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    Le naumachie

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    Le naumachie erano simulazioni di battaglie navali svolti, in appositi bacini naturali o allagati per la circostanza, a scopo di divertimento, dove si rievocavano famose battaglie storiche.
    naumacharii erano in genere prigionieri di guerra o condannati a morte che dovevano guerreggiare indossando le tipiche armature del paese rappresentato, incitati alla lotta dai pretoriani. I combattimenti così diventavano irruenti e davano agli spettatori quell’acre piacere del sangue, come nei ludi gladiatori.
    Il termine naumachiae deriva dal greco e indica sia il sito che lo spettacolo, mentre i romani chiamavano queste rappresentazioni “navalia proelia”.
    La prima naumachia di cui si ha memoria si tenne a Roma nel 46 a.C. in un lago artificiale creato nel Campo Marzio ad opera di Cesare per celebrare il suo trionfo. In quell’occasione venne simulata la battaglia tra la flotta fenicia e quella egiziana. Parteciparono circa 6.000 figuranti ed una folla enorme giunta dalle vicine colonie accampata nelle strade e nelle piazze, così numerosa come racconta Svetonio, da provocare nella ressa la morte di diverse persone.
    Il pubblico si esaltava alla vista delle navi e delle varie fasi della battaglia proprio perché erano così rare e facevano sfoggio della più raffinata evoluzione tecnica molto più di quella utilizzata negli altri ludi romani.
    Lo scopo dei ludi romani e del loro vasto consenso popolare era quello di tenere il popolo ben nutrito (attraverso la distribuzione gratuita di derrate alimentari a volte integrate con somme di denaro) e ben occupato con sempre maggiori divertimenti e spettacoli per evitare ribellioni e rivolte.
    In origine i giochi erano gestiti dai sacerdoti per questioni di culto e duravano, come le famose corse dei cavalli, solo un giorno. Dai 77 giorni di ludi proclamati ufficiali tra la fine della Repubblica e l’inizio dell’Impero si arrivò nel quarto secolo a ben 177 giorni all’anno dedicati agli spettacoli.
    Pane et circenses” (pane e divertimento come oppio di massa per gettare interi popoli nell’impotenza politica) era la formula coniata dal poeta satirico Giovenale che se ne servì per stigmatizzare la politica degli imperatori romani nei confronti dei loro sudditi.
    La naumachia di Cesare in effetti aveva stravolto il senso delle proporzioni dello spettacolo per la sua maestosità, per il contenuto storico e soprattutto per l’onerosità dei costi ma ai romani piacque così tanto lo spettacolo che nel corso degli anni si tennero altre di queste rappresentazioni.
    Lo stesso Augusto, attento conoscitore delle vicende politiche e del suo popolo, organizzò altre naumachie facendo costruire un grande complesso monumentale circondato da portici ed arricchito da opere d’arte, per lo più bottini di guerra, per celebrare la potenza della flotta romana di suo genero Agrippa (ammiraglio della flotta e costruttore del Pantheon).
    Per la prima volta dai tempi di Gaio Duilio, vincitore contro Cartagine, un ammiraglio veniva celebrato più di un generale di terra e per questo motivo l’orgoglio dei romani per la loro flotta veniva raffigurato nella naumachia di Augusto.
    Per avere un senso dello proporzioni Augusto e Domiziano fecero scavare un bacino artificiale vicino alla riva del Tevere (nella zona di Trastevere nei pressi della Chiesa di San Cosimato a Roma) lungo circa 550 metri e largo 360; un acquedotto costruito per portare l’acqua dal lago di Martignano (vicino al lago di Bracciano) lungo 33 Km capace di scaricare 180 litri di acqua al secondo per un ammontare di circa 200.000 metri cubi utili per riempire in 15 giorni la naumachia; un canale di collegamento tra il Tevere e la naumachia per permettere l’accesso delle navi impegnate nella battaglia; 30 navi rostrate biremi e trireme; 3.000 raffiguranti più i rematori ed un imponente servizio di guardia in ogni laddove per evitare che i ladri approfittassero dell’assenza dei romani per compiere saccheggi.
    Tutto questo nel 2 a.C. per celebrare la festa per l’inaugurazione del Tempio di Marte Ultore e simulare la battaglia di Salamina tra persiani ed ateniesi.
    Lo spettacolo aveva stravolto il senso delle proporzioni ma il popolo non piangeva le vittime ne tanto meno criticava l’incredibile costo della naumachia. I romani erano entusiasti di Augusto nonostante avesse sperperato più denaro del suo padre adottivo: Cesare.
    Oltre alle naumachie citate si ricordano nel Campo Marzio la naumachia di Caligola e Domiziano e nelle vicinanze del mausoleo di Adriano la naumachia vaticana e quella fatta tenere da Filippo l’Arabo per le feste commemorative del millenario di Roma (questa sembra sia stata l’ultima naumachia eseguita). Nerone fece riempire con acqua di mare un anfiteatro in legno immettendo anche pesci e animali marini. Dopo la rappresentazione della naumachia  venne fatta defluire l’acqua e nell’arena ormai asciutta si fronteggiarono gruppi di gladiatori.
    Anche Tito volle ulteriormente perfezionare l’arte della naumachia in occasione dell’inaugurazione del Colosseo e ne fece allestire due: la prima dentro il Colosseo stesso con cavalli, tori e altri animali equipaggiati sia per il movimento nell’acqua che sulla terra per ricordare la battaglia tra Corfù e Corinto; nella seconda, sul lago artificiale di Augusto, per ricordare la vittoria degli ateniesi sui siracusani venne allestita una piccola isola dove i naumacharii vi sbarcarono e successivamente la espugnarono. Particolarmente famosa è rimasta la naumachia fatta organizzare da Claudio nel 53 d.C. sul lago Fucino per celebrare il termine dei lavori della costruzione dell’emissario del Liri fatto costruire per la grande bonifica del luogo. Sebbene lontano oltre 100 Km da Roma l’evento richiamò un foltissimo pubblico dalle città vicine e da tutta la capitale. Sul lago Fucino era stata organizzata la più maestosa delle battaglie navali mai organizzata tra la flotta rodiese e la flotta siciliana. Si affrontavano su 100 navi 19.000 guerrieri, probabilmente criminali, che come racconta Tacito “combatterono con un coraggio degno di soldati valorosi non risparmiando né se stessi né gli avversari”, mentre sulle rive erano appostati i pretoriani pronti ad intervenire contro quei combattenti che si mostravano incerti o riottosi. Un tritone d’argento appariva in mezzo al lago al momento opportuno per dare con la tromba il segnale della battaglia.
    Queste battaglie dovevano costare ingenti somme sia per l’organizzazione della battaglia stessa, sia per l’allestimento dello specchio d’acqua in cui si dovevano svolgere questi combattimenti. Per le enormi spese, per difficoltà tecniche e per motivi igienici a causa dei miasmi provocati dalle acque stagnanti, le naumachie non venivano rappresentate frequentemente come le altre forme di spettacolo ma soltanto per celebrazioni eccezionali. In seguito le naumachie non vennero quasi più organizzate forse perché era diventato impossibile competere con la maestosità di quelle precedenti ma, molto più probabilmente, a causa delle voragini aperte da queste stravaganti rappresentazioni nelle casse statali e nelle casse private di ricchi e imperatori.

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    Dante Daini (Calcinato, 29.5.1921 – 30.10.1974)

    di Gian Luca Daini


    (Calcinato, 29.5.1921 – 30.10.1974)

    Il marinaio Dante Daini, nato a Calcinato il 29 maggio 1921, fece parte del regio sommergibile Alpino Bagnolini, classe Liuzzi, con mansione di cannoniere durante la Seconda Guerra Mondiale. Prese parte alle varie missioni fino alla sua cattura e di tutto l’equipaggio del sommergibile da parte dell’esercito nazista, l’11 settembre 1943. In seguito fu deportato e imprigionato in un lager tedesco in Germania nei pressi della città di Amburgo, dove vi rimase fino alla conclusione del conflitto mondiale. Ritornò in patria dalla sua famiglia, dove visse felicemente gli ultimi anni della sua vita senza mai dimenticare gli orrori della prigionia e della guerra.
    Il 1° aprile 1980 gli fu conferito, dal Ministero della Difesa, il distintivo d’onore Volontari della Libertà.

    E’ deceduto a Calcinato (BS) il 30 ottobre 1974.

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    Gaetano Petrazzuolo (Napoli, 29.5.1920 – Mare, 23.3.1943)

    di Gaetano Petrazzuolo 

    (Napoli, 29.5.1920 – Mare, 23.3.1943)


    Buongiorno Ezio,
    visto che sei molto aggiornato nella materia marinaresca, puoi farmi sapere qualche cosa di un sommergibile, penso della classe non voglio sbagliare “Delfino” (*) che è stato affondato lungo la costa africana verso la meta del 1943 o oltre…
    Lo so e poco, c’era mio zio.
    Dalla foto che ho io c’è una data ricordo 1943 mi sembra marzo, ne desumo sia affondato dopo questa data. Mio zio si chiamava Petrazzuolo Gaetano ed era del 1920. Ti ringrazio.
    Gaetano

    Buonasera Gaetano Petrazzuolo, grazie del complimento.
    Il sommergibile è questo:


    Ricevi gradito un abbraccio grande come il mare della Misericordia Divina e grande come il cuore, tuo e di tuo zio Geatano (nato a Napoli il 29.5.1920, cannoniere, disperso nel Mediterraneo Centrale il 23.3.1943 a seguito collisione, ma sull’albo risulta scritto Petrazzolo), di Marinai per sempre.
    Ezio

    Ezio grazie della informazione il nome nell’albo comunque è erroneo dicasi Petrazzuolo Gaetano, poi manderò la sua foto per eterno ricordo. Grazie tante e ci risentiremo.
    Gaetano

    Grazie a te Gaetano, non appena arriva la foto la inserisco nel blog e nella banca della memoria per non dimenticarlo mai.
    Ezio

    Questa è la sua foto. Grazie tante Ezio e il minimo che posso fare alla sua memoria.
    Gaetano.

     

    (*) Regio sommergibile Delfino (classe Squalo)
    Impostato presso i cantieri di Monfalcone il 10.10.1928, varato il 15.1.1930, entrato in servizio l’11.10.1930, affondato per collisione il 23.3.1943.
    Equipaggio: 5 ufficiali, 47 sottufficiali e marinai.

    Alle 12.15 del 23 marzo 1943 il regio sommergibile Delfino salpò da Taranto per raggiungere Augusta con un rimorchiatore al seguito. Un’ora dopo forse a causa di avaria al timone il sommergibile, per una accostata, si scontrò con il rimorchiatore che lo speronò a poppa affondandolo a circa 6,5 miglia per 205° da Capo San Vito (Taranto).
    Persero la vita 28 Marinai fra cui il cannoniere Gaetano Petrazzuolo.

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    Vittorio Moretti

    a cura Giorgio Gianoncelli

    (Tresivio, 24.3.1920 – Mare, 29.5.1942)

    Sottocapo Elettricista Vittorio Moretti.

    Dalla valle dove volano i falchi alle rive dei gabbiani, nel lontano 1938 il giovane contadino tresiviasco Vittorio Moretti, orfano dei genitori, con tre sorelle – Savina, Andreina e Francesca – che lo amano ma possono fare poco per lui, chiude l’uscio della casa paterna e si affida totalmente alla grande famiglia della Regia Marina Nazionale.

    Regolare corso di categoria – Elettricista -, poi, a bordo!
    Destinazione: Caccia- Esploratore “Emanuele Pessagno”.

    Arriva la Guerra, Nave “Pessagno” inizia l’intenso lavoro di scorta convogli lungo le rotte greco-albanesi e verso il nord Africa. La sera del 28 maggio 1942 in sezione con nave “Pigafetta”, partono dal porto di Brindisi diretti a Bengasi per scortare due piroscafi carichi di viveri e materiale bellico.

    Silenziosa è la notte calmo il mare, le navi avanzano nodo dopo nodo, non si accorgono che sotto il pelo dell’acqua sono seguite da un mostro d’acciaio di nome “Turbolent”, che alle ore 3,15 del giorno 29 maggio  1942 scaglia quattro … pillole mortifere, di cui due, spaccano il “Pessagno” e il giovane Sottocapo Elettricista Vittorio Moretti non torna nella valle dove volano i falchi, rimane lì, dove vivono i gabbiani in … eterno.

     

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    Salvatore Zichichi

    di Giovanni Serra (*)

    (Trapani, 10.1.1920 – 27.11.2011)

    … riceviamo e con immenso orgoglio  pubblichiamo.

    Ciao Ezio,
    ti invio la storia di un altro grande Marinaio della mia famiglia, mio zio Salvatore Zichichi, il fratello più grande di mia madre.
    Salvatore Zichichi, nasce  a Trapani il 10.1.1920.
    Arruolato nel C.R.E.M. della Difesa M.M. di Messina, in qualità di Allievo Fuochista M/n per la ferma di anni quattro a premio, dal 01/10/1938 con il grado di Com. 1^ classe e poi promosso a Sottocapo.
    Dopo Mariscuole Pola fu destinato a  Marinalles Genova e imbarcato sul regio torpediniere Clio dal 1940 fino al 1942, elogiato dal Comando di bordo con le seguenti motivazioni:
    – “per contegno fermo e sereno tenuto durante l’affondamento di un sommergibile nemico”;
      per aver eseguito prontamente, nel miglior modo, tutti gli ordini ricevuti, e tenere un contegno fermo e sereno, durante una riuscita azione contro sommergibili nemici”.
    Sospeso e poi richiamato, fu destinato a Marina di Tripoli e Tunisi.
    Dal 1943 al 1946 fu prigioniero degli Alleati, rientrò dalla prigionia e fu congedato il 19/07/1946.
    Continuò la sua vita, per mare, lavorando a bordo delle barche delle Tonnare di San Giuliano e Bonagia a Trapani.
    E’ deceduto il 27.11.2011.

    (*) digita il suo nome e cognome sul motore di ricerca del blog per conoscere gli altri suoi articoli.

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    Erasmo “Mamuccio”Corretti, (Gaeta, 10.10.1919 -27.5.2003)

    di Carlo Di Nitto

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    (Gaeta, 10.10.1919 -27.5.2003)

    Era conosciuto da tutti come “Mamuccio”, che a Gaeta è un diminutivo di Erasmo significando, infatti, Erasmuccio.

    Nacque nel rione Piaja il 10 ottobre 1919, una contrada modesta abitata prevalentemente da pescatori e contadini, lo stesso quartiere di nascita di mio padre con il quale, fin da ragazzo strinse una sincera ed affettuosa amicizia destinata a perpetuarsi per sempre negli anni a venire.
    Dopo un’adolescenza e una gioventù passata sul mare come pescatore, quando scoppiò la guerra il buon Mamuccio partì militare in Marina ed entrò a far parte dell’equipaggio della Regia Nave da Battaglia “Vittorio Veneto” con la categoria di Cannoniere, partecipando a tutte le 56 missioni di guerra compiute dalla “Vecchia Signora” (come amava chiamarla).

    Era a bordo nella nefasta notte di Taranto tra l’11 ed il 12 novembre 1940; combatté il 27 novembre 1940 a Capo Teulada e il 28 marzo 1941 nei tragici scontri di Gaudo e Matapan quando la “Vittorio Veneto” venne seriamente colpita da un aerosilurante nemico; assistette il 9 settembre 1943 alla dolorosa fine della Corazzata “Roma”.

    In quanto carissimo amico di suo figlio Franco fin dall’infanzia, sono sempre vissuto a stretto contatto con Mamuccio Corretti che ci incantava con i suoi racconti di mare e di guerra. Ci parlava degli ammiragli Campioni, Iachino e di come aveva avuto occasione e l’onore di stringere la mano all’ammiraglio Bergamini. Descriveva con efficacia la cupa atmosfera all’interno di una torre da 381 dove i cannonieri venivano rinchiusi quando veniva dato il posto di combattimento e del modo in cui una volta, schiaffeggiandolo, aveva riportato alla ragione un sottufficiale che, nel corso di uno scontro navale, era stato colto da una crisi di panico.

    Parlava della sua “Vecchia Signora” con l’orgoglio di chi c’era stato e della forte squadra di calcio della “Vittorio Veneto” che aveva battuto per ben sei a zero la rappresentanza della Corazzata “Duilio”. E gli occhi gli brillavano di fierezza, ma anche di tristezza e commozione quando ricordava la triste fine per demolizione di quella superba unità.
    Al termine della guerra, tornato alla vita civile, riprese il lavoro di pescatore dimostrando sempre spirito d’iniziativa ed energia per valorizzare le attività del mare e i suoi operatori. Fu infatti fra i fondatori della Cooperativa Pescatori “Santa Maria di Porto Salvo” e del “Gruppo Ormeggiatori del Porto di Gaeta”, nel cui registro venne iscritto al n° 1, continuandoci poi ad operare.

    Il fraterno rapporto di amicizia con mio padre rimase immutato per tutta la vita e ogni occasione era buona per fargli dono delle sue specialissime “alici salate”, uniche ed irripetibili per freschezza e qualità di preparazione. Anche le “parnocchie” (squilla mantis) che Mamuccio gli regalava, non erano comuni crostacei ma una specie di “mostri marini” che selezionava appositamente per l’amico di sempre.
    Conosciuto e benvoluto da tutti per la sua rettitudine, conservò inalterate, fino agli ultimi giorni, la sua disponibilità e la sua pazienza, ponendo la propria esperienza al servizio della comunità marinara.
    Ricorderò sempre il suo sereno ed accattivante sorriso, la sua semplicità, i suoi racconti, i suoi paterni consigli. E, nella consolidata amicizia con il figlio Franco, conserverò senza fine il rispetto della sua Memoria.
    E’ scomparso il 27 maggio 2003.

    Didascalie delle immagini:
    Foto 1 – Ricordo della partita “Vittorio Veneto” – “Duilio”, terminata per 6 a 0 a favore della “Vittorio Veneto”.
    Foto 2 – Libretto di ricognizione.
    Foto 3 – Il Cannoniere Erasmo Corretti guarda la “sua” Vittorio Veneto.
    Foto 4 – Erasmo Corretti ed il “suo” porto.
    Foto 5 – L’ormeggiatore n° 1 del Compartimento Marittimo di Gaeta.
    Foto 6 – La “Vecchia Signora” Nave Vittorio Veneto.

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    27.5.1913, Oreste Ghidelli

    di Roberto Zamboni
    tratto dal sitto www.dimenticatidistato.com

    (Brescia, 27.5.1913 – Flossenbürg, 1.4.1945)

    Compagni di un tragico destino

    “Sicuramente erano sullo stesso treno che li portò da Bolzano a Flossenburg, e può anche essere che si siano conosciuti, visto che hanno dovuto condividere un mese della loro tragica esperienza nello stesso campo di concentramento”.

    Questo è il pensiero che mi è passato per la mente quando Francesca Fontana mi ha contattato chiedendomi informazione del suo prozio Oreste. Infatti, il parente di Francesca era tra i 359 prigionieri partiti dal Campo di smistamento di Bolzano/Gries il 19 gennaio 1945 con destinazione il Lager di Flossenburg. E su quello stesso convoglio c’era anche mio zio Luciano.

    Oreste Ghidelli, figlio di Giacomo e fu Viglioli Teresa, era nato a Brescia il 27 maggio 1913, dove risiedeva con la famiglia al numero 38 di Via Corsica.
    Arrestato come “politico”, venne rinchiuso nel Carcere di San Vittore.
    Il 17 gennaio 1945, Oreste venne inserito in un gruppo di 300 prigionieri che sarebbero stati trasferiti nel Campo di concentramento e transito di Bolzano/Gries.
    Durante il tragitto, in una breve sosta a Bardolino (VR), Oreste riuscì a scrivere un biglietto che sarebbe poi stato recapitato ai famigliari.

    17/01/1945
    Caro papà approfitto di una breve sosta qui a Bardolino per inviarti due righe. Ti saluto perché sto per partire per Bolzano, campo di concentramento. Purtroppo a Milano non mi hanno voluto rilasciare. Se Adalberto crede poter fare qualche cosa può far ricerche a Gries o Bolzano dove sono i campi di concentramento. Colà credo di fermarmi 15 giorni poi vedrò se mi manderanno in Germania. Pregate Adalberto di interessarsi per Angela, in carcere detenuta a Milano. Carissimi non addoloratevi se rimarrò lontano da voi e solamente per breve tempo ritorneremo ad abbracciarvi, finalmente libero. Abbracciatemi la Bruna ed i bambini, Alfredo, papà, Italia, Giancarlo e l’ultimo, Claudio, Valter e tutti.
    Vi abbraccio tutti.
    Oreste


    Soltanto due giorni dopo dal suo arrivo a Bolzano, Oreste sarebbe stato inviato a Flossenburg, dove avrebbe condiviso con il mio parente una parte del suo tragico destino.

    “La mattina del 19 gennaio, Luciano e altri 358 prigionieri furono caricati su camion e portati alla stazione ferroviaria di Bolzano dove li attendeva un treno merci, scortato da militi SS e polizia altoatesina, che aveva come destinazione finale il Campo di concentramento di Flossenbürg.
    Era il pomeriggio del 23 gennaio 1945 e dai vagoni oltre ai vivi furono scaricati anche una decina di morti.
    Mio zio, con gli altri prigionieri, fu fatto scendere e avviato a piedi verso il campo di concentramento che si trovava a qualche chilometro più in alto rispetto alla stazione ferroviaria.
    All’arrivo nel lager, dovette subire la procedura standard prevista per ogni deportato. Fu spogliato di ogni avere, dei vestiti e della dignità, rapato, rasato e lavato. Gli venne fornito il vestiario e, trasferito al blocco 20, immatricolato. (Tratto da “Dimenticati di Stato”)

    Oreste ebbe il numero di matricola 43652 e il triangolo rosso con la «I» nera che lo classificava come prigioniero politico italiano.

    Stralcio della pagina del Libro matricola di Flossenburg dove appare il nome del Ghidelli

    Flossenbürg era un campo di concentramento «principale», dal quale i deportati erano smistati in sottocampi, detti «Kommandos», per essere impiegati nei lavori più svariati.
    Dopo il periodo di «quarantena», vale a dire l’intervallo che precedeva il decentramento, che era di alcune settimane, generalmente i prigionieri venivano inviati ai sottocampi, […].
    Il 21 febbraio 1945, Oreste venne trasferito con altri deportati al sottocampo di Zwickau.
    A fine marzo, vista l’avanzata delle truppe alleate, il lager venne evacuato ed i prigionieri incolonnati ed avviati verso il confine cecoslovacco.
    Il primo di aprile (testimonianza di Armando Corsi), durante la marcia di evacuazione (marcia della morte) dell’Aussenkommando di Zwickau, lo zio di Francesca venne ucciso con una raffica di mitra (si veda ricostruzione sotto).
    Sua unica colpa era quella di aver aiutato un compagno in difficoltà.
    Il corpo di Oreste non venne più ritrovato.

    Notizie su prigionieri in Germania (fonte: Archivio di Stato di Bolzano)

    Ricostruzione fatta dal fratello Adalberto grazie alla testimonianza di un ex deportato di Flossenburg

    Trascrizione dattiloscritta di un ex deportato a Zwickau sull’evacuazione del campo