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    13-14 agosto 1860, il fallito attacco al vascello Monarca

    a cura Antonio Cimmino

    Nella notte tra il 13 ed il 14 agosto 1860 la pirofregata Tuckery (ex Veloce della Marina Borbonica), al comando di Giuseppe Piola Caselli, su ordine dell’ammiraglio Persano, entrò nel porto di Castellammare di Stabia per catturare il vascello Monarca, nave ammiraglia della flotta borbonica.
    L’impresa era stata organizzata con la complicità del capitano di vascello Giovanni Vacca che si era venduto a Persano.
    Il capitano di fregata Guglielmo Acton, stabiese, comandante in seconda del Monarca, sventò l’attacco e fu ferito al ventre.
    La nave assalitrice non fu affondata a cannonate per la presenza in rada di unità inglesi e francesi interpostesi fra il munitissimo forte del reale cantiere navale di Castellammare di Stabia.
    Per la descrizione dettagliata dell’avvenimento si consiglia la lettura di G. Fontana, Attacco al Monarca, su www.liberoricercatore.it

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    13.8.1942, la regia nave Bolzano

    di Francesco Venuto

    …nella testimonianza di un sopravvissuto.

    PANAREA – Il mattino del 13 agosto del 1942 gli ottocento abitanti di Panarea vennero svegliati da due boati provenienti dal mare. L’incrociatore pesante “Bolzano” e l’“Attendolo” erano stati colpiti da due siluri lanciati da un sommergibile inglese nello specchio d’acqua davanti all’isola. Dalla spiaggia era possibile scorgere le sagome delle navi e il fumo denso e nero proveniente dal Bolzano, incendiatosi per lo scoppio di una caldaia.
    Attorno i cacciatorpediniere di scorta giravano nervosamente tentando di localizzare il sommergibile.
    Dall’isola partivano alcune barche per cercare di prestare soccorso ai superstiti.
    “Erano per lo più anziani, donne e pure qualche bambino. Io ero in acqua per aiutare un marinaio in difficoltà e vedevo le prue delle barche diventare sempre più grandi, avvicinandosi”.
    Vincenzo Costantino, 73 anni, poco più che ventenne all’epoca dei fatti, è un superstite del “Bolzano”; sul suo foglio matricolare c’e scritto che ha partecipato pure alla battaglia di Punta Stilo e di Capo Matapan. Oggi e un tranquillo pensionato di Villafranca Tirrena.
    Se a Panarea in questi giorni attraverso una mostra fotografica è stato ricostruito l’accaduto secondo quanto hanno visto gli abitanti da terra, Vincenzo Costantino lo racconta per come lo ha vissuto a bordo del Bolzano: “Tutto inizia la mattina del 12 agosto. ”Supermarina”, il comando a terra delle operazioni navali, ordina alle tre divisioni di stanza a La Spezia, Napoli e Messina di riunirsi al largo della Sardegna e, quindi, fare rotta verso Est. Io stavo in plancia, e il mio compito era quello di manovrare i telegrafi di bordo, mentre la mia qualifica era di sottocapo trombettiere. Dopo esserci riuniti con le altre navi abbiamo ricevuto la visita di un ricognitore inglese che ci aveva localizzati.
    A mezzanotte gli aerei nemici hanno lanciato persino dei bengala per poterci vedere. Poi ”Supermarina” con un fonogramma ci ordina di rendere esecutivo il grafico numero 9: che significava navigazione a zig-zag per evitare i siluri.
    L’equipaggio, comunque, sapeva benissimo che da un momento all’altro si poteva scatenare 1’inferno. Anche se solo dopo alcune ore si e appreso che il nostro obiettivo era un convoglio di navi inglesi in transito nello Stretto di Gibilterra. Obiettivo sfumato poiché in nottata eravamo già sulla rotta del ritorno con il ”Trieste” che navigava allineato al ”Bolzano”, davanti agli incrociatori ”leggeri”, e attorniati dai cacciatorpediniere. Finito il mio turno di guardia in plancia, come al solito, correvo al locale numero 6 per prendere la mia razione di caffè e di immancabili gallette.
    Non ebbi il tempo di sorseggiarlo perché dalla sinistra della nave si avvertì il primo scoppio seguito dal sussulto del ”Bolzano”. Istintivamente cercai di raggiungere la prora passando dal locale numero uno, ma invano perché il fumo delle caldaie in fiamme aveva gia raggiunto quella parte di nave. Tornai al 6, cercai una via di scampo svitando le ”farfallette” di un boccaporto; sollevato il portello, appena messa fuori la testa vidi l’Attendolo saltare in aria colpito dal secondo siluro. In tutto il sommergibile prima di fuggire ne sparò quattro, due dei quali andati a vuoto. Intanto ero rimasto incastrato con mezzo corpo fuori dalla nave e le gambe penzoloni, non riuscivo a sollevare completamente il portello di uscita, forse un tubo dell’areazione me lo impediva.
    Gridai aiuto, invocai il nome di Beato, il nostro capo trombettiere mentre sulla coperta della nave era l’inferno: vedevo i feriti che venivano trasportati a poppa, gli ustionati ricoperti dalla crema nera che avevamo in dotazione, i primi morti. Poi Beato arrivò e anch’io mi diressi verso poppa. Gli ufficiali e il comandante, tra l’altro, dovettero abbandonare la plancia ormai invasa dal fumo. Merzagora, il comandante, al primo imbarco sul ”Bolzano”, appariva fresco, risoluto, chiamò un marinaio per fare allagare la ”Santa Barbara”, il deposito delle munizioni, per evitarne lo scoppio, tentò fino all’ultimo di far restare l’equipaggio a bordo e di portare in secca la nave. Per tre volte un cacciatorpediniere ci lancio il sacchetto con cui recuperavamo il cavo d’acciaio che ci passava per rimorchiarci. Tutti i tentativi finirono con la rottura del grosso cavo d’acciaio. Fu a questo punto che il comandante venne a poppa e ci grido: ”Marinai del Bolzano, a chi il Bolzano?”. ”A noi”, rispondemmo in coro. ”Saluto al Re”, ”Viva il Re”, ”Saluto al Duce”. ”A noi”. ”Abbandonate la nave” ”.

    La testimonianza raccolta nel 1990
    «Durante le operazioni di abbandono del Bolzano abbiamo vissuto dei momenti drammatici: dovevamo allontanarci al più presto dalla nave perché la superficie del mare tutto intorno era coperta di nafta e poteva incendiarsi da un momento all’altro». Vincenzo Costantino racconta gli attimi di panico e di paura come se fosse accaduto ieri: «Nella confusione non riuscivamo a contarci, non sapevamo quanti di noi erano morti, chi era rimasto tra le fiamme, chi tra le onde cercava aiuto racconta Costantino –. E mentre ero sulla zattera di salvataggio improvvisamente vidi Vincenzo annaspare nell’acqua e guardare smarrito in cerca di un appiglio. Mi tuffai senza neanche pensarci e andando in immersione lo sollevai verso 1’alto per farlo avvicinare e aggrappare alla barca».
    Cosi Costantino salvo la vita a Vincenzo Barbera, compagno di marina e di sventura. I due amici si incontrarono di nuovo a Pola, dopo un paio di mesi. «Passeggiavo sul lungomare della cittadina istriana – ricorda Vincenzo Costantino quando improvvisamente mi sento abbracciare alle spalle e una mano mi copre gli occhi. Mi giro di scatto e mi trovo di fronte il volto dell’amico che avevo salvato nelle acque di Panarea. Ci gettammo entrambi le braccia al collo e Vincenzo non mi presentò subito agli amici che erano vicini col mio nome e cognome: per lui ero rimasto ”il salvatore”. Poi mi invitò a cena: e quella, per noi militari con pochi soldi in tasca e i tempi duri, era un’offerta di vera amicizia. Per questo gli risposi: ”Vicé, se hai qualche lira, conservatela, che ce ne sarà bisogno”. Poi non l’ho visto più, di lui si sono perse completamente le tracce». Quarant’anni di buio durante i quali Vincenzo Costantino ha più volte cercato l’amico chiedendone notizie a tutti i reduci che ha incontrato. Ha anche pensato di rivolgersi alla televisione, ma le liste d’attesa sono lunghe. «A quanto ricordo, Vincenzo Barbera dovrebbe essere della provincia di Siracusa – afferma Costantino –.
    Se oggi fosse vivo avrebbe la mia stessa età, settantatré anni. Lo devo ritrovare perché abbiamo tante cose da raccontarci e poi abbiamo lasciato in sospeso il discorso della cena: questa volta, pero, gliela offrirei io di vero cuore».

    L’incrociatore pesante Bolzano rappresentò una realizzazione per certi versi a sé stante, anche se in pratica si trattava di un Trento con alcune migliorie, soprattutto per quanto riguarda le sistemazioni per l’equipaggio, tanto che spesso viene indicato come facente parte di tale classe di unità. Come il Trento aveva una corazzatura sottile, sacrificata in funzione della velocità. In effetti fu l’incrociatore pesante più veloce tra quelli in linea nei ranghi della Regia Marina, alle prove infatti superò addirittura i 38 nodi.
    Resta ancora da capire quali furono le motivazioni che spinsero i vertici della Regia Marina da ordinare una tipologia di nave già all’epoca considerata decisamente migliorabile, cosa che avvenne con i successivi ottimi Zara. Tuttavia si trattava di un bastimento dalle linee decisamente piacevoli, tanto che venne definito “un errore magnificamente eseguito”. Impostato presso il cantiere OTO di Livorno l’11 giugno 1930, venne varato il 31 agosto 1932 ed entrò finalmente in servizio il 19 agosto 1933.
    Il 9 luglio 1940 prende parte alla Battaglia di Punta Stilo, inquadrato con il Trento nella III divisione. Il Bolzano venne centrato in tale occasione da tre proietti da 152 sparati dal Neptune, che danneggiarono il timone, distrussero un impianto lanciasiluri e aprirono una piccola falla a poppa. La nave tuttavia continuò il combattimento senza problemi.
    Il 27-28 novembre 1940 prese parte alla Battaglia di Capo Teulada, sempre inquadrato nella III divisione, dove al termine del contatto balistico riuscì a far valere la sua elevata velocità per rompere il contatto impari con le corazzate nemiche.
    Prese parte allo scontro di Gaudo in data 28 marzo 1941.
    Venne affondato il 22 giugno 1944 da un attacco di sommozzatori italiani facenti parte del Regno del Sud.

    Caratteristiche tecniche
    Incrociatore pesante classe “Trento” impostato l’11 giugno 1930 presso i Cantieri Ansaldo di Genova. Varato il 31 agosto 1932 e consegnato alla Regia Marina il 19 agosto 1933.
    – Dislocamento: standard 13.243 t – pieno carico: 13.885 t;
    – Lunghezza: 196,6 m;
    – Larghezza: 29,6,m;
    – Apparato motore: 10 caldaie – turbine Parson – 4 eliche;
    – Potenza: 150.000 CV;
    – Velocità: 35 nodi;
    – Armamento: 8 cannoni da 203/53 mm Ansaldo modello 1929 (in 4 installazioni binate); 16 cannoni da 100/47 mm OTO modello 1928 (in 8 installazioni binate); 4 mitragliere da 40/39 mm Vickers-Terni (in installazioni singole); 8 mitragliere 13,2 mm Breda modello 1931 (4 installazioni binate); 4 mitragliere da 12,7 mm; 8 tubi lanciasiluri da 533 mm (in 4 installazioni binate fisse); 3 idrovolanti Piaggio P6, 1 catapulta
    – Equipaggio: 725 uomini.

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    13.8.1919, Giovanni Pellizzari e la regia nave Basilicata

    di Gianni e Michelangelo Califano
    foto Michelangelo Califano

    Il Capo timoniere di 2^ classe Giovanni Pellizzari, caduto a Suez il 13 agosto 1919, nell’affondamento della regia nave “Basilicata”. Era giovanissimo, classe 1895,  originario di Tempio, poi la famiglia si stabilì alla Maddalena. Una Bonaria Pellizzari, forse una sorella, si sposò con un mio compaesano di Stintino, Giuseppe Diana. Un nipote mi ha messo a disposizione la foto. La nave affondò mentre percorreva il canale di Suez, a causa dell’esplosione di una caldaia, ci furono dieci vittime e la nave fu recuperata, perché bloccava il Canale, ma fu poi demolita. Dopo appena due anni di servizio, nel pomeriggio del 13 agosto 1919, il piccolo incrociatore, mentre era diretto in Mar Rosso al comando del capitano di vascello Fossati per rimpiazzare l’ariete torpediniere Calabria nella sua funzione di stazionario, affondò in fiamme nelle acque di Tewfik (all’imboccatura del canale di Suez), non lontano da Porto Said, a causa dello scoppio di una caldaia.
    Nella sciagura perirono circa 30 dei 250 membri dell’equipaggio, in larga parte àscari eritrei. Le vittime si ebbero a registrare soprattutto tra coloro che si trovavano nei pressi della sala macchine al momento dell’esplosione, mentre il resto dell’equipaggio (compreso il comandante Fossati), grazie alla scarsa profondità (dodici metri), che impedì alla nave di affondare del tutto, poté mettersi in salvo.
    Il relitto, affondato in acque basse, venne recuperato dapprima spostato in tre giorni, dato che ostruiva il canale di Suez, e quindi recuperato il 12 settembre 1920, ma i danni vennero ritenuti troppo costosi da riparare e pertanto la nave venne radiata e, il 1º luglio 1921, venduta per la demolizione.

    Giovanni Pellizzari, ha vissuto a Maddalena, ed è seppellito nella zona dei militari morti in guerra e non. Era il fratello di Zi Teresina, che aveva sposato Zi Antó Riva, hai presente dove ora c’è il rifugio dei peccatori? Li c’era la bettola di Antó riva. Quindi era anche lo zio di tutti i Riva, compreso don Giuseppe.
    Giovanni Pellizzari era fratello di mia nonna Carmela. È stato il più giovane capo di 1^ classe timoniere della Marina. Figlio di Pietro Pellizzari, ultimo ed unico figlio maschio di 5 figli, morì per l’esplosione della caldaia della R.N. Basilicata nel canale di Suez.
    È sepolto a La Maddalena nel sacrario militare. Allego foto di famiglia.

    Da sx. Zia Teresina che sposò zi Antò Riva, padre di don Giuseppe, mia bisnonna, mio bisnonno, mia nonna Carmela, in basso da sx.: zia Margherita, zio Giovanni, zia Bonaria.

    Giovanni Pellizzari, il terzo da destra, a casa del Sultano di Obbia.

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    12.8.1920, nel ricordo di Ettore Iaccarino

    a cura Antonio Cimmino


    Guardiamarina, pilota di idrovolante, fu insignito delle seguenti decorazioni:

    Medaglia d’Argento al Valor Militare
    Compì 78 missioni al largo e ricerche antisommergibili, anche in condizioni avverse di tempo. Prese parte a 4 bombardamenti di basi navali nemiche, durante i quali fu fatto segno al violento fuoco delle batterie avversarie. In una ricognizione attaccò decisamente unità navali, lanciando su di esse bombe a bassa quota, malgrado il tiro antiaereo e la minaccia di un idrovolante nemico, mentre nel suo apparecchio sviluppavasi un incendio alla radiotelegrafia. Diede sempre prova di slancio e coraggio”
Adriatico, 13 aprile 1917 – 14 febbraio 1918.

    Medaglia d’Argento al Valor Militare “alla Memoria”
    Ottimo pilota di idrovolante della squadriglia di Vallona, nel portare a termine una missione di ricognizione sulle linee degli insorti albanesi, lasciava la sua giovane vita precipitando con l’apparecchio in fiamme presso Penkova, investito da fucileria nemica”.
 Penkova (Albania) 18 giugno 1920

    Encomio solenne
    L’aspirante guardiamarina di complemento Ettore Iaccarino, benché l’apparecchio che montava non riuscisse a superare la quota di 2000 metri, muoveva ugualmente con decisione all’attacco di una base nemica riuscendo sia a lanciare le bombe che a scattare foto aree della zona nemica. 16 luglio 1917

    Notizie tratte da:
    http://www.bloginresina.it/ettore-iaccarino-il-top-gun-di-resina/

    La famiglia di Menotti Iaccarino ci ha inviato una copia digitale della “Gazzetta dell’Aeronautica” del 1926 contenente un articolo sui funerali del fratello Ettore, pilota abbattuto in Albania, che si tennero a Resina in forma solenne. Ringraziamo e pubblichiamo sperando così di rendere omaggio ad un illustre eroe, grande figlio di Resina

    Riportiamo integralmente l’articolo dell’epoca datato 22 febbraio 1926.

    LE SOLENNI ONORANZE AD ETTORE IACCARINO
    Qualche settimana fa, Resina, uno dei più ridenti e patriottici paesetti della plaga vesuviana, ha tributato solenni onoranze alla salma di un eroico cittadino: il valoroso sottotenente di vascello pilota Ettore Iaccarino, prode soldato ed intrepido volatore.
Fu educato sin dai primi anni ad una vita laboriosa ispirata ai nobili sentimenti del dovere e del più alto patriottismo; seguendo poi vecchie tradizioni familiari scelse la carriera marinara: d’ingegno svegliato e dotato di una vasta cultura conseguì giovanissimo nel 1916 il diploma di capitano di lungo corso presso il Regio istituto Nautico di Napoli, e fu subito ammesso a frequentare la Regia Accademia navale di Livorno, di cui uscì, nel successivo 1917, con il grado di aspirante guardiamarina di complemento.
    Destinato subito alla scuola d’Aviazione di Taranto, conseguì successivamente i brevetti di osservatore e di pilota e fu inviato alla Squadriglia Idrovolanti di Brindisi.
    Ancora aspirante con decreto del 25 ottobre 1917 per un importante azione militare su Durazzo meritò un encomio solenne, che fu più tardi convertito in una croce di guerra.
Promosso guardiamarina il 21 luglio 1917 e sottotenente di vascello il 16 maggio 1918, prese parte a numerosi bombardamenti di basi navali ed unità avversarie ed a tutte le azioni svolte in quell’epoca dalla sua squadriglia. Con decreto del 22 dicembre 1918 gli fu così conferita una medaglia d’argento al valor militare e più tardi una croce al merito di guerra.
    Un’altra croce gli venne poi conferita in occasione di un’interessante azione svolta insieme al valoroso Comandante De Pinedo; i due intrepidi aviatori difatti “arditamente portavansi con il loro idrovolante su una munitissima base nemica, mai raggiunta da altri ed in pieno giorno assumevansi volontariamente di lanciare manifestini di propaganda pur non ignorando la sorte loro riservata in caso di cattura.“

    In seguito fu qualche tempo alla squadriglia idrovolanti di Napoli, finché nel 1920 non partì per Brindisi ed indi il 17 giugno 1920 per Valona. Partecipò così il giorno 18 giugno 1920 all’azione combinata fra esercito e marina contro gli insorti albanesi , levandosi in volo con un “F.B.A.”, con rotta verso Drasciovitza, in servizio di ricognizione.
Era in volo da oltre mezz’ora, quando improvvisamente, si vide l’idrovolante prima planare e poi cadere verso Penkova nelle linee degli insorti. A nulla valsero le immediate ricerche eseguite a cura delle truppe italiane e della nostra Base navale: il più fitto mistero regnò quindi sulla sorte toccata al valoroso Iaccarino ed al suo compagno di volo; solo più tardi il nostro console di Valona poté essere informato che l’apparecchio, colpito dal fuoco della fucileria nemica era precipitato in fiamme, causando la morte dei due intrepidi aviatori italiani.
    Resina, grata perciò al sacrificio compiuto dal suo eroico figliuolo, ha voluto onorare la memoria in occasione dell’arrivo della sua salma gloriosa. Ai funerali riusciti imponentissimi parteciparono largamente autorità e cittadini: il corteo formatosi dopo la cerimonia in chiesa, attraversò il Corso Ercolano, la via fontana la salita Pugliano e la piazza omonima. Alla testa erano le guardie municipali, le guardie campestri ed i vigili daziari in grande uniforme, la banda civica, l’avanguardia fascista, le scuole municipali e private i giovani esploratori.
Seguivano la centuria di Resina della Milizia Nazionale, la squadra fascista Ettore Iaccarino con la fiamma, una compagnia del corpo Reale equipaggi, gli studenti medi ed universitari, il clero al completo e tutte le autorità civili e militari, nonché una larga rappresentanza della R. Aeronautica. La salma gloriosa riposava su di un carro di artiglieria fiancheggiato dai vessilli delle Sezioni mutilati e combattenti di Resina, Portici, San Giovanni a Teduccio e Torre del Greco.
    La salma, dalla chiesa di S. Agostino al carro fu portata a spalla dai fratelli dell’eroe e dalla Piazza Pugliano alla Chiesa da quattro ex combattenti decorati al valore.
Le onoranze riuscirono austere e solenni, degne perciò dell’Eroe. Al padre di Ettore Iaccarino, Cav. Francesco Saverio, che vive nel culto della memoria del suo valoroso figliuolo ed alla famiglia tutta inviamo intanto il saluto commosso e cordiale di aviatori italiani, che in Ettore Iaccarino ebbero un camerata buono, intelligente e valoroso.

    Ricordiamo che nel 24 maggio 1915, all’entrata in guerra dell’Italia, il Servizio Aeronautico della Regia Marina era così organizzato:
    – 3 Aeroscali per dirigibili a Ferrara, Jesi e Campalto;
    – Stazione Idrovolanti di Venezia con due aviorimesse (Sant’Andrea a Punta Sabbioni) con sei aerei di tipo diverso;
    – Stazione Idrovolanti di Porto Corsini con quattro aerei Borel;
    – Stazione Idrovolanti di Pesaro con due Flying Boats Curtiss;
    – Scuola di aviazione di Taranto con quindici aerei Curtiss;
    – Nave appoggio idrovolanti “ELBA” a Brindisi con due Idrovolanti Curtiss.
    Il 1916 vide importanti mutamenti nell’organizzazione dell’Aviazione di Marina, fra cui l’istituzione, presso l’Ufficio del Capo di SM, dell’Ispettorato dei Sommergibili e dell’Aviazione, retto da un Contrammiraglio.
Nel 1917 venne costituita la prima squadriglia navale di siluranti aeree, denominata “Squadra Aerea San Marco”, che fu comandata dal marzo 1918 da Gabriele D’Annunzio, che ne coniò il motto: “Sufficit Animus”. Tale Squadriglia era mista, in quanto formata da aeroplani da ricognizione-bombardamento (velivoli S.I.A. 9B – 4 velivoli nel 1° semestre 2018 e 7 velivoli nel 2° semestre 2018) e da ricognizione/caccia (10 velivoli SVA).
La neocostituita componente aerea della Marina ebbe un fortissimo sviluppo durante la Prima Guerra Mondiale, se si tiene conto del fatto che all’inizio delle ostilità contro l’Austria-Ungheria la Regia Marina disponeva di soli 38 piloti, 396 uomini di supporto, tre stazioni di idrovolanti, tre dirigibili e 15 aerei idrovolanti e che al termine del conflitto poteva contare su 791 piloti, circa 10.000 uomini di supporto, 25 dirigibili, 552 idrovolanti e 86 aeroplani, iscritti nel quadro del Naviglio Aereo e condotti da proprio personale, con punte massime di 1100 idrovolanti e 130 aerei.
Numerose furono le onorificenze al Valore conseguite dal “Personale della Regia Marina destinato all’Aviazione” nel corso della Prima Guerra Mondiale impegnato in missioni di ricognizione, avvistamento di sommergibili, caccia e bombardamento: 2 Medaglie d’oro, 187 Medaglie d’argento e 216 Medaglie di bronzo.

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    12.8.1944, Bruno Viola e l’eccidio di Malga Zonta

    a cura Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    (Vicenza, 6.9.1924 – Malga Zonta, 12.8.1944)

    Nasce a Vicenza il 6 settembre 1924, risiedeva con i genitori nel comune di Caldogno, quando decise di arruolarsi in Marina dove divenne radiotelegrafista.

    L’8 settembre 1943, si trovava a Roma, presso il “Distaccamento Marinai”. All’armistizio il giovane, che durante la Resistenza tutti avrebbero chiamato ” Marinaio”, raggiunse i suoi nel Vicentino e, nella primavera del 1944, si aggregò ad una piccola formazione di patrioti, attiva nella zona tra Gambugliano e Torreselle. Il gruppetto si aggregò poi al battaglione “Marzarotto”, operante nell’alta Val Posina.
    Ai primi d’agosto “Marinaio”, al quale era stato affidato il comando di una squadra della Divisione garibaldina “Garemi”, si portò alla Malga Zonta, dove gli Alleati avrebbero dovuto effettuare un aviolancio d’armi e munizioni. I rifornimenti non arrivarono mai. Invece, quasi certamente per una delazione, giunsero nella notte tra l’11 e il 12 agosto, nella zona di Passo Coe, reparti di SS e d’Alpenjaeger che cominciarono a rastrellare le malghe. Intorno alle 5 del mattino, uno dei dodici partigiani di Viola, che era stato lasciato di guardia, si accorse dell’arrivo dei tedeschi e diede l’allarme. Ma Malga Zonta era ormai completamente circondata. La coraggiosa reazione dei partigiani, male armati, non durò a lungo.
    “Marinaio”, i suoi dodici uomini e quattro dei malgari che si trovavano nel rifugio, furono fucilati sul posto, poche ore dopo la resa.
    Bruno Viola fu insignito con la Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione:
    «Comandante di una pattuglia di partigiani, teneva fronte per lungo tempo a soverchianti forze tedesche che l’avevano circondato. Terminate le munizioni, abbatteva in lotta corpo a corpo due nemici e con le armi ad essi strappate prolungava l’eroica resistenza finché sparata l’ultima cartuccia, veniva sopraffatto e catturato. Condotto alla fucilazione, insieme ad altri compagni, li incitava al supremo sacrificio e prima di morire lanciava in faccia ai carnefici il grido: “Viva l’Italia!”».
    A Bruno Viola sono state intitolate una via a Vicenza e una piazza a Caldogno.

    Alla Malga Zonta una lapide ricorda anche le altre vittime dei nazisti: Marcello Barbieri (nato a Valdagno nel 1926), Antonio Cocco (Monte di Malo,1912), Romeo Cortiana (1925), Ferdinando Dalla Fontana (Arsiero, 1924), Dino Dal Maso (Posina, 1926), Angelo Dal Medico (Monte di Malo, 1923), Gildo De Pretto (Posina, 1899), Giocondo De Vicari (Roncà, 1926), Bortolo Fortunato, Gelsomino Gasparoni (San Vito di Leguzzano, 1925), Angelo Losco (Posina, 1926), Giuseppe Marcante (Monte di Malo, 1925), Eupremio Marchet (Seren del Grappa, 1921), Mario Scortegagna (San Vito di Leguzzano, 1925), Giobatta Tessari (Malo, 1925), Domenico Zordan (Monte di Malo, 1921).
    (Fonte A.N.P.I.)

    Note (Fonte Quotidiano Trentino)
    Degli esecutori materiali dell’eccidio non si sarebbe saputo mai niente, irriconoscibili perché appena intravisti e di spalle nelle due foto da loro scattate, se non grazie ai Comandi tedeschi che nei mesi successivi all’eccidio proposero i seguenti militari della 2° e 3° Compagnia del Einsatzkommando Bürger per la concessione della “Croce di ferro di seconda classe”:
    – mar.llo magg.-SS Bertram Wilhelm;
    – mar.llo magg.-SS Guggenberger Karl;
    – mar.llo magg.-SS Miehe Willy;
    – mar.llo magg.-SS Wolf Heinrich;
    – serg. magg.-SS Heuer Fritz;
    Il 12 agosto, durante l’Operazione “Belvedere”, muoiono altri 5 partigiani:
    – Enrico Faini “Goito”, cl. 25, da Mantova; caduto a Posina;
    – Stelvio Vitella “D’Artagnan”, cl.23, n. e res. Marano Vic.; caduto a Laghi;
    – Albino Costa “Mazzini”; cl. 23, n. Santorso, res. Tretto; caduto sul Novegno (Bocchetta della Solasulla, tra M: Rione e M. Vaccaresse);
    – Mario Ramina “Marani”; cl. 04 da Schio; caduto sul Novegno (Bocchetta della Solasulla, tra M. Rione e M. Vaccaresse); a suo nome e di un altro caduto è denominato il Btg. “Ramina-Bedin”;
    – Domenico Cichellero “Lupo”; cl. 25, n. Valli del Pasubio, res. Tretto; caduto sul Novegno (Bocchetta della Solasulla, tra M. Rione e M. Vaccaresse);
    Il 13 agosto, nei pressi di Malga Zonta, cade il partigiano:
    – Dino Gelato “Giglio”; cl. 22, n. e res. Isola Vicentina;
    Anche nel bilancio di questo rastrellamento, elevatissimo il costo pagato dalla popolazione, rea di patteggiare per i suoi ragazzi; solo Posina ha 11 contrade, per un totale di 112 fabbricati distrutti.

    I tedeschi fecero irruzione ma trovarono una reazione armata. Un sottufficiale tedesco venne ucciso sulle scale. Continuò la sparatoria con la morte di 5-7 tedeschi ed alcuni feriti. Il Viola e qualcun altro sparavano alcuni colpi ogni tanto. Il fuoco tedesco era continuo. Alla fine gli occupanti del primo piano dell’abitazione, uscirono e vennero allineati sotto la tettoia della porcilaia. Poco dopo il controllo da parte dei tedeschi, dovettero uscire anche i malgari, che avevano come dormitorio una parte della casara. Vennero così tutti allineati con le mani alzate sotto la tettoia della porcilaia. Furono risparmiati dai tedeschi diversi malgari. In realtà dalle testimonianze raccolte dei due unici attuali sopravvissuti, Bruno e Antonio Fabrello, residenti ad Arsiero, si apprende che oltre a loro furono risparmiati dai tedeschi alcuni malgari, riconosciuti, prima della fucilazione che si verificò tra le 8 e le 8.30 dagli indumenti sporchi di stallatico e scarpe da lavoro (sgalmere) e fatti spostare sulla sinistra della porcilaia. Dette persone, di cui si credeva fossero stati fucilati, e che si salvarono secondo le testimonianze di Fabrello Bruno e Antonio sono:
    Bauce Domenico (Menego), anni 40, casaro sulla Malga Zonta, presumibilmente morto nel 1971 e da ulteriori ricerche morto a Valdagno il 19.4.1968; Fabrello Antonio (Toni il Rosso), anni 17, attualmente superstite vivente ad Arsiero; Gino Corneali, anni 16, da Recoaro, emigrato in Francia, morto 4-5 anni fa di ictus cerebrale; Fabrello Giuseppe, anni 22, da Arsiero, morto a 49 anni; Scatolaro Francesco, anni 19, da Arsiero, morto a 63 anni; Fabrello Bruno, di Arsiero, di anni 17, vivente; Fabrello Luigi, anni 17, da Velo D’Astico; Brunello Antonio (Tonin) di anni 70, sempre alle spalle di Fabrello Bruno; Martini Giuseppe, da Arsiero, anni 24; Ernesto Piccoli, anni 16, coperto da Fabrello Bruno; Storti Bruno, da Recoaro, anni 16, coperto da Fabrello Bruno.

    I 17 caduti a Malga Zonta vennero trasportati in un primo tempo nella casara e poi sepolti in una buca poco distante dalla casa d’abitazione della stessa Malga, la quale si era parzialmente formata per lo scoppio di una bomba della guerra 1915-18. Vennero sepolti quattro a quattro con sopra il Viola, vennero coperti con la poca terra che si trovava nella buca e con sassi prelevati da un muro vicino.
    Dalla testimonianza della signora Annetta Rech attualmente residente a Morganti di Folgaria (TN) risulta che le due fotografie la cui riproduzione è presente sulla lapide del monumento di Malga Zonta, non furono rinvenute nel portafoglio di un tedesco ma consegnate assieme ad una terza fotografia dalla stessa Annetta Rech al Generale Donà e da questi a Bice Rizzi, direttrice del Museo del Risorgimento di Trento, presso il quale tuttavia non sono reperibili. La Rech ebbe le tre fotografie da Karl Willmann, sottufficiale tedesco, presso il Comando tedesco di Lavarone.
    La terza fotografia rappresentava delle persone inginocchiate con le mani appoggiate sopra il capo.
    La riesumazione dei caduti di Malga Zonta fu eseguita negli ultimi giorni di maggio del 1945. Secondo le testimonianze avute dalla sig. Losco Costantina (Rina) abitante a Torre Belvicino (VI) e dal sig. De Pretto Gino abitante nel comune di Posina (VI), una quindicina di persone erano presenti alla riesumazione.
    Costantina Losco afferma che il cadavere di Bruno Viola, conosciuto come “Marinaio”, fu riconosciuto sulla base di un dente d’oro. De Pretto Gino racconta che il Marinaio fu il primo a essere riesumato e lo riconobbero da una casacca da marinaio e da uno o due denti d’oro. Il fratello gemello De Pretto Gildo fu riconosciuto da un braccio e una mano malformata fin da bambino.
    I familiari viventi di Bruno Viola, tre sorelle ed un fratello (Viola in Ceola Maria, classe 1930, Viola in Valente Rosina, classe 1932, Viola in Maggiorin Genoveffa classe 1936 e Viola Francesco classe 1938, tutti residenti nel comune di Caldogno (VI), affermano che il cadavere di Bruno Viola non fu riconosciuto da alcun familiare né al momento della riesumazione, né nei giorni in cui fu depositato presso una sala a Schio (VI). I familiari vennero avvertiti da un messo comunale di Schio dopo 8 giorni della presumibile riesumazione e si dicono certi che il fratello era assolutamente privo di denti d’oro. Ricordano che la madre visse gli ultimi anni nella convinzione che non fosse il figlio quello che risulta tale essere sepolto a Caldogno, e ha sempre vissuto nella speranza di un ritorno. Purtroppo non era a conoscenza del fatto che secondo il registro dei deceduti della parrocchia di Caldogno, anno 1944 – 1945, Bruno Viola figlio di Redenzio e di Marina di anni 19, che il giorno 6 agosto 1944 cadde in azione partigiana a Folgaria, fu sepolto il giorno 5 giugno 1945.
    In conclusione non esiste alcuna testimonianza che dimostri che l’uomo fucilato a Malga Zonta come Bruno Viola fosse lui. Il cadavere di Viola non è mai stato riconosciuto. È’ obbligo morale richiederne la riesumazione, in quanto con le sofisticate tecnologie disponibili sarà possibile stabilire, confrontando il DNA del cadavere con quello dei parenti, se Viola è stato sepolto a Caldogno o no.
    Commemorare senza riportare la verità i caduti di Malga Zonta, significa perpetuare un’offesa alla dignità di chi ha sacrificato la vita, dei sopravvissuti e dei parenti.
    Il valore della Resistenza si ricorda e si tramanda nella verità, solo nella verità.

  • Marinai,  Marinai di una volta,  Navi,  Racconti,  Recensioni,  Storia

    12.8.2000, Kursk

    di Carlo Di Nitto

    Il 12 agosto del 2000, per un’esplosione di origine ignota, il sottomarino nucleare russo Kursk si inabissò a -108 metri nelle gelide acque del Mar di Barents. Le cause di questo incidente non sono ancora chiare e forse non lo saranno mai.
    Quello che è certo è che nel sottomarino morirono 118 marinai.
    Il 19 maggio 2001 partecipai al 38° Raduno Internazionale dei Sommergibilisti.
    Erano presenti anche numerosi parenti dei Caduti del Kursk. Tra questi, la Madre di un Guardiamarina alla quale, in segno di commosso e deferente omaggio al figlio scomparso, donai il mio distintivo. Lei, per ricambiare, mi donò il distintivo del Kursk sopra fotografato, già appartenuto al figlio morto nell’affondamento.
    Lo conservo gelosamente.
    Oggi ricorre l’anniversario della tragedia del Kursk.
    Questa immagine vuole essere il modestissimo omaggio di un marinaio alla Memoria di quei Marinai scomparsi.

    DISTINTIVO SOTTOMARINO KURSK

  • Attualità,  Racconti,  Recensioni,  Un mare di amici

    Il 10 agosto 2020 è la notte delle stelle cadenti

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra


    Il destino decide per noi perché sa che se ci siamo trovati un motivo ci deve essere. Ognuno di noi ha un suo scopo nel mondo perché è una particella di Lui che vive e si rispecchia in un’altra particella di Lui.
    Ognuno di noi, in questa notte di Stelle (la mia avrebbe compiuto 98 anni proprio oggi nella notte delle stelle cadenti), guarderà la stessa luna e domani sarà riscaldato dallo stesso sole.
    L’avermi sostenuto, in questi anni, mi ha aiutato a rendere più sopportabili queste interminabili e pensierose giornate. Se vi dico che vi voglio bene, mi credete?
    GRAZIE