• Marinai di una volta,  Racconti,  Recensioni,  Un mare di amici

    C’era un’aria gelida a La Maddalena

    di Giovanni Presutti (*)

    Il Marinaio, a un certo momento della vita, dismetterà la Divisa ma il suo cuore, quello se non altro non potrà che rimanere Marinaio … per sempre!

    Che delusione!
    Appena levato dal letto, mi sono affacciato alla porta di casa. C’era un’aria gelida, un venticello di tramontana e il cielo coperto. Aria di precipitazioni, mi sono detto. Ho sperato in una bella nevicata. Sarebbe stata evocatrice di antiche, nostalgiche memorie, come il ritorno all’infanzia con le persone care di un tempo attorno al focolare. Allora, in casa non era ancora entrata il televisore, e davanti alle vampe zampillanti mio padre cacciatore raccontava con enfasi certi momenti esaltanti  della caccia, mentre accarezzava il fido ausiliare sempre a fianco a lui. Il cane sembrava capire e ricambiava con impeti passionali leccandogli le mani. Mi affascinavano gli aneddoti e le specifiche riviste sull’attività venatoria, che in casa non mancavano mai. Certe volte, nel raccontare, mio padre non si capacitava del bluff che gli aveva giocato una lepre. Ancorché colpita dalla fucilata che le aveva fatto fare una capriola, si era rimessa in fuga scomparendo nella boscaglia.
    Che delusione!
    A questa sta storiella, anche mia madre era rimasta sconsolata. Infatti, come sempre aveva fatto dopo la cattura di una lepre da parte del marito, l’avrebbe portata alla solita signora della città vicina, la quale grata nell’accettarla, avrebbe offerto in cambio diversi tipi legumi ed altri prodotti del suo vasto orto. Ma niente neve.
    Che delusione!
    L’azione mitigatrice del mare che circonda l’isola Maddalena ha fatto naufragare le speranze di una nevicata, e con essa l’illusione di riascoltare, proveniente dalla casa paterna in un borgo montano, lo sferruzzare dei ferri di mia madre che faceva calze di lana col filo di un vecchio indumento disfatto. Nella generale pace invernale, fuori oltre un metro di neve, nella cucina-soggiorno, noi bambini, in silenzio scaldavamo le mani sui cerchi roventi della stufa-cucina, mentre la sveglia sulla mensola del camino mandava il suo tic-tac che riempiva di suoni la stanza, con voce argentina, familiare. Ogni tanto qualche sospiro del nonno, forse per un’occasione perduta in gioventù. Chissà!…
     

    Giovanni Presutti, nato a Campo di Giove, vi trascorre la prima giovinezza fino ai venti anni quando si arruola nella Marina Militare con la specializzazione di segretario.
    Ogni anno in agosto ritorna per un breve periodo alla sua casa paterna.
    Nel corso di circa quarant’anni di servizio , tra diverse destinazioni a terra e imbarchi, approda nell’isola sarda di La Maddalena, dove crea la sua nuova famiglia e vi risiede.
    In Marina frequenta corsi professionali negli Istituti militari, uno a Venezia e due a La Maddalena. Raggiunge il massimo grado di sottufficiale.
    Dedica il suo tempo libero all’approfondimento culturale e all’innata passione per le lettere. Diviene giornalista pubblicista. Ha collaborato per due anni alla pagina culturale del quotidiano “L’Isola” e a diverse riviste specializzate con articoli di critica artistica e letteraria. E’ inserito su svariate antologie e su alcuni libri di scrittori delle epopee garibaldine, del brigantaggio postunitario e di specifici episodi della Seconda Guerra Mondiale. Ha pubblicato quattordici libri. E’ Membro dell’Istituto Internazionale di Studi “G. Garibaldi”, sezione regionale Sardegna. Ha ottenuto diversi riconoscimenti e lusinghiere citazioni su quotidiani, riviste e libri. E’ stato nominato Accademico di Merito “ad honorem” dal “Centro Cultural, Literario, e Artistico” de “O Jornal de Felgueiras” (Portogallo). Nominato Accademico di Merito per meriti acquisiti nel campo delle lettere, dall’Accademia Culturale d’Europa, sezione italiana di Viterbo.

    (*) per conoscere gli altri scritti dell’autore, digita il suo nome e cognome sul motore di ricerca del blog.

  • Attualità,  Marinai,  Marinai di una volta,  Navi,  Per Grazia Ricevuta,  Racconti,  Sociale e Solidarietà,  Storia

    Sono socio onorario A.F.E.A., lo dico a voi e lo racconterò anche a Dio

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    “Lettera aperta”
    Caro Pietro Serarcangeli (*), carissimi associati e rispettivi familiari,
    oggi piango di felicità per questo dono immenso che mi avete fatto, e del bene che mi avete fatto lo racconterò a Dio!

    Lui dice:
    “Raccogli le tue forze e rialzati!  Ci sono sofferenze che scavano nella persona moralmente e fisicamente, ma tu trova il coraggio e la grinta che hai sempre avuto e trasformale in speranza”.

    La nostra speranza, di coloro che lottano per malattie e patologie causate dal servizio che abbiamo svolto, è che questa “assurda storia” finisca al più presto e che possiamo ritrovare quella pace per quegli affetti famigliari, per gli amici, che purtroppo sono stati uccisi, nel silenzio e nell’omertà, e vivere la vita in armonia e serenità in questo paese devastato dalla cupidigia e dagli abusi di potere.
    Racconterò però a Dio anche di coloro che ci hanno volutamente fatto del male…
    Ci è stato tramandato dai nostri padri e dai servitori dello Stato che la dignità e l’etica che sono la sintesi delle più alte virtù militari…non è stato per tutti così, e io lo racconterò a Dio!
    Ci è stato ordinato di assumere un contegno dignitoso e di mettere le nostre vite al servizio della Patria perché chiamati a difendere la pace e la legalità … non è stato per tutti così, e io lo racconterò a Dio!
    Ci è stato detto che la “legge è uguale per tutti” … non è stato per tutti così, e io lo racconterò a Dio!


    Non so quanto tempo terreno mi/ci rimane, questo lo sa’ Dio, ma sono certo che siete un sicuro punto di riferimento, un esempio di vita, perché in voi, in noi, il “rispetto dei valori cristiani” si rispecchiano nella condotta dignitosa e rispettosa degli ordini ricevuti e in sintonia con i criteri di correttezza di chi, con il proprio giuramento, ha accettato di servire il popolo, in divisa, un popolo di militari che grida il suo sdegno per questa situazione che si trascina già da troppo tempo tra rinvii, errori, lungaggini giudiziarie e che provoca profonda indignazione per lo scarso valore che una Nazione dà alla propria sovranità, ai suoi servitori dello Stato, ed è incapace di far sentire la sua voce a livello internazionale… ed io lo racconterò a Dio!
    Il nostro “soffrire” con umiltà e dignità ci riempie di orgoglio, il nostro retto comportamento, da cui traspare entusiasmo e passione per la carriera intrapresa, per la vita, sia di esempio e da scure per chi doveva proteggere, difenderci, ed invece ci ha abbandonato al nostro destino, vendendoci al mercato degli interessi economici e personali… e io racconterò di loro a Dio!
    Come ex militare e cittadino italiano, ma anche come uomo e padre di famiglia, sono vicino a voi e ai vostri cari. Con profonda stima e riconoscenza, vi ringrazio per la “tessera onoraria ricevuta”: vale molto più delle medaglie d’oro e dei lustrini di beceri individui, tutte chiacchiere e distintivi, ed io racconterò del male, che abbiamo da loro ricevuto, facendo i loro nomi e i cognomi a Dio!


    Una delle cose più belle della vita è trovare qualcuno che riesca a capirti senza il bisogno di dare tante spiegazioni. Chi ti vuole bene veramente riconosce il dolore dietro al tuo sorriso, l’amore oltre la tua rabbia e le ragioni del tuo silenzio e continua a pensare che tu sei unico e incredibile come sei.
    La speranza vede l’invisibile, tocca l’intangibile e raggiunge l’impossibile… 

    (*) per saperne di più digita sul motore di ricerca del blog il suo nome e cognome oppure su internet digita A.F.E.A. Onlus

  • Attualità,  Marinai,  Marinai di una volta,  Racconti,  Recensioni,  Un mare di amici

    Quando gli anni passano

    di Nino Difilippo

    Quanne l’anne passene, tremìnde cude ca tîne attùrne devérsamènde, te ‘nnammurisce de l’aneme di crestiäne, na’ cchiù du lòre méttese ‘mmòstre, vì sèmbe scerchelanne sckitte la tranguilletä, apprezzìsce de cchiù la vite, perciä ammature la certézze ca nudde dure pè sèmbe, facènnete pegghjä cuscènze, ca pè stu fatte, ogne menute ca passe, jè nu rejäle du Ddìje, jè u’ merachele de jèsse angòre vive…!

    (Quando gli anni passano, vedi quello che ti circonda in modo diverso, t’innammori dell’anima delle persone, non più del loro apparire, sei continuamente alla ricerca della sola tranquillità, apprezzi di più la vita, in te, matura la certezza che niente dura per sempre, facendoti coscienziosamente consapevole che a tal fine, ogni minuto che passa, è un dono Divino:”il miracolo di essere ancora vivo…!)

    Una buona vita a tutti.
    Nino Difilippo

  • Marinai,  Marinai di una volta,  Navi,  Racconti,  Recensioni,  Storia

    19.1.1943, Michele Mancanello e RD37

    di Claudio Confessore

    Banca della memoria - www.lavocedelmarinaio.com

    L’articolo è dedicato al signor Larzio, zio di Michele Mancanello che adesso riposa in pace fra i flutti dell’Altissimo ed è custodito nella Banca della Memoria dei marinai per sempre.

    RD37-www.lavocedelmarinaio.com-copia

    Il marinaio Michele Mancanello nasce a Molfetta il 1° marzo 1922. In un primo momento si pensò essere imbarcato sul regio Cacciatorpediniere Bombardiere e venne dichiarato disperso il 17 gennaio 1943.
    Dopo accurate e minuziose ricerche:
    • sull’Albo d’Oro della Marina Militare risulta che il Marinaio Mancanello Michele, nato a Molfetta il 01-03-1922, è disperso dal 19-1-1943 nel Mare Mediterraneo Centrale (leggasi affondamento unità) ed era imbarcato su ” non specificato 011″ (questa sigla è impiegata per le piccole Unità, in questo caso il numero 011 per i Dragamine, dove gli equipaggi non erano fissi ma ruotavano tra le varie navi);
    • nel “Data Base” Ufficiale di ONORCADUTI i dati della Marina Militare vengono confermati (Data di Decesso: 19/1/1943 – http://www.difesa.it/Il_Ministro/ONORCADUTI/Pagine/Amministrativo.aspx e nella scheda personale in loro possesso è anche riportato che era imbarcato sul Rimorchiatore Dragamine RD 37.

    Michele Mancanello - certificato di dichiarazione di morte - www.lavocedelmarinaio.com - copia -

    Con Atto formale il marinaio Michele Mancanello è stato dichiarato disperso dal Ministero in data 19-1-1943 ed era imbarcato sul Dragamine RD 37.

    Michele Mancanello - Verbale di irreperibilità - copia - www.lavocedelmarinaio.com

    La storia dell’affondamento del predetto Dragamine è la seguente:
    Occorreva abbandonare con urgenza il porto di Tripoli per evitare che le nostre navi fossero catturate dagli Alleati. Fu formato un convoglio composto dalle seguenti piccole unità:
    • i Dragamine RD 31, 36, 37, 39 (vecchi rimorchiatori riciclati e per questo contraddistinti dalla sigla RD, ovvero Rimorchiatore/Dragamine);
    • i Dragamine ausiliari Marconi, Cinzia, Musco (ex naviglio mercantile);
    • la barca pompa S. Barbara;
    • le cisterne Astrela e Irma;
    • il piccolo piroscafo Scorfano.
    Il Capo della Flottiglia n° 40 era il Tenente di Vascello De Bartolo (Regia Marina MIlitare) imbarcato sul RD 36. Gli RD 36 e 37 erano equipaggiati da personale della Guardia di Finanza ma poiché mancava personale per completare gli equipaggi fu imbarcato anche qualche specialista della Marina Militare.
    Il convoglio partì da Tripoli nel pomeriggio del 19 gennaio 1943 diviso in quattro gruppi:
    • ore 14.00 partirono i dragamine ausiliari Marconi (304 t.), Cinzia (71 t.), Angelo Musco (69 t.), la barca-pompa Santa Barbara (72 t.);
    • ore 16.00 le cisterne Astrea (136 t.) e Irma (305 t.);
    • ore 18.00 il dragamine RD 37 e il peschereccio Scorfano (308 t.);
    • ore 18.30 i dragamine RD 39, RD 31, RD 36 (207 t.).
    Due caccia britannici della “Forza K”, il Kelvin e il Javelin, intercettarono il convoglio verso la mezzanotte in prossimità di Zuara. Il Capo Squadriglia, dopo aver ordinato alle altre unità scortate dagli Rd 31 e 39 di portarsi sottocosta per cercare di sfuggire al nemico, con gli RD 36 e 37 andò all’attacco dei caccia (Davide contro Golia!!!). La barca pompa era in quel momento a rimorchio del piroscafo Scorfano (avaria o perché era lenta?). In circa due ore i caccia affondarono tutte le undici unità ma qualche naufrago riuscì, comunque, a salvarsi raggiungendo la costa.

    marinaio Michele Mancanello - www.lavocedelmarinaio.comI caduti del RD 37 - www.lavocedelmarinaio.om

  • Marinai,  Marinai di una volta,  Navi,  Racconti,  Recensioni,  Storia

    18.1.1968, ricordando Fernando Zaccarelli

    di Giuseppe Zaccarelli
    
fanobeppe@gmail.com

    Banca della memoria - www.lavocedelmarinaio.com

    …superstite a Capo Matapan
, ovvero quando le storie dei padri dei marinai si incrociano con quelle dei figli sulle rotte:
“virtuali” del web e “reali” degli umani sentimenti!

    Buongiorno Ezio,
    mi chiamo Giuseppe Zaccarelli, figlio di Fernando Zaccarelli maresciallo motorista imbarcato sul regio incrociatore Fiume.
    Anche mio padre è naufragato quella notte di marzo 1941 si è salvato miracolosamente e dopo 7 giorni passati su un relitto zattera, fu salvato dalla nave croce rossa Gradisca quando ormai era saponificato.

    Fernando Zaccarelli motorista navale f.p.g.c. Giuseppe Zaccarelli a www.lavocedelmarinaio.com

    Mio padre non c’è più, l’ha portato via una peritonite nel lontano ormai 18 gennaio 1968.
    Io son nato nel 1956 e se mio Padre rimaneva a Capo Matapan non sarei nato. Papà non mi ha mai raccontato molto di quell’episodio, non aveva piacere di farlo. Ricordo che ad ogni anniversario era come se andasse giù di testa…
    Ha vissuto un’esperienza che è indescrivibile e allo stesso tempo incredibile ma la volontà di vivere è stata superiore a tutto.

    Secondo capo di Marina Fernando Zaccarelli - f.p.g.c. Giuseppe Zaccarelli a www.lavocedelmarinaio.com

    Non so tanto di questa tragedia ma so che in pochi spiegano ai nostri giovani cosa hanno patito i nostri padri e i nostri nonni per la Patria, un sentimento di attaccamento che col tempo si è stemperato molto.
Non ho foto né della nave né di quei marinai.
    Volevo solo così portare la mia testimonianza per questi ragazzi mandati al macello, molti morti da Eroi,
    … loro sapevano ma non si sono mai tirati indietro.

    Questi sono i superstiti (o alcuni di essi a bordo della nave croce rossa Gradisca) se vuole di questa ne ho alcune copie potrei mandargliele per posta normale ma mi serve il indirizzo suo o della redazione…




    Foto di Giuseppe Zaccarelli- Probabili superstiti nell'affondamento di nave gradisca a Capo Matapan - www.lavocedelmarinaio.com

    Sig. Ezio le mando alcune foto che son riuscito a recuperare di mio padre. Lei ne faccia l’uso che meglio crede.
    Un abbraccio Beppe

    diploma 1^ concessione rilasciato al marinaio Fernando Zaccarelli f.p.g.c. Giuseppe ZaccarelliMarinaio Fernando Zaccarelli di rona f.p.g.c. Giuseppe Zaccarelli a www.lavocedelmarinaio.com

    Buongiorno signor Giuseppe,
    grazie per questa sua partecipata testimonianza che ci fa comprendere, qualora ce ne fosse ancora di bisogno, il sacrificio per la Patria di Marinai di una volta che hanno creduto, come giustamente anche Lei afferma nel finale della sua commovente testimonianza, e che nessun si tirò mai indietro.
    Sono io a nome di tutti coloro che scrivono o ci inviano testimonianze come la Sua a ringraziarla perché il cuore dei figli dei marinai è immenso come l’amore del mare dei propri Padri e la Sua testimonianza schietta, diretta e sincera ne é la prova più tangibile.
    Nel nostro piccolo, unitamente ad altri siti come questo, ci scambiamo informazioni per creare una “Banca della memoria” su internet in modo da ricordare ciclicamente il sacrificio di chi si è immolato per la Patria o l’ha servita con Onore e Rispetto…proprio come suo padre Fernando.
    Grazie Giuseppe, grazie davvero.
    Pancrazio “Ezio” Vinciguerra e la redazione de www.lavocedelmarinaio.com

    Casermetta Squadriglia M.A.S. - www.lavocedelmarinaio.comConcessione onorificienze a Fernando Zaccarelli f.p.g.c. Giuseppe Zaccarelli a www.lavocedelmarinaio.com

    Dello stesso argomento sul blog:
    
https://www.lavocedelmarinaio.com/2012/03/a-proposito-di-regio-incrociatore-fiume-e-capo-matapan/ oppure digita sugli argomenti del blog: La disfatta di Capo Matapan

    Marino-Miccoli-2014-per-www.lavoce-delmarinaio.com_2Gentile signor Giuseppe Zaccarelli,
    anch’io ricordo la riluttanza di mio Padre Antonio Miccoli nel raccontare la vicenda drammatica dell’affondamento dell’incrociatore Fiume; dopo poche frasi la narrazione dei fatti si interrompeva a causa della profonda commozione che il ricordo di quei tragici avvenimenti gli causava; soprattutto ricordare i suoi Colleghi caduti e dispersi rappresentava per Lui qualcosa di talmente lacerante per il suo animo che le parole non sono sufficienti a descrivere. 
Mi conforta il pensare che adesso, nel mondo dei più, Egli sia sereno, in compagnia di tutti coloro che con lui vissero la triste notte del 28 marzo 1941. Noi, da questa terra, nel ricordarli, al contempo ne onoriamo la memoria.
    Marino Miccoli




    Capo 3^classe Fernando Zaccarelli f.p.g.c. Giuseppe Zaccarelli a www.lavocedelmarinaio.com

    Caro Ezio,
    la ringrazio molto sinceramente oggi è l’anniversario della morte del babbo e sono contento che ne venga onorata la memoria con questo ricordo.
    Un pensiero va anche a tutti i militari della Marina che tutti i giorni fanno il loro dovere per la Patria, definizione dimenticata dai più, ma abbiamo ancora una Patria da amare e rispettare con umiltà e sacrificio.
    Quindi siete tutti nei miei ricordi in modo particolare l’arma della Marina Militare Italiana.
    Andiamo avanti così col nostro umile lavoro di memoria e testimonianza, io quando ne ho l’opportunità amo raccontare di vicende di guerra e pace della nostra Marina, faccio un lavoro di servizio publico e mi piace parlare ai giovani dei sacrifici che hanno fatto i nostri padri e i nostri nonni per onorare quel senso del dovere, del sacrificio,  che i giovani fanno fatica a comprendere ( per fortuna non tutti ).
    Non la voglio tediare ulteriormente, tanti e tanti auguri a lei e alla sua famiglia e spero ci sia l’occasione di incontrarci di persona.
    Giuseppe Zaccarelli
    (18.1.2020, ore21,28)

  • Attualità,  Che cos'è la Marina Militare?,  Marinai,  Marinai di una volta,  Navi,  Racconti,  Recensioni,  Storia

    18.1.1945, noi a Zonderwater dichiarammo fedeltà

    di Marino Miccoli 

    Marino-Miccoli-2014-per-www.lavoce-delmarinaio.com_2Zonderwater è una vasta area situata a circa 40 km Nord Est dalla città di Pretoria ed è vicina alle note miniere di diamanti del Cullinan, nel Sud-Africa. L’altopiano (1500 mt. s.l.m.) in cui si trova è incluso nella Provincia del Transvaal. Nel 1941 è stato realizzato un grande campo di prigionia, suddiviso in blocchi, dove sono stati raccolti moltissimi prigionieri di guerra italiani e tedeschi. Dalle navi mercantili dove erano stati stivati, i prigionieri erano sbarcati nel porto di Durban; da qui in treno in due giorni di viaggio arrivavano a Zonderwater. I primi prigionieri italiani arrivarono alla fine dell’inverno del 1941 e tra questi vi era mio padre Antonio Miccoli (maresciallo capo-cannoniere stereotelemetrista della Regia Marina, uno dei pochi sopravvissuti all’affondamento del Regio Incrociatore Fiume, avvenuto a largo di Capo Matapan – Grecia- nella tragica notte del 28 marzo 1941). Egli era stato prima internato in un campo di prigionia ad Alessandria d’Egitto, laddove dopo aver subito un primo interrogatorio gli fu assegnato il numero di matricola: n. 123415.
    ingresso-cimitero-italiano-Zonderwater-CopiaZonderwater, che in lingua Afrikaans significa senza acqua (anche se in realtà l’acqua era presente e abbondante nel sottosuolo), è una località costituita da una pianura arida con alcune ondulazioni. La flora è rada e bassa. L’orizzonte è costituito da modeste colline. La vasta zona riservata ai prigionieri (dall’aprile del 1941 al marzo del 1947 furono accolti nel campo più di 100.000 prigionieri italiani) era situata da un lato sulle colline e dall’altro si apriva verso il piano. Il clima è quello continentale del nord est del Sud Africa. Possiamo affermare che le stagioni sono essenzialmente due: estate e inverno. L’estate va da novembre ad aprile e l’inverno da maggio a ottobre. Il vento regna, anzi impera nella zona di Zonderwater: infatti le tempeste di sabbia, le trombe d’aria fanno volare tetti, coperture, lamiere, tende, staccionate e recinzioni; i venti hanno una forza e un’intensità tale da “togliere il fiato”. Dopo il vento arrivano quasi sempre i temporali e con essi i fulmini. Sì, quei tremendi fulmini di cui mio padre (che fu detenuto a Zonderwater dall’aprile del 1941 al maggio 1946) aveva un terrificante ricordo. Infatti egli narrava che:

    – “Le tende erano fatte a forma di cono. In ogni tenda eravamo in otto prigionieri; si dormiva distesi sul terreno con i piedi rivolti al palo di sostegno e la testa verso l’esterno. A Zonderwater i fulmini erano un concreto pericolo per le persone… al tempo della tendopoli, dal 1941 al 1943 (a partire dalla fine di questo ultimo anno si iniziò la costruzione delle prime baracche), le punte dei pali di ferro che reggevano le tende si trasformavano in vere e proprie calamite per i fulmini; così i prigionieri che si trovavano a contatto o vicino ai pali metallici morivano fulminati”.
    Lapide-Caduti-Italiani-ZONDERWATER-CopiaEgli riferiva che a decine i prigionieri italiani rimanevano vittime dei numerosi fulmini che si scatenavano durante i temporali, forse a causa di una composizione particolarmente ferrosa del suolo, e ogni temporale era vissuto da loro con terrore. A testimonianza di quanto sopra, a Zonderwater per commemorare i non pochi prigionieri folgorati è stato poi edificato un monumento che è possibile visitare ancora oggi, così come il cimitero dei prigionieri italiani.
    Ma torniamo alla narrazione di mio padre sulla sua vita in prigionia; i prigionieri si dividevano fondamentalmente in tre “fazioni”:

    1) “irriducibili”
    ovvero i prigionieri fascisti convinti e memori delle cruente battaglie sostenute per difendere le colonie, i quali minacciavano e mettevano in atto azioni punitive contro quei traditori che collaboravano con gli inglesi.

    2) “non cooperatori”
    che non erano fascisti, ma militari delle varie armi, che non intendevano lavorare per il nemico. Questi credevano che collaborare significava dare segno di anti italianità e di slealtà al Re e alla Patria.

    3) “cooperatori”
    che aspiravano alla libertà, anche se parziale; essi volevano migliorare la loro difficile condizione di vita e pertanto acconsentivano ad andare a lavorare per molti datori di lavoro sudafricani, soprattutto nelle varie fattorie del Transvaal. Qui si fecero notare ed apprezzare per la loro perizia nell’edilizia e nella costruzione di strade. Ma al loro rientro nel campo di prigionia, dopo un periodo di lavoro all’esterno, i “cooperatori” venivano accolti malamente, subivano ceffoni ed erano sottoposti alla cosiddetta «coperta», una punizione corporale solitamente inflitta loro di sorpresa da un gruppo di prigionieri.

    Giuseppe Polimeno - www.lavocedelmarinaio.com

    Mio padre non mi ha mai detto a quale di questi tre gruppi di prigionieri appartenesse ma, avendolo conosciuto, mi sento di affermare che era un prigioniero tra i tanti “non cooperatori”. Ciò anche in considerazione del fatto che a causa delle sue conoscenze tecniche riguardanti il telemetro italiano e del suo reiterato diniego a rivelarne l’esatto funzionamento, fu più volte maltrattato dagli inglesi. Collaborò con un prigioniero di cognome Santoro ed altri per la realizzazione di un cimitero dove poter dare una degna sepoltura agli internati che morivano nei vari blocchi del campo di Zonderwater.

    – “Un cucchiaio di lenticchie in poca brodaglia” questo egli riferiva essere il suo pasto nel campo di prigionia… sì, i prigionieri italiani con e come lui provavano la fame, una maledetta fame tanto che mia madre afferma che nei primi tempi della sua liberazione, quando nell’estate del 1946 fu rimpatriato e reintegrato nella neonata Marina Militare, mio padre pesava 46 kg. e non riusciva a domare l’istinto di afferrare nel pugno le mosche che gli svolazzavano vicino per portarsele alla bocca. Passò un po’ di tempo prima che egli riuscisse a trattenersi da simile abitudine evidentemente acquisita durante la prigionia per sopravvivere; non vi nascondo che oggi anch’io, nel rinnovare il ricordo di quei tristi avvenimenti, provo sincera commozione.
    Delle vicende di guerra e delle vicissitudini della prigionia egli scrisse un diario, che purtroppo gli fu requisito a Napoli, il giorno del rimpatrio, nel maggio 1946. Ciò era inspiegabile per mio padre perché gl’inglesi erano a conoscenza del fatto che egli ne possedeva uno e consapevolmente gli permisero di tenerlo fino al termine della prigionia.
    Il maresciallo Antonio Miccoli fu pluridecorato e nominato Cavaliere al Merito nel 1959 dall’allora Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi; si congedò il 28 marzo 1962 con il grado di sottotenente del C.E.M.M..
    A conclusione di questo mio modesto ricordo scritto riguardante i 5 anni e 2 mesi di prigionia di mio padre, allego l’immagine di un raro documento: si tratta della DICHIARAZIONE DI FEDELTA’ che gl’inglesi gli fecero sottoscrivere il 18 gennaio 1945, quasi un anno e mezzo prima della sua liberazione che avvenne con il rimpatrio a MARIDEPO Napoli il 20 maggio 1946. In essa si richiedeva l’impegno e la collaborazione con gli Alleati nel combattere contro il comune nemico: la Germania.
    Desidero inoltre qui riportare un significativo brano del discorso tenuto dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi quando si recò in visita di Stato in Sud-Africa e rese omaggio ai Caduti al Sacrario Militare di Zonderwater, il 15 marzo 2002:

    Dichiarazione di fedeltà del Maresciallo Antonio Miccoli - www.lavocedelmarinaio.com

    “ […] Non devono dimenticare, specie i più giovani, chi si è sacrificato per la Patria ovunque, in guerra e in pace; chi è caduto; chi ha vissuto in prigionia lunghi anni della più bella stagione della vita e che, tornato, ha ricostruito l’Italia in un’Europa concorde e unitaria […]”

    Sento il dovere di ricordare inoltre alcuni dei nomi di coloro (conterranei e commilitoni) che condivisero con mio padre la drammatica esperienza della prigionia: Giuseppe Salvatore Polimeno (mio zio), Donato Carlo, Antonio Corvaglia, Luigi Cutrino, Attilio Rini, tutti militari originari di Spongano (LE).
    Mi inchino riverente dinanzi al sacrificio di tutti prigionieri di guerra morti durante la prigionia, tra stenti e indescrivibili patimenti, lontano dalla loro Patria e dalle amate famiglie; onoro la loro memoria e mi auguro che mai più, ripeto mai più l’umanità debba patire simili sofferenze a causa di quell’assurda follia costituita dalle guerre.

    Antonio Miccoli - www.lavocedelmarinaio.com

  • Marinai,  Marinai di una volta,  Racconti,  Recensioni,  Un mare di amici

    17.1.1944, mi ricordo il bombardamento su Viterbo

    di Giorgio Ciatti
    
https://www.facebook.com/giorgio.ciatti



    Banca della memoria - www.lavocedelmarinaio.com

    17 gennaio 1944 …schegge di vita vissuta, per non dimenticare, mai.



    Giorgio Ciatti per www.lavocedelmarinaio.comIl primo bombardamento del 1944 avvenne alle ore 13,15 e colpì sanguinosamente Viterbo e la sua Provincia. Tre formazioni di quadrimotori “Liberator” sorvolavano la città dirigendosi verso Orte, quando improvvisamente alcuni bombardieri si staccarono dal gruppo e sganciarono circa 90 tonnellate di bombe (il calcolo approssimativo fu fatto con il recupero di tre bombe rimaste inesplose presso le case adiacenti il passaggio a livello).
    Fu colpita la zona tra le stazioni ferroviarie di Porta Fiorentina e della Roma Nord, e il capolinea delle autocorriere della Ditta Garbini, posto all’angolo tra piazza Umberto I (ora Piazza Gramsci) e via di Porta Murata (ora via San Bonaventura); oltre alle tre stazioni, furono danneggiate numerose case, un ristorante affollato (“Il Bersagliere” situato nei pressi dell’attuale pasticceria Lombardelli), la Basilica di S. Francesco; causando la morte di due religiosi e il ferimento di un terzo; si salvò P. Giovanni Auda e che fu poi l’artefice della ricostruzione, e la caserma Bazzichelli, adibita a Distretto Militare.
    17.1.1944 il bombardamento su Viterbo stazione autocarri Garbini - www.lavocedelmarinaio.com - copiaSecondo un elenco pubblicato da un giornale locale, i morti furono 73, 7 i dispersi e 94 i feriti; alcuni morirono perché non fu possibile estrarli in tempo dalle macerie per mancanza di mezzi adeguati.
 Mi sembra di sentire ancora i lamenti dei feriti che provenivano da sotto le macerie, e mentre passava il tempo, andavano sempre più affievolendosi fino a cessare del tutto; vedo ancora le volute di fumo che uscivano tra i sassi e i calcinacci, per l’incendio sviluppatosi dai pullman andati distrutti
Fu scelta di proposito l’ora delle 13,15 perché coincideva con la partenza dei pullman che collegavano quei paesi della provincia non serviti dalle due ferrovie; era quella l’ora in cui facevano ritorno ai loro paesi i poveri cristi, dopo essere venuti a Viterbo magari per acquistare qualcosa non soggetta alla carta annonaria; e tornavano a casa gli studenti venuti in città per frequentare le scuole di grado superiore.
    17.1.1944 il bombardamento su Viterbo - www.lavocedelmarinaio.comNon essendoci in quella stazione insediamenti militari, quale era lo scopo? 
A parer mio, quello di provocare più vittime civili possibili, affinché la popolazione esausta si ribellasse al regime e alle forze di “occupazione” (eravamo stati noi ad invitarli in casa nostra).
 Mi sono sempre domandato: come facevano gli Anglo-Americani a conoscere l’ora esatta della partenza dei pullman, l’ora in cui la stazione sarebbe stata più affollata?
    L’unica risposta che mi sono dato: c’era a Viterbo un “informatore”; l’unico individuo che, negli anni a venire, avrebbe portato sulla coscienza la paternità di quell’inutile (e sottolineo inutile) eccidio.

I dati relativi al bombardamento sono stati rilevati dall’archivio storico presso l’ottica di Attilio Sorrini.

    Giorgio-Ciatti-marinaio-viterbese-www.lavocedelmarinaio.com_