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    Carta d’identità marinara

    di Enrico Vardanega
    (nuovo collaboratore di talento, così menziona sul gruppo Facebook lavocedelmarinaio)

    Buon sangue non mente,
    nostromo diceva sempre:
    non tatuatevi per far vedere che siete marinai, non serve”.
    Lo diceva anche perché:  agli altri potrebbe dare fastidio mentre a voi basta una crociera per far vedere che siete marinai. Quando tornerete vi riconosceranno subito solo guardandovi nel viso e capiranno anche i patimenti subiti nelle traversate”.

    Ma il più delle volte si disubbidiva perché ci si voleva scavare nella pelle che eravamo diventati veri lupi di mare.
    È così diventò la carta d’identità marinara.

  • Che cos'è la Marina Militare?,  Marinai,  Marinai di una volta,  Navi,  Racconti,  Recensioni,  Un mare di amici

    Ciao Frà è tutto a posto

    di Gianfranco “Tamburino sardo” Corona

    RICEVIAMO E CON IMMENSA GIOIA PUBBLICHIAMO

    Ho trovato un amico speciale che mi ha cambiato la vita diventando parte di essa.
    Chi l’amico speciale che noi marinai chiamiamo “Frà”?
    Frà è colui che mi fa ridere, che mi fa credere nell’esistenza della bontà nel mondo, che mi convince  che c’è sempre una finestra aperta sul suo cuore.
    Frà  è colui che quando le cose non vanno, ed il mondo sembra essere scuro e vuoto, ti solleva lo spirito e ti fa improvvisamente sembrare che quel mondo, scuro e vuoto, è invece luminoso e pieno di vita.
    Frà è colui che  ti aiuta a superare le difficoltà, la tristezza, il caos che c’è in te e ti tiene per mano dicendoti “non ti preoccupare è tutto ok Frà”.
    Io l’ho trovato, lo sento sempre  vicino e per questo mi sento felice e completo di chiamarlo “Frà”…
    Grazie Ezio.

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    17.2.1974, naufragio della motonave Seagull

    a cura Giacomo Vedda


    …17 febbraio 1974 il naufragio della motonave Seagull: non è il mare il mio nemico (di Liliana Lanzardo).

    11 ANNI FA MORIVA RAINA JUNAKOVIC, L’EROINA DELLE VITTIME DEL MARE; SI SPERA CHE A BREVE LE PROSSIME GENERAZIONI DI LICATESI LA POSSANO RICORDARE ATTRAVERSO L’INTITOLAZIONE DI UNA VIA NEL QUARTIERE MARINA

    A seguire un mio articolo\biografia pubblicato su “La Vedetta” dell’Agosto 2008

    E’ morta Raina Dandulova Junakovic, la “piccola” grande donna. E’ spirata l’8 luglio 2008, all’età di 93 anni, ad Ariccia, comune in provincia di Roma, la signora Raina Junakovic, vedova di una delle vittime del naufragio della nave mercantile “Seagull” del 1974, e che, fino a quando la salute glielo ha permesso, è tornata spesso a Licata per partecipare alla manifestazione in ricordo dei dispersi in mare organizzata puntualmente nel mese di febbraio di ogni anno nella parrocchia di Sant’Agostino.
    Raina Dandulova nasce a Kazanluk, in Bulgaria, il 15 dicembre 1914, secondogenita in una famiglia benestante ed altolocata; vive la sua prima infanzia nell’interno della Bulgaria, tra le montagne, perché il padre, ufficiale di carriera, era di stanza nella “Valle delle rose”; successivamente soggiorna per un certo periodo nella città di Sofia, la capitale. In seguito lascia la sua terra d’origine e si trasferisce in Italia, dove consegue la Laurea in Lettere e si iscrive all’albo dei giornalisti; risiede quindi a Roma e nei successivi quarant’anni lavora alla Radio, all’Ansa, e presta servizio presso Radio Belgrado, Radio Vaticana ed Onde Corte. Nel 1942 sposa Frane Junakovic, ufficiale marconista di bordo e da quest’unione nascono due bambini: Ivan e Nikolaj.
    Dotata di spirito battagliero fin dalla giovinezza, affronta con fermezza e caparbietà i momenti terribili che la vita le offre in quel periodo: i giorni di clandestinità, dopo il settembre 1943, durante la seconda guerra mondiale e la strenua lotta durata dieci anni per uscire dalla Jugoslavia dove aveva seguito nel 1946, con i due piccoli figli, il marito dalmata tornato in patria.
    Ma è certamente la vicenda della “Seagull” a sconvolgerle la vita; il 17 febbraio 1974, infatti la nave mercantile “Seagull”, una vecchia “carretta del mare” di 6507 tonnellate di stazza lorda, con carico di 8800 tonnellate di fosfati, costruita nel 1947 e allungata nel 1961, viaggiante sotto “bandiera ombra” liberiana, scompare nelle acque internazionali al largo di Licata, portando con sé le 29 persone dell’equipaggio e la moglie del capitano. Anche lei sarebbe stata coinvolta nella sciagura se, per un caso fortuito, non fosse sbarcata da quella nave giorni prima. Per otto giorni nessuno indaga sulla vicenda, l’unica a preoccuparsi della ricerca della nave è lei, la moglie dell’ufficiale marconista di bordo, che però incontra negli armatori un muro di silenzio e di falsità.
    Determinata ed armata di una grande forza d’animo, raggiunge la Sicilia per meglio mantenere i contatti con “Marisicilia”, il comando per le operazioni di soccorso di Messina, ed Augusta, porto nel quale avrebbe dovuto essere sbarcato il carico della motonave, e da dove raggiunge Licata alla disperata ricerca della verità. Al porto incontra il personale della capitaneria, i pescatori ed i marittimi che intervista nella speranza di ottenere buone notizie circa la sorte del congiunto e dell’equipaggio; viene quindi indirizzata dal parroco del luogo, il Can. Michele Polizzi e grazie a lui avviene l’incontro con il prof. Giuseppe Cavaleri e la moglie. Al conforto morale e l’aiuto di queste persone e della gente locale si aggiunge ben presto la disperazione per i primi avvistamenti di relitti della motonave ed il ritrovamento, vicino ad una zatterina, della salma di un naufrago, Ivan Valic, secondo ufficiale di macchina, che secondo l’esame autoptico era sopravvissuto tre o forse quattro giorni in attesa degli aiuti, che non erano mai arrivati perché gli armatori non li avevano mai richiesti!
    Rimasta vedova a sessant’anni, con due figli giovani, priva di mezzi finanziari e senza una rete di conoscenze che contano, ma con tanta forza che lei stessa non sa spiegare, la signora Junakovic intraprende la sua “lunga battaglia” alla scoperta della verità sul naufragio e alla individuazione dei colpevoli e poi, con il “Comitato Seagull”, da lei stessa creato, avvia una lotta contro quella che lei stessa definisce “l’industria del naufragio” per l’affermazione dei diritti e della dignità dei lavoratori in mare. A Genova si celebra il processo e si arriva all’arresto degli armatori che fino alla fine rinnegano la proprietà della nave, perché, secondo loro, appartenente ad una società “ombra” di Monrovia: da un lato, quindi, rimane appagata per aver ottenuto giustizia ma da un altro si sente profondamente amareggiata, avendo appurato che per la “Seagull” erano stati assicurati lo scafo e il carico ma non il personale e che la navigazione procedeva tranquillamente nonostante si fossero riscontrate numerose avarie.
    A volte il suo aspetto di donna anziana, dimessa nel vestire, traeva in inganno un pò tutti, tanto che qualche giornalista fantasticava su questa povera “vedova del mare” definendola “…di ambiente costiero e dunque segnata dal mare, donna semplice di poche letture, non troppo istruita…”, ma la signora Junakovic, nonostante le apparenze, matura grazie alle sue battaglie una profonda conoscenza in materia di navigazione, tanto da affrontare a viso aperto, con piena preparazione giuridica e con concrete argomentazioni, parlamentari, professori di diritto internazionale, avvocati, sindacalisti e magistrati dicendo loro “Io non ho fretta per i nostri morti annegati, loro ormai sono in pace: sono i vivi che hanno fretta, che hanno bisogno di giustizia da vivi!”.
    Una “piccola” donna perchè di bassa statura ma che agiva con il coraggio di un gigante per scoprire dove si nascondevano le colpe, le omertà e le paure di contrastare gli armatori. Con il “Comitato Seagull”, costituito da collaboratori esperti, e di cui è stato presidente Falco Accame, ottiene molti risultati: la legge del quattro aprile 1977, che attribuisce piena responsabilità penale e civile agli agenti marittimi o raccomandatari che ingaggiano equipaggi italiani e stranieri; la proposta di modifica della legge 273 del codice di navigazione, sulla nomina e revoca del comandante da parte degli armatori; l’abrogazione e sostituzione di una circolare ministeriale del 1952 sugli Ispettorati per l’emigrazione; la presentazione di un disegno di legge per sostituire la vecchia legge del 1940 sugli agenti marittimi; l’avvio delle pratiche per la ratifica di vari trattati internazionali. Partecipa a Ginevra alle riunioni dell’organizzazione internazionale del lavoro, appendice dell’Onu, alle varie conferenze del mare, alle sedute dell’“Itf”, il più importante sindacato dei trasporti su scala mondiale. E’ anche grazie a lei se oggi esistono una legislazione nazionale ed internazionale come il MOU (Memorandum of Understanding di Parigi e di Tokyo) per il controllo delle navi straniere nei porti, un maggiore rigore nei regolamenti dei registri di classificazione navale, una più attenta verifica dello standard professionale degli equipaggi per la salvaguardia della vita umana in mare e una responsabilità collettiva sull’intera materia.
    Indomabile per la sua “causa”, dopo anni di battaglie e sacrifici, che la costringono a stabilirsi da Roma a Genova, riesce a farsi risarcire per assicurare un avvenire ai due figli: Ivan, già imbarcato sulla “Seagull”, è oggi un tecnico nel campo delle telecomunicazioni; Nikolaj invece è ricercatore presso il Cnr. Ma il suo profondo altruismo la spinge a collaborare con la moglie del comandante della “Esperia II” che tentava di scoprire, proprio in quel periodo, la verità sulla scomparsa della nave sulla quale era imbarcato il marito e a porsi a fianco dei familiari delle vittime della “Stabia”, della “Tito Campanella” che affonda nel 1981 al largo di Bari, e ancora della “Marina d’Equa”, della “Phoenix”, del “Brick 12”. In questo lungo cammino le sono di grande aiuto la stampa genovese, nazionale ed estera, che diffonde queste iniziative ed il Comitato che si allarga con nuove sedi e nuove competenze, entrando a far parte della “Stella Maris”, associazione di apostolato del settore marittimo, dove spesso la signora Raina trova ospitalità durante le permanenze a Genova.
    Anche a Licata, luogo della sciagura, nasce un “Comitato Seagull” che tra le varie iniziative istituisce un’annuale ricorrenza in ricordo delle 30 vittime del naufragio e di tutti i dispersi in mare e fa erigere a fianco al Santuario dell’Addolorata un monumento in ricordo delle “vittime del mare”, scoperto il 21 marzo 1982 dalla stessa signora Raina alla presenza del vescovo Bommarito, del ministro della marina mercantile Mannino e delle massime autorità civili e militari locali e nazionali.
    Pur stabilendosi definitivamente a Roma ritorna spesso a Licata per la commemorazione e per abbracciare gli amici; trova il tempo e la forza, all’età di ottant’anni di andare in India dove collabora al progetto “Mi dai mille lire?”, per aiutare le donne e i giovani del posto.
    Ma negli ultimi anni la sua salute non gli ha più permesso di ritornare a Licata anche se la signora Junakovic assieme al figlio Nikolaj ha mantenuto i contatti con i membri del locale comitato, mandando un suo messaggio di riconoscenza e di impegno perché si continui l’azione a favore dei marittimi.
    Gli ultimi anni della sua vita li ha trascorsi nella sofferenza e nella malattia presso un istituto vicino Roma; il suo corpo per sua espressa volontà è stato cremato il 10 luglio scorso e le sue ceneri ritorneranno li dove è iniziata la sua lunga ed avventurosa storia, in Bulgaria.


    La signora Raina lascia questa terra con il rammarico di non aver mai potuto deporre un fiore sulla tomba del marito, perché a distanza di trentaquattro anni dalla sciagura i corpi dei dispersi giacciono ancora sul fondo del nostro mare assieme al relitto del mercantile, ma nello stesso tempo ci ha anche lasciati ringraziandoci per quello che abbia fatto nel ricordo della sciagura e per quello che continueremo a fare, ne siamo certi, in sua memoria. La città del mare non dimenticherà la sua presenza costante a Licata, assieme alle sue testimonianze che rimangono per noi come un testamento; ci impegneremo a ricordarla come conviene ad un cittadino illustre, figlio di questa terra, e depositeremo anche per lei un fiore su quel monumento dove per tanti anni ha onorato il marito. La gente di mare saprà che da ora in poi una nuova stella polare brilla sul firmamento per indicarle il cammino. A febbraio, ricordando le vittime della “Seagull”, quando intoneremo l’inno alla “Stella del Mare”, guarderemo il volto della Vergine Addolorata di Sant’Agostino e il nostro pensiero andrà a questa “piccola” grande donna.
    Giacomo Vedda

    16.2.2014 Non è il mare il mio nemico

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    16.2.1942, regia nave Carabiniere colpita da siluro

    a cura Pancrazio”Ezio” Vinciguerra

    …a Riva Trigoso.

    Il cacciatorpediniere Carabiniere e i 38 rubini
    di Lanfranco Sanna
    segnalato da Roberta – ammiraglia88

    Ciao Ezio,
    ho letto un interessante articolo; c’è una cosa particolare successa e da segnalare!
    Ti invio un estratto dell’articolo:
    “Il Ct. Carabiniere e i 38 rubini” di Lanfranco Sanna”.
    I più moderni Cacciatorpediniere della Regia Marina, al momento dell’inizio della II Guerra Mondiale erano i 12 della classe “Soldati” che furono ordinati ed impostati nel 1937 ed entrarono in servizio tra il 1938 ed il 1939.  (…) l’impiego a livello di squadriglia e flottiglia come grosse siluranti d’altura nei gruppi di battaglia durante gli scontri diurni e per la ricerca notturna di navi nemiche. (…) quello che invece è rimasto sconosciuto per anni è un fatto non di eroismo o di sacrificio ma di immensa umanità.
    Alla fine delle ostilità l’Ammiraglio Power, Comandante in Capo della Fleet East Indies, come ringraziamento per l’aiuto ottenuto dalle navi delle marine alleate, decise di conferire un’ onorificenza ai comandanti, onorificenza che però non appariva opportuno assegnare al comandante di una marina ex nemica, quale era quella italiana. Optò per un omaggio di valore: un orologio d’oro con 38 rubini.
    Il Comandante Fabio Tani rifiutò con garbo il dono e chiese in cambio la liberazione di 38 prigionieri italiani, detenuti nei campi di lavoro a Ceylon, uno per rubino, richiesta che fu accettata con stupore e apprezzamento (…).
    Il tutto è tratto da una lettera, pubblicata nel medesimo articolo; un estratto:
    Così terminarono le attività belliche anche per il Carabiniere. Un episodio legato a quegli anni però mi è rimasto profondamente scolpito nella memoria. Al momento di ripartire per l’Italia, il Comandante del Carabiniere, Fabio Tani, venne convocato al Comando della Flotta Inglese dell’Oceano Indiano per ricevere il ringraziamento per l’opera svolta. Come premio al Comandante era destinato un orologio d’oro con 38 rubini, in ricordo delle 38 missioni svolte nell’Oceano Indiano da parte del CT Carabiniere. Il Comandante Tani, replicò che avrebbe preferito, a titolo di apprezza mento dell’opera svolta dalla propria nave, rimpatriare 38 prigionieri italiani allora detenuti in campi di lavoro inglesi sull’isola di Ceylon, uno per ogni rubino contenuto nell’orologio. L’Ammiraglio Power, Comandante in Capo della flotta alleata, accettò lo “scambio”. Fu così che il Carabiniere intraprese il viaggio di ritorno in Patria, portando con sé anche i 38 ex prigionieri. L’altruismo dimostrato dal Comandante Tani con quel gesto credo si commenti da solo. La lunga guerra contro tutto e contro tutti del CT Carabiniere ebbe così finalmente termine. E per quanto riguarda il Marinaio Lino Trestini, arruolato volontario il 4 dicembre 1941, la guerra era finita. Rientrato a Taranto con il Carabiniere, ottenne la tanto sospirata licenza. (…)

    I 12 cacciatorpediniere della classe Soldati Livorno - giugno 1939) - www.lavocedelmarinaio.com

    Link all’articolo completo:
    http://www.arsmilitaris.org/pubblicazioni/Cacciatorpediniere%20ultimo.pdf

    REGIO CACCIATORPEDINIERE “CARABINIERE” (2°)
    Motto: “Nei secoli fedele”
    di Carlo Di Nitto

    Il Regio Cacciatorpediniere CARABINIERE (2°) Classe “Soldati” dislocava 2460 tonnellate a pieno carico.
    Costruito nei Cantieri Navali del Tirreno di Riva Trigoso, fu varato il 23 luglio 1938 ed entrò in servizio il 20 dicembre successivo.
    Partecipò intensamente alle operazioni belliche del secondo conflitto mondiale totalizzando 159 missioni per scorta forze navali, scorta convogli, ricerca e caccia antisom, percorrendo 53.700 miglia.
    Numerosi furono gli episodi significativi della sua attività bellica. Tra questi: 1940, partecipazione alla Battaglia di Punta Stilo; 1941, partecipazione alle Battaglie di Capo Matapan e Prima della Sirte. Il 16 febbraio 1942 fu colpito da un siluro ed ebbe la prua completamente asportata. Nell’evento persero la vita venti suoi Marinai.
    Rimase fermo ai lavori per quasi un anno per riprendere subito dopo azioni di scorta convogli.
    Il 9 settembre 1943 raccolse i naufraghi della Corazzata Roma e diresse per le Baleari, ove venne internato fino alla conclusione del conflitto.
    Dopo la guerra, rimasto alla Marina Italiana, nel 1957 fu riclassificato “fregata” con la sigla D 551 . Nel 1960 divenne nave per esperienze con la sigla A 5314. Radiato dal servizio attivo il 14 gennaio 1965, fu impiegato per le esercitazioni degli Incursori al Varignano.
    Venduto per la demolizione nel 1978, durante il trasferimento affondò in un basso fondale. Nei mesi successivi il relitto fu recuperato e definitivamente demolito.
    ONORE AI CADUTI!

    Aniello Palumbo
    di Antonio Cimmino

     

    Nasce a Lettere il 27 marzo 1920, arruolato nella Regia Marina fu imbarcato sul regio cacciatorpediniere Carabiniere.

    Il 16 febbraio 1942, la nave mentre rientrava a Taranto dopo una missione, fu attaccata dal sommergibile britannico P36 che, con siluro, gli asportò la prora.

    Angelo Palumbo morì nell’esplosione e il suo corpo venne scaraventato in mare.
    L’unità navale rimase però  a galla e fu rimorchiata a Messina.
    Di Aniello Palumbo non abbiamo nessuna foto…

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    Amerigo Vespucci, la “mia” Nave

    di Claudio Vergano

    …chi, come me, è tossicodipendente della lettura ha provato, almeno una volta nella sua esistenza, a scrivere, a cercar di mettere su carta le emozioni, i momenti della sua vita. Anch’io sono caduto in questo peccato, peraltro veniale. Anch’io mi sono scritto addosso. Qualche anno fa, in occasione del mio secondo imbarco sulla Amerigo Vespucci ho voluto lasciare traccia delle mie emozioni, anzi delle nostre emozioni, perché sono convinto che quanto da me provato è comune a tanti, tantissimi colleghi “vespucciani”.

    Eccomi qui, ormai superati gli ‘anta, di fronte alla “Nave più bella del Mondo” cercando di esprimere, senza retorica, quello che provo. Quando si parla o si scrive del Vespucci è troppo facile scivolare in uno stile d’altri tempi, pericolosamente simile ad una poesia. Sembra che questa nave ti porti a riscoprire valori e concetti ormai “fuori moda”. Diventa difficile non usare parole e frasi che, in altri contesti, parrebbero artificiose o stereotipate. Cerco invano di essere il più sobrio possibile. Provo ad usare le parole più comuni, i toni più misurati ma è impossibile non scivolare nell’emozione. Eppure, dopo tanti anni di servizio, dopo aver visto nel mio ruolo di istruttore transitare generazioni di marinai, dopo aver sofferto e gioito per la Patria, sono ancora qua ad emozionarmi per una nave, per un’armonia di ferro e legno che galleggia sul mare.

    Di colpo mi trovo di vent’anni più giovane, con una sottile emozione che mi stringe la gola, come un calore che sale dal cuore verso gli occhi e li fa pizzicare. Per “ammazzare” il magone devo parlare a te, Nave Amerigo Vespucci, perché in te vive ancora l’emozione di tutti coloro che, come me, sui tuoi ponti hanno sudato e gioito, cantato e pianto, insomma in te hanno vissuto per lunghi mesi o addirittura anni, catturati dalla magia di quelle vele che, sì, sono dure da alzare, ma che gonfiate dal vento riempiono il cuore di orgoglio.

    Dopo anni di vita vissuta, ho lasciato un bel pezzetto del mio cuore. Eccomi qua mia “vecchia” Signora dei Mari, per la seconda volta salgo il tuo barcarizzo e mi appresto a salutare quella Bandiera che ho già visto sventolare in cento porti. Con te mi preparo ad affrontare nuovamente, con amore e rispetto, quel “Grigio Creatore di vedove” come impietosamente Kipling definì il mare.

    Protetto dai tuoi fianchi d’acciaio non mi devo certo preoccupare, già in tutti i mari hai dimostrato la tua forza. Ora sei tornata un po’ stanca ed appannata dopo una lunga fatica.

    Un giorno, per definirti ti ho paragonato ad una bellissima Signora, forse non più nel fiore degli anni, ma proprio per questo dotata di un fascino che nessuna teen-ager può sperare di eguagliare. Come questa bellissima Signora, ogni inverno, ti prendi cura di te stessa, affidandoti alle mani esperte di chi ti ama e rispetta e ti prepari a sfilare, come una regina, attraverso i mari del mondo, destando ammirazione e un po’ d’invidia. Sembra quasi che, nei tuoi viaggi, tu sia approdata alla mitica Bimini ed abbia trovato la magica fontana cercata invano da Ponce de Leòn.

    Eccomi qua, pronto a fare la mia piccola parte per prepararti a nuove avventure, ad altri cento, mille porti pieni di gente ammirata, ansiosa di poter toccare, anche solo per un momento, il ponte di legno che nasconde, inaspettatamente, la forza dell’acciaio. La forza di un acciaio reso ancor più tenace dalla dedizione e dall’affetto di mille e mille anime che, con te, hanno avuto il vero battesimo del mare. Non quello fatto di grigie paratie e tenui luci su uno schermo, ma quello che nasce dal sudore su una cima o dallo schiaffo dell’acqua salata mentre attraversi il ponte, la consapevolezza di essere parte della forza di una nave e non utilizzatore dei suoi strumenti tecnologici.

    Dicono che questa è la nave dei cadetti. Certamente la sua maggiore ragione d’essere è condurre verso il mare chi il mare ha scelto come lavoro e vita. Eppure è anche la nave di ogni uomo e donna del suo equipaggio passato, presente e futuro.

    È la nave di chi la elegge a simbolo di un modo diverso di vivere il mare, nel quale si sente il vento come propria forza e non come un avversario.

    È la nave di chi vede realizzato un sogno dopo aver visto mille immagini di vascelli e velieri solcare mari di carta e celluloide. Ma soprattutto è anche la mia nave. Una nave che non ha solo una storia, ma un’anima, ed un po’ di quell’anima è anche mia. Come lo è anche di tutti quelli che si fermano ad ammirarla e trattengono per un attimo il fiato, quasi avessero timore d’interrompere quel breve momento di magia. Spezziamo la magia e torniamo alla fredda realtà. Sicuramente molti, leggendo queste righe, penseranno che tutte queste parole sono solo retorica, una raccolta di luoghi comuni e frasi fatte. Niente di più sbagliato. Sfido chiunque sia stato imbarcato a negare di aver detto, almeno una volta, la frase “la Mia Nave” con le maiuscole che aleggiano nella voce. Del resto ciò che ci rende “veri” è il non essere solo dei “meccanismi” che producono efficienza, ma anche cuori e menti che, in fondo, amano il mare e che sono, comunque, orgogliosi di essere parte della nave su cui operano.

    Forse sono stato troppo tempo fermo davanti al barcarizzo, il Sottocapo di guardia si starà chiedendo cosa fa quel 1° Maresciallo, un po’ appesantito dagli anni, con gli occhi persi verso un orizzonte lontano. Bando alle ciance, è ora di salire a bordo e darsi da fare, me lo devo pur meritare questo imbarco sulla “Nave più bella del mondo”. Un’ultima considerazione.

    Essere “innamorati” di un simbolo, di un oggetto che esprime un qualche valore più alto e più universale è, purtroppo, considerato da molti futile e fine a se stesso. Orbene questo è un gravissimo errore. Ci rende più deboli come Nazione e come società. Rifiutare quei simboli che esprimono la nostra cultura e la nostra storia è come negare la memoria di coloro che, a vario titolo, hanno sacrificato la loro vita o quantomeno il loro “quieto vivere” per difendere ciò che è alla base di questi simboli. Che sia una Croce, una Bandiera o una Nave è importante sapersi emozionare davanti ad essi per sentire anche con il cuore che è nostro dovere difendere i valori che sono origine e crescita della nostra Nazione.

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    14.2.2014, nel ricordo di Ubaldo Maffei

    di Daniela Blu Maffei e Joseph Gorgone

    …ricevemmo e con commozione pubblicammo questo dialogo nel giorno di San Valentino.



    Ciao Joseph, 
ti invio alcune foto di mio padre sul barchino e di mio nonno che era in Marina Militare.
Come potrai notare la foto numerata che noi abbiamo messo in cornice ritrae uno dei raduni di Sanremo. Mio padre si chiamava Ubaldo Maffei ed era nato nell’agosto del 1923, purtroppo è venuto a mancare il 14 febbraio del 2014. Era un grande uomo, ha sempre navigato.
    Dopo la guerra entrò nella Marina Mercantile ma il suo sogno era quello di rimanere nella Marina Militare. I tempi di cui parliamo erano tempi di guerra, tempi difficili, mio padre si arruolò a Salò, mentre mio nonno era prigioniero in Germania essendo stato catturato dopo l’8 settembre… è una storia lunga ma che penso debba essere raccontata
.
    Papà Ubaldo conseguì la “Croce d’Onore” per aver salvato un Paese durante la guerra:
In seguito nei primi anni ‘ 60dopo aver ottenuto il libretto di mare entrò a far parte della Snam Saipem raggiungendo in seguito in seguito l’incarico di direttore di macchina dei Castori.
    Lui ha avuto una vita avventurosa ma è stato un padre meraviglioso, un vero padre. 
Le foto se vuoi puoi ripubblicarle, le ho messe in privato perché non so se le condivido io le possano vedere altri. Un saluto e ops, stavo per dirti buona serata, ma da te, dall’altra parte del mondo, è ancora presto.
    Buona giornata quindi a te e alla tua famiglia.

    Ciao Daniela,
    ho guardato le foto ed ho visto il nome di tuo padre nel poster della lista dei Piloti M.A.S., il numero in calce a destra non si legge, non riesco ad interpretarlo. Guardando la foto di tuo nonno con la sposa ed il piccolo in carrozzella, mi sembra che fosse un Sottufficiale della Marina, me lo confermi? Quale era il suo nome? Che grado rivestiva? Il piccolo nella foto era tuo padre?
    Mi piacerebbe saperne di più di tuo nonno, perché è stato prigioniero in Germania, ecc. ecc.
    Quando hai un momento libero scrivimi tutto quello che sai, così faccio una bella storia con foto e la faccio pubblicare dal mio amico nel Gruppo “La voce del Marinaio” dove tanta gente lì legge, poi magari ti aggiungo io al gruppo così potrai leggerla e vedere anche i commenti che la gente farà.
    Un ultima domanda: sai per caso che grado rivestiva tuo padre in Marina Militare?
    Aspetto un tuo cenno di risposta quando hai tempo. Grazie e ciao.
    P.s. Maffei Ubaldo, Sottocapo X MAS, Gr.Todaro, 26/04/1945, zona di Milano (era questo tuo padre, dichiarato disperso il 26 Aprile 1945?).

    Ciao


 Ciao Joseph,
    No, non è mio padre. Lui era nato il 22/08/1923 a Massarosa Lucca – a quei tempi la mamma da Viareggio andò a Massarosa a partorire. Mio padre è morto il 15/02/2014 a Viareggio. Lui ha passato molte vicissitudini ma non è quello che è morto oppure ci sarà un errore bah mi informo…
    P.s. Se ingrandisci il quadro di Sanremo è il nome di mio padre.

    Ciao Daniela,
    la data del 26 aprile del 1945 non è quella di morte ma quella di quando fu dichiarato, cioè che non hanno saputo più niente di lui. Comunque leggi tutti i vari messaggi che Ti ho scritto e mi fai sapere se vuoi. Grazie e buona giornata.

    Si si grazie Joseph, ho letto tutti i messaggi.
    Si può essere perché mio padre non ha potuto continuare a far parte della Marina Militare anche se un personaggio importante della Forza armata si impegnò molto, ma il problema fu che dopo l’8 settembre lui andò via e si presentò con ritardo al Comando Generale.
    Come ti avevo già scritto a mio padre fu consigliato di andare a Salò a causa della prigionia di mio nonno, facendo così poteva salvargli la vita. In effetti la vita a mio nonno gliela salvarono i prigionieri più giovani che gli portavano le patate da mangiare. Mio nonno era diventato un’ombra che perfino mio padre che lo incontrò per caso per strada mentre tornava, non lo riconobbe. Tornando indietro, mio padre da Salò fu mandato a Milano per sciogliere i militari, erano in Piazza (mi pare Missori) e fu proprio Valerio Borghese, il quale, mi raccontava mio padre, salì tranquillamente sulla sua auto e tornò a casa sua, viveva a Milano.

    Pagarono tutti i Militari e tutti tornarono a casa. Mio padre era giovane e ingenuo, quando arrivò a Fivizzano (in Prov. MS) con la bicicletta, fu fermato da un gruppo di partigiani e gli chiesero:
    – “ragazzo da dove vieni e dove vai?”.
    Lui, che si misurava dal suo naso, rispose:
    – “vengo da Salò e torno a casa a Viareggio”.
    Fu così che lo picchiarono, gli sputarono addosso, gli fecero un processo e lo condannarono a morte.
    Lo salvò un Vescovo e un militare che presero la situazione in mano e dissero che erano dei matti:
    – “non vi rendete conto che è un ragazzo?”.
    Fu mandato via, ma gli rubarono i soldi e la bicicletta.
    Mio padre Ubaldo mi ha sempre raccontato che rimase scioccato e traumatizzato da quella esperienza, tanto che per anni rimase terrorizzato e traumatizzato. Quando arrivò a Viareggio, trovò un amico dei tempi di Mussolini, un missino, ma che dopo cambiò subito bandiera e quando vide mio padre, gli disse:
    – “vieni ti aiuto!” e lo portò in ufficio del Comune e lo presentò così:
    – “ve ne ho portato un altro!”.
    Molte persone dopo la guerra si aiutarono a vicenda.
    Mio padre da ragazzo era atletico ed era Capo Centuria e allenava i ragazzi (tra di loro c’erano molti nomi famosi della politica e del giornalismo) che gli offrirono aiuto, ma lui, come ti ho detto, fu talmente scioccato che non volle nulla, e per anni non ebbe il coraggio di raccontare la sua storia. Solo quando fu archiviata la storia della XMAS riprese forza in se stesso.
    Dopo questa parentesi, continuo a scriverti cosa successe finita la guerra.
    Per un periodo lavorò a Viareggio e per un periodo per gli Americani da cui ebbe grandi elogi. Furono anni difficili, poi si imbarcò, forse anche grazie a quella “Croce al valor militare” che gli aveva dato credito per aver salvato un paese durante la guerra. Non fece una bella vita…
    Lavorava con armatori parenti nostri, i Landi Bemi di Genova. Alcuni lo amavano e altri lo apostrofavano “il fascista”.
    Conobbe mia madre che apparteneva anch’essa ad una famiglia di naviganti, Vassalle e Ramacciotti. Si sposarono e nel tempo libero continuò a studiare. Poi nei primi anni ‘60, credo 62/63, ci fu la svolta in positivo. Come già detto lo chiamarono dalla Snam che era Agip e Saipem e lì fece un’ottima carriera ed ha lavorato molto nei paesi arabi, specialmente in Iran, allora Persia. Era direttore dei Castori, non propriamente navi, ma definite Posatubi. Insomma tutto legato alle perforazioni. E’ stato tanto anche in Scozia, Spagna e altri Paesi. Poi è arrivata la pensione ed ha potuto seguire la sua passione, la filatelia.
    A 90 anni se n’è andato, non ha sopportato che mia madre si allettasse e la mente s’è sconvolta, era un uomo sanissimo, ma il cuore, benché forte, ha ceduto.
    A me manca tanto, tantissimo, e non c’è giorno che lui non sia presente nella mia mente e nel mio cuore.

    Daniela, mi hai commosso con il tuo scritto!
    Parlami anche di tuo Nonno, se ne sai di più e che grado aveva in Marina. Mandami la foto della Croce di Guerra al valore di tuo padre e la foto del certificato quando glie l’hanno data se la trovi. Cercherò di fare un bell’articolo per ricordarli ambedue, vedrai …
    P.s. A proposito tuo nonno come si chiamava? Quando era nato? Grazie.

    Grazie Joseph. 
Cercherò la croce, da qualche parte mio padre l’avrà messa, ho anche tanti fogli, aveva uno studio che io ho liberato e messo in scatole, ma ti dirò che a volte li apro e li richiudo subito…
    Mio nonno si chiamava Paolo Maffei era del ‘800, era Maresciallo. So che aveva fatto un esame per passare ufficiale ma che poi non ne fece nulla perché accettare significava andare lontano dalla famiglia. Ora cerco dei dati più precisi, forse mia cugina che è molto più grande di me, sa più cose, purtroppo quando è morto io avevo solo 2 anni e non lo ricordo. So che era un tenore e qualcosa ho su questo. Ora porto mio nipote a far merenda al MC Donald, ha 9 anni ed ha voglia di patatine! A dopo.

    Joseph carissimo,
    mi son messa un po’ a scartabellare e non ti dico le cose che mio padre teneva. Tanta roba che parla anche della XMAS e di quando fu riabilitata come corpo militare Italiano a tutti gli effetti.
    Ho trovato anche la licenza del fucile di mio nonno Paolo e adesso so che era un cacciatore e che era nato a Viareggio il 9/12/1886. Lui è sempre stato in Marina e come ti ho scritto precedentemente rivestiva il grado di Maresciallo. So che negli anni che mio padre era piccolo, lui prestava servizio al faro di Porto Santo Stefano (GR) e che con lui stava mia nonna mentre mio padre fu messo in collegio per via che di scuole, nelle vicinanze, non ce ne erano.
    Frequentò i Salesiani a Soliera. Ti allego una immagine del conferimento della Croce.
    Poi la cercherò, ma ti confesso che negli ultimi anni mio padre, da essere uomo precisissimo, era diventato un po’ casinista. Cerco e magari trovo fogli della casa insieme a foto più recenti o ai vari passaporti. Dovrei catalogare tutto, ma non sono in grado attualmente di farlo, non ho la testa ne il tempo e poi cosa peggiore, ci sto male. Va beh questa è la vita!
    Un saluto a presto.

    Ciao Ezio
    scusami se ti ho mandato questa “patata bollente”, ma so che a Lei farebbe tanto piacere vedere pubblicata la storia di suo Padre Ubaldo, in special modo il prossimo 14 febbraio quando ricorre il suo anniversario di morte. Come hai potuto notate la Tradizione marinara si tramandava da padre in figlio…come dici tu da Marinai di una volta e quindi per sempre!
    Facci questo regalo Ezio, Tu sei bravo e sai usare parole e terminologia che io non so a mettere insieme. La storia della famiglia Maffei è una bella storia, magari qualcuno che legge lo riconosce e farà dei commenti per poterne completare il quadro delle notizie per poi inserirle nella “Banca della memoria”. Ti ringrazio assai, assai, poi magari aggiungiamo a lei nel tuo gruppo La voce del Marinaio. A presto!

    Ciao Daniela Maffei e ciao Joseph Gorgone. 
    Mi avete commosso.
 Ogni parola, ogni aggettivo in più da parte mia rovinerebbe questa pagina bellissima che avete volute regalare al mio e nostro blog. Sto piangendo ma sono lacrime di gioia perché sono testimone che la Misercordia Divina è fatta dalle lacrime di gioia di Dio che si posano su di noi attraverso lo Spirito Santo.
    Pancrazio “Ezio” Vinciguerra.

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    12.2.1944, naufragio del piroscafo Oria

    di Mario Veronesi (*)
    
https://www.facebook.com/mario.veronesi.14



    Pochi sanno del naufragio del piroscafo norvegese Oria avvenuto il 12 febbraio 1944 al largo della Grecia con bordo oltre 4.000 soldati italiani prigionieri dei nazisti e destinati ai lager.
L’Oria fu costruito nel 1920 nei cantieri Osbourne, Graham & Co di Sunderland. Era un piroscafo da carico norvegese della stazza di 2127 tsl, di proprietà della compagnia di navigazione Fearnley & Eger di Oslo. All’inizio della seconda guerra mondiale fece parte di alcuni convogli inviati in Nord Africa, e fu lì, a Casablanca che nel giugno del 1940 poco dopo l’occupazione tedesca della Norvegia, fu internato, Un anno dopo la nave fu requisita dalla Francia di Vichy, ribattezzata Sainte Julienne e data in gestione alla Société Nationale d’Affrètements di Rouen; passando poi in Mediterraneo. Nel novembre del 1942 fu formalmente restituito al proprietario e ribattezzato Oria; ma subito dopo fu affidato alla compagnia tedesca Mittelmeer Reederei GmbH di Amburgo.
Nell’autunno del 1943, dopo la resa delle truppe italiane in Grecia, i tedeschi dovettero trasferire le decine di migliaia di prigionieri italiani via mare. Questi trasferimenti vennero effettuati usando spesso carrette del mare, stipando i prigionieri oltre ogni limite consentito, e senza nessuna norma di sicurezza. Diverse navi affondarono, per attacco degli Alleati o per incidente, con la morte di migliaia di prigionieri. L’Oria fu tra le navi scelte per il trasporto dei prigionieri italiani.

    Salpò l’11 febbraio 1944 da Rodi alle 17,40 per il Pireo. A bordo 4.046 prigionieri italiani (43 ufficiali, 118 sottufficiali, 3.885 soldati, 90 tedeschi di guardia o di passaggio e l’equipaggio norvegese. Il giorno dopo, colto da una tempesta il piroscafo affondò presso Capo Sounion, a 25 miglia dal Pireo dopo essersi incagliato nei bassi fondali prospicienti l’isola di Patroklou. Circa 250 naufraghi, trascinati sulla costa dal fortunale vennero sepolti in fosse comuni, più tardi furono traslati al Sacrario dei caduti d’Oltremare di Bari. I resti di tutti gli altri sono ancora là sotto.
Capo Sounion è un promontorio situato sulla punta meridionale dell’Attica in Grecia, a circa 69 km da Atene. Su di esso si trovano, in posizione suggestiva, i resti di un tempio greco dedicato a Poseidone, e di un secondo tempio dedicato ad Atena, di cui sono però conservate solo le fondazioni. Secondo il mito sarebbe il luogo dal quale Egeo re di Atene, si sarebbe gettato nel mare e dal quale ne deriva il nome (mar Egeo). Il primo riferimento letterario è nell’Odissea di Omero: doppiando il capo, muore il nocchiero della nave di Menelao, e sulla spiaggia sottostante vengono tenuti i suoi funerali.

    I soccorsi ostacolati dalle pessime condizioni meteo, consentirono di salvare solo 37 italiani, 6 tedeschi, un greco, 5 uomini dell’equipaggio, incluso il comandante Bearne Rasmussen e il primo ufficiale di macchina. L’Oria era stipata all’inverosimile, aveva anche un carico di bidoni di olio minerale e gomme da camion oltre ai nostri soldati che dovevano essere trasferiti come forza lavoro nei lager del Terzo Reich. In tutte le isole dell’Egeo c’erano quasi centomila militari italiani e a tutti venne offerta la possibilità di unirsi alle forze collaborazioniste della Repubblica di Salò e con i tedeschi. Chi si rifiutava di collaborare diventava internato militare. Si trattò di uno dei peggiori disastri navali della storia dell’umanità. Il peggiore nel Mediterraneo. Per anni i militari deceduti rimasero anonimi, ma successivamente, grazie all’impegno di alcuni subacquei greci coordinati da Aristotelis Zervoudis, la tragedia dell’Oria venne alla luce. Questi subacquei compirono numerose immersioni sul sito dell’affondamento, documentando l’entità della tragedia. L’impatto emotivo e umano di quello che videro fu così forte che li spinse a coinvolgere la comunità locale. Indagarono presso gli anziani dell’isola e riuscirono a identificare il luogo della pietosa sepoltura dei corpi spiaggiati dopo l’affondamento. Proposero l’edificazione di un monumento sulla spiaggia del naufragio (al largo di Capo Sunion). Tutta la comunità locale partecipò a questa iniziativa.

    Più di 60 anni dopo, le loro storie sono ritornate grazie alle ricerche dei loro discendenti, spesso nipoti che di quei nonni portano i nomi e che, cercando di saperne di più sui loro antenati. Riuscendo a rintracciare la lista di tutti i militari imbarcati. Questa lista è stata per anni uno dei misteri dell’Oria: ritenuta inesistente, era in realtà scomparsa nei polverosi archivi italiani. 
Lo scorso 9 febbraio 2014, grazie alla municipalità di Saronikos in Grecia (sul cui territorio costiero ebbe luogo il naufragio) e a una donazione privata, è stato costruito e inaugurato un monumento alla memoria della terribile tragedia.
Altri casi di navi cariche di militari italiani, affondate dagli alleati o per cause naturali furono il Donizetti (1835 morti), il Petrella (2.670 morti) e la nave Sinfra, in cui morirono oltre 2.465 italiani. 
Il piroscafo Gaetano Donizetti classe musicisti, varata nel 1928 per conto dellaAdria-Sa di navigazione con sede a Fiume; era di tipo misto, cioè attrezzata al trasporto di passeggeri e di merce varia, aveva una stazza lorda di 2,428 t. Nel successivo riordino delle linee cosiddette sovvenzionate, la nave entrò a far parte alla Società di Navigazione Tirrena quando fu sequestrata dalla Kriegsmarine dopo la dichiarazione dell’armistizio (8 settembre 1943). Il 22 settembre 1943 il Donizetti colpito dal cacciatorpediniere britannico Eclipse affondò in pochi istanti trascinando con se 1835 persone di cui: 600 avieri, 1.110 marinai, 114 sottufficiali e 11 ufficiali.
La nave da carico Petrella fu costruita nel 1923 a Granville con il nome di Pasteur, apparteneva ad una serie di 9 unità, conosciute come le 4.800 tonnellate in riferimento alla loro stazza lorda. Varata il 3 febbraio 1923, entrò in linea con la bandiera francese il 10 agosto 1923. L’anno seguente fu acquistata dalla Compagnie des Chargeurs Français, nel 1925 fu presa a noleggio dalla Compagnie Navale de l’Océanie (Ballande Shipping Company) per la sua linea della Nuova Caledonia. Nel giugno 1928 fu acquistata dalla CGAM, e rinominata Aveyron e assegnata alle linee della West Indies e quelle di Nantes-Bordeaux-Algeri-Tunisi. Il 10 luglio 1941 fu trasferita in Italia e rinominato Capo Pino sotto il controllo della Compagnia Genovese di Navigazione a Vapore. L’8 settembre del 1943 fu sequestrata dai tedeschi a Patrasso, rinominato Petrella.

    L’8 febbraio del 1944 il piroscafo fu affondato dal sottomarino inglese Sportsam al largo della baia di Suda. Il numero delle vittime fu altissimo: 2.670 prigionieri di guerra italiani che si trovavano a bordo.
La nave Sinfra viene varata nel 1929 con il nome di Fernglen, è un Cargo di nazionalità norvegese, proprietario è l’armatore Fearnley & Eger, di Oslo. Nel 1934 passa alla compagnia di navigazione svedese Sven Salen di Stoccolma e rinominato Sandahamn. Nel 1939 diviene Sinfra e passa alla Companie di Navigation A Vapeur Cyprien Fabre & Cie. Nel dicembre 1942 il Sinfra diviene tedesco. Fu affondato da bombe alleate il 19 ottobre 1943, mentre trasportava prigionieri italiani, partigiani greci e tedeschi. Fonti tedesche concordano che furono squadroni di bombardieri B-25 Mitchell dell’U.S.A.F e aerosiluranti Bristol Beaufighter della R.A.F provenienti dal Nord Africa e operativi sul Mediterraneo. Il numero delle vittime su di un totale di 3.000 presenti a bordo fu di 2.465.

    (*) per saperne di più sull’autore digita il suo nome e cognome sul motore di ricerca del blog.

    Link utili
    http://tg24.sky.it/tg24/cronaca/photogallery/2012/07/03/piroscafo_oria_resti_relitto_caduti_egeo_armistizio.html

    http://www.ecodibergamo.it/stories/bergamo-citta/naufragio-oria-si-allunga-la-lista-dei-mortiin-un-video-limbarco-dei-soldati-_1166116_11/