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    15.8.2014, nel ricordo di Emilio Ramognini

    a cura di Renato Ruffino

    Ripensando ad “Emma” – Ricordi di Emilio Ramognini

    Sono stato arruolato nel Corpo Degli Equipaggi della Marina Militare (anche se avevo a carico due fratelli minori e la mamma vedova) il 4 febbraio 1942 per la ferma di mesi 28 dal consiglio di leva di Savona come Marinaio e lasciato in congedo illimitato in attesa del’avviamento alle armi.
    Lasciato il lavoro, giunsi alle armi il 10 novembre 1942 al deposito C.E.M.M. La Spezia dove sono stato inviato all’ospedale di Marina di Massa per accertamenti medici, rientrato a Maridepocar La Spezia il giorno 17 novembre 1942, sono stato classificato definitivamente Marò. Appositamente vestito e armato con un moschetto, feci molti turni di guardia, per questo mi diedero in dotazione anche un binocolo che portai sempre con me. Appassionato di musica comprai una chitarra, mancava un parte, ma suonava ugualmente; i marinai anziani me la sequestrarono, come pure un cavatappi e la coperta che poi rivendettero a 500 lire, essere reclute voleva dire anche questo. Ma passare per allocchi non andava bene. Insieme a tutte quelle reclute a cui era stato sottratto qualche oggetto, escogitammo un piano. Organizzammo una sortita per impadronirci delle cose sottratte ingiustamente; salimmo nelle camerate degli anziani e fu razzia di coperte, questa volta ci lasciarono in pace, forse intimiditi del nostro folto gruppo che era di gran lunga superiore al loro.
    Giorni dopo mi mandarono a Migliarino alla 10° squadriglia MAS in attesa di imbarco, li trasferimmo tutti i nostri bagagli, bauli con effetti personali, biancheria e divise, in tutto questo via vai di gente, le donne locali che incontravamo ci dicevano: “poveri ragazzi andate contro a morte certa”, subito non realizzai, ma quella frase si rivelò profetica, infatti dopo pochi giorni in un tragico evento bellico, solo io mi salvai, fu un miracolo, senz’altro qualcuno avrà pregato per me in modo che io tornassi a casa.

    Nel porto c’era l’incrociatore “’Attilio Regolo” la sua costruzione avvenne nel Cantiere navale OTO di Livorno dove il suo scafo impostato il 29.9.1939, fu varato il 28.8.1940. Era entrato in servizio il 14.5.1942, il successivo 7 novembre, al rientro da una missione di posa di mine, fu colpito da un siluro dal sommergibile inglese Unruffled che gli asportò completamente la prora. Dopo essere riuscito a raggiungere Messina venne rimorchiato fino al La Spezia, dove gli venne applicata la prora del Caio Mario ancora in costruzione.

    Il 9 dicembre imbarcai sulla motonave “Emma” che si trovava nei cantieri del Muggiano, una nave da trasporto armata con un cannone da 120mm, 7931 tonnellate di stazza, classe Liberty, una nave lenta, un sicuro bersaglio per il nemico che ci attendeva al largo.
    I soldati tedeschi installarono quattro mitragliatrici antiaereo a quattro canne su dei palchi in legno precedentemente costruiti da noi marinai, in seguito uno di questi legni mi fu provvidenziale nel momento in cui mi trovavo naufrago in mezzo alle onde.
    Il Natale lo passammo in navigazione, la rotta era La Spezia-Napoli sottocosta, imbarco di armi e mezzi di trasporto a Napoli e partenza con destinazione Biserta (la rotta della morte) per effettuare il rifornimento ai nostri soldati in Africa.

    Attraccati nel porto di Napoli, vedevamo il Castello Angioino bello e imponente, non molto distante la nave “Lombardia” fungeva da prigione, e se alzavi il naso si vedeva il sonnacchioso Vesuvio che a buon ragione temevo, infatti nel 1944 mentre mi trovavo al centro ortopedico di Bologna, il 18 marzo eruttò, provocando la morte di 26 persone nell’area interessata dalla caduta di ceneri a causa dei crolli dei tetti e delle abitazioni stesse, 2 centri abitati furono in parte distrutti dalle colate laviche, e si persero ben 3 anni di raccolti nelle aree interessate dalla caduta delle ceneri.
    Le operazioni di carico armi, venivano effettuate di notte, le munizioni venivano stivate all’interno della nave in gran segreto, tant’è vero che io non vidi mai nulla, I camion invece erano sistemati in coperta. Insieme al carico di munizioni e ai mezzi di trasporto, partirono con noi una compagnia di soldati tedeschi che andavano in Africa a rimpiazzare morti e i feriti, aggregati a loro una trentina di prigionieri Siberiani guardati a vista.
    Essendo Marò adibito a servizi vari, a bordo ricoprivo le mansioni di cambusiere e quelle di cameriere, il mangiare era sempre abbondante, la pasta non mancava mai, e quando avanzava la portavo ai prigionieri Siberiani che mi ringraziavano sempre, mentre i tedeschi erano sempre scontrosi e maleducati.
    La sera del 15 gennaio alle ore 17.00, partimmo da Napoli con 300 tonnellate di munizioni (una vera polveriera viaggiante), i soldati tedeschi, alcuni soldati italiani; i membri dell’equipaggio non superavano la quarantina (i comandanti erano due, uno militare e l’altro un civile militarizzato), la torpediniera “Clio” ci faceva da scorta. Salii subito di guardia in plancia, ma non c’erano ordini, scesi nelle stanze dove alloggiavano i soldati tedeschi perché avevo notato una fisarmonica; preso dalla voglia di suonare qualche nota chiesi il permesso di usufruirne, ma il proprietario si arrabbiò, così me ne ritornai in plancia a scrutare il mare con il mio binocolo. A 10 miglia da Ischia, con mare grosso da maestro alle ore 20.00 il sommergibile Britannico “P228 Splendid” che era in agguato, lanciò un siluro che ci colpì nelle sala macchine immobilizzando la nave. La torpediniera “Clio” si affiancò per soccorrerci, ma la violenza delle onde la sbatterono contro la fiancata del nostro mercantile subendo gravissimi danni, tanto da dover rientrare a Napoli senza poter trarre nessuno in salvo.
    Quella notte ero agitato, dalle stive non usciva nessuno, si sentivano delle grida, forse c’erano le scale impraticabili, non lo so, ma sentivo che qualche cosa d’altro doveva ancora succedere. Fu una notte d’inferno e da incubo, la luna ogni tanto spariva lasciando il buio più nero del nero, quando riappariva le ombre riflettevano sul mare la tragedia che si stava consumando, eravamo in balia delle onde, il vento e le onde sferzavano il mio volto, solo all’alba arrivarono due rimorchiatori d’altura partiti dal porto di Napoli con lo scopo di rimorchiarci fino alla nostra base di partenza, le operazioni di aggancio erano difficoltose per le brutte condizioni del mare, quando a un tratto mi accorsi della scia di due siluri.
    Erano le ore 8.00, senza pensarci due volte, mi lanciai in mare senza salvagente, dalla parte opposta la direzione dei siluri. Non so se ero già in acqua o ancora in volo, quando un boato spezzò l’aria, un siluro centrò la Santa Barbara e la nave saltò letteralmente in aria con un boato immenso, ancora oggi a distanza di quasi 70 anni lo sento presente nelle mie orecchie, nella caduta persi il binocolo da cui non mi separavo mai. Da un altezza approssimativa di 20 metri, mi lanciai a soldatino, ovvero con i piedi all’ingiù, e sprofondai nel mare, nella caduta il piede sinistro colpì qualche detrito e mi ferii, poi riemersi a galla, ero vivo, era avvenuto un miracolo. Vidi un cadavere galleggiare con il salvagente, mi avvicinai per prenderlo, ma mi accorsi che era decapitato, e senza un braccio, preso dallo sgomento mi allontanai, vidi i tronchi usati per fare la base delle mitragliatrici antiaerea, galleggiare intorno a me, anche se sapevo nuotare benissimo, mi aggrappai ad uno di essi e non lo mollai più.
    Le onde alte sembrava giocassero all’altalena, in un primo momento sembrava che il mare ti inghiottisse, poi venivi rilanciato in alto tra la schiuma spumeggiante e subito dopo ti sentivi ancora inghiottire, la paura era tanta, l’acqua era fredda, ma non la sentivi nemmeno, devo ricordare che eravamo nel mese di gennaio, inspiegabilmente non presi nemmeno il raffreddore. Un aereo italiano segnalava ai rimorchiatori dove si trovavano i naufraghi, rimasi in acqua forse un ora, o forse meno, non so…in quei momenti il tempo sembra non passare mai, ogni tanto riaffioravano i detriti della nave esplosa, copertoni, legni, casse ecc., poi finalmente mi issarono a bordo, mi adagiarono su una coperta e con una sciarpa mi fasciarono il piede per fermare momentaneamente il sangue che perdevo copiosamente, nel frattempo un cagnolino mi leccava le orecchie.
    La mente tornò a quei bravi ragazzi scomparsi con la nave, erano tanto giovani e pieni di vita, ricordo un marò quasi senza denti e un testicolo, un giorno gli chiesi perché non avesse provato a far domanda di esonero, ma a quel tempo arruolavano tutti, c’era bisogno di personale, ricordo un altro marò di Milano con i baffetti, faceva il panettiere con suo padre, ricordo anche un maresciallo cannoniere veneto tanto bravo … adesso erano tutti morti.

    Dei 350 uomini imbarcati che io sappia ci siamo salvati solo in quattro (i libri dicono sette, ma forse tre erano tedeschi ed erano stati ricoverati in un altro ospedale), io sono l’unico marinaio superstite, un sergente dell’esercito, un maresciallo dei carabinieri, e un autiere dell’esercito, era lo scarso elenco dei sopravvissuti.

    Portato a Napoli all’ospedale di Piedigrotta della Marina Militare (Il complesso, noto come Basilica di Santa Maria di Piedigrotta, è un importante riferimento turistico e culturale per le opere d’arte del periodo Barocco in esso custoditi. Edificata nel Trecento e intitolata a Santa Maria dell’Idria, a cui il culto era votato; culto che si riallaccia a quello pagano della Dea Hodigidria (in greco colei che conduce), molto diffuso nelle colonie della Magna Grecia e quindi anche a Napoli, devozione che rivive ogni 8 settembre con la Festa di Piedigrotta, manifestazione anche di profondo significato folkloristico se la si collega a quella “Piedigrotta” che ha coinciso a lungo con il lancio delle più note e belle canzoni napoletane. Nella facciata si notano l’immagine della Madonna di Piedigrotta tra re Alfonso d’Aragona, Papa Niccolò V e Sant’Agostino. L’interno, molto ricco e decorato, custodisce la trecentesca statua della Madonna col Bambino, affreschi di Belisario Corenzio e una tavola cinquecentesca di stile fiammingo. Il chiostro è attualmente occupato dall’Ospedale della Marina Militare), dove arrivai la sera stessa, mi operarono al piede sinistro per esiti di ferita da scheggia, e lesione dei tendini, una suora infermiera prima di addormentarmi con l’etere mi disse”adesso vai in paradiso”. Mi sveglia con la gamba interamente ingessata fino alla coscia che tenni per quattro mesi, inutile dire che mi si atrofizzò. Mi salvarono il piede ma non l’articolazione. Siccome avevo perso tutti i miei beni nell’affondamento della nave, e al momento del ricovero indossavo solo degli abiti laceri e sporchi, il professore che mi operò mi regalò 50 lire e il capo sala 25, poca cosa, ma in quel momento erano tanti, la vita ricominciava.
    Venne a trovarmi la fidanzata di un maresciallo segnalatore disperso in mare, mi disse che dalla partenza della nave aveva pregato finché la vide, inoltre, continuò, presto si sarebbero dovuti sposare; sapendo benissimo che i soli sopravvissuti eravamo in quattro, per sdrammatizzare, e uscire fuori da quella brutta situazione, dissi che forse era stato salvato da qualche altra nave.
    Un giorno mentre camminavo con le stampelle incontrai una compagnia di soldati tedeschi, indossavo i tipici pantaloni alla marinara larghi in fondo a zampa di elefante e il piede era nascosto dentro, senz’ altro pensarono che fossi un amputato perché si misero tutti sull’attenti e mi salutarono con tutti gli onori. Ricordo che quando sabotarono ed esplose la motonave “Caterina Costa” di 8.060 tonnellate, ormeggiata nel porto di Napoli, carica di rifornimenti ed armamenti (1.000 tonnellate di benzina; 900 di esplosivi; carri armati ed altro) da trasportare a Biserta in Africa.
    Il 28.3.1943 vi scoppiò un incendio a bordo, forse doloso, divenuto incontrollabile, raggiunse la stiva e ne provocò l’esplosione, la deflagrazione fu devastante: il molo sprofondò e tutt’intorno un gran numero di edifici venne distrutto o gravemente danneggiato. Alcune navi vicine si incendiarono e affondarono mentre parti roventi di nave e di carri armati furono scagliate a grande distanza, finendo in via Atri e piazza Carlo III. Altri frammenti raggiunsero piazza Mercato e il Vomero ed altri ancora (comprese le ancore) incendiarono la stazione ferroviaria Centrale, un Ammiraglio lo trovarono sul tetto di un palazzo; gli oltre 600 morti e gli oltre 3.000 feriti riempirono letteralmente le strade, io ero seduto al tavolo con la suora e altri feriti, intenti nel recitare il Santo Rosario, lo spostamento d’aria ci fece cadere a terra,… i giornali tacquero! Per portare via i morti fu necessario usare i camion.

    Nella camerata, eravamo in sette o forse otto, un marinaio tutto bruciato gridava mamma…mamma…mamma! Era imbarcato su di una motozattera con alcuni fusti di benzina vicino, un giorno durante un incursione aerea britannica, presero fuoco provocando morte e distruzione, lui rimase gravemente ustionato in tutte le parti del corpo e nella notte morì, lo portarono via dentro un lenzuolo bianco. Come cura dovevo assumere dei solfamidici, ma i farmaci mi bloccavano lo stomaco, erano micidiali, non potevo mangiare. C’era un infermiere, un certo Fumagalli, un marinaio alto quasi due metri che aveva sempre una gran fame, escogitai un compromesso: non potendo mangiare, inevitabilmente, mi avanzava sempre del cibo, così proposi lo scambio del mio cibo, con la distruzione di una parte dei farmaci che dovevo ingerire gettandoli nel bagno, diventammo amici e mi accompagnò al centro ortopedico Putti di Bologna il 4 aprile 1943, (centro ortopedico specializzato per la cura e la riabilitazione dei traumatizzati per cause belliche nei locali del seminario arcivescovile di Villa Revedin a San Michele in Bosco. Dipendente dall’Ospedale militare dell’Abbadia, il Centro Mutilati Putti ospita anche un grande orto di guerra, una stalla con mucche e maiali, un forno e una distilleria. Nel luglio 1944 passa sotto la supervisione della Sanità militare tedesca. Il 29 novembre il Centro è accerchiato dalle SS e dalle Brigate nere, alla ricerca di partigiani. Il direttore prof. Oscar Scaglietti è arrestato e interrogato nella sede della Gestapo in via Santa Chiara). Con grande sorpresa, quando arrivai, per prima cosa mi tagliarono le crucce (le stampelle), e le gettarono via, non capii e chiesi il perché. Per risposta mi dissero che se avessi continuato a camminare con le crucce, presto avrei avuto la gobba e la schiena si sarebbe andata a far benedire, in cambio mi diedero due bastoni fatti a T fasciati nella parte superiore con delle bende, che funzionavano da ammortizzatore, in tal modo avrei anche rinforzato le braccia, se proprio non avessi avuto modo di camminare con i bastoni, avrei potuto usufruire della carrozzella.
    Debbo dire ad ogni modo che fui trattato benissimo, e non mi posso lamentare. I medici hanno sempre operato con professionalità maestra, ricordo che un marinaio che aveva le mani bruciate gliele impiantarono nel ventre e quando la carne ricrebbe le separarono nuovamente con un ottimo risultato, ad un altro ricostruirono la vescica, ad un altro ricostruirono il naso, asportato da un colpo di fucile, ad un altro ancora ricostruirono il calcagno salvandogli la gamba, tutte queste operazioni oltre ad avere lo scopo di rendere la vita di questi poveri sventurati il più normale possibile, avevano anche lo scopo di erogare il meno possibile pensioni di invalidità. Rioperato al piede sinistro che non si era saldato bene, incominciai a soffrire di osteomielite, un male tremendo che non mi lasciava quiete, un giorno la suora vedendomi così addolorato, mi diede una pastiglia bianca che estrasse da un botticino che teneva sempre al collo, non seppi mai cosa fosse, ma in compenso dormii più di 24 ore e ne trassi un grande beneficio, mi ripresi presto.

    La guerra è una cosa orribile, ho visto le atrocità più terribili, c’era un ragazzo che avrà avuto 22 anni, aveva perso entrambe le gambe, le braccia, un occhio e un orecchio, a vederlo era un vero strazio, un altro ufficiale era privo delle mani e degli occhi, a chi era stata amputata solo una gamba era da ritenersi fortunato. Un ufficiale medico, un giorno mi disse se potevo aiutarlo, dovevo tenere fermo un marinaio con una gamba amputata e il moncone era pieno di pus, aveva l’infezione e la febbre alta, con il bisturi incise, e il sangue schizzò ovunque, andai a lavarmi nella vasca da bagno, ma mi accorsi che dentro c’era una ragazza morta. Nel bombardamento precedente, i morti li avevano portati anche all’ospedale perché non sapevano più dove metterli. Ai momenti in cui tutto era tragico, si alternavano i momenti allegorici, a vent’anni la goliardia è cosa normale, una sera decideremmo di fare un gavettone a Calderoli, un ragazzo ferito ad un braccio, ma che usciva tutte le sere, inaspettatamente entrò il Prete e l’acqua piazzata sulla porta si rovesciò sul capo del malcapitato, scappò un imprecazione per il bagno imprevisto ma si dimostrò compiaciuto nel saperci in allegria, ci scusammo per l’accaduto e spiegammo che lo scherzo non era indirizzato a lui ma bensì al nostro amico Calderoli. Tanto per far capire come lo spirito dei vent’anni era così bello e pieno di vita, ricordo che due marinai a cui mancava un braccio ciascuno ad uno il sinistro e l’altro il destro, legati vicino, suonavano la fisarmonica, uno i bassi e l’altro alle voci, era tutto uno spettacolo, un terzo marinaio senza una gamba suonava il mandolino, a vederla era un orchestra un po’ anomala ma la musica era ottima, il Professor Scaglietti era contentissimo perché vedeva il nostro il morale rimanere alto.
    Un giorno venne mia madre a trovarmi, ero impossibilitato ad uscire in quanto il piede mi faceva sempre male, c’era un marinaio senza le due gambe seduto sulla carrozzella, lo prese gentilmente e lo sedette sulla finestra, sbalordito chiesi cosa stesse facendo, se forse non avesse visto che lui era senza le gambe, e che la carrozzella serviva esclusivamente a lui e non a me, ma irremovibile disse che avremmo fatto solo un breve giretto in giardino e poi l’avrebbe restituita, e così fu.
    L’otto settembre 1943 ero a casa in convalescenza, avevo una licenza tedesca per cui non ebbi problemi nel mio continuo peregrinare nell’andare avanti e indietro da Bologna a Camerana luogo di mia residenza. A Bologna c’era una contessa che aveva delle piantagioni di frutta, e quando era stagione di raccolta provvedeva per tutto il centro, una volta mi regalò persino un bel bastone da passeggio. Essendo la guerra ancora in atto, non poterono congedarmi anticipatamente per inabilità, dovevo concludere la ferma di mesi 28, così mi inviarono all’ospedale Regina Margherita di Castelfranco Emilia, in attesa dello scadere dei termini. Un giorno venne a farci visita la Principessa del Piemonte Maria Josè, colti di sorpresa, per far prima ci mettemmo a letto con le scarpe, poi arrivò accompagnata da Ammiragli, Generali, Ufficiali e da tutto il seguito, attenta e scrupolosa annotava tutto, si dimostrò molto generosa, per esempio ad un marinaio senza una gamba diede 1.000 lire, poi venendo da me e saputo che ero capo famiglia con due fratelli minori a carico, la mamma vedova e in più il piede malridotto, mi diete 500 lire e la foto dei suoi figli che conservo tuttora, era veramente una principessa e soprattutto non voleva la guerra.
    Il 16 febbraio 1945, a Torino fui sottoposto a visita collegiale e proposto per la settima categoria di pensione quale invalido di guerra. Un Guardia Marina saputo che mi ero salvato dall’esplosione di nave “Emma” mi disse di fare un quadro alla madonna (ex voto) per la grazia ricevuta.
    Fui congedato definitivamente Il 5 dicembre 1945.
    Di quelli che si salvarono con me quella tragica notte non ricordo più il nome, ma nemmeno ho saputo più nulla.

    P.s. Mi chiamavo Emilio Ramognini ero nato il 17 marzo 1923 a Sassello (SV) e sono deceduto a Cengio (SV) il 15.8.2014.

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    15.8.1942, Gaetano Arezzo della Targia

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra
    (articolo già pubblicato il 18.5.2010)


    …destino volle che la vita di Gaetano Arezzo della Targia fosse strettamente legata al destino del sommergibile Uarsciek e dell’equipaggio di cui ne  fu l’eroico Comandante.

    (Siracusa, 31.7.1911 – 15.8.1942)

    Il sommergibile Uarsciek
    Il sommergibile Uarsciek appartenente alla classe “600” (“Adua”) nota anche come “Africana”, unitamente ad altri 17 esemplari, fu il primo battello ad essere impostato sugli scali. Fu costruito presso il cantiere Tosi di Taranto, varato il 19 settembre del 1937 e consegnato alla Regia Marina nel dicembre dello stesso anno con la grafia Uarsheich successivamente corretta in Uarsciek. Ascritto alla sede di Taranto, nel giugno del 1938 partecipò ad una crociera nell’Egeo, facendo base a Lero e il successivo anno fu destinato a Tobruch per una crociera fra i porti libici. Allo scoppio della guerra fu assegnato alla 46^ squadriglia presso il IV Gruppo Sommergibili di Taranto.
    Venne impiegato in agguati offensivi lungo le linee di maggior traffico avversario nel Mediterraneo centrale e orientale e, in un secondo momento tra il 1942 e il 1943, prevalentemente nel Mediterraneo occidentale come sbarramento da azioni di unità di superficie e aeree.
    Allo scoppio della guerra il battello era comandato dal tenente di vascello Carlo Zanchi. L’equipaggio era composto da 47 uomini (6 ufficiali, 9 sottufficiali e 32 sottocapi e comuni di varie categorie). Nel 1941 l’Uarsciek eseguì i lavori di manutenzione nei cantieri di Pola per poi essere destinato a Messina e a Cagliari al fine di operare contro il traffico di rifornimento di Malta proveniente da Gibilterra.
    Partecipò alle battaglie di mezzo giugno e di mezzo agosto del 1942 dove si ritiene colpì la portaerei inglese “Fourious”. Per questa azione e soprattutto per lo spirito aggressivo col quale aveva condotto l’unità all’attacco del convoglio britannico, il nuovo comandante, tenente di vascello Gaetano Arezzo della Targia, imbarcato il 21 giugno, fu decorato con la medaglia d’argento al valor militare.
    Durante la penultima missione nei primi di novembre, la sedicesima, il sommergibile trasportò a Tobruch 19 tonnellate di munizionamento proseguendo il pattugliamento lungo le coste egiziane. In questo periodo un’avaria lo costrinse a rimanere ai lavori in un primo momento a Tripoli e poi rientrare a Messina per il ripristino dell’efficienza. L’Uarsciek sarebbe dovuto entrare ai lavori di grande manutenzione a febbraio del 1943 (benché nei primi mesi del 1947 la Commissione d’Inchiesta Speciale, lo valutò all’atto della sua ultima missione “in buone condizioni di efficienza” .
    Nei primi di dicembre il sommergibile riprese il mare alle dipendenze del X Gruppo Sommergibili di Augusta in attesa di ordini che arrivarono l’11 dicembre1942 . L’Uarsciek unitamente al sommergibile Topazio erano pronti a muovere col compito offensivo esplorativo totale e protezione di un convoglio importante (Motonave Foscolo) previsto in transito nel Mediterraneo Centrale e diretto a Tripoli. La situazione del fronte Africa settentrionale era in fase di progressivo deterioramento per le forze italo – tedesche incalzate dalle avanguardie dell’8^ armata britannica dopo il favorevole esito dell’offensiva lanciata ad El Alamein.
    Ma torniamo a quel venerdì 11 dicembre 1942. Alle 17.25 il sommergibile salpa da Augusta verso sud. Va tenuto presente che:

    (1) al sommergibile, di costruzione pre-bellica, per essere reso più idoneo alla guerra subacquea e ridurre i tempi di immersione, era stata ridotta la dimensione della falsa torre ed erano stai effettuati lavori ai macchinari di bordo per renderli più silenziosi e, in precedenza, erano state eliminate alcune deficienze di funzionamento dei motori termici che si erano manifestati nel corso delle battaglie di mezz’agosto;

    (2) doveva essere sottoposto a turnazione e quindi al fermo per la “grande manutenzione”  a breve (febbraio del 1943);

    (3) il comandante Arezzo della Targia al momento dell’uscita in mare era febbricitante, in non buone condizioni fisiche;

    (4) il direttore di macchina, a bordo da due mesi circa, era stato in precedenza sbarcato dalla stessa unità per grave esaurimento nervoso.

    (5) l’equipaggio era composto per circa il 30% da personale che aveva partecipato alle precedenti missioni sullo stesso battello, il 15% da personale di leva al primo imbarco ed il restante personale avvicendato in imbarchi su altri sommergibili.

    L’Uarsciek entra nella zona di agguato alle ore 05.00 di domenica 13 dicembre 1942.
    Alle ore 03.00 di martedì 15 dicembre 1942 l’Uarsciek viene avvistato dai caccia britannici “Petard” e “Queen Olga” (non si ha certezza della presenza di una terza unità inglese) in trasferimento da Bengasi a Malta su rotte dirette, lungo le quali era previsto l’incontro con il sommergibile britannico “Ultimatum” in fase di rientro da una missione nel Mediterraneo centrale. L’avvistamento fu reciproco e istantaneo  (sebbene gli inglesi in un primo momento erano convinti di aver intercettato il loro sommergibile). Il comandante Arezzo della Targia non ha esitazione, essendo in posizione favorevole effettuò subito il lancio di due siluri poppieri, che non hanno buon esito, disimpegnandosi quindi in immersione. Venivano udite dall’equipaggio dell’Uarsciek due forti esplosioni, probabile indice di scoppio delle armi. Precipitato a quota profonda nel corso della rapida immersione, il sommergibile viene riportato rapidamente in superficie dando aria ad un doppiofondo. Nella manovra affiorò con tutta la torretta e ciò che lo fece individuare dalle unità leggere di scorta inglesi che lo sottoposero immediatamente a violenta caccia. Appena affiorato, il sommergibile venne inquadrato dai fasci dei proiettori dei due caccia nemici e fatto segno a violento e intenso fuoco di mitragliere che spazzarono la coperta e la torretta uccidendo quasi istantaneamente il Comandante Arezzo, l’ufficiale in 2^ e il nostromo e ferirono mortalmente altri marinai.
    Dall’ufficiale di rotta viene dato l’ordine di aprire i portelli per autoaffondarsi ed abbandonare l’unità. La situazione era andata fuori controllo, sia per la persistenza del fuoco nemico, sia per l’assenza di qualsivoglia forma di comando che rese così problematico l’autoaffondamento.
    La resa, episodio finale dell’azione, è stata vissuta con la disperazione di chi lucidamente realizza mancanza di alternative ma che fino a quel momento ha reagito all’evento con razionale determinazione, all’unisono con il comandante. La sopraffazione fisica e psicologica hanno poi piegato la volontà dell’equipaggio e il “si salvi chi può” ordine dato da chi assume il comando, a seguito della certezza dell’inefficienza bellica, trova giustificazione nella volontà di salvare l’equipaggio eseguito contemporaneamente alle manovre di autoaffondamento del sommergibile per non farlo cadere in mano al nemico.
    I superstiti dell’Uarshiek (4 ufficiali, 4 sottufficiali, 22 sottocapi e comuni) vennero raccolti e trasferiti sulle due unità inglesi nel contempo il “Petard prendeva a rimorchio il nostro sommergibile e si dirigeva verso Malta ma spezzatosi il cavo di traino, l’Uarsciek affondò rapidamente di poppa (35°40’ N, 14°32’ E alle 11.33 GMT del 15 dicembre 1942 come riportato nella relazione della commissione britannica).

    Caratteristiche Tecniche (*)
    Cantiere: O.T.O.- La Spezia
    Impostato: 02-12-1936
    Varato:19-09-1937
    Consegnato: 04-12-1937
    Affondato: 15-12-1942
    Radiato: 18-10-1946
    Dislocamento
    Sup. 697,254 t.
    Imm. 856,397
    Dimensioni
    Lungh. 60,18 m.
    Largh. Max 6,45 m.
    Motori
    2 motori diesel TOSI +2 motori elettrici Marelli
    1 batteria di accumulatori al piombo composta da 104 elementi.
    Potenza complessiva:
    motori a scoppio 1400 hp.
    Motori elettrici 800 hp.
    Velocità max in superficie: 14 knt.
    Velocità max in immersione: 7,5 knt
    Autonomia in superficie: 2200 nm. a 14 knt. – 3180 nm. a 10, 5 knt.
    Autonomia in immersione: 7,5 nm. a 7,5 knt. – 74 nm a 4 knt.
    Armamento
    4 tubi lanciasiluri AV da 533 mm.
    2 tubi lanciasiluri AD da 533 mm.
    6 siluri da 533 mm.
    1 cannone da 100/47 mm.
    2 mitragliere singole da 13, 2 mm.
    152 proiettili per il cannone
    Equipaggio
    4 ufficiali, 32 tra sottufficiali e marinai
    Profondità di collaudo:80 m.

    Coefficiente di sicurezza relativo alla sollecitazione massima riferito al limite di elasticità del materiale: 3

    (*) Fonte “Sommergibili italiani” di A.Turrini e O.Miozzi – U.S.M.M.

    Gaetano Arezzo della Targia
    Il Tenente di Vascello Gaetano Arezzo della Targia, nacque a Siracusa il 31.7.1911, discendente da nobile stirpe.
    Venne ammesso alla frequenza della 1^ classe della Regia Accademia Navale di Livorno (d.p. 7 luglio 1927) nel corpo dello Stato Maggiore.
    Concluso il corso venne nominato Sottotenente di Vascello e quattro anni dopo Tenente di Vascello.
    Imbarcato sul sommergibile Medusa, allora unità addestrativa della Scuola Sommergibili di Pola, in qualità di comandate – allievo fino a quando l’unità venne affondata il 30 gennaio 1942 al largo di Capo Promontore (Istria) da siluro del sommergibile britannico Thorn. L’ufficiale, uno dei due superstiti del battello, partecipò con slancio e spirito di sacrificio ai tentativi di salvataggio degli uomini del Medusa, affondato in bassi fondali. Per questo motivo gli fu tributato una ricompensa al valor militare con la seguente motivazione:
    Ufficiale Comandante che in menomate condizioni di salute e febbricitante, ha dimostrato alto senso del dovere e spirito aggressivo, attaccando una forza navale nemica e lanciando due siluri contro unità nemica con probabile risultato positivo e cadendo al suo posto di dovere, ha confermato le doti di slancio e dedizione dimostrate in precedente circostanza dalla perdita del sommergibile Medusa”.

    Onorificenze
    Medaglia d’Argento al Valor Militare
    “Comandante di sommergibile di elevate capacità professionali, partecipava con sereno ardimento e indomito spirito aggressivo alla battaglia mediterranea di mezz’agosto, attaccando decisamente un numeroso convoglio nemico potentemente scortato da forze navali ed aeree.
    Col tempestivo ed efficace lancio dei siluri, infliggeva sicure perdite alla formazione avversaria, provocando l’affondamento ed il siluramento di unità a guerra e mercantili.
    Dimostrava nell’ardua brillante azione elette virtù militari e tenace volontà di vittoria”
    (Sommergibile Uarsciek – Mediterraneo Centrale, 15 agosto 1942) – (R.D. 17 dicembre 1942).

    Alla memoria
    “Valente comandante di sommergibile nel corso di ardua missione di guerra, avvista tata nottetempo una formazione navale avversaria, muoveva in superficie arditamente all’attacco. Nonostante il sommergibile fosse stato scoperto, riusciva con abile manovra a silurare un incrociatore avversario. Sottoposto a violenta caccia da parte di tre siluranti nemiche, nella impossibilità di resistere più a lungo in immersione per i notevoli danni riportati, emergeva nell’intento di affrontare in superficie le preponderanti forze avversarie.
    Nell’ardito tentativo, mentre raggiungeva il proprio posto di combattimento in torretta, cadeva colpito a morte da raffica nemica”.
    (Sommergibile Uarsciek – Mar Mediterraneo 15 dicembre 1942) – (D.P. 18 dicembre 1951).
    Morì il, come sopra evidenziato, il 15 agosto 1942 conscio di aver servito fino all’estremo sacrificio e con onore, la sua Patria.

    Ringrazio Franco Prosperini (autore de “L’affondamento del Regio sommergibile Uarsciek nel corso di azione del Mediterraneo Centrale” – edito dall’Ufficio Storico della Marina Militare (B.A. giugno 2006), Paolo Alberini e Giuliano Manzari, per i preziosi suggerimenti e per aver stuzzicato in me, come sempre, la curiosità, la voglia di conoscere ed approfondire il mio background  storico – marinaro.

    Questo articolo è dedicato a Lilly Arezzo della Targia.

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    14.8.1943, motozattera Mz 755

    di Sergio Cavacece



    Ciao Ezio,

    avendo letto il bellissimo articolo sulla MZ 756 (*), volevo dirti se poteva interessarti quello che ho trovato sulla MZ755 che prese parte, anch’essa, alla rotta Messina – sponda Calabra.

    La MZ 755 è una della tante che operò sullo stretto di Messina per l’evacuazione delle Truppe dell’Asse nell’agosto del 1943. Fu gravemente danneggiata da bomba di aereo a Capo dell’Armi la notte del 14 agosto 1943 ed a seguito dei danneggiamenti subiti, fu fatta incagliare ed abbandonata. Equipaggio: formato da un comandante, normalmente un aspirante guardiamarina e da 12 tra sottufficiali e marinai. Armamento: un cannone da 76/40 antiaereo una mitragliera da 20 mm. Scotti – I.F. od Oerlikon su affusti a libero puntamento.
Poco prima il Generale Hube aveva attraversato lo Stretto con le sue ultime retroguardie, i Tedeschi avevano completato la loro evacuazione fino all’ultimo.
    Al contrario di quanto previsto dai piani, alle 6,30 del 17 agosto, fu la 3a Divisione Americana ad entrare per prima a Messina (dalla statale 113), seguita alle 10,30 dal Generale Patton, poco dopo una pattuglia di Commando dei ‘ Currie Force ’ Inglesi entrò in città da sud. Gli Americani trovarono Messina vuota di truppe tedesche. Dopo 38 – 39 giorni di battaglia continua la campagna di Sicilia era terminata. Poco prima il Generale Hube aveva attraversato lo Stretto con le sue ultime retroguardie, i Tedeschi avevano completato la loro evacuazione fino all’ultimo.
Tra il 1° ed il 17 agosto i Tedeschi evacuarono truppe per un totale di 39.951 (inclusi 14.772 feriti), 9.789 veicoli, 51 Tanks, 163 cannoni, 16.791 tonnellate di attrezzature e 1.874 di carburanti e munizioni. Nello stesso tempo gli Italiani, utilizzando tre battelli a vapore, un traghetto per treni e 10 gommoni a motore, ritirarono anche circa 59.000 uomini, 227 veicoli, 41 cannoni e 12 carrelli. Ciò che all’inizio era atteso come un disastro si rivelò un successo sbalorditivo, grazie alla riuscita operazione di traghettamento di uomini e mezzi in Calabria, i Tedeschi poterono rallentare l’avanzata alleata in Italia come accadde infatti a Salerno, Cassino, Anzio ecc L’Operazione Husky vide combattere 60.000 tedeschi dei quali 20.000 morirono o furono fatti prigionieri, gli Italiani persero 130.000 uomini in gran parte catturati dagli Angloamericani i quali contarono 31.000 uomini tra morti e prigionieri.
    La Motozattera 755 appartiene a una prima serie di 65 unità, classificate di “uso locale” e contraddistinte dalla sigla “M.Z.” (motozattere) e da un numero progressivo da 701 a 765. La Regia Marina ne ordinò la realizzazione ai diversi cantieri italiani, con delle modifiche che hanno interessato l’apparato motore, e in alcuni casi la struttura di prua, classificandole di “uso locale”.
    Lo sgombero dalle spiagge messinesi a quelle antistanti della Calabria, si presentava come un’operazione ad alto rischio visto che gli Alleati, ancorché restii ad avventurarsi nelle acque dello stretto coi loro mezzi navali, godevano d’una quasi incontrastata superiorità aerea in quello, come negli altri settori. Anche questo era un motivo per impiegarvi le motozattere, costituenti per i velivoli attaccanti un bersaglio ridotto. In luglio, la forza di MARIZAT sfiorava le cinquanta unità, ma tolte quelle ai lavori, ne rimanevano disponibili solo una ventina; tutte si portarono a Messina per partecipare a questa novella Dunkerque che, invero, fu per l’Asse un mezzo successo, visto che si riuscì a traghettare in Calabria 102.000 uomini, 9.800 autoveicoli, 140 cannoni, una cinquantina di carri armati e 18.000 tonnellate di materiali. Quando le forze dell’asse evacuarono la Sicilia furono le superstiti motozattere, circa 50 unità, che trasferirono in Calabria circa 62.000 uomini del contingente italiano. A testimonianza di quest’attività, svolta sotto continui attacchi nemici, rimasero sulle rive dello stretto di Messina gli scafi di 13 unità sventrati dalle bombe nemiche o vittime di un incaglio irreparabile. La MZ 755, in quell’occasione fu gravemente danneggiata da bomba di aereo a Capo dell’Armi la notte del 14 agosto 1943 durante lo sgombero di Messina (era una di due MZ di rimpiazzo provenienti da Taranto per sostituire altrettante unità appena perdute nello sgombero), fu portata ad incagliare e semiaffondata, quindi abbandonata.
In precedenza aveva partecipato all’evacuazione di Tobruk e della Cirenaica (novembre 1942), poi a quella di Tripoli (gennaio 1943 andando a Trapani). A inizio giugno 1943 era ai lavori alla Navalmeccanica di Castellammare di Stabia. Equipaggio era formato da un comandante, normalmente un aspirante guardiamarina e da 12 tra sottufficiali e marinai.
Armamento: un cannone da 76/40 antiaereo, una mitragliera da 20 mm. Scotti – I.F. o Oerlikon su affusti a libero puntamento.

    Note
    La fotografia a testimonianza del periodo bellico vissuto dalla città di Messina e dai suoi cittadini non è di mia proprietà, ma proviene da collezioni private (Bunsesarchiv con scatti del Leutnant zur See Horst Grund della Kriegsmarine).
Un particolare ringraziamento va ad Armando Donato Mozer per la preziosa collaborazione fornita.

    (*) https://www.lavocedelmarinaio.com/2012/08/motozzatera-756-eventi-rilevanti-nel-golfo-di-gioja/

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    13.8.1919, Giovanni Pellizzari e la regia nave Basilicata

    di Gianni e Michelangelo Califano
    foto Michelangelo Califano

    Il Capo timoniere di 2^ classe Giovanni Pellizzari, caduto a Suez il 13 agosto 1919, nell’affondamento della regia nave “Basilicata”. Era giovanissimo, classe 1895,  originario di Tempio, poi la famiglia si stabilì alla Maddalena. Una Bonaria Pellizzari, forse una sorella, si sposò con un mio compaesano di Stintino, Giuseppe Diana. Un nipote mi ha messo a disposizione la foto. La nave affondò mentre percorreva il canale di Suez, a causa dell’esplosione di una caldaia, ci furono dieci vittime e la nave fu recuperata, perché bloccava il Canale, ma fu poi demolita. Dopo appena due anni di servizio, nel pomeriggio del 13 agosto 1919, il piccolo incrociatore, mentre era diretto in Mar Rosso al comando del capitano di vascello Fossati per rimpiazzare l’ariete torpediniere Calabria nella sua funzione di stazionario, affondò in fiamme nelle acque di Tewfik (all’imboccatura del canale di Suez), non lontano da Porto Said, a causa dello scoppio di una caldaia.
    Nella sciagura perirono circa 30 dei 250 membri dell’equipaggio, in larga parte àscari eritrei. Le vittime si ebbero a registrare soprattutto tra coloro che si trovavano nei pressi della sala macchine al momento dell’esplosione, mentre il resto dell’equipaggio (compreso il comandante Fossati), grazie alla scarsa profondità (dodici metri), che impedì alla nave di affondare del tutto, poté mettersi in salvo.
    Il relitto, affondato in acque basse, venne recuperato dapprima spostato in tre giorni, dato che ostruiva il canale di Suez, e quindi recuperato il 12 settembre 1920, ma i danni vennero ritenuti troppo costosi da riparare e pertanto la nave venne radiata e, il 1º luglio 1921, venduta per la demolizione.

    Giovanni Pellizzari, ha vissuto a Maddalena, ed è seppellito nella zona dei militari morti in guerra e non. Era il fratello di Zi Teresina, che aveva sposato Zi Antó Riva, hai presente dove ora c’è il rifugio dei peccatori? Li c’era la bettola di Antó riva. Quindi era anche lo zio di tutti i Riva, compreso don Giuseppe.
    Giovanni Pellizzari era fratello di mia nonna Carmela. È stato il più giovane capo di 1^ classe timoniere della Marina. Figlio di Pietro Pellizzari, ultimo ed unico figlio maschio di 5 figli, morì per l’esplosione della caldaia della R.N. Basilicata nel canale di Suez.
    È sepolto a La Maddalena nel sacrario militare. Allego foto di famiglia.

    Da sx. Zia Teresina che sposò zi Antò Riva, padre di don Giuseppe, mia bisnonna, mio bisnonno, mia nonna Carmela, in basso da sx.: zia Margherita, zio Giovanni, zia Bonaria.

    Giovanni Pellizzari, il terzo da destra, a casa del Sultano di Obbia.

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    13.8.1942, la regia nave Bolzano

    di Francesco Venuto

    …nella testimonianza di un sopravvissuto.

    PANAREA – Il mattino del 13 agosto del 1942 gli ottocento abitanti di Panarea vennero svegliati da due boati provenienti dal mare. L’incrociatore pesante “Bolzano” e l’“Attendolo” erano stati colpiti da due siluri lanciati da un sommergibile inglese nello specchio d’acqua davanti all’isola. Dalla spiaggia era possibile scorgere le sagome delle navi e il fumo denso e nero proveniente dal Bolzano, incendiatosi per lo scoppio di una caldaia.
    Attorno i cacciatorpediniere di scorta giravano nervosamente tentando di localizzare il sommergibile.
    Dall’isola partivano alcune barche per cercare di prestare soccorso ai superstiti.
    “Erano per lo più anziani, donne e pure qualche bambino. Io ero in acqua per aiutare un marinaio in difficoltà e vedevo le prue delle barche diventare sempre più grandi, avvicinandosi”.
    Vincenzo Costantino, 73 anni, poco più che ventenne all’epoca dei fatti, è un superstite del “Bolzano”; sul suo foglio matricolare c’e scritto che ha partecipato pure alla battaglia di Punta Stilo e di Capo Matapan. Oggi e un tranquillo pensionato di Villafranca Tirrena.
    Se a Panarea in questi giorni attraverso una mostra fotografica è stato ricostruito l’accaduto secondo quanto hanno visto gli abitanti da terra, Vincenzo Costantino lo racconta per come lo ha vissuto a bordo del Bolzano: “Tutto inizia la mattina del 12 agosto. ”Supermarina”, il comando a terra delle operazioni navali, ordina alle tre divisioni di stanza a La Spezia, Napoli e Messina di riunirsi al largo della Sardegna e, quindi, fare rotta verso Est. Io stavo in plancia, e il mio compito era quello di manovrare i telegrafi di bordo, mentre la mia qualifica era di sottocapo trombettiere. Dopo esserci riuniti con le altre navi abbiamo ricevuto la visita di un ricognitore inglese che ci aveva localizzati.
    A mezzanotte gli aerei nemici hanno lanciato persino dei bengala per poterci vedere. Poi ”Supermarina” con un fonogramma ci ordina di rendere esecutivo il grafico numero 9: che significava navigazione a zig-zag per evitare i siluri.
    L’equipaggio, comunque, sapeva benissimo che da un momento all’altro si poteva scatenare 1’inferno. Anche se solo dopo alcune ore si e appreso che il nostro obiettivo era un convoglio di navi inglesi in transito nello Stretto di Gibilterra. Obiettivo sfumato poiché in nottata eravamo già sulla rotta del ritorno con il ”Trieste” che navigava allineato al ”Bolzano”, davanti agli incrociatori ”leggeri”, e attorniati dai cacciatorpediniere. Finito il mio turno di guardia in plancia, come al solito, correvo al locale numero 6 per prendere la mia razione di caffè e di immancabili gallette.
    Non ebbi il tempo di sorseggiarlo perché dalla sinistra della nave si avvertì il primo scoppio seguito dal sussulto del ”Bolzano”. Istintivamente cercai di raggiungere la prora passando dal locale numero uno, ma invano perché il fumo delle caldaie in fiamme aveva gia raggiunto quella parte di nave. Tornai al 6, cercai una via di scampo svitando le ”farfallette” di un boccaporto; sollevato il portello, appena messa fuori la testa vidi l’Attendolo saltare in aria colpito dal secondo siluro. In tutto il sommergibile prima di fuggire ne sparò quattro, due dei quali andati a vuoto. Intanto ero rimasto incastrato con mezzo corpo fuori dalla nave e le gambe penzoloni, non riuscivo a sollevare completamente il portello di uscita, forse un tubo dell’areazione me lo impediva.
    Gridai aiuto, invocai il nome di Beato, il nostro capo trombettiere mentre sulla coperta della nave era l’inferno: vedevo i feriti che venivano trasportati a poppa, gli ustionati ricoperti dalla crema nera che avevamo in dotazione, i primi morti. Poi Beato arrivò e anch’io mi diressi verso poppa. Gli ufficiali e il comandante, tra l’altro, dovettero abbandonare la plancia ormai invasa dal fumo. Merzagora, il comandante, al primo imbarco sul ”Bolzano”, appariva fresco, risoluto, chiamò un marinaio per fare allagare la ”Santa Barbara”, il deposito delle munizioni, per evitarne lo scoppio, tentò fino all’ultimo di far restare l’equipaggio a bordo e di portare in secca la nave. Per tre volte un cacciatorpediniere ci lancio il sacchetto con cui recuperavamo il cavo d’acciaio che ci passava per rimorchiarci. Tutti i tentativi finirono con la rottura del grosso cavo d’acciaio. Fu a questo punto che il comandante venne a poppa e ci grido: ”Marinai del Bolzano, a chi il Bolzano?”. ”A noi”, rispondemmo in coro. ”Saluto al Re”, ”Viva il Re”, ”Saluto al Duce”. ”A noi”. ”Abbandonate la nave” ”.

    La testimonianza raccolta nel 1990
    «Durante le operazioni di abbandono del Bolzano abbiamo vissuto dei momenti drammatici: dovevamo allontanarci al più presto dalla nave perché la superficie del mare tutto intorno era coperta di nafta e poteva incendiarsi da un momento all’altro». Vincenzo Costantino racconta gli attimi di panico e di paura come se fosse accaduto ieri: «Nella confusione non riuscivamo a contarci, non sapevamo quanti di noi erano morti, chi era rimasto tra le fiamme, chi tra le onde cercava aiuto racconta Costantino –. E mentre ero sulla zattera di salvataggio improvvisamente vidi Vincenzo annaspare nell’acqua e guardare smarrito in cerca di un appiglio. Mi tuffai senza neanche pensarci e andando in immersione lo sollevai verso 1’alto per farlo avvicinare e aggrappare alla barca».
    Cosi Costantino salvo la vita a Vincenzo Barbera, compagno di marina e di sventura. I due amici si incontrarono di nuovo a Pola, dopo un paio di mesi. «Passeggiavo sul lungomare della cittadina istriana – ricorda Vincenzo Costantino quando improvvisamente mi sento abbracciare alle spalle e una mano mi copre gli occhi. Mi giro di scatto e mi trovo di fronte il volto dell’amico che avevo salvato nelle acque di Panarea. Ci gettammo entrambi le braccia al collo e Vincenzo non mi presentò subito agli amici che erano vicini col mio nome e cognome: per lui ero rimasto ”il salvatore”. Poi mi invitò a cena: e quella, per noi militari con pochi soldi in tasca e i tempi duri, era un’offerta di vera amicizia. Per questo gli risposi: ”Vicé, se hai qualche lira, conservatela, che ce ne sarà bisogno”. Poi non l’ho visto più, di lui si sono perse completamente le tracce». Quarant’anni di buio durante i quali Vincenzo Costantino ha più volte cercato l’amico chiedendone notizie a tutti i reduci che ha incontrato. Ha anche pensato di rivolgersi alla televisione, ma le liste d’attesa sono lunghe. «A quanto ricordo, Vincenzo Barbera dovrebbe essere della provincia di Siracusa – afferma Costantino –.
    Se oggi fosse vivo avrebbe la mia stessa età, settantatré anni. Lo devo ritrovare perché abbiamo tante cose da raccontarci e poi abbiamo lasciato in sospeso il discorso della cena: questa volta, pero, gliela offrirei io di vero cuore».

    L’incrociatore pesante Bolzano rappresentò una realizzazione per certi versi a sé stante, anche se in pratica si trattava di un Trento con alcune migliorie, soprattutto per quanto riguarda le sistemazioni per l’equipaggio, tanto che spesso viene indicato come facente parte di tale classe di unità. Come il Trento aveva una corazzatura sottile, sacrificata in funzione della velocità. In effetti fu l’incrociatore pesante più veloce tra quelli in linea nei ranghi della Regia Marina, alle prove infatti superò addirittura i 38 nodi.
    Resta ancora da capire quali furono le motivazioni che spinsero i vertici della Regia Marina da ordinare una tipologia di nave già all’epoca considerata decisamente migliorabile, cosa che avvenne con i successivi ottimi Zara. Tuttavia si trattava di un bastimento dalle linee decisamente piacevoli, tanto che venne definito “un errore magnificamente eseguito”. Impostato presso il cantiere OTO di Livorno l’11 giugno 1930, venne varato il 31 agosto 1932 ed entrò finalmente in servizio il 19 agosto 1933.
    Il 9 luglio 1940 prende parte alla Battaglia di Punta Stilo, inquadrato con il Trento nella III divisione. Il Bolzano venne centrato in tale occasione da tre proietti da 152 sparati dal Neptune, che danneggiarono il timone, distrussero un impianto lanciasiluri e aprirono una piccola falla a poppa. La nave tuttavia continuò il combattimento senza problemi.
    Il 27-28 novembre 1940 prese parte alla Battaglia di Capo Teulada, sempre inquadrato nella III divisione, dove al termine del contatto balistico riuscì a far valere la sua elevata velocità per rompere il contatto impari con le corazzate nemiche.
    Prese parte allo scontro di Gaudo in data 28 marzo 1941.
    Venne affondato il 22 giugno 1944 da un attacco di sommozzatori italiani facenti parte del Regno del Sud.

    Caratteristiche tecniche
    Incrociatore pesante classe “Trento” impostato l’11 giugno 1930 presso i Cantieri Ansaldo di Genova. Varato il 31 agosto 1932 e consegnato alla Regia Marina il 19 agosto 1933.
    – Dislocamento: standard 13.243 t – pieno carico: 13.885 t;
    – Lunghezza: 196,6 m;
    – Larghezza: 29,6,m;
    – Apparato motore: 10 caldaie – turbine Parson – 4 eliche;
    – Potenza: 150.000 CV;
    – Velocità: 35 nodi;
    – Armamento: 8 cannoni da 203/53 mm Ansaldo modello 1929 (in 4 installazioni binate); 16 cannoni da 100/47 mm OTO modello 1928 (in 8 installazioni binate); 4 mitragliere da 40/39 mm Vickers-Terni (in installazioni singole); 8 mitragliere 13,2 mm Breda modello 1931 (4 installazioni binate); 4 mitragliere da 12,7 mm; 8 tubi lanciasiluri da 533 mm (in 4 installazioni binate fisse); 3 idrovolanti Piaggio P6, 1 catapulta
    – Equipaggio: 725 uomini.

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    Il 10 agosto è la notte delle stelle cadenti

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra


    Il destino decide per noi perché sa che se ci siamo trovati un motivo ci deve essere. Ognuno di noi ha un suo scopo nel mondo perché è una particella di Lui che vive e si rispecchia in un’altra particella di Lui.
    Ognuno di noi, in questa notte di Stelle (la mia avrebbe compiuto 97 anni proprio oggi nella notte delle stelle cadenti), guarderà la stessa luna e domani sarà riscaldato dallo stesso sole.
    L’avermi sostenuto, in questi anni, mi ha aiutato a rendere più sopportabili queste interminabili e pensierose giornate. Se vi dico che vi voglio bene, mi credete?
    GRAZIE

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    10.8.1934, la collisione fra il piroscafo Pallade e la regia nave Antoniotto Usodimare

    di Marino Miccoli


    Due marinai per la vita …e anche oltre.

    Che esista l’amicizia, quella vera, leale, sincera e disinteressata, caratterizzata da rispetto e stima reciproca, un’amicizia tanto inossidabile da durare per un’intera vita e anche oltre ho potuto accertarlo personalmente nel rapporto che mio padre Antonio aveva instaurato con un suo carissimo amico (nonché collega marinaio) che a volere definirlo fraterno e’ ancora riduttivo. Era il tempo nemmeno tanto lontano in cui la parola data e una stretta di mano valevano quanto e forse di più di un contratto sottoscritto; i sentimenti autentici come la lealtà e l’amicizia non erano minimamente scalfiti dagli interessi.
    La splendida persona a cui mio padre era molto legato da un’amicizia  era Luigi Paiano, originario di Spongano (Lecce). Negli anni ’30 erano entrambi Marinai; mio padre Antonio era imbarcato sul Regio Esploratore Alvise Da Mosto, Luigi imbarcato sul Regio Esploratore Antoniotto Usodimare.

    Questa bella nave, realizzata dalle maestranze dei cantieri Odero di Sestri, fu consegnata alla Regia Marina nel novembre 1929; faceva parte della classe “Navigatori” ovvero una Divisione composta da 12 Unità che recavano il nome di illustri navigatori italiani. Avevano le seguenti caratteristiche: lunghezza 107 metri; dislocamento 2380 tonn. (2657 tonn.a p.c.); velocità 38 nodi; autonomia 3100 miglia a 15 nodi; armamento 6 pezzi da 120/50 mm.,6 mitragliere (2 da 40 mm.e 4 da 13.2 mm.) 6 laciasiluri da 533 mm. Equipaggio 9 Ufficiali, 164 Sottufficiali e Comuni.
    Queste navi, che in origine furono classificate come Regi Esploratori e dal 1938 Cacciatorpediniere, ebbero modo di farsi onore durante l’ultimo conflitto mondiale; basti pensare che di tutta la Divisione al termine della guerra sopravvisse una sola Unità: il Da Recco.
    I Marinai italiani imbarcati su di esse le ricordano sempre con orgoglio e ammirazione per le loro straordinarie prestazioni; infatti soprattutto nel corso della II guerra mondiale i Regi Esploratori della classe Navigatori operarono tenacemente e facendosi onore,  sostenendo duri scontri e ardue prove ai limiti delle proprie oggettive possibilità. I valorosi marinai che ne costituivano gli equipaggi diedero ripetutamente dimostrazione di possedere una professionalità, un coraggio e uno spirito di sacrificio non comuni. E non pochi furono i casi in cui i Comandanti decisero di seguire il destino delle proprie Unità fino alla fine, inabissandosi con esse.  Desidero sottolineare il fatto che i Comandanti morivano al loro posto, in plancia di comando, non di rado seguiti dai loro subordinati.
    Ricordando questi Uomini di mare, Ufficiali e Marinai che meritano tutto il nostro rispetto e profonda ammirazione, chiniamo riverenti il capo e meditiamo sul loro sacrificio per la Patria.

    Ma in questo mio modesto articolo che ho scritto per gli amici del sito “La voce del marinaio” dello stimato maresciallo Ezio Vinciguerra non voglio trattare di un avvenimento bellico, bensì di un fatto di cronaca di cui si occupò la stampa dell’epoca e di un’amicizia senza limiti.

    Correva l’estate del 1934, siamo nel porto di Napoli e la nave che vediamo trovarsi agli ormeggi è proprio il Regio Esploratore Usodimare. Nella rara e inedita immagine che ho estratto dall’album di ricordi di mio padre (maresciallo capocannoniere della Regia Marina) l’elemento che balza subito alla nostra vista è il grande squarcio che questa unità ha riportato a dritta, nella parte prodiera; i danni ingenti che possiamo notare (dalla forma particolare che presentano si evince trattarsi di uno speronamento) sono dovuti alla collisione con una nave mercantile italiana: il piroscafo Pallade.

    L’incidente avvenne la notte del 10 agosto 1934 nel mar Tirreno, piu’ precisamente nel canale situato tra l’isola di Procida e Capo Miseno. Purtroppo ci furono anche delle vittime: 3 morti e 17 feriti, tutti componenti l’equipaggio dell’Usodimare che, nonostante la collisione, riuscì a raggiungere con i propri mezzi il porto di Napoli. Fortunatamente il più caro e sincero amico di mio padre, il Marinaio Luigi Paiano ne uscì incolume. Dall’articolo di giornale che ho messo a corredo di questo mio modesto scritto si apprende che il piroscafo Pallade non ebbe a lamentare vittime o feriti tra i componenti del suo equipaggio né riportò avarie.
    Luigi Paiano era anziano quando durante una delle sue gradite visite a casa mia mi raccontò dello spaventoso incidente occorso alla sua nave. Anche a distanza di anni dopo la scomparsa di Antonio Miccoli, egli non riusciva a stare per lungo tempo senza venire a trovare i familiari del suo più caro amico e, per onorarne la memoria, puntualmente recava con sè un mazzo di fiori.
    Questo suo comportamento mi ha dimostrato come a volte l’amicizia, quando è vera, sia capace di andare ben oltre la morte. I suoi occhi che si arrossavano ogni qualvolta parlava dell’amicizia che lo aveva legato a mio padre mi sono rimasti profondamente impressi; è questo un fatto che mi fa sempre riflettere sull’importanza dell’autenticità e sincerità dei sentimenti nei rapporti umani.
    Per questo oggi sono onorato di ricordare il Marinaio Luigi Paiano, il Regio Esploratore Antoniotto Usodimare, tutti i bravi Marinai che in ogni tempo ne costituirono l’equipaggio; tra questi in primis coloro che perirono mentre prestavano servizio su quella Unita’, sia nell’incidente della notte del 10 agosto 1934 che successivamente, ovvero nell’affondamento che avvenne l’8 giugno 1942.