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    Gianni Zolesi, il Marinaio senza stellette

    di Giovanni Presutti (*)

    OMAGGIO A GIANNI ZOLESI

    Marinaio senza stellette Gianni Zolesi, figlio di un marinaio.
    Tra paterne divise solini blu fraseologia marinaresca…
    Ancor prima di nascere, pane e Marina Gianni ha mangiato.
    A vent’anni in grigio-verde la leva soddisfa.
    Il cuore, mentir non sa e il fato premia, subito assunto vice ragioniere a La Maddalena,
    finalmente in Marina.
    Da borghese, oltre quarant’anni tra ammiragli, marinai e personale civile.
    Ogni giorno tra le note dell’alza e ammaina bandiera.
    Diviene Direttore di Ragioneria.
    Ultimo giorno di servizio, tra lacrime, note e Preghiera del Marinaio, nell’ammaina del Tricolore, raccoglie sulle braccia la bandiera della Marina Militare.


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    28.3.1941, Capo Matapan per mai dimenticare

    di Marino Miccoli

    Ezio carissimo e stimatissimo,
    c
    ome ti avevo preannunciato, quest’anno grazie alla tua sensibilità, ricorderemo la strage di Capo Matapan del 28 marzo 1941 in maniera originale.  Ti confesso che per me non è stato semplice scriverla perché durante la sua stesura avevo sempre presenti gli occhi bagnati dalle lacrime di mio padre, tra i pochi sopravvissuti di Capo Matapan e che non riusciva a terminare la narrazione dei tragici fatti, ovvero la morte di tutti i suoi amici Marinai, a cui aveva assistito in prima persona.
    Preciso inoltre che entrambe le fotografie allegate sono mie:
    1) la Preghiera del Marinaio a poppa sul Regio Incrociatore Fiume estratta dall’album di famiglia;
    2) la bella quanto significativa targa viaria che ho fotografato l’estate scorsa nel comune di Marittima (Lecce).
    Sperando che siano apprezzati dai visitatori de LA VOCE DEL MARINAIO, ti saluto cordialmente e ti abbraccio forte. Con stima.
    Marino

    28 marzo 1941 (Marino Miccoli)
    Non un raggio di sole
    non una croce
    non un fiore
    adornano il fondale sabbioso del mare
    che è il tuo giaciglio, Marinaio Italiano.
    Le alghe ondeggianti
    per il tuo capo
    fungono da guanciale
    e mentre dormi il tuo lungo sonno
    sei cullato dolcemente dalle correnti…

    I Marinai addormentati giacciono
    ora sparsi su di un letto di sabbia
    ora ancora prigionieri tra le lamiere incrostate e contorte
    delle paratie dei compartimenti stagni;
    il loro acqueo sepolcro è fatto di lastre metalliche deformate
    arroventate
    squarciate
    sventrate
    insanguinate…

    questi compartimenti in pochi attimi
    sono divenuti casse di risonanza di urla disperate
    raccapricciante orrendo scenario
    frutto dell’umana assurda follia chiamata guerra!

    Ecco cosa è rimasto di queste Regie Navi,
    queste Unità da diecimila tonnellate di dislocamento
    possenti
    temibili
    veloci…

    questi ignari giganti d’acciaio
    su cui all’improvviso nella notte buia
    si sono abbattuti i colpi da 381mm
    tirati a bruciapelo dalle corazzate britanniche
    sono implosi
    esplosi
    incendiati
    spezzati
    capovolti

    e colati a picco nel cuore della notte in pochi minuti…

    I superbi Regi Incrociatori della I Divisione
    sono ridotti ad ammassi informi di lamiere
    sono adagiati per sempre sul fondo del Mediterraneo…
    sugli scafi possiamo ancora leggere i loro NOMI:
    “FIUME”, “POLA”, “ZARA”
    e gli stemmi di ciascuna di queste stupende città marinare,
    dell’Istria Italiana; costituiscono ancora oggi
    lo splendido acrostòlio
    che adorna la sommità delle prore.

    Marinai d’Italia,
    i delfini amici dell’uomo sin dalla notte dei tempi
    vi sono vicini
    e vi recano il loro saluto!
    Oh mite delfino,
    ti prego, accogli questa mia accorata supplica:
    porta ad ogni Marinaio caduto
    lo sguardo fiero e ammirato del padre,
    la carezza affettuosa della mai rassegnata madre,
    dell’amata sposa il dolce bacio
    e del pargolo il lieto abbraccio filiale.

    Porta un fiore che rechi il soave profumo
    dall’amata Terra Italiana
    a tutti i Marinai caduti e dispersi
    nella fredda notte del 28 marzo 1941!

    Di ciascun componente di questi valorosi Equipaggi
    non conosco il  nome
    ma ti chiedo, fidato delfino,
    riferisci loro questo breve messaggio:
    più di settant’anni sono trascorsi
    da quella tragica notte in cui della morte
    diveniste facile e repentina preda
    ma custodiamo ancora
    gelosamente
    imperituro ricordo
    del vostro sacrificio
    nei nostri cuori.
    Onore a voi, prodi Marinai d’Italia!

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    21.3.1921, nel ricordo di Alda Merini

    di Alda Merini

    Alda Merini, un’isola di saggezza in un mondo di follia.

    Poetessa visionaria e lucida, mente tremula e forte, cuore di oceano in un corpo senza pelle.


    Sono una donna anziana, di 76 anni, malconcia, che ha subìto diversi interventi di cui l’ultimo all’anca e quindi faccio fatica a muovermi. Mi piacerebbe uscire, scendere le scale (non ho l’ascensore) e fare una passeggiata per le vie della città, bere un caffè al bar, sorretta dal mio bastone. Ma ho paura. Paura del mondo attorno perché è così spaventosamente cambiato. Io sono stata in manicomio per tanti anni, ma dopo la legge Basaglia (legge 180 che ha fatto chiudere i manicomi) i matti sono in giro e hanno ragione di essere matti: c’è troppo odio in questa società. Un odio che ha devastato l’Italia e che rende le persone ignoranti, aride e cattive. Non c’è più amore per nessuno. E per assurdo affermo che mi sentivo più sicura in manicomio, anche se so che con questa mia affermazione urterò la sensibilità di molti: io vorrei che riaprissero i manicomi. Dico di più, vorrei ritornarci. Tra le mie quattro mura non mi sento sicura, ho dei vicini terribili, persone inqualificabili. Mi disturbano con il silenzio, se facessero rumore mi farebbe piacere, vorrei sentire le grida dei loro bambini, invece niente, silenzio tombale che mi porta a domandare “sarà in casa?”. Poi improvvisamente questo silenzio viene rotto da un rumore violento che ti fa sobbalzare perché non te l’aspettavi e se sei fragile di cuore può anche farti male. È una tortura morale. Madre Teresa di Calcutta diceva che c’è qualcosa di più grave dell’omicidio colposo: l’indifferenza, che può arrivare a uccidere un uomo. Ecco, i miei vicini mi trattano con indifferenza. Non parlano, non si rivelano, fanno comunella tra loro, continuano a vedermi come la donna che è stata in manicomio, una sorta di stigam impresso addosso, che mina la mia identità personale, per loro io sono ancora matta, e anche mia figlia lo è, per il solo fatto di essere nata da me. Ma i veri disturbati di mente sono loro. La gente odia la malattia mentale perché ha paura di essere uguale al malato di mente, molti non lo sanno che sono già uguali ai pazzi. E così li emarginano credendosi sani. I miei vicini di casa ricostruiscono la mia pazzia. Sparlano alle mie spalle perché la mia casa è disordinata, per loro vivo nella sporcizia, loro invece hanno case asettiche, perfette e impersonali ma non si rendono conto che vivono nella sporcizia morale. Il fatto che non mi rivolgano la parola è drammatico.
    (testimonianza pubblicata su D – la Repubblica delle Donne)

    Tramonto sul lago
    “Vibra d’un ultimo sospiro
    il giorno incandescente,
    provando a trattenere
    il calore che svanisce;
    rosso di stanchezza
    s’inabissa il sole
    nell’acque increspate
    a incontrar ristoro,
    e passa alla sera intatto
    il testimone dei pensieri.”
    Alda Merini (1931 – 2009)


    Ponza, il faro della guardia (Alda Merini)
    “Quello è il faro
    e noi
    sui gradini dell’immaginazione
    indoviniamo i flutti dove vanno. …”
    Alda Merini (1931 – 2009)

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    Quel gesto dei militari di portarsi la mano alla fronte in saluto alla Bandiera

    di Enzo Arena (*)

    Quel gesto di portarsi la mano alla fronte per salutare militarmente la bandiera ogni volta che salivo o scendevo la passerella della Nave o Sommergibile dove ero imbarcato, poteva sembrare un gesto tanto abituale ed istintivo che veniva fatto meccanicamente. Invece no!
    Quel gesto che ripetevo anche decine di volte in un solo giorno, era un gesto che sentivo dentro, era un gesto che mi dava il piacere di essere ossequioso nei confronti di un simbolo così grande che riusciva a darmi orgoglio.
 Mi soffermavo spesso a guardare con piacere anche tutti i colleghi che, come me, compivano quel gesto con amore e rispetto.
    Al suono del fischio che accompagnava “l’alza o l’ammaina bandiera” interrompevo qualsiasi cosa stessi facendo e, a capo scoperto, sull’attenti e con lo sguardo fisso sulla bandiera che lentamente saliva o scendeva lungo l’asta, seguivo con i brividi, così come facevano tutti i colleghi.
    Solo dopo che la bandiera aveva concluso il suo percorso ed il fischio o la tromba lo avevano segnalato, riprendeva il normale scorrere della vita nel nostro mondo.
    Grande il potere di quel simbolo! Per qualche minuto, tutti i giorni, alle otto del mattino ed al tramonto, la bandiera fermava lo scorrere della vita.

    Il saluto alla Bandiera (Enzo Arena)

    Ti salutavo cento volte al giorno
    mentre salivo o scendevo passerella.
    Guardavo in alto e tu sempre presente.
    Io sull’attenti e tu sempre più bella.

    Eri il buongiorno, il buon vento,
    il “buon tutto” e… anche in mare,
    al tramonto con fischio e con onori:
    sere lontane e colme di preghiere.

    Il tuo lento salire lungo l’asta,
    il mio sentir la pelle accapponare.
    Cara bandiera, ti prego, resta in alto!
    Continua tanti cuori a far sperare!

    Ti vedo meno, ti vedo bistrattata.
    Ti vedo offesa, ferita e con stampella,
    Ma resta lì! Stai sempre a sventolare.
    Cara bandiera, sei sempre la più bella.

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    Marinai, superstizioni e riti scaramantici

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    Ma i marinai sono superstiziosi? Proverbialmente sembra proprio di si e per menzionare tutte le loro superstizioni bisognerebbe scrivere un’enciclopedia. La storia della marineria è intrisa di riti scaramantici ancora oggi diffusi.

    Stregonerie, esorcismi, rituali pagani e religiosi erano e sono il pane quotidiano di capitani e marinai sempre attenti a non sfidare le regole della fortuna e ingraziarsi, con riti propiziatori, la benevolenza degli elementi naturali. Di natura irrazionale, le superstizioni possono influire sul pensiero e sulla condotta di vita delle persone che le fanno proprie. Il credere che gli eventi futuri siano influenzati da particolari comportamenti, senza che vi sia una relazione casuale, vengono da molto lontano. La paura dell’ignoto e dell’immensità degli oceani ha generato sin dagli albori della navigazione una fitta serie di credenze. Per secoli miti e leggende sono stati tramandati a colmare col soprannaturale, quel vuoto che la razionalità ancora non riusciva a riempire. In Grecia, per esempio, si compivano sacrifici umani per assicurarsi il favore degli dei. Così Agamennone, re di Argo, fece immolare sua figlia Ifigenia per ottenere nuovi venti  per le navi che dovevano lasciare Troia. I vichinghi invece versavano il sangue degli schiavi sgozzati in segno di benedizione prima del varo di una nave o prima di intraprendere la navigazione. I miti e le leggende che si narravano intorno al mare e alle terribili creature che lo abitavano assunsero tinte ancora più fosche con il diffondersi del cristianesimo, quando a fare degli oceani campi di battaglia, non furono più dei capricciosi spiriti malvagi, ma santi e satanassi. Alle tempeste opera del diavolo venivano contrapposti ed invocati i santi (tutt’ora i marinai invocano per esempio Santa Barbara durante i forti temporali). Sempre durante il cristianesimo non si potevano mollare gli ormeggi il primo lunedì del mese di aprile perché coincideva con il giorno in cui Caino uccise Abele oppure il secondo lunedì di agosto era meglio restare in porto: in quel giorno Sodoma e Gomorra furono distrutte; partire poi il 31 dicembre era altrettanto di cattivo auspicio perché era il giorno in cui Giuda Iscariota si impiccò.

    Gli agenti atmosferici come i “fuochi di Sant’Elmo” o come il passaggio di una cometa erano presagi buoni o cattivi a seconda dell’interpretazione che se ne dava; mentre una tromba d’aria in avvicinamento all’orizzonte poteva essere “tagliata” con una spada e deviata recitando una preghiera o una formula magica; le onde si placavano mettendo in mostra i seni nudi di una polena, o facendo scoccare in acqua dal più giovane dei marinai una freccia magica.
    Anche gli animali non erano (…sono) immuni dai preconcetti scaramantici. Il gatto, malgrado ami poco il contatto dell’acqua, ha trovato un posto di tutto rispetto sui vascelli. La ragione della sua presenza a bordo si collega alla sua naturale propensione a scovare i roditori ed era anche ritenuto capace di prevedere eventi climatici: se soffiava significava che stava per piovere, se stava sdraiato sulla schiena c’era da aspettarsi una bonaccia, se era allegro e baldanzoso il vento stava per arrivare; se un gatto inoltre andava incontro un marinaio sul molo era segno di buona fortuna, se gli tagliava la strada il contrario (oggi per alcuni se un gatto nero ti attraversa la strada è presagio di brutte notizie); se si fermava a metà strada c’era da aspettarsi invece qualcosa di sgradevole. Si riteneva infine che i gatti potessero invocare una tempesta grazie al potere magico delle loro unghie. Per questa ragione a bordo si faceva sempre in modo che fossero ben nutriti e coccolati. Tra gli uccelli gabbiani e albatros erano l’incarnazione dei marinai morti in mare e portatori di tempeste. Peggio ancora se un cormorano si posava sul ponte di una nave e scuoteva le ali, guai a fargli del male si era posato per rubare l’anima di qualcuno e avrebbe significato naufragio sicuro. Così se tre uccelli si trovavano a volare sopra la nave in direzione della prua, l’equipaggio si disperava per l’imminente disgrazia da questi annunciata. Se uno squalo per esempio seguiva la scia di una nave era di cattivo auspicio perché si credeva fosse in grado di fiutare l’odore della morte. Diversamente i delfini e le rondini erano di buon augurio.
    Ma le superstizioni colpiscono anche le persone e allora: “occhio, malocchio prezzemolo e finocchio” (come avrebbe recitato il principe De Curtis).
    Gli avvocati (categoria particolarmente detestata dai marinai inglesi che li apostrofano spregevolmente squali di terra) e i preti (averli a bordo rappresentava una aperta sfida a Satana) portavano male (…avvocati, preti e polli non sono mai satolli). Stessa sorte per la donna averla in barca portava male (ora non si dice più, forse per la parità dei sessi). Secondo alcune tradizioni però una donna nuda, o incinta poteva placare anche la più terribile delle tempeste. Poi non ci poteva essere cosa peggiore, prima di salpare, di incontrare una persona con i capelli rossi, con gli occhi storti o con i piedi piatti (…rosso malpelo sprizza veleno). L’unica modo per salvarsi in questo caso era parlargli per prima.

    C’erano e ci sono usanze che i marinai cercano assolutamente di evitare a bordo: indossare abiti di un altro marinaio, soprattutto se morto nel corso dello stesso viaggio; evitare di fare cadere fuori bordo un bugliolo o una scopa; imbarcare un ombrello, bagagli di colore nero, fiori e guardare alle proprie spalle quando si salpa); salire a bordo della nave con il piede sinistro; poggiare una bandiera sui pioli di una scala o ricucirla sul cassero di poppa (attualmente i marinai italiani nel ripiegare la bandiera lasciano il colore verde fuori in segno di speranza); lasciare le scarpe con la suola verso l’alto (presagio di nave capovolta); accendere una sigaretta da una candela (significava condannare un marinaio a morte); evitare il suono prodotto dallo sfregamento del bordo di un bicchiere o di una tazza; il rintocco della campana di bordo se non mossa dal rollio; pronunciare le parole: verde, maiale, uovo, tredici, coniglio; parlare di una nave affondata o di qualcuno morto annegato; indossare le magliette fornite dall’organizzazione di una regata; capi di abbigliamento nuovi; cambiare nome a una barca o battezzarla con un nome che finisce con la lettera “a”(in passato è stata sempre una eresia, soprattutto in Italia è ancora fonte di numerosi scrupoli. I francesi hanno risolto il problema cambiando il nome a ferragosto e mettendo in atto questo rituale: procedendo di bolina la barca deve compiere sei brevi virate e poi scendere in poppa piena tagliando in questo modo la sua stessa scia. In questo modo, secondo alcuni, si disegnerebbe un serpente che si morde la coda scongiurando la iella. Solo a questo punto la barca sarà pronta a un nuovo nome ) e tantissime altre superstizioni.
    E’ invece di buon augurio per un marinaio avere un tatuaggio; lanciare un paio di scarpe fuori bordo immediatamente dopo il varo di una nave, indossare un orecchino d’oro (usanza antica che serviva a coprire le spese di sepoltura qualora il marinaio fosse deceduto); toccare il solino o la schiena di un marinaio; dipingere occhi sul moscone delle barche.

    Oggi quando si vara una nave ci si limita a versare dello champagne sul ponte. Più raramente si lancia contro lo scafo l’intera bottiglia del prezioso vino: se questa si rompe è di buona sorte, altrimenti sono dolori.
    Il pallino della superstizione di chi va per mare non accenna a svanire neppure oggi e, se non è superstizione, è certamente scaramanzia. E’ bene ricordare a tutti che qualunque marinaio prima di salpare, come nella vita di tutti i giorni, non accetta di buon grado gli “auguri” o i “buona fortuna”.
    Meglio porgergli in “bocca al lupo” o “in culo alla balena”.

     

    UNA CREDENZA DEI PESCATORI E IL MIRACOLO DI COLOMBO
    di Carlo Di Nitto 
    Una credenza dei vecchi pescatori gaetani (e non solo di Gaeta) sosteneva che il più anziano di bordo poteva trarre in salvo la barca se inseguita da una tromba marina letteralmente “tagliandola” mediante un rituale a poppa fatto con un coltello. Questo stesso rituale eseguito con la spada in modo leggermente dissimile, si racconta fatto da Cristoforo Colombo e narrato nella poesia “IL MIRACOLO DI COLOMBO” di Giovanni Papini (1881 – 1956) che riporto:

    Buio compatto ricopre ogni stella
    e par che l’acqua in monti si converta.
    Il re della sfidata caravella
    trasogna in febbre sotto la coperta.

    La disperata vociferazione
    delle ciurme lo butta dal giaciglio.
    Sale alla tolda: l’orrido tifone
    alto torreggia in faccia al suo naviglio;

    un cono immenso unisce mare ed aria
    e di salvezza non brilla spiraglio.
    Ma tosto la sua tonaca terziaria
    indossa e lega il pallido Ammiraglio;

    la grande spada all’assassin capestro
    appende e fra la muta meraviglia
    issa a sommo dell’albero maestro
    il regio gonfalone di Castiglia.

    Poi le candele benedette accende
    nei fanali di prua — come esorcista
    del vecchio abisso – e dal cassone prende
    il libro di Giovanni Evangelista.

    E sullo spumeggiante turbinio
    lesse gridando: – In principio era il Verbo
    e il Verbo era in principio appresso Iddio
    e tutto quanto fu fatto dal Verbo.

    Ed il Verbo era luce ed era vita
    e sulla nostra terra s’incarnò…
    A quest’annunzio la bolgia infinita
    già quasi vinta la furia placò.

    Dopo che il portator di Cristo tutto
    ebbe scandito il prologo a gran voce,
    alzò la spada sull’enorme flutto
    e per tre volte lo segnò di croce.

    Subitamente la colonna nera
    al triplice baleno
    e incalzato da un vento di preghiera
    verso ponente il gran nembo piegò.

    Il fatto qui narrato è vero: accadde il martedì 13 Dicembre 1502, durante l’ultimo viaggio di Colombo in America.