui, che è l’amore assoluto,  il primo dono che ci ha donato attraverso la vita.

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    10.10.1911, la città di Augusta e la guerra italo – turca (1911-1912)

    a cura Francesco Carriglio
    
http://www.augusta-framacamo.net/inserti-framacamo/insert40.asp

    …era il 10 ottobre 1911.

    Dopo una serie di accordi diplomatici europei da parte del Governo di Giovanni Giolitti con i paesi mediterranei e con la Germania, quest’ultima cercava di destabilizzare il ruolo centrale dell’Italia nel Mediterraneo. La Francia era impegnata alla conquista del Marocco e l’Inghilterra aveva problemi in Egitto. Nella Cirenaica e nella Tripolitania, allora provincie turche, vi si era da tempo stabilita una comunità italiana con grandi Interessi finanziari (Banche). Per l’invasione e la sovranità della Cirenaica e Tripolitania, il Governo italiano aveva ben presente che se l’Italia avesse attaccato la Turchia sul fronte africano, l’Austria né avrebbe approfittato per agire nei Balcani modificando i deboli equilibri europei. Con il pretesto di violenze subite da cittadini Italiani nella Cirenaica e nella Tripolitania il 29 settembre 1911 l’Italia dichiara guerra alla Turchia senza l’approvazione del Parlamento, usando l’art. 5 dello Statuto. Ebbero ordine di immediata mobilitazione: Il Regio Esercito, la Regia Marina e la neo Regia Aviazione.
    Per la posizione strategica e per le caratteristiche della rada lo Stato Maggiore scelse Augusta come base di partenza per la spedizione militare della guerra Italo-Turca, in questa circostanza nel porto furono migliorate le infrastrutture; con la costruzione della Capitaneria di Porto, l’adattamento di alcuni locali come deposito per materiale navale nel Forte Garçia, e come base del Comando Navale il Forte Vittoria. Per il potenziamento della scorta di combustibile navale (carbone) fu aggiunto al già presente deposito galleggiante Massilia una nuova carboniera militare da 4.500 T., per effettuare il trasporto del carbone a bordo delle Unità Navali venivano impiegati barconi in ferro e in legno. Giunsero nel porto di Augusta l’incrociatore Amalfi e, a difesa del porto per il servizio anti-silutanti furono destinati i Caccia Torpedinieri Garibaldino, Lenciere e le Torpediniere 140S e Serpente.
    Nei giorni successivi diedero fondo all’ancora nella rada la Corazzata Vittorio Emanuele, l’Incrociatore Garibaldi, con a capo il Contrammiraglio Thaon del Revel Comandante della 2° Divisione Forze Navali Riunite, gli incrociatori Coatit e Partenope, i Caccia Torpedinieri Ostro, Freccia, Strale e altre unità minori. Il 10 Ottobre 1911 giunge ad Augusta la Forza Militare da sbarco per Tripoli che partì lo stesso giorno scortata da unità navali fino alle coste africane. Le forze armate composte da 36.000 uomini agli ordini del Generale Carlo Caneva, dopo diverse battaglie, occuparono Tripoli e Bengasi. Il 23 ottobre 1911 per un audace controffensiva turca morirono 503 bersaglieri italiani appartenenti alla 4° e 5° divisione. Questa offensiva recò nello stato d’animo dei soldati italiani un odio irrefrenabile verso gli indigeni e commisero ciò che non dovrebbe in una guerra mai accadere, una strage di civili fra cui donne e bambini nella località di Sciara Sciat.

    Il mondo si indigna, gli italiani non hanno vita facile in quel territorio, piccoli nuclei di terroristi si armano per effettuare imboscate di vendetta contro i militari italiani. La Turchia si prepara a una ulteriore controffensiva, ma l’Italia gioca d’anticipo e inizia le operazione di manovra nel Mar Egeo, la Regia Marina Italiana mette a segno dei tiri contro i forti ai Dardanelli rendendoli inoffensivi, poi si scontra nello Stretto con la Marina Turca. La battaglia fu vinta dalle navi italiane per la superiorità di gettata dei loro cannoni. La Turchia si accordò alla pace firmata a Losanna il 18 ottobre 1912 rinunciando al controllo della Cirenaica e della Tripolitania, il Governo e il Parlamento italiano estesero la sovranità amministrativa sulle provincie conquistate. La sovranità italiana della Cirenaica e della Tripolitania rimane limitata solamente alla fascia costiera denominata “LA QUARTA SPONDA”, sino all’indipendenza di questi stati.

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    7.10.1571 a Lepanto, la croce e la mezzaluna e la preghiera alla beata Vergine Maria del Rosario

    di Pancrazio “Ezio”Vinciguerra

    PER GRAZIA RICEVUTA

    Arrigo Petacco, storico e autore di molti saggi, ha pubblicato “La croce e la mezzaluna: Lepanto 7 ottobre 1571” (Mondadori 2005). La narrazione dell’epica battaglia, minuziosamente narrata, trasferisce al lettore un documento di elevato impatto per comprendere come il valore della storia sia da tributare all’azione degli uomini. Il libro di Petacco, oltre che di grande attualità, rappresenta un contributo importante alla reciproca conoscenza forse non facile, ma necessaria, tra due diverse culture.
    Più di quattro secoli fa, la Lega Santa Europea sconfiggeva in mare a Lepanto i Turchi. Una svolta nella storia del vecchio continente. La battaglia durò solo cinque ore, cinque ore che cambiarono il nostro destino: l’Europa non diventò una provincia turca e il Mediterraneo non si trasformò in un lago musulmano.
    A Lepanto nel 1571, l’Europa vittoriosa conservò la sua indipendenza e la sua tradizione. I turchi che sembravano invincibili, furono costretti ad arrestare la loro espansione verso occidente. L’Impero Ottomano e la Lega di Stati Europei, a Lepanto si giocarono tutto, per questo lo scontro non fu lungo ma straordinariamente violento.
    Si dice che la flotta cristiana e quella turca in battaglia assunsero rispettivamente le formazioni della croce e della mezza luna. Il coraggio sovraumano con cui i Cavalieri di Malta difesero la loro croce, la più odiata dei musulmani, fanno da sfondo all’eroismo di molti e all’avidità di alcuni. Nella battaglia servì anche l’ingegno umano per l’espediente del grasso spalmato sui ponti delle navi cristiane in modo da far scivolare i turchi all’arrembaggio.

    C’era fra i combattenti cristiani un soldato d’eccezione si chiamava Miguel Cervantes. Nel Don Chisciotte della mancia, qualche anno più tardi racconterà in forma allegorica e onirica il tramonto degli ideai cavallereschi che proprio a Lepanto ebbero l’ultima straordinaria consacrazione.
    Nell’anniversario della vittoria navale di Lepanto riportata dalla flotta cristiana e attribuita all’intercessione di Maria, fu istituita da papa Pio V la preghiera del santo Rosario.
    In realtà l’origine storica della preghiera risale al Medioevo un tempo questo in cui i salmi costituivano il punto di riferimento principale per chi pregava, ma rappresentavano anche un ostacolo insuperabile per coloro che non sapevano leggere.


    Si pensò allora di aggiungere alla preghiera dell’Ave Maria i misteri della vita di Gesù Cristo, allineati, uno dopo l’altro come grani di una collana divenendo quindi una preghiera per tutti, semplice ma profonda. Più tardi, nel 2002- 2003, san Giovanni Paolo II nell’anno del Rosario aggiunse alla preghiera del Rosario i misteri della luce che ci fanno contemplare alcuni momenti significativi della vita pubblica di Gesù.


    Occorre non disperdere questa preziosa eredità ritornando a pregare in famiglia e a pregare per le famiglie. La famiglia che prega unita, resta unita.

    Battaglia di Lepanto
    Lo stendardo di Pio V e la Canzone dei Trofei di Gabriele D’Annunzio. 

    a cura Carlo Di Nitto
    Lo Stendardo di Pio V (o meglio, quello che ne resta) che sventolò a Lepanto sulla galea ammiraglia della squadra pontificia comandata da Marcantonio Colonna e da questi donato alla Cattedrale di Gaeta al suo ritorno da Lepanto.
    Così viene ricordato da Gabriele d’Annunzio nella sua:

    “Canzone dei Trofei”

    “O Gaeta, se in Sant’Erasmo sei
    a pregar pe’ tuoi morti, riconosci
    il Vessillo di Pio ne’ tuoi trofei,
    toglilo alla custodia perché scrosci
    come al vento di Lepanto tra i dardi
    d’Ali, mentre sul molo tristi e flosci
    sbarcano i prigionieri che tu guardi
    e che non puoi mettere al remo.”