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    Il porto di Villa Lagarina

    di Roberta Ammiraglia88
    https://www.ammiraglia88.it
    https://www.mondovespucci.com

    …con il suo traghettatore.

    roberta-ammiraglia88-per-www-lavocedelmarinaio-com-copiaIl fiume Adige veniva utilizzato per trasportare le merci da Bolzano a Verona e viceversa; spesso si arrivava fino all’arsenale di Venezia. Verso sud si usavano le zattere, mentre per le consegne destinate a nord c’erano i burchi. Le zattere facevano spola solo all’andata e, alla fine della navigazione, entravano in segheria perché il loro legname veniva riutilizzato. Alcune zattere più grandi, con tronchi lunghi, erano già destinate all’arsenale di Venezia per le navi della Serenissima. I burchi risalivano la corrente carichi e trainati da cavalli, o da buoi, e dovevano ridiscendere senza merce perché ospitavano a bordo i loro animali, per il successivo traino.
    La navigazione non era facile; il fiume non era rettilineo, c’erano accumuli di detriti dei vari affluenti e bisognava stare attenti alle “roste” (ripari per i campi) che creavano correnti anomale. Le merci venivano custodite dentro botti di legno per evitare i danni causati dall’acqua.
    I punti nevralgici erano: il porto di Bronzolo; Lavis; Sacco; Pescantina.
    Secondario era il porto di Villa Lagarina. I materiali che provenivano da questo porto di Villa erano: legname da costruzione, zucchero e caffè, vino, sete colorate, sale, pelli lavorate, chiodi tedeschi e lamiere di rame, grano. Pomarolo invece spediva il tufo e, nei pressi del porto, c’era una fabbrica di coppi.
    I tempi di percorrenza erano: con la zattera da Bronzolo a Trento mezza giornata e da Trento a Verona 2 giornate (si viaggiava di giorno); con il burcio, per lo stesso percorso, da 2 a 4 giorni. Per Venezia ci volevano 8 giorni.

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    L’attraversamento dell’Adige a Villa Lagarina teneva in comunicazione le località della vallata. Il primo ponte fu costruito nel 1847, ma prima c’era un traghettatore.
    Il traghettatore, detto “portener” (portinaio), trasportava persone, animali e cose da una sponda all’altra del fiume. Prendeva inoltre in carico e custodiva le merci che arrivavano, o partivano, al/dal porto. Le prime notizie del “port” – traghetto di Villa Lagarina sono del gennaio 1489. La possibilità di trasportare persone, animali e merci da una sponda all’altra era un privilegio dell’Imperatore. Questi cedeva il diritto ai suoi vassalli; per Villa era il Principe Vescovo di Trento. Anche lui poteva passare l’amministrazione ad un signore, o signorotto, che spesso a sua volta lo dava in concessione. I Conti Lodron e signori di Castel Nuovo e Castellano stipularono infatti un contratto con un sig. Vicentini per l’affidamento di un servizio di traghetto e la conduzione del “porto”. Il contratto aveva durata 19 anni, rinnovabile di altri 19. L’affitto andava pagato annualmente il giorno di San Michele (29/09). Era indispensabile che il traghetto fosse solido, fornito di barche, di corde e di ogni strumentazione necessaria al trasporto, e che fosse in sicurezza.
    Si conoscono le tariffe applicate nel 1685. La moneta usata era il “carantano”. Con 13 carantani si faceva un trono. La paga giornaliera di un manovale era un trono e mezzo. Ecco alcune tariffe per:
    – una persona, andare e ritornare carantani 1;
    – un Cavallo o Mullo carantani 4;
    – una Carrozza, Calesso o Birba o Carretta con due Cavalli carantani 10;
    – un Carro andare e ritornare carico carantani 7;
    – una Cesta ossia minalla senza manico non ordinaria con la persona carantani 4.
    Le tariffe erano raddoppiate se il fiume era piena.

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    In una relazione effettuata nel 1810, è scritto che: la rendita “sporca” del Porto era di circa 850 fiorini all’anno (1 fiorino = 5 troni); la spesa annua sostenuta per il mantenimento era di circa 450 fiorini – principali spese: reghem (la fune sospesa tra le sponde), soghe, riparature di barche, dei scanelli (piccole panche), del pavimento del porto, mantenimento di un uomo continuo di custodia e di servizio.
    Sembra che l’invenzione di questo traghetto sia di Leonardo da Vinci. Il particolare mezzo di trasporto era attaccato con una fune ad un cavo che univa le due sponde. Ponendo la prua del traghetto, in un verso o nell’altro, si sfruttava la forza della corrente del fiume per spostarsi. Uno simile è ancora in attività e si trova a Imbersago.

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    Al porto di Villa Lagarina c’erano anche un deposito per le merci, un ricovero per gli animali, un locale di ristoro (visti i tempi di percorrenza del fiume e la necessità, per i burchi, di far riposare gli animali) e una chiesetta dedicata a San Giovanni. Questa era annessa al porto fluviale, tanto che era nominata chiesa di “San Giovanni al Porto”. A conferma che la zona è “storicamente definita porto fluviale” ci sono vari documenti pubblici in cui tale chiesa viene citata proprio così.
    Solo nel 1847 venne inaugurato il primo ponte per attraversare il fiume. Nel 1895 il secondo ponte di legno venne sostituito con uno in ferro ripristinando, durante i lavori, il traghetto!

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    16.10.1919, Poni Vittorio

    di Federica Ziglioli
    Le fotografie sono state concesse dall’autrice per gentile concessione a www.lavocedelmarinaio.com (diritti riservati di Federica Ziglioli)

    Alla memoria del Sergente Meccanico Poni Vittorio (Pisogne 16/10/1919 – Mar Mediterraneo 09/09/1943) Matr.42953 Regia Marina Italiana, era mio zio…

    …riceviamo e pubblichiamo con immenso orgoglio, commozione e ammirazione questa misericordiosa testimonianza d’amore.

    Federica Ziglioli per www.lavocedelmarinaio.comCiao Ezio,
    sono passati quasi 73 anni da quel fatidico 09/09/1943, io sin da bambina ho sentito parlare di quello zio conosciuto da me solo tramite questa fotografia, posta su di un mobile nell’ingresso di casa dei miei nonni, che mi fermavo a guardare ogni volta che gli passavo innanzi.
    Oggi dopo 73 anni da donna e madre, ho deciso di portare a termine quella promessa morale che feci, ancora bambina, a quella foto: “vorrei cercare di scoprire cosa ti successe quel fatidico giorno”.
    Nei miei pensieri di bambina, passavo ore ad immaginare dove potevi essere, cosa mai ti era successo durante l’affondamento…
    Immaginavo che tu ti eri salvato, e che dopo il naufragio, avevi perso la memoria quindi non ricordandoti più niente, ti eri fatto una nuova vita altrove, lontano da qui e dalla tua famiglia.
    Sai la tua mamma, la mia nonna bis, non ha mai smesso di cercarti, mi hanno raccontato, io sono nata parecchi anni dopo la sua morte, che aveva cercato in ogni dove notizie su di te, perché come dice lei, con il suo cuore di mamma sapeva che tu non eri morto.
    Ha passato 20 anni sperando di vederti un giorno comparire sulla sua porta di casa…
    Io sono solo una delle tue pronipoti che però sta cercando in tutti i modi che le sono possibili di sapere e scoprire se quei suoi “sogni di bambina” erano reali o se invece, quel tragico giorno tu sei finito in fondo a quel freddo mare che hai tanto amato ma che forse ha voluto tenerti con se per l’eternità.
    In questi giorni sto’ imparando un po’ a conoscerti leggendo i tuoi diari, ed ho capito quanto amavi il tuo lavoro di meccanico sulle navi. Mi sono commossa leggendo del tuo arrivo il 01/01/1937 al collegio Navale della Gioventù Italiana del Littorio.

    Vittorio Poni sul regio cacciatorpediniere Da noli (1942) - www.lavocedelmarinaio.com
    Nelle tue parole traspare il senso del dovere, l’emozione per aver la possibilità di trovarti in quella scuola così prestigiosa e importante, l’ammirazione alle volte reverenziale che avevi verso i tuoi professori e i tuoi superiori.
    A quel tempo avevi 18 anni ma stavi ancora crescendo, leggo le pagine in cui descrivi la tua famiglia e sento crescermi 1 gola un nodo, penso di capire un pochino la nostalgia che provavi lontano da casa, avevi lasciato la tua mamma, tuo papà e i tuoi fratelli tutti più piccoli di te.
    Soffrivi il mal di mare ma hai avuto la forza e la costanza di combattere contro questo tuo limite e sconfiggerlo, per poter diventare il marinaio che sei diventato.
    Le tue pagine sono una testimonianza storica, la storia della nostra Italia, che poco dopo sarebbe entrata nel 2° conflitto mondiale.
    So che nello studio ti impegnavi molto ma eri anche molto critico e severo con te stesso, non capita tutti i giorni di leggere le parole di un ragazzo che trovava giusto le punizioni che gli venivano date se trovato impreparato o non eseguiva nel modo corretto i “doveri” , come li chiami tu, tu non volevi deludere nessuno e volevi fare al meglio gli esami .
    Mi fa tenerezza leggere il tuo entusiasmo e la gioia per il nuovo refettorio che era stato costruito nel collegio.

    refettorio del collegio - www.lavocedelmarinaio.com

    Poi nel 1940 l’Italia entra in guerra e tu prendi servizio prima come Sottocapo meccanico sul cacciatorpediniere Da Noli e poi fino al giorno della tua scomparsa come Sergente meccanico, so che pochi giorni prima dell’armistizio avevi scritto a casa che saresti tornato in licenza qualche giorno perché ti stavano dando il grado di Maresciallo e saresti tornato per farti fare le divise prima della consegna ufficiale dei gradi.
    Ma purtroppo non sei mai riuscito a ritirare quei gradi e sei scomparso, disperso in quelle acque fredde come Sergente Meccanico.
    Le tue parole negli scritti dei giorni di guerra si fanno più mature, traspaiono emozioni diverse, da quell’ingenuità di ragazzo alla scuola diventano pensieri più pesanti, più malinconici, si legge il dolore interiore che provavi per quelle persone che vedevi morire nelle azioni di guerra.
    Tu però eri, nonostante tutto questo ancora convinto che quello che stavi facendo era la cosa giusta, credevi ancora in quegli ideali su cui si basava la Marina e la società del tempo.

    regio cacciatorpediniere Da Noli - www.lavocedelmarinaio.com

    Hai descritto missioni di ricerca di naufraghi dopo l’affondamento di altre navi e mi sono chiesta cosa tu stessi provando in quel momento, sicuramente avrai pensato che forse un giorno anche a te sarebbe capitata quella sorte.
    Parli anche di un certo Lorandi che avevi tratto in salvo con il cacciatorpediniere e che abitava a Lovere, chissà se quest’uomo è mai ritornato alla sua casa?!
    Ho letto sia su i tuoi diari, sia su altri scritti che parlano della tua nave, che il Da Noli aveva subito parecchi danni durante un azione di guerra e che era stato in cantiere per un po’, tra le tue foto c’è ne è proprio una della nave danneggiata.

    Regia nave Da Noli in cantiere danneggiata - www.lavocedelmarinaio.com

    Purtroppo negli anni le tue foto e le tue lettere sono andate perse e a me sono arrivati solo pochi scatti e qualche diario.
    Poi è arrivato quel fatidico 09/09/1943, mi sono chiesta tante volte cosa pensavi in quelle ore, come avrai vissuto quei momenti, l’Italia era allo sbando, le forze armate erano impreparate a quel cambio di fronte, e i tedeschi erano tanti, troppi sul nostro territorio.
    Sono quasi certa che tu anche in quei giorni avrai scritto sul tuo diario, ma haimè, quel diario probabilmente era con te sulla nave e oggi giace a 95 metri di profondità come il relitto del Da Noli, nella acque davanti alla Maddalena, dove forse anche il tuo corpo riposa.
    A casa a quel tempo era arrivata solo la notizia che tu eri disperso dopo l’affondamento e nulla di più, non si sapeva nemmeno dove, si diceva forse nelle acque verso Pantelleria…

    Vittorio Poni nei giardini di Taranto - www.lavocedelmarinaio.com
    So che qualcuno qualche anno dopo aveva riferito a tua mamma di averti incontrato a La Spezia nel 1945 dopo la fine della guerra, ma questa notizia non è mai stata confermata da nessuno.
    Nel 1959 sei stato dichiarato morto dallo stato italiano, come luogo di morte hanno scritto sconosciuto e come luogo di sepoltura la stessa cosa.
    Qualche anno più tardi so che era arrivata ai tuoi fratelli la voce che una persona sconosciuta aveva telefonato ad una famiglia del nostro paese chiedendo se conoscessero i parenti del Sergente Meccanico Poni Vittorio, ma purtroppo queste persone che hanno ricevuto la chiamata non sapevano chi fossi.
    Nessun altro si è più messo in contatto con noi…
    So che dopo la tua scomparsa sei stato insignito della Croce al valor militare con questa motivazione:
    “imbarcato sul cacciatorpediniere Antonio Da Noli impegnato in aspro, prolungato combattimento contro postazioni terrestri e mezzi navali avversari, assolveva i propri incarichi con perizia e coraggio contribuendo all’affondamento di un sommergibile e di una motozattera nemici. Inesorabilmente colpita la sua nave, scompariva in mare lasciando esempio di coraggio, di elevate doti professionali e di alto sentimento del dovere.
    Sicuramente saresti stato fiero di ricevere quest’encomio.

    Pisogne (BS) Monumento ai Marinai in ricordo del Sergente meccanico Poni Vittorio - www.lavocedelmarinaio.com
    Sai zio, forse non saprò mai che fine hai fatto e cosa realmente è successo quel giorno, ma ti prometto che tramanderò la tua storia e quella degli altri marinai, che come te hanno dato la vita per l’Italia, alle generazioni future perché il vostro sacrificio non dovrà mai essere dimenticato.
    Voglio prometterti anche che farò tutto ciò che posso per proseguire nelle mie ricerche per sapere.
    Ci sono altre persone che come me sparse per tutta l’Italia, o forse il mondo, che stanno cercando delle risposte su cosa in quei giorni è successo ai loro cari.
    A Porto Torres, tra l’altro è stato creato un memoriale in ricordo delle vittime dell’affondamento della Corazzata Roma, e dei Cacciatorpediniere Da Noli e Vivaldi, anche io ho dato la mia disponibilità per poter contribuire a creare e far crescere questo luogo della memoria, perché vorrei che le generazioni futuri si ricordassero sempre di voi, dei nostri “Eroi del Mare”.

    Vittorio Poni e altri marinai imbarcati sul regio cacciatorpediniere Da Noli (1941) - www.lavocedelmarinaio.ocm
    La storia non è fatta solo dai grandi Generali o dai grandi personaggi che si studiano sul libri ma da tutti quei piccoli eroi che hanno contribuito allo svolgere degli eventi e che spesso hanno donato la loro vita per servire un ideale.

    Riposa in pace zio in quel mare che hai tanto amato o ovunque tu sia!
    Tua nipote Federica
.

    VITTORIO PONI - www.lavocedelmarinaio.com

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    15.10.1898, Stanislao Esposito

    di Ottaviano De Biase (*)

    (Avellino, 15.10.1898 – Mare, 15.6.1942)

    Una vita per il mare.

    Conseguito la licenza ginnasiale, l’ancora quindicenne Stanislao Esposito nell’autunno del 1913 entrava all’Accademia Navale di Livorno.
    Dopo quattro anni di studi (1 ottobre 1917) uscì col grado di Guardiamarina nel Corpo dello Stato Maggiore della Regia Marina. Seguì il primo imbarco sulla nave F. Gioia. Durante la I° Guerra Mondiale fu destinato prima sulle navi da battaglia Caio Duilio e Giulio Cesare e poi sulle cacciatorpediniere Quarto, Mirabello e Poerio. Seguirono i primi riconoscimenti. Il 15 maggio 1918, ad esempio, il Comando della IV Divisione Navale, per il breve periodo trascorso in zona di guerra, lo autorizzò a fregiarsi, sul nastrino delle fatiche di guerra, delle prime due stellette. Il 1 ottobre 1918 fu promosso Sottotenente di Vascello. Quella a Tenente di Vascello gli arrivò l’8 dicembre 1921. Sempre nel 1921 fu destinato a Venezia ove conseguì l’abilitazione al tiro antisiluranti e antiaereo e il 3 dicembre dello stesso anno il brevetto di idoneità al servizio tiro. Due specializzazioni che gli consentirono di coprire incarichi sempre più di responsabilità. Nel 1923 lo ritroviamo a Smirne, in missione presso il Consolato Generale d’Italia in Turchia. Nel 1924 proseguì sulle navi Ferruccio, Marsala e San Giorgio, impegnate nelle operazioni militari prima in Albania e successivamente in Africa settentrionale. Terminate le due missioni, il Ministro della Regia Marina lo autorizzò a fregiarsi della medaglia Campagna d’Africa e ad apporre sul nastrino la fascetta con l’indicazione SOMALIA SETTENTRIONALE 1925-27. Contemporaneamente fu raggiunto dalla nomina a Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia, il cui Decreto è datato 27 marzo 1924.
    L’11 giugno del 1926 ritornò sulla nave Ricasoli con l’incarico di Ufficiale in 2^. Il 7 gennaio 1927 passò sul Doria; proseguì il 2 febbraio sull’incrociatore Giulio Cesare; l’11 aprile, sul Savoia; il 1 giungo ritornò prima sul Cesare e il successivo 17 agosto sul Doria. Il 21 novembre assunse il comando del sommergibile F-19; il 22 dicembre passò a guidare l’F-15. Nel 1928 assunse il comando dell’F-13, dell’H-8 e dell’H-3. A partire dal 27 aprile 1929 guidò i sommergibili H-4, H-2 e il Torricelli. Dal 31 luglio al 31 marzo del 1929 assunse il comando del Reparto Tecnico Armi e Armamenti di Venezia. Promosso Capitano di Corvetta, dal 1 aprile al 27 maggio del 1930 assunse l’incarico dell’Ufficio Tecnico del Genio Navale di Fiume. Il 3 agosto dello stesso anno gli fu assegnato il comando del Doria, il successivo 27 maggio quello dell’incrociatore Zeno. Il 20 giugno proseguì sul Da Verrazzano e successivamente sul Vivaldi. L’11 luglio 1931, in Venezia, sposò la signorina Maria Giuseppina Massa. Il 1 settembre 1932 passò a comandare il Settembrini. Il I° maggio 1934 fu nominato membro ordinario del Comitato dei Progetti delle Navi. Incarico che lasciò il 4 marzo del 1935 per andare a guidare nave Gange. Promosso Capitano di Fregata, il successivo 3 dicembre proseguì sul Bari ove prima coprì l’incarico di Comandante in 2^ e a partire dal 15 settembre 1936 quello di Sottocapo di Stato Maggiore del Comando di Divisione. Sullo stesso incrociatore partecipò al conflitto Italo-etiopico del 1935-1936.
    Al compimento del 25.mo anno di onorato servizio, il Ministero della Regia Marina lo autorizzò a fregiarsi della Croce d’Oro, istituita con Real Decreto il precedente 8 novembre 1900 e la medaglia commemorativa per le Operazioni compiute, appunto, nella Campagna d’Africa Orientale, nonché la nomina (29 ottobre 1936) a Cavaliere dell’Ordine Coloniale della Stella d’Italia, con facoltà di fregiarsi delle relative insegne.
    Il 20 marzo 1938 gli fu affidato il comando della nave Scirocco. Il 3 giugno 1938 fu insignito dell’alta onorificenza di Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Il successivo 6 dicembre del ’38, il Ministero della Regia Marina lo autorizzò a fregiarsi del distintivo commemorativo per aver partecipato alle operazioni militari compiute all’estero.
    Dal 3 maggio 1940 guidò le prove in mare dell’incrociatore Garibaldi; quelle del Trento a partire dal 18 maggio al 25 maggio 1940. L’8 novembre 1940 fu promosso Capitano di Vascello.
    Il successivo 13 dicembre fu decorato con la Croce al Merito di Guerra. Il 14, gli fu concessa la medaglia commemorativa per la Campagna di Spagna. Tale riconoscimento si ricollega a quello rilasciato dal Ministro della Marina spagnola il precedente 24 febbraio, con La Cruz de 2° Classe del Merito Naval Blanca. Stesso giorno, in Roma, fu insignito della medaglia di Benemerenza per i volontari di guerra. Cinque giorni più tardi il re Vittorio Emanuele III lo nominò Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia, con facoltà di fregiarsi delle insegne previste.
    Il 26 maggio 1941 assunse il comando del Da Recco ove coprì anche l’incarico di Capo Squadriglia. Al seguito di una rischiosissima operazione militare, il Comando in Capo del Dipartimento Marittimo del Basso Tirreno, con sede in Napoli, in data 13 dicembre 1941 gli concesse la Medaglia di Bronzo. Dalla motivazione si spiega anche il perché: Ufficiale superiore di brillante qualità militare, capo convoglio in acque fortemente insidiate dal nemico, dirigeva con prontezza di decisione e particolare perizia marinaresca le operazioni di disincaglio e di rimorchio in porto lontano di un piroscafo carico di esplosivo, gravemente danneggiato da siluro nemico ed incagliato sui bassifondi di Kerknnah. Con la sua opera tenace e fattiva portava a buon esito l’impresa nonostante le condizioni particolarmente ardue per la notevole distanza dalle basi, la ripetuta offesa nemica e l’avverso stato del mare. Dimostrava particolare abilità e competenza nonché sereno sprezzo del pericolo.
    La proposta per una medaglia era sta iniziativa dell’equipaggio del rimorchiatore Ciclope, impegnato, unitamente al Da Recco, nella difficile operazione di disincaglio e di rimorchio.
    Il 21 dicembre 1941, il Kommandos Italien des Deutschen Marine, in namen des Fuhrers und Obersten Befehlshabers der Deutschen Wehrmacht si congratulava ufficialmente per l’intelligenza tattica dimostrata alla guida del cacciatorpediniere Da Recco, impegnato in appoggio al convoglio stracarico delle truppe tedesche diretto in Africa Orientale. In un solo anno, il Comandante Esposito condusse il Da Recco in 21 missioni di guerra e in 7 di esercitazioni.
    Il 1 febbraio 1942, dopo una brillante operazione navale, il Ministro della Regia Marina gli conferì un Encomio Solenne. Questa la motivazione: Comandante di Cacciatorpediniere, capo scorta di convoglio attaccato con siluro da sommergibile nemico, dirigeva tempestivamente e efficacemente la manovra dei piroscafi e la caccia a.s., conducendo in porto incolume il convoglio. (Mar Jonio, I° febbraio 1942).
    Il 18 febbraio 1942 gli fu concessa la Croce al Merito di Guerra. Il riconoscimento è accompagnato dalla seguente motivazione: Comandante interinale la X.ma Squadriglia CC.TT., partecipava alle operazioni di guerra per la conquista di Valona, a protezione delle navi maggiori, distinguendosi per slancio, sprezzo del pericolo, ed abilità militare e marinaresca.

    Esposito al comando dell’incrociatore Trento
    Uscito indenne dalla battaglia della Sirte, il Trento rientrò, col resto della flotta, alla base navale di Taranto. Pochi giorni dopo, esattamente il 1 aprile 1942, ci fu il passaggio di consegna tra il Capitano di Vascello Antonio Toscano, cedente, e il pari grado Stanislao Esposito, accettante.

    La battaglia di “Mezzo Giugno”
    Notizie riservate davano un grosso convoglio inglese, partito da Alessandria d’Egitto, atteso nel porto di Malta. Era costituito da ben diciassette mercantili, opportunamente divisi in due gruppi. Il convoglio che proveniva da Est era scortato da otto incrociatori, ventisette cacciatorpediniere, quattro corvette, due dragamine; mentre quello in arrivo da Ovest da ben due portaerei, quattro incrociatori, diciassette cacciatorpediniere, quattro corvette e due dragamine. Tredici sommergibili erano attenti ad intercettare la squadra navale italiana. Aerosiluranti e vari bombardieri erano pronti a partire dalle basi aeree di Malta e dell’Egitto.
    La sera del 14 giugno, mentre le forze aeree italiane e tedesche lanciavano i primi attacchi, affondando un mercantile, uscivano da Taranto le corazzate Littorio e Vittorio Veneto, gli incrociatori Trento, Gorizia, Garibaldi, Duca di Aosta e nove cacciatorpediniere. Gli inglesi, che erano provvisti di radar, attuarono le loro contromisure, rallentando opportunamente la velocità dei due convogli, lasciando ai soli aerosiluranti e bombardieri il compito di fronteggiare l’avanzante minaccia italiana.
    Il Trento fu colpito e immobilizzato alle cinque del mattino con un siluro, lanciato da un veloce aerosilurante Bristol Beaufort che si era portato audacemente a soli duecento metri dalla prua. Il cacciatorpediniere Camicia Nera cercò di proteggere il Trento con una cortina nebbiogena, mentre venivano in aiuto anche i caccia Pigafetta e Saetta. Fu anche fatto partire da Messina un rimorchiatore d’alto mare. Sul Trento, ormai non più governabile, agli ordini del Capitano di Vascello Esposito, si lavorava intensamente per contrastare l’avanzare degli incendi, per proteggere e spostare le munizioni in pericolo… I meccanici in particolar modo cercavano di attivare almeno una delle macchine, unica possibilità per potersi allontanare con i propri mezzi. Troppo tardi. Anche se il Pigafetta aveva già preso a rimorchio l’incrociatore, il fumo dell’incendio non del tutto domato, con le prime luci del mattino fu avvistato dal gruppo di sommergibili inglesi P.31, P.34, P.35. Il sommergibile P.35 (Umbra), guidato dal Tenente di Vascello Maydon, portatosi a distanza di tiro, lanciò contro lo scafo inerme ben due siluri. Uno lo centrò in pieno, provocando una seconda e più devastante esplosione. Ormai divenuto inevitabile l’affondamento, al Pigafetta non restava che sganciare i cavi di traino. Sul Trento, intanto, secondo le migliori tradizioni della Regia Marina, Stanislao Esposito decise di rimanere al suo posto di comando, scomparendo con essa negli abissi.
    Il gesto di affondare con la propria nave è scritto negli annali della storia navale, azione che suscitò ammirazione anche nel nemico inglese. Riguardo le considerazioni fatte da Indro Montanelli in L’Italia della disfatta, dei 1151 membri dell’equipaggio ne sarebbero morti ben 723, tra ufficiali, sottufficiali e marinai. Fonti diverse si attestano intorno ai circa 600 morti.

    Telegramma di cordoglio
    Roma, 21 giungo 1942. Il Sottosegretario di Stato per la Marina, inviava alla signora Maria Giuseppina Massa il seguente telegramma: Ho il dolore di comunicarVi che il Vostro congiunto, Capitano di Vascello Stanislao ESPOSITO, deve considerarsi disperso nel corso di un’azione di guerra. La Regia Marina, per mio mezzo, Vi prega di accogliere le più profonde espressioni di cordoglio.

    Riconoscimenti e attestazioni varie
    – Medaglia d’Argento al Valor Militare sul campo
    Determinazione del 1 settembre 1942: Comandante di cacciatorpediniere ha compiuto, in qualità di Capo scorta convogli, numerose missioni sulle rotte della Libia, dell’Albania e mediterraneo, e altre missioni ha successivamente compiuto al comando di Incrociatore. Animatore instancabile della sua gente, spirito ardente è stato di sereno coraggio e di grande tenacia, nello sventare le continue insidie e i diversi tentativi di offesa nemica, faceva rifulgere le sue elevate virtù” (Mediterraneo Centrale, maggio 1941 – maggio 1942).

    – Medaglia d’Oro a Valor Militare
    Sua Maestà il Re, su proposta del Ministro della Marina, in data 25 giugno 1947, conferiva al Capitano di Vascello Stanislao Esposito di Vincenzo e di Elisa Piciocchi, la Medaglia d’Oro al Valor Militare.
    Determinazione del 23 novembre 1942: Ufficiale superiore di elevate qualità professionali e militari affermava, quale comandante di squadriglia di C.T., in numerose, ardue missioni di scorta, in acque costantemente insidiate dia mezzi aeronavali nemici, alte doti di ardimento, perizia e coraggio. Al comando di incrociatore partecipava con una formazione navale ad una missione bellica di particolare importanza durante la quale il nemico, benché forte di numero e di mezzi, era costretto a ripiegare, rifiutando il combattimento. Colpita la sua unità dall’offesa aerosilurante, conservava ammirevole calma e presenza di spirito e impartiva precise, tempestive disposizioni per impedire il propagarsi di un grave incendio scoppiato in un gruppo di caldaie, prodigandosi, durante lunghe ore, con fervore e abnegazione per assicurare la parziale efficienza della nave e infondendo nuovo ardore all’entusiastica collaborazione degli ufficiali e dell’equipaggio con la sua alta parola e il suggestivo esempio. Mentre al suo posto di comando impartiva gli ordini per rimettere in moto le macchine, in parte ripristinate, ulteriore offesa subacquea colpiva l’unità, provocandone l’immediato affondamento in seguito ad esplosione di un deposito di munizioni. Superbo esempio di virtù militari e di prode spirito guerriero, scompariva eroicamente con la sua nave, dividendo con essa l’estrema sorte gloriosa, mentre sul mare già risuonava l’eco della vittoria conseguita sul nemico da altre navi della Patria. – Mediterraneo Orientale, 14-15 giugno 1942.

    La città di Avellino al suo eroe ha dedicato una strada, quelle che costeggia Piazza Aldo Moro, dal lato di Via Colombo e Via Tagliamento e una lapide commemorativa posta sul frontale del palazzo non lontano dalla chiesa del Rosario, in cui egli vide la luce per la prima volta nel 1898.
    (Articolo apparso nel 2010 sul Corriere dell’Irpinia)

    (*) per conoscere gli altri scritti dell’autore digita sul motore di ricerca del blog il suo nome e cognome.

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    11.10.2016, nel ricordo di Vittorio Iovino

    In data 11/10/2016 Vittorio Iovino salpava per l’ultima missione.

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    Sarà celebrata messa in suffragio nella Chiesa del San Marco. 

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    Ciao Vittorio, riposa in pace fra i flutti dell’Altissimo.
    Noi vogliamo ricordarti sempre così.

    L’8.9.1943 a Castellammare c’ero anch’io Vittorio Iovino
    di Vittorio Iovino

    …Quei tragici giorni del ’43 nei ricordi di Vittorio Iovino, un giovanissimo allievo operaio della Navalmeccanica.

    1Mi chiamo Vittorio Iovino e sono nato a Castellammare di Stabia il 15 marzo 1929 ed abitavo a Via Coppola n. 48.
    A 13 anni andai a lavorare per qualche mese nella Corderia della Regia Marina, alle dipendenza di una piccola ditta che costruiva degli stuoini di canapa intrecciata per fasciare i proiettili onde evitare lo sfregamento durante la loro movimentazione. Erano chiamati paglietti. Dopo qualche mese, un mio amico mi disse che nella Navalmeccanica c’era una scuola allievi operai che alternava lavoro e studio. Avendo, nel frattempo compiuti i 14 anni, mi iscrissi a tale scuola nel corso per tubisti. Le aule e le officine si trovano all’interno del cantiere navale nei locali dell’ex forte borbonico, Mi ricordo che sulla facciata del forte c’era una grande scritta a firma di Mussolini che così diceva: “Noi siamo mediterranei, la nostra vita è stata e sempre sarà sul mare”.
    Ero molto curioso e giravo sempre per il cantiere. Mi ricordo che dietro l’officina navale, nella zona che chiamavano Porto Pennello c’era un baraccamento di soldati che gestivano una postazione di cannoni; ho ancora sotto gli occhi un bunker in cemento armato che doveva respingere una ipotetica invasione dal mare.
    Mentre frequentavo la scuola, feci amicizia con un marinaio tedesco che faceva parte di un piccolo distaccamento in cantiere perché erano in costruzione due motozattere per la Kriegsmarine.
    Mi ricordo che lungo la banchina dell’Acqua della Madonna erano ormeggiate le motozattere agli ordini del Comandante Riccio; al tramonto, salpavano, cariche di munizioni, benzina, nafta e viveri per l’Africa Settentrionale. C’erano anche diversi M.A.S., alcuni costruiti nell’officina falegnami. Quando questi mezzi accendevano i motori, il rumore era assordante.
    2Veniamo all’8 settembre 1943. Quando alla radio fu annunciato l’armistizio, tutte le postazioni antiaeree della città, credendo che la guerra fosse finita, scaricavano le armi (sparavano in aria per consumare i proiettili nel caricatore NdR). Così fecero le mitraglie della Capitaneria di Porto, le due mitraglie poste all’Acqua della Madonna ai lati della gru a manovella ed i pezzi antiaerei della Punta del Molo.
    I tedeschi che stavano a Castellammare ed in cantiere, volendo impadronirsi delle navi e sabotare gli impianti, trovarono una furiosa resistenza. Essi, infatti, ingaggiarono i combattimenti con i marinai posti a difesa dell’incrociatore Giulio Germanico e delle altre unità in costruzione ed in allestimento. Dell’episodio del Comandante Domenico Baffigo ho saputo successivamente. In quei giorni a Castellammare non si capiva niente. Non mi ricordo dopo quanti giorni dall’11 settembre mi recai davanti alla porta del cantiere a Via Acton per andarmi a prendere le tute di lavoro a cui ci tenevo tanto. Davanti al portone ingresso-operai di Via Sorrentina (ora Via Acton) trovai il tedesco che conoscevo che mi voleva dissuadere ad entrare per le devastazioni operate. Dopo mia insistenza il soldato mi fece entrare e trovai gli spogliatoi diroccati e gli armadi di legno degli operai tutti bruciati. Tornai indietro e cominciai a gironzolare per Castellammare.
    A via Gesù nei pressi della caserma della Guardia di Finanza, di fronte al negozio di Farfalla, vidi un uomo disteso a terra, morto, con una brutta ferita alla testa. Era vestito con una tuta ed ai piedi portava degli zoccoli di fabbricazione cantiere. Capì subito che era un operaio della Navalmeccanica in quanto quasi tutti calzavano zoccoli di legno fabbricati personalmente e chiamate “mantelle” (erano e sono gli oggetti che gli operai costruiscono per uso personale (NdR)
    3Di quei giorni confusi mi ricordo solo dei flash. Non saprei se prima o dopo la cattura del Comandante Baffigo, difensore del cantiere, Woronski Giordano detto il “tarantino”, di sua iniziativa lanciò una bomba a mano su una camionetta tedesca posta davanti al bar Spagnuolo; la camionetta andò a fuoco. Io che stavo in villa comunale, scappai verso casa per l’arco di San Catello. Mi ricordo che alla salita I De Turris, nel tratto prima dell’ingresso della Curia, c’era un marinaio a petto nudo e con una fasciatura tutta macchiata di sangue. Imbracciava un fucile mitragliatore. Alcune donne, visto che a piazza Monumento c’era un camion tedesco con una mitragliatrice a 4 canne e circondato da soldati che erano in assetto di guerra, pregarono il marinaio di desistere e lo spinsero a forza nel portone sulla sinistra (attualmente numero civico, 5 NdR) che era collegato con la Circumvesuviana. Il marinaio le ascoltò e non lo si vide più. Nel frattempo un tedesco, solo e a bordo di una carrozzella, veniva correndo da Via Sarnelli verso piazza Monumento. Forse aveva sottratto la carrozzella ad un cocchiere che stazionava in piazza Municipio presso la canestra e fuggiva verso i suoi camerati. Oltre alle note distruzioni operate dai tedeschi in cantiere e sulle navi, furono affondati diverse imbarcazioni nel porto, tra cui un bastimento chiamato Maddaloni. Si diceva che fosse carico di rame e che, all’atto del suo recupero, all’arrivo degli americani, questo prezioso metallo era sparito.
    Fu anche affondato un sommergibile che stava ormeggiato, per la riparazione, alla banchina dei Magazzini Generali. Nei Magazzini Generali era allestita una officina per la riparazione delle imbarcazioni e noi allievi operai, eravamo contenti di portarvi le bombole di ossigeno ed acetilene dal cantiere, perché si perdeva molto tempo a trasportarle sui carrellini, sottraendoci al lavoro nelle officine.
    Sempre Nell’estrema confusione di quei giorni, io e il mio amico Antonio Caccioppoli (successivamente arruolatosi nell’Esercito e non più ritornato a Castellammare), approfittando che l’edificio della Capitaneria di Porto era deserto – in quanto i marinai o erano stati presi prigionieri o erano scappati – rubammo un fucile mitragliatore, quello con il treppiedi. Io trasportai un nastro con i proiettili ed un elmetto. Andammo con il bottino nel canalone di Caporivo e volevamo provare il nostro “giocattolo”. All’improvviso venne un uomo della famiglia De Simone che facevano i lattai a salita Santa Croce e ci cacciò in malo modo dicendo: “Delinquenti, ci volete far uccidere dai tedeschi!”. Di quel mitragliatore non ho saputo più nulla.
    5Appreso dei saccheggi alla fabbrica di Cirio, anch’io mi recai a Traversa Mele e riuscì a trafugare due barattoli di marmellata. C’era una confusione enorme; tutti spingevano e si accavallavano per portarsi via quanto più viveri possibile. A via Napoli nei pressi del pastificio Di Nola, vidi un uomo ferito ad un piede che veniva trasportato a braccia verso l’Ospedale di piazza Municipio.
    Un giorno, sempre a Traversa Mele, un tedesco di guardia, durante un altro saccheggio, fece scappare un colpo di mitragliatore che colpì alla testa una donna. Mi ricordo ancora la donna distesa a terra con il sangue che scorreva sui basoli. Io mi ero intanto nascosto dietro al muretto che separava la strada dalla ferrovia e, facendo capolino, vidi che il tedesco le si avvicinò (la donna aveva capelli lunghi) e muovendola con lo stivaletto, nel vedere che era morta, con un gesto di noncuranza, ritornò al suo posto di guardia davanti al cancello della Cirio.
    Intanto il saccheggio continuava, ognuno portava via qualcosa dai pastifici o dagli uffici abbandonati; vidi a via Quisisana, nei pressi del Collegio dei Mutilatini di Don Gnocchi, della gente trasportare letti e materassi dall’Ospedale militare della Reggia; una donna aveva sottratto finanche una fisarmonica.
    Sempre in quel posto, mi ricordo una scena strana. C’era un tedesco con una divisa kaki, che sotto la sahariana indossava una camicia nera. Con un mitragliatore a tracolla, mangiava un salame che aveva trafugati chissà dove. Un giovane del posto, sembra che appartenesse alla famiglia detta degli “zingarielli” di Scanzano, imprecò contro Mussolini. Il tedesco lasciò il salame e stava imbracciando il mitra per sparagli, intervennero delle donne che lo dissuasero a tanto, dicendo che il giovane non stava bene di testa. Il tedesco, quindi, comprendeva l’italiano. Ancora oggi non riesco a spiegarmi quella strana divisa che indossava e la comprensione della lingua italiana.
    6La mia abitazione era al terzo piano di Via Coppola proprio di fronte alla caserma Carabinieri (la caserma è stata ivi ubicata fino agli anni ‘60; ora palazzo storico, già sede del consolato dell’Impero di Russia durante il Regno delle Due Sicilie NdR) e precisamente agli uffici del Comandante. Quando i tedeschi imposero il bando di deportazione nei campi di lavoro in Germania ed Austria per le classi nate dal 1910 al 1925, la tipografia che ebbe l’ordine di stamparlo ubicata un po’ più sopra della caserma, non aveva energia elettrica; i tedeschi imposero al Comandante di prestare due carabinieri per far funzionare a mano la rotativa. Per questo episodio lo stesso fu processato all’arrivo degli americani. I giovani rastrellati venivano raggruppati sulla Cassa Armonica e man mano portati via da camion tedeschi verso il campo di smistamento di Sparanise.


    Durante il rastrellamento, a Caporivo c’era una donna che organizzava la fuga dei giovani verso Agerola, dove c’erano gli americani. Mio fratello e mio cognato usufruirono di questo aiuto. Io ero piccolo d’età e di statura ed i tedeschi non mi presero mai in considerazione. Presero, invece, un mio compagno di appena due anni più grande Ciccio Zurolo che abitava nel mio palazzo; era solo un ragazzo alto e sembrava più vecchio della sua età. Io corsi da sua madre che fece subito intervenire un suo zio della Milizia, forse console, che lo fece liberare. Successivamente Ciccio si arruolò nei Carabinieri e, dopo essersi congedato, seppi che si era dato al calcio. Un altro mio amico, un certo Emilio Esposito del rione Spiaggia, mi spiegò che, invece di essere inviato in Germania, fu aggregato come una specie di servitore alle truppe tedesche che risalivano verso il Nord. Assieme ad altri italiani, con una fascia al braccio sinistro, usufruivano dei residui del bottino ed avevano gli zaini pieni di ogni ben di Dio. Una sera furono avvicinati da un sottufficiale altoatesino della Wehrmacht che parlava bene italiano; egli disse loro di scappare al più presto perché, in prossimità dell’arrivo degli Alleati, i suoi camerati avevano deciso di ammazzarli tutti all’indomani. Andò bene, invece al mio amico Antonino Puglia che, al ritorno dalla Germania, mi spiegò che era stato assegnato, come manovale ad una rivendita di carbone gestita da una vedova di guerra.
    Io, forte della mia immunità anagrafica e somatica, girovagavo sempre dove c’era movimento e confusione. Ero molto incosciente. In Villa Comunale c’era una postazione con un cannone a canna lunga rivolto al porto e sistemato nell’aiuola davanti ai servizi igienici. Nel viale dei platani, invece, furono montate molte tende tedesche, alcune di colore chiaro. Un giorno un tedesco mi fece segno di avvicinarmi ad una di queste e mi regalò una manciata di penne e di quaderni. Io avrei preferito del cibo.
    Finalmente il 28 settembre scesero da Agerola gli americani. Tutto cambiò. Io ritornai a fare il tubista. Il cantiere era tutto in rovina; le corvette sullo scalo ed in allestimento, unitamente all’incrociatore Giulio Germanico, erano distrutti. Molte navi ed imbarcazioni giacevano nel porto così pure il sommergibile ormeggiato al pontile dei Magazzini Generali. Si contarono i morti tra militari e civili, ammontavano a diverse decine. Mi ricordo che incominciai a lavorare con Pietro Schettino, un operaio qualificato tubista, più anziano di me. Lavoravano per la manutenzione dei portelloni delle imbarcazioni da 4sbarco degli Alleati. Questi sistemarono un lungo reticolato di filo spinato dal cantiere fino alla Capitaneria di Porto; il tutto sotto la sorveglianza della polizia militare inglese. Un giorno mio fratello mi disse che in una di queste motozattere da sbarco c’era bisogno di un cuoco. Io, con il permesso del capo operai Peppe Vollono, padre di Ciccio e Catello, andai a bordo per iniziare la mia nuova attività, pur figurando come tubista della Navalmeccanica. Il cartellino me lo timbrava il guardiano don Giovanni, non mi ricordo il cognome, ricordo solo che era della Penisola Sorrentina. Le mie mansioni erano quelle di riscaldare il roast beef nel fornello e nel preparare la tavola per i circa 8 uomini di equipaggio, riempiendo sempre di whisky i bicchieri. Contento del mio lavoro, il capo imbarcazione mi diede un pass per la polizia militare al cancello presso la Capitaneria. In quel periodo portai a casa moltissimo scatolame di carne, piselli in polvere, marmellata ed altro ancora, di cui beneficiarono parenti e vicini di casa. Ma questa è un’altra storia…

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    8.10.2007, Siracusa è più bella

    di Marino Miccoli

    …perché ricorda i Caduti della battaglia di Capo Matapan.

    marino-miccoli-2014-per-www-lavoce-delmarinaio-com_2Stimato e pregiatissimo maresciallo Vinciguerra,
    oggi a Siracusa celebriamo il Capo Cannoniere Nazareno Bramante.
 Egli, come il mio amato padre Antonio, era imbarcato sul Regio Incrociatore Fiume e nella terribile notte di Capo Matapan, capo-cannoniere-antonio-miccoli-www-lavocedelmainaio-compurtroppo, fu tra numerosi dispersi.
    Tramite il tuo ricordo, venni contattato dalla di Lui figlia, signora Lucia Bramante, che tenacemente ha fatto intitolare una piazza della cittadina aretusea, ai 2308 caduti in quella impari battaglia con gli inglesi.
 Ciò che è riuscita a realizzare questa tenace donna, dotata di un amore sconfinato verso suo Padre e per i Marinai caduti quella drammatica notte, è veramente lodevole.

    banca-della-memoria-www-lavocedelmarinaio-com

    A NAZARENO BRAMANTE E AI CADUTI DELLA BATTAGLIA DI CAPO MATAPAN

    Ogni 8 ottobre Siracusa è ancor più bella di quanto fosse prima perché, dal 2007, si è arricchita di un “luogo del cuore” che rammenta alla nostra memoria le persone care, coloro ai quali abbiamo voluto e vogliamo ancora bene, quella gente a cui teniamo in maniera particolare.
    Ebbene sottolineo che Siracusa è stata la prima città in Italia e credo nel mondo, ad avere intitolato una sua piazza ai CADUTI DELLA BATTAGLIA DI CAPO MATAPAN.

    Finalmente ai 2.308 Marinai Italiani, periti nella tragica notte del 28 marzo 1941, è stato intitolato qualcosa. 
L’artefice di questa lodevole iniziativa è stata la professoressa siracusana Lucia Bramante, figlia del Capo Cannoniere Nazareno Bramante – classe 1904 – per onorare il padre che fu tra i Caduti di quella triste notte. Nazareno era imbarcato sul Regio Incrociatore Fiume e credo che conoscesse personalmente mio padre Antonio Miccoli imbarcato sulla stessa Unità che, all’epoca dei fatti, era un sottufficiale e faceva parte della medesima categoria dei Cannonieri, e presumo che fossero anche amici. 
In quella battaglia la flotta britannica, dotata di radar, fece tiro al bersaglio sulle ignare Unità italiane e mio padre fu uno dei pochi Marinai che riuscirono a salvarsi. Nazareno Bramante purtroppo fu uno dei dispersi nell’affondamento della nave.
    Con forza di volontà e tenacia ammirevole, la signora Lucia, coinvolge Autorità civili e Militari, Associazioni, un parlamentare e altri uomini politici a diversi livelli, facendosi promotrice e concretizzando le sue aspirazioni riuscendo a far intitolare una piazza a tutti i Caduti di Capo Matapan.

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    Ancora oggi ricordo che quel giorno  c’era anche lo stimato e compianto Comandante Munafò.
    La signora Lucia anche quest’anno ha deposto una corona d’alloro sulla piazza ai piedi della targa toponomastica.
    Nazareno Bramante e tutti i 2.308 Caduti del mare adesso riposano in pace, e ci ricordano quella notte del 28 marzo 1941 e quanto sia stato importante il loro sacrificio per non dimenticare mai gli orrori della guerra.

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    Luigi Scarciglia

    di Marino Miccoli

    Buongiorno Ezio,
    ritorno con piacere a te, dopo un po’ di tempo con un accorato scritto che riguarda un carissimo amico di mio padre, il Cannoniere Luigi Scarciglia, persona degna di ogni rispetto che ho avuto l’onore di conoscere personalmente quando ero ragazzo.
    Da alcuni anni Luigi è nel mondo dei più con mio Padre.
    Ti abbraccio forte e ti auguro buon fine settimana.

    Luigi Scarciglia è il marinaio d’altri tempi che vediamo raffigurato in questa vecchia quanto bella fotografia che ho estratto dall’album di mio padre Antonio (*); ho il piacere di farlo conoscere agli amici di questo nostro meritevole sito web.
    La fotografia fu donata da Luigi stesso a mio padre con i saluti autografi scritti sul retro; un tempo questa cortesia avveniva non di rado tra militari, e anche mia madre mi conferma che era in uso scambiarsi le fotografie tra commilitoni.
    Il nostro “Cannoniere” si arruolò in Marina quando questa era Regia per assolvere all’obbligo del servizio di leva che allora durava 4 anni. Classe 1910 (conterraneo di mio padre Antonio che invece nel 1929 ma scelse la Marina per carriera divenendo successivamente Capo Cannoniere), originario di Spongano, una piccola cittadina del Salento, aveva frequentato l’apposito corso di qualificazione presso le rinomate Scuole del C.R.E.M.M. di Pola (Istria Italiana).
    A tal proposito consiglio la lettura di un altro mio interessante scritto che troverete qui: https://www.lavocedelmarinaio.com/2010/06/le-scuole-c-r-e-m-di-pola-istria-italiana/
    Richiamato poi per la guerra d’Africa (1935-36), e ancora nel 1940 per l’entrata in guerra dell’Italia nella II G.M., Luigi Scarciglia svolse sempre egregiamente e con onore, sui diversi fronti bellici, il suo ruolo di cannoniere, fino a congedarsi con il grado di Sottocapo.
    Ritornò nella vita civile a svolgere con passione il lavoro di sempre: il maestro di potatura e d’innesto degli alberi da frutto.
    Persona schietta e genuina, dotata di una praticità innata, di Lui mi piace ricordare la passione con cui narrava le sue vicissitudini vissute negli anni durante i quali indossava la bella uniforme della Marina.
    Nel ricordare e celebrare Luigi mi ritorna in mente quando una volta gli domandai quale fosse la funzione del “cordone bianco”, ovvero se questo non fosse soltanto qualcosa di decorativo sulla divisa dei nostri Marinai; ebbene mi rispose che serviva non soltanto a stringere il fazzoletto nero (che rappresentava il lutto per la morte del Conte Camillo Benso di Cavour) ma anche per motivi pratici, in particolare:
    – nel caso di risse era usato per ammanettare gli arrestati;
    – idem come sopra ma anche per legare i polsi ai nemici fatti prigionieri in tempo di guerra.
    A Luigi Scarciglia e a tutti quei Marinai che come Lui, con passione, dedizione e sacrificio, hanno reso grande la nostra Marina, oggi rivolgo il mio deferente pensiero e ne onoro la memoria.

    (*) N.d.R. si consiglia all’argomento:
    – digitare sul motore di ricerca del blog Antonio Miccoli;
    – https://www.lavocedelmarinaio.com/2014/09/a-proposito-di-fazzoletto-nero-sulla-divisa-dei-marinai/

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    Telegrafo di Macchina (chiamato anche Chadburn dal nome dell’inventore)

    di Francesco Carriglio
    http://www.augusta-framacamo.net/

    Il telegrafo di macchina per la trasmissione degli ordini al personale conduttore fece la sua prima apparizione nelle navi a vapore nel l‘800 ed era una comunicazione tra il ponte di comando (o sala timoneria) alla sala macchine. Azionando la leva in posizione voluta (AV-AD / adagio, mezza o tutta) dell’indice mobile nella indicazione fissa si trasmetteva al secondo telegrafo del locale macchina la posizione indicata e il conduttore agiva sulla macchina per aumentare, diminuire o fermare l’andatura della nave. Per il funzionamento del telegrafo vi erano diversi tipi trasmissione meccanica: ad aste, a cavi di acciaio, a catena. I più recenti telegrafi sono con funzionamento elettrico o elettronico e sono corredati da un avvisatore luminoso e acustico. A conferma dell’azione degli ordini di comando alla sala macchina vi era il portavoce, un grosso condotto di ottone che era istallato tra la sala timoneria e il locale macchine nel quale si ripetevano a voce gli ordini comunicati attraverso il telegrafo. Per trarre l’attenzione del personale di macchina essendo in un locale rumoroso, nel portavoce vi era inserito un fischietto.

    Oggi il portavoce sulle navi è quasi scomparso perché sostituito dalla Rete Magnetofonica , è rimasto solo nelle piccole unità.