• Marinai,  Marinai di una volta,  Navi,  Recensioni,  Storia,  Un mare di amici

    Salvo Cannizzo

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    (4.10.1975 – 17.9.2012)

    Oggi 17 settembre, si celebrerà a Catania, presso la Parrocchia della Resurrezione del Signore 
viale Castagnola (quartiere Librino), la Santa Messa per ricordare la scomparsa di Salvo Cannizzo.
    Il Marinaio era malato di cancro, contratto presumibilmente a causa del contatto con l’uranio impoverito nel 2006. 
Congedato nel 2011 con una pensione di 769 euro al mese, si era incatenato davanti l’ufficio di rappresentanza della Regione Siciliana a Catania, lasciando inascoltato il suo messaggio:
    “Come posso vivere? 350 euro li verso alla mia ex moglie per il mantenimento delle nostre tre figlie e altri 350 li pago di affitto. Bisogna fare qualcosa per evitare che i miei compagni del Battaglione San Marco, che erano con me e sono stati a contatto con l’uranio impoverito, muoiano nel silenzio dello Stato che ci ha abbandonato“.
    Di seguito il suo testamento:
    ”Non posso scegliere come vivere, però posso scegliere come morire, per questo ho deciso di non sottopormi più a chemioterapia”.

    
E’ attivo su facebook un gruppo per ricordare la sua memoria
.
    https://www.facebook.com/groups/421421037917152/?fref=ts

  • Marinai,  Marinai di una volta,  Navi,  Racconti,  Recensioni,  Un mare di amici

    17.9.2016, ricordando Antonio Corsi

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    Nel percorso della nostra vita talvolta si è costretti a dover affrontare momenti che hanno la parvenza di essere tristi quando una persona a noi cara sembra allontanarsi.
    “Amico” è qualcosa di solito riservato a quelle persone a cui piace interagire con il prossimo, e chi ha avuto l’onore ed il piacere di conoscermi sa che per me è un cardine della mia filosofia di vita come del resto per altre persone di buona volontà.

     

    Questa predisposizione a relazionarci e confrontarci con gli altri, anche se più volte è celata dai limiti del nostro carattere, può suscitare talvolta antipatie ed invidia.
    La parola e quindi il dialogo interpersonale sono la logica conseguenza di una “rispettabilità” da parte del cosiddetto “mondo civile”. Chi contribuisce nel Sociale, specie il nostro, sa di fare bene e fare stare bene, senza mai chiedere nulla in cambio.

    La voglia di ben figurare come membro della grande famiglia della società civile, si può e si deve perseguire specialmente durante il colloquio diretto e al buon esempio che si da e ma i si deve pretendere di ricevere.
    Amico è questo e questo sei stato tu per noi carissimo Antonio Corsi…Marinaio di Sora!
    Anche se la tua vita non è stata lunga l’hai sicuramente vissuta intensamente e fuori dal comune, una vita straordinaria come la tua fine terrena, tra cielo e mare, tra i sogni e i ricordi indelebili, tracciati nell’onda, lungo la scia, fra i flutti…
    Un abbraccio grande, profondo e trasparente, a te e ai tuoi cari, come quel mare che ci portiamo dentro e che nessuno mai potrà inquinarci.
    Adesso che sei salpato per l’ultima missione, risposa in pace, nel grande mare di Nostro Signore e perdona i loro e nostri peccati.

    Nota
    Si consigliano le letture di Antonio Corsi digitando sul motore di ricerca del blog il suo nome e cognome oppure digitando Marinaio di Sora.

  • Attualità,  Che cos'è la Marina Militare?,  Marinai,  Marinai di una volta,  Navi,  Per Grazia Ricevuta,  Racconti,  Recensioni,  Storia,  Un mare di amici

    Missione compiuta

    di Giovanni Berardi

    Oggi, 13 settembre 2020,
    per l’abituale gita domenicale mi sono recato nelle Langhe, più esattamente ho ritenuto doveroso recarmi a Castiglione Falletto, perché nel cimitero di tale località riposa il marinaio Carlo Acefalo, deceduto in seguito all’affondamento del regio sommergibile Maccallé nel 1940 durante l’ultimo conflitto mondiale, la storia completa e’ stata documentata in televisione ed è riportata qui di seguito (*).

    Dopo aver assistito a tale toccante documentario in TV ho ritenuto doveroso e opportuno rendere omaggio alla memoria di questo nostro sfortunato fratello marinaio, nel segno della continuità dei valori della Marina Militare, da quella del passato remoto a quella di ieri a quella di oggi, sempre nel segno di “PATRIA E ONORE”. Ho compiuto questo gesto, con spontanea naturalezza, con spiritualità, accendendo un certo votivo e pregando sulla tomba del marinaio Carlo Acefalo in nome e per conto di tutti noi fratelli del corso Scuole C.E.M.M. TM/MN/MC 1968 “MITICI E INDOMITI ”
    MISSIONE COMPIUTA


    Nota
    … ricevuto sul mio profilo facebook e con orgoglio misto a commozione pubblico, qualora ce ne fosse ancora di bisogno che cosa intendiamo quando proclamiamo “Marinai per un avolta, Marinai per sempre”.
    Mi preme solo aggiungere, per ringraziare l’amico fraterno Giovanni, che un santo dei nostri giorni (amico polacco che si chiama Vladimiro, uno dei tanti come noi non riconosciuto da attestati e cerimoniali) ogni volta che mi incontra mi ripete: “Dio ti aiuta? Missione Compiuta!” (Pancrazio “Ezio” Vinciguerra)

    (*) Carlo Acefalo di Riccardo Preve

    (Monastero di Vasco, 16.1.1916 – Mar Rosso, 18.6.1940)

    Il regio sommergibile Macallè,  classe “600 – serie Adua”, fu impostato presso i Cantieri O.T.O. di La Spezia il 1° marzo 1936.
    Fu varato il 29 ottobre 1936 e consegnato il 1° marzo 1937.
    Fu affondato il 15 giugno 1940 e radiato il 18 ottobre 1946.

    Caratteristiche tecniche
    Dislocamento: 697,254 t. – Imm. 856,397
    Dimensioni: Lunghezza 60,18 m. – Larghezza  6,45 m.
    Motori: 2 motori diesel FIAT + 2  motori elettrici Marelli – 1 batteria di accumulatori al piombo composta da 104 elementi. Motori a scoppio 1400 hp. – Motori elettrici 800 hp.
    Velocità: in superficie: 14 knt. – in immersione: 7,5 knt
    Armamento: 4 tubi lanciasiluri AV da 533 mm. – 2 tubi lanciasiluri AD da 533 mm. – 6 siluri da 533 mm. – 1 cannone da 100/47 mm. – 2 mitragliere singole da 13, 2 mm. – 152 proiettili per il cannone
    Equipaggio: 4 ufficiali, 32 tra sottufficiali e marinai
    (Fonte “Sommergibili italiani” di A. Turrini e O. Miozzi – U.S.M.M.)

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    Isaia Moretti (Villa d’Almé, 25.1.1920 – 9.9.1943)

    di Carlo Di Nitto

    (Villa d’Almé, 25.1.1920 – 9.9.1943)


    MORETTI Isaia G., n. a Villa d’Almè il 25/1/1920, era marinaio fuochista, deceduto il 9/9/1943 imbarcato sulla regia nave Quarnaro.
    La regia nave officina “Quarnaro”, era stata impostata il 21/2/1922 presso i Cantieri Scoglio Ulivi di Pola. Varata il 30/7/1924, fu completata e consegnata alla Regia Marina l’8/1/1927.
    Alla proclamazione dell’armistizio, la sera dell’8 settembre 1943, la “Quarnaro” si trovava dislocata a Gaeta, ormeggiata all’interno del porto militare Sant’Antonio. Dopo aspri scontri con le truppe tedesche d’occupazione, l’equipaggio non riuscì ad impedire la cattura dell’unità che qualche giorno dopo venne affondata per ostruire le strutture del porto militare. Recuperata nel 1949, venne avviata alla demolizione.
    Dell’equipaggio della regia nave Quarnaro risultano caduti a Gaeta, nel settembre 1943:
    – CORINTO Benedetto, n. a Milazzo il 19/12/1921, marinaio cannoniere, disperso il 9/9/1943
    – MARGIOTTA Carlo, n. a il 12/3/1905, capo meccanico di seconda classe, deceduto il 9/9/1943
    – MORETTI Isaia G., n. a Villa d’Almè il 25/1/1920, marinaio fuochista, deceduto il 9/9/1943.

    ONORE AI CADUTI E AI MARINAI DELLA REGIA NAVE OFFICINA “QUARNARO”, SIMBOLO DELLA RESISTENZA AI NAZISTI A GAETA.

    La regia nave officina Quarnaro venne impostata il 21/2/1922 presso i Cantieri Scoglio Ulivi di Pola. Varata il 30/7/1924, fu completata e consegnata alla Regia Marina l’8/1/1927.
    Sia in tempo di pace che in periodo bellico, svolse notevole opera come nave di supporto logistico alle unità di squadra.
    Alla proclamazione dell’armistizio, la sera dell’8 settembre 1943, l’unità si trovava dislocata a Gaeta, ormeggiata all’interno del porto militare S. Antonio. Dopo aspri scontri con le truppe tedesche d’occupazione, l’equipaggio non riuscì ad impedire la cattura dell’unità che, qualche giorno dopo, venne affondata per ostruire le strutture del porto militare.
    Recuperata nel 1949, venne avviata alla demolizione.

    (Regia nave Quarnaro in rada a Gaeta)

    ATTIVITA’
    La Regia Nave Officina – Trasporto Nafta “Quarnaro”, sia in tempo di pace che in periodo bellico, svolse notevole opera come nave di supporto logistico alle Unità di Squadra. Venne dislocata nelle basi navali di Augusta, Napoli, Messina, Palermo, Napoli e Navarino (Grecia).
    Nei primi mesi del 1943 lasciò Navarino per far ritorno nelle acque metropolitane.
    Un testimone (Angelo De Angeli), racconta nelle sue Memorie:
     Al Comando della mia squadra navale fu ordinato di fare immediato rientro da Navarino, in Grecia alla madrepatria. Solo la nave officina di appoggio “QUARNARO”, sulla quale ero imbarcato, ritardò di un giorno in quella manovra. Alle 02.00 a.m. (non è stato possibile ricordare il mese e il giorno, l’anno era il 1943), il Comandante cap. di vascello Pietro Milella, diede l’ordine di partenza, proprio mentre sulle montagne vicine i partigiani greci accendevano falò per segnalare alla ricognizione aerea alleata la nostra posizione. La mia nave cominciò le manovre e riuscì ad uscire dal golfo di Navarino, sparando con i suoi pezzi in direzione dei falò. Dopo una navigazione abbastanza tranquilla, nonostante nel Mediterraneo incrociassero sottomarini alleati, giungemmo a Brindisi e poco dopo ci spostammo a Taranto. Infine, arrivammo a Palermo, nostra tappa finale, dove facemmo base. ”
    La Regia Nave Officina Nave “Quarnaro” dipendeva dal Comando Forze Navali.


    Alla proclamazione dell’armistizio, la sera dell’8 settembre 1943, il “Quarnaro” si trovava dislocato già da qualche tempo a Gaeta, ormeggiato all’interno del porto militare S. Antonio.
    Il Comandante, Capitano di vascello Pietro Milella, era in missione a Roma e della nave era responsabile il Comandante in 2a., cap. di corvetta Aniello Guida.
    Nelle acque di Gaeta si trovavano anche le corvette “Gru”, “Gabbiano” e “Pellicano”, il sommergibile “Axum”, la nave ospedale “Toscana”, le motosiluranti 55, 64 e 71, il MAS 544, oltre alcuni mezzi sussidiari minori.
    Quando, alle ore 19.45 circa, giunse via radio la voce del Maresciallo Badoglio che annunciava la proclamazione dell’armistizio, la prima reazione fu una prorompente euforia: sulle Unità i marinai correvano come pazzi da poppa a prua, saltando, urlando, abbracciandosi.
    Con il passare delle ore, attenuatosi l’iniziale entusiasmo, sorse la consapevolezza che Comandanti ed equipaggi si trovavano abbandonati a se stessi senza sapere se fuggire o se continuare ad attendere direttive dall’alto. Venne ordinato di distribuire le armi a tutti e di rinforzare i servizi di guardia, considerato che a Gaeta, oltre ad alcune motozattere, i tedeschi erano presenti in forze sulle colline circostanti.

    Nel frattempo automezzi tedeschi avevano cominciato a penetrare in città. Alle ore 2.20 del 9 settembre vi fu un attacco aereo tedesco e soldati germanici cominciarono ad affluire verso la banchina dove era ormeggiato il “Quarnaro”; altri penetravano di sorpresa nei locali della caserma del distaccamento Marina impossessandosi di armi automatiche e di fucili senza incontrare opposizione, perché il personale era ancora nel ricovero antiaereo.
    Quasi contemporaneamente i tedeschi tentavano anche la cattura delle tre corvette, ma per la pronta reazione degli equipaggi, queste unità riuscivano fortunosamente a prendere il largo. Sfuggivano alla cattura anche il sommergibile “Axum” e la nave ospedale “Toscana”.
    Il “Quarnaro” non era riuscito a partire come le altre unità perché disponeva di un apparato motore a vapore che abbisognava di molte ore per l’approntamento.

    Appena i marinai uscirono dal ricovero, si accese una furiosa lotta contro i tedeschi: con le armi individuali e qualche mitragliatrice gli italiani diedero battaglia, appoggiati dall’equipaggio e dalle armi di bordo del “Quarnaro”, contro il quale i germanici avevano aperto il fuoco. Per lungo tempo la zona del porto e quelle contigue furono teatro di accaniti scontri.
    I combattimenti durarono tutta la notte, con morti e feriti da ambo le parti, ma al mattino del 9 settembre la situazione era ristabilita: in mano italiana restavano la caserma e il “Quarnaro”. Verso le ore 09.00 i tedeschi, usciti sconfitti negli scontri notturni, riaprivano il fuoco con armi automatiche e cannoni leggeri contro il “Quarnaro”, colpendolo ripetutamente. Dalla nave i marinai risposero con maggior vigore ed accanimento.
    Alle ore 12.00 circa i tedeschi, rafforzati da soverchianti forze motorizzate e meccanizzate, a seguito di frenetiche trattative, riuscirono ad imporre il “cessate il fuoco” all’intero presidio di Gaeta, impossibilitato a continuare la resistenza al nemico. I combattimenti cessarono definitivamente verso le ore 14.00.
    Verso le 18.00 fu impartito l’ordine che i marinai, dopo aver consegnato armi e munizioni, consentissero che una pattuglia tedesca restasse a bordo per vigilanza, mentre Comando ed equipaggio avrebbero continuato a svolgere il loro servizio. Ovviamente, non potè non accadere che la pattuglia di vigilanza si trasformasse in reparto di cattura.
    Il “Quarnaro”, con poca acqua sotto la chiglia e notevolmente danneggiato dai colpi ricevuti, si trovò nella impossibilità di autoaffondarsi; fu così catturato dai Tedeschi.


    La Nave rimase abbandonata diversi giorni e dovette subire il saccheggio di sbandati, di detenuti evasi dal reclusorio militare, di civili che tentavano di risolvere problemi di approvvigionamento.
    Il 20 settembre una piccola squadra di genieri tedeschi, nell’intento di ostruire il porto militare, salì a bordo del “Quarnaro”, lo minò in punti vitali, appiccando anche il fuoco in diverse zone. Tagliati gli ormeggi, la nave fu mandata alla deriva. Percorsi un centinaio di metri, le cariche esplosero e la nave rovesciatasi immediatamente sul fianco sinistro affondò su un basso fondale.
    Come riferiscono diverse testimonianze, erano le ore 15.00 circa.
    Tutta la fiancata destra e le sovrastrutture rimasero in emersione e lo scafo, dopo aver continuato a bruciare per diverse ore, restò semisommerso a testimoniare i tragici eventi appena accaduti.
    Il relitto della Regia Nave Officina “Quarnaro”, venne recuperato nel 1949 e demolito. Al recupero partecipò un folto gruppo di maestranze locali.

    Caratteristiche tecniche della regia nave Quarnaro

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    9.9.1943, la regia nave Roma – Storia

    a cura di Franco Schinardi (*)

    franco-schinardi-per-www-lavocedelamrinaio-com_Caro Ezio,
    seguendo quanto dettomi dall’Ammiraglio Vincenzo Casini, ho un po’ frugato nell’Archivio Storico della M.M. e quanto ti allego credo sia interessante. Si tratta della testimonianza del Capo Impianto n. 6 Vasco Conti che è stata lasciata a suo figlio Giovan Battista.
    Ciao Ezio, ci sentiamo.

    Dall’archivio di Giovan Battista Conti in ricordo di suo padre Vasco
    Costruita ed allestita a Trieste ed entrata in servizio il 14 giugno del 42,lasciò il 21 agosto il porto di allestimento per trasferirsi a Taranto.Qui giunta,entrò subito a far parte della 9^ Divisione Navale. Sino al novembre del 42 rimane a Taranto effettuando uscite per addestramento al tiro diurno e notturno. Il 13 novembre si trasferì a Napoli dove,nei giorni 3 e 4 dicembre,aprì il fuoco contro aerei nemici abbattendone,probabilmente,uno. Il 7 dicembre fu dislocata a La Spezia e quindi, il 12 febbraio 43, a Genova dove si trattenne sino al giorno 20. Tornata a La Spezia riprese le esercitazioni. Il 5 ed il 23 giugno 43, durante due massicci attacchi aerei, fu colpita da bombe che le produssero danni abbastanza sensibili per la cui riparazione l’unità fu costretta, il 1° luglio, a portarsi a Genova ove le avarie vennero riparate. Rientrò a La Spezia il 13 agosto. In seguito alla conclusione dell’armistizio,il 9 settembre la Corazzata Roma, Nave ammiraglia del Comandante in Capo delle Forze Navali, Ammiraglio Carlo Bergamini, lasciò La Spezia per Malta. Nelle acque del Golfo dell’Asinara (Sardegna),alle ore 16,00 circa, venne colpita da due bombe razzo sganciate da aerei Tedeschi. Una bomba esplose presso la murata di dritta e l’altra sul torrione. La Corazzata Roma, per l’allagamento dei locali, per gli effetti dell’esplosione dei depositi munizioni prodieri e per l’azione degli incendi che la devastavano, dopo essersi notevolmente sbandata, si spezzò in chiglia e affondò divisa in due tronconi. Ingentissima fu la perdita di vite umane,fra le quali quella dello stesso Comandante in Capo Carlo Bergamini, e del Comandante della Corazzata Roma Adone Del Cima.
    Punto presunto dell’affondamento : 41°10′ lat. nord, 08° long. est.
    Ai sensi amministrativi la Corazzata Roma venne radiata dal quadro del naviglio militare con decreto del Capo Provvisorio dello Stato del 18 ottobre 1946. Nel breve periodo del suo servizio,la Corazzata Roma effettuò 8 missioni per trasferimento e 12 per esercitazioni. percorse 2492 miglia in 133 ore di moto, consumando 3320 tonnellate di nafta. Fu inattiva per lavori ed altre cause per 63 giorni.

    Tipo: Nave da Battaglia, Classe Littorio
    Cantieri Navali Riuniti dell’Adriatico, Trieste
    Impostazione: 18 Settembre 1938
    Varo: 9 Giugno 1940
    Completamento: 14 Giugno 1942
    Dislocamento
    standard : 44 050 t
    a pieno carico : 46 215 t
    Lunghezza : 240,7 m
    Larghezza : 32,9 m
    Propulsione
    – 8 caldaie a nafta
    – 4 gruppi turboriduttori
    – 4 eliche
    Potenza 180000 CV
    Velocità 31 nodi (57,4 km/h)
    Autonomia 3920 miglia a 20 nodi (con 4000 t di nafta)
    (7259 km a 37 km/h)
    Equipaggio
    120 Ufficiali e 1800 Marinai
    Equipaggiamento
    Sensori di bordo : radar EC.3 Ter Gufo
    Armamento
    9 cannoni da 381/50 mm modello 1934 (in tre torri trinate)
    12 cannoni da 152/55 mm (in quattro torri trinate)
    4 cannoni da 120/40 mm illuminanti (in 4 installazioni singole)
    12 cannoni AA da 90/50 mm modello 1939 (in 12 torri singole)
    20 mitragliere AA da 37/54 mm (in 10 installazioni binate)
    14 mitragliare AA da 20mm (in 7 installazioni binate)
    Corazzatura
    350 mm (verticale)
    150 mm (orizzontale sopra i depositi munizioni)
    350 mm (max. artiglierie principali)
    280mm (max. artiglierie secondarie)
    260 mm (torrione di comando)

    Mezzi aerei 3, tra IMAM Ro.43 e Reggiane Re.2000

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    Dal Diario di mio padre naufragio ed internamento in terra Spagnola

    Il mio diario che sta per ora cominciare iniziare il giorno 8 settembre 1943 e cioè il giorno in cui mi trovavo a bordo della Corazzata Roma e, là…sù quella nave vergai un foglio di carta che nuovamente trascrivo perché l’originale se avrò la fortuna di rimanere in Patria lo debbo portare al Santuario di Montenero (Livorno) unito alle mutandine che salvai dal mio naufragio.
    E’ mattina del 9 settembre sono da poco passate le 3 lasciamo il porto di La Spezia, alle ore 6 abbiamo il primo allarme aereo un apparecchio viene avvistato. E’ lontano e non sappiamo di che nazione sia quando arriva a distanza giusta vediamo che è un ricognitore veloce inglese che sta sorvegliando la nostra navigazione, l’allarme cessa e la navigazione continua. E’ uno spettacolo vedere tante navi navigare tutte unite come fossero rimorchiate.
    Alle ore 14.00 siamo sotto costa della Sardegna per essere più preciso siamo all’esterno della Maddalena e tutti ci crediamo di entrare in porto ma non è ancora il momento perché una volta accostato di 90° ci fanno prendere il largo e per un momento la formazione si sfalda per poi riprendere in fila indiana con alla destra il Vittorio Veneto, l’Italia e ultima la Corazzata Roma. Sono le 15,45 circa quando molto in alto in prossimità della nostra verticale viene avvistato un aereo, i telemetristi distinguono nelle ali del detto aereo la croce uncinata tedesca.
    La prima bomba viene sganciata a pochi metri la nave ha un sussulto da questo momento in tutti noi c’è rassegnazione e siamo certi di non vedere più i nostri cari per istinto metto una mano in tasca ed estraggo il portafogli la foto di mia madre appena la guardo le mani tremano e due lacrime scendono mi sento più forte pronto ad affrontare la morte mentre in cielo 5 altri aerei compaiono e sganciano ancora bombe.
    E’ la fine, il mio cannone è fuori uso il brandeggio non mi funziona.
    Le bombe hanno avariato tutto sono cadute sotto la plancia facendo deflagrare il deposito, due grosso calibro e la torre è saltata in aria.
    Mi dirigo a poppa per gettarmi a mare.
    E’ forte in me la voglia di vivere.
    Riesco a prendere un salvagente e mi butto: è la mia salvezza. Resto in acqua per ore, vedo molti miei compagni morire annegati. Due di loro che non sapevano nuotare li carico sulle spalle e appeso ad alcuni rottami della nave attendo i soccorsi. Vengo salvato con i miei pochi compagni portato alle Baleari ed internato a Port Mahon ricoverato all’ospedale e vi rimango per diversi giorni. Le bruciature riportate durante il naufragio faticano a rimarginarsi ma questo non mi impedisce di accertarmi dello stato di salute dei miei compagni debbo molta riconoscenza ad una persona molto speciale Suor Demetria la quale con la sua presenza mi ha e ci ha aiutato molto“.

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    Le poesie scritte dai superstiti

    RICORDANDO NAVE ROMA
    Se tornare indietro col tempo potrei
    gloriosa Nave Roma del tuo equipaggio
    a far parte tornerei. Il fuoco che
    eruttavano i tuoi cannoni era infernale,
    mi sembrava impossibile tu potessi
    affondare. Taranto,Napoli,La Spezia,
    le tue basi,era fatale miei porti che
    per la tua mole tu potessi stare.
    Ricordo in estate a La Spezia era di
    giugno,tanti aerei nemici sul cielo
    giravano a te intorno,sganciarono bombe
    alla ventura e, nel tuo fianco sinistro
    fecero una grossa apertura.
    Nel cantiere di Genova fecero la gara
    tutto il personale,in poco tempo tu
    riprendesti il mare. Venne l’8 settembre
    e come tutti sanno le navi e la Marina
    subirono il maggior danno.
    La guerra era finita si diceva,ma noi
    in pieno assetto di guerra ancor si
    navigava,fummo attaccati da aerei Tedeschi
    alla disperata. E tu gloriosa Roma tagliata
    in due fosti affondata,perdemmo te Roma
    tutto lo Stato Maggiore e tanti tanti
    eroi che in spirito vivono sempre
    nel cuore d’ognuno di noi.
    Vasco Conti
    Superstite della Corazzata Roma

    ADDIO “ROMA”
    Le navi son partite nella notte profonda
    Hanno svuotato tutti i magazzini
    della Base Navale;son cariche le stive
    ed anche sulla tolda vi son barili
    pieni di nafta. Tutto sembra quasi irreale.
    L’alba nascente tinge di rosso acceso
    gli scafi inumiditi;le scie spumeggianti
    sollevano nel cielo gocce di luce
    dai colori iridati. Numerosi delfini
    inseguono le navi in una gara
    ardita. Passan l’ore di un mattino radioso,
    mentre vedette accorte scrutano il mare.
    Dove le navi vanno nessun sa,nè chiede
    di sapere; qualcuno ha già deciso
    dove esse approderanno. Nel primo pomeriggio
    siamo a La Maddalena quando,improvviso,
    suona l’allarme aereo. Ogniun raggiunge il posto
    suo di combattimento senza timore.
    Segue un silenzio breve,poi si scatena il fuoco
    di molte mitragliere. La nave trema.
    Susseguono boati,rumori di ferraglie,
    sussulti inusitati e infin lo schianto
    di un gigante ferito che s’accascia morente.
    Dal centro della nave s’eleva al cielo
    una densa colonna di fiamme e fumo acre.
    Il torrione inclinato con sé trascina
    negli abissi del mare lo scafo corazzato.
    Ohimè quanti feriti veggo dintorno!
    Quando mi butto in acqua galleggiano barili,
    corpi non più animati. Mio caro amico
    Ove sei tu finito assieme alla torre
    di cannoni trinati? Forse nel gorgo
    dell’acqua che bolliva,per tanto fuoco ardente,
    è finita la gioia dei tuoi vent’anni!
    Che sorte avrà mai avuta quel giovane bruciato
    in viso e senza orecchie? O l’altro ancora
    sull’elica imbrigliato,mentre,la chiglia in aria,
    la nave inabissava in due tronconi? Tutta s’è consumata
    in tempo così breve,una tragedia immane
    da far paura. Il mare ha divorato
    circa duemila morti in meno di mezz’ora.
    Piangon le madri, piangon le spose,i figli,
    la sorte tanto infame che non ha lor permesso
    un bacio estremo. Ed anche se la sorte
    ha voluto salvarmi, è sì grande l’angoscia
    che il cor mi opprime che per tutta la vita
    non potrà più scordare così triste momento
    E così sia.
    Pasquale De Conno
    Superstite della Corazzata Roma

    ROMA
    Scafo possente dal vetusto nome,
    tolda ferrigna irta di cannoni,
    il fuoco che li fece ti disfece…
    Il mar che tu domasti ti sommerse,
    come festuca priva d’ogni vita.
    Venne dal ciel l’insidia
    non domata, e fù la fine:
    Un pauroso gorgo tutto travolse,
    al fondo.
    Uomini e cose.
    E poi la notte venne e tutto tacque:
    Sola s’udì salire una gran voce….
    che l’onda propagò per tutti i mari:
    Voce di morti dall’abisso fondo,
    monito al mondo
    ROMA…..mai tramonta.
    Dino Macchia
    Superstite della Corazzata Roma

    EROI SENZA FINE
    Tu che passi da via G. Pullino
    e dalle Piazze Augusto Albini e
    G. Vallari
    se entri nel parco leggi :
    CADUTI DEL MARE
    9 settembre 1943.
    Noi siamo in fondo al mare con le
    nostre navi.
    Tutto ci fu negato dalla sorte
    avversa:
    Le carezze delle nostre mamme
    il conforto delle nostre spose
    il grido gioioso dei nostri figli
    nulla abbiamo chiesto in ricompensa.
    Tutto abbiamo donato alla
    Patria con amore
    RICORDATECI.

    Gaspare Romano
    Superstite della Corazzata Roma

    Affondare la Roma? niente di speciale
    Bernhard Jope l’affondatore della Corazzata Roma, dieci anni della sua vita li ha passati nella Luftwaffe prima come pilota e poi alla guida di un gruppo di aerei da bombardamento.
    vissuto a Maibach,un paesino di poco più di duecento abitanti a circa sessanta chilometri da Francoforte.
    ECCO LA SUA INTERVISTA FATTA NEGLI ANNI 70 PER UNA RIVISTA

    bernhard-jope-copia

    D – Come e da chi fu comunicato l’ordine di bombardare le navi italiane?
    Jope – il 6 o 7 settembre 1943 fui chiamato al Comando di gruppo, e il comandante,che credo fosse il generale Richtofen,mi ordinò di preparare l’azione contro la Flotta Italiana, dandomi tutte le istruzioni del caso. Fu però soltanto due ore prima dell’attacco che,come comandante di gruppo, ricevetti l’ordine di levarmi in volo,e con me gli aerei del gruppo che comandavo.
    D – Che cosa sapeva della bomba Fx 1400 ? l’aveva già usata nel corso di altri bombardamenti?
    Jope – Della bomba, che dalle iniziali del suo nome in codice avevamo soprannominata Fritz,conoscevamo soltanto gli effetti teorici e il metodo di puntamento radioguidato mediante un piccolo congegno sistemato nella coda dell’ordigno, che serviva a dirigere la bomba stessa fino al bersaglio,con una certa approssimazione. L’FX 1400 era un’arma segreta, che prima era stata sperimentata in Germania,e che veniva usata per la prima volta contro un nemico proprio in occasione del bombardamento della Flotta Italiana. il gruppo di aerei che comandavo era il solo ad esserne armato. A Istres – Marsiglia c’era un altro gruppo di bombardieri che aveva in dotazione un altra arma segreta,una bomba razzo radioguidata chiamata Henschel 293,ma l’FX 1400 era in dotazione solo agli aerei del mio gruppo.
    D – Perchè proprio lei con il suo gruppo foste prescelti per quella missione? C’era qualche motivo particolare?
    Jope – Date le caratteristiche del bersaglio, navi da guerra pesantemente corazzate, il comando della Luftwaffe ritenne che solo con l’FX 1400 si avesse buone possibilità di fare centro. Fu scelto il mio gruppo perchè era il solo armato con quel tipo di bomba,che doveva essere sganciato da grande altezza. Avrebbe potuto toccare a qualsiasi altro comandante di gruppo,se si fosse trattato di una azione normale,ma in quel caso specifico l’ordine fu invece dato a noi.
    D – Che tipo di aerei c’erano,nel suo gruppo,e quanti?
    Jope – Erano bimotori Dornier del tipo 217 k2. A Istres-Marsiglia ogni gruppo era composto da 80-100 aerei,ma all’azione contro la Flotta Italiana,ai miei ordini,non parteciparono che 10-12 aerei in tutto.
    D – Riteneva possibile incontrare aerei italiani a difesa delle navi da guerra?
    Jope – Era forse possibile che ci fossero aerei italiani,ma nessuno mi aveva detto nulla in proposito, e personalmente non lo ritenevo probabile.
    D – Ricorda come si svolse l’azione quando furono avvistate le navi, e che cosa fecero gli aerei del gruppo durante l’attacco?
    Jope – Ricordo benissimo l’insieme delle navi 4-5 da battaglia,e intorno le altre più piccole,un convoglio di 20-25 navi in tutto.Venivamo da est, volavamo da circa un ora e mezza. Erano le prime ore del pomeriggio quando avvistammo la squadra,e quando fummo sicuri che si trattava proprio della Flotta Italiana ciascuno di noi si preparò a fare quello che gli era stato ordinato. Con tutti gli aerei a poca distanza gli uni dagli altri,sorvolammo l’obbiettivo,e cercammo una buona posizione di attacco. Ciascun pilota scelse il proprio bersaglio, ma come avevamo fatto per tutto il volo senza usare troppo le comunicazioni radio, perché altrimenti il nemico,gli italiani dico, avrebbero potuto intercettarle,e sarebbe mancata la sorpresa. Poi il primo che avrebbe iniziato il bombardamento comunicò agli altri che iniziava il bombardamento,e ciascun aereo incominciò a sganciare le bombe,cercando poi di dirigerle con la radioguida sul bersaglio prescelto.
    D – Temeva che qualcuno degli aerei del gruppo potesse essere colpito dalle artiglierie delle navi italiane?
    Jope – No.Non conoscevo i calibri della contraerea italiana, ma sapevo che potevano sparare a una distanza di circa 4.000 metri. E il mio aereo,e quelli del mio gruppo, volavano a circa 5.000 metri perché quella era l’altitudine ottimale per poter dirigere via radio la bomba. Quindi avevamo un buon margine di sicurezza. Ricordo di aver visto molti proiettili esplodere al di sotto di noi,ma sempre a una notevole distanza,e naturalmente senza procurarci alcun danno.
    D – Riteneva legittimo il bombardamento?
    Jope – Era una normale azione di guerra,non credo di essermi mai posto il problema se fosse giusto o meno. D’altra parte gli italiani erano diventati nostri nemici,e avevamo ricevuto l’ordine di bombardarli. Non c’era nient’altro da fare.
    D – Fu la bomba sganciata dal suo aereo a colpire la Roma o l’Italia?
    Jope – No,non sono stato io. Furono altri due piloti del mio gruppo,dei quali adesso non ricordo neppure il nome.
    D – Sapeva che molti uomini sarebbero morti per causa sua, o a causa delle bombe lanciate dagli aerei del suo gruppo. Che cosa ne pensava?
    Jope – Non mi sono mai posto il problema, e credo neanche gli altri piloti. Era un azione di bombardamento,con un bersaglio speciale,per il quale eravamo stati prescelti proprio perché i nostri aerei erano armati di bombe speciali, adatte allo scopo tutto qui.
    D – Che cosa vide,dopo aver sganciato la bomba?
    Jope – Non ci accorgemmo subito di aver colpito le due navi italiane. Non potevamo rimanere sul posto molto tempo,nè potevamo vedere con esattezza quanto succedeva,data l’altezza a cui volavamo. Dovevamo ritornare immediatamente a Istres – Marsiglia,e poi ciascuno di noi aveva l’impressione d’avere colpito il proprio bersaglio.
    D – Era molto difficile, con i mezzi di puntamento in dotazione alla Luftwaffe, essere sicuri di avere centrato l’obbiettivo?
    Jope – Dipendeva dall’altezza da cui era effettuato il bombardamento. è vero che avevamo in dotazione delle bombe speciali, un arma segreta che avrebbe dovuto essere radioguidata fino al bersaglio,ma era la prima volta che veniva impiegata in azione,e i risultati non furono quelli che ci eravamo aspettati.
    D – Che cosa fece al suo ritorno a Istres – Marsiglia,e quando seppe che aveva affondato la Roma?
    Jope – Prima impiegammo un altra ora e mezza di volo per raggiungere la base, e immediatamente una parte degli aerei del gruppo ripartì per un altra azione di bombardamento sulla Flotta Italiana. Non c’ero più io,con questo secondo gruppo,io partecipai soltanto al primo bombardamento. Non mi pare di ricordare che ci fosse uno speciale nome in codice per l’azione,e non ricordo nemmeno il nome di chi guidava questo secondo gruppo di aerei. Quando anche i piloti di questo gruppo furono ritornati a Istres – Marsiglia dissero che dallo schieramento mancavano due navi,e così sapemmo che le avevamo colpite, ma senza sapere che navi fossero,e neppure senza essere sicuri di averle affondate.
    D – Quanti erano gli aerei del secondo gruppo,e che cosa ottennero con il loro bombardamento?
    Jope – Mi pare che vi abbiano partecipato soltanto 5 aerei. I piloti sganciarono le loro bombe, una per ciascun aereo come tutti quelli del gruppo,ma non colpirono nessuna nave.
    D – Ha mai avuto contatti con i sopravvissuti della Roma,e dell’Italia?
    Jope – No,mai. Nè durante la guerra, né al termine della guerra.
    D – Aveva già compiuto bombardamenti del genere?
    Jope – Nel febbraio del 1940avevo affondato una nave da trasporto inglese,di circa 42.000 tonnellate, senza naturalmente impiegare bombe come l’FX 1400. Quello fu il mio miglior successo personale, per il quale fui decorato con la croce di ferro di prima classe.
    D – E per l’affondamento della Roma ricevette un altra decorazione?
    Jope – No. Ottenni la croce di ferro di seconda classe con le fronde di quercia verso la fine della guerra,nel 44, per i successi che avevo ottenuto personalmente,e per tutti quelli conseguiti dal gruppo che comandavo. Per tutta la durata della guerra ho partecipato,con il grado di Maggiore,a circa 300 azioni di bombardamento contro il nemico.
    D – Ha ricevuto lettere di congratulazioni dai comandanti della Luftwaffe che si riferiscano al bombardamento della Roma,o documenti ufficiali che ne parlino?
    Jope – No,non ho nulla,e non ricordo di averne mai ricevuto. si era trattato di un azione del tutto normale,e come tale fu sempre considerata da tutti.

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    La bomba che affondò la “Corazzata Roma”
    La FRITZ pesava 1400 chili (da qui il nome) e, ne aveva 350 di alto esplosivo comandato da un innesco,poteva essere teleguidata con impulsi che agivano sui timoni, il pilota dall’aereo, poteva seguire il percorso della bomba osservandone una codetta di fumo, e, delle luci collocate tra gli impennaggi ed alimentate da serbatoi e batterie appositi.
    Molte bombe di questo tipo furono usate con successo nell’ultima parte del conflitto.
    Il volo planato poteva anche durare qualche decina di km. La finezza aerodinamica, la grande altezza di sgancio,il telecomando erano elementi indispensabili per un buon tiro. Sganciate a circa 6000 metri di quota percorrevano,in condizioni favorevoli, un centinaio di km. Uno dei colpi più notevoli realizzati da questa bomba fu, purtroppo, l’affondamento della nostra Corazzata Roma.
    Durante e dopo lo sbarco ad Anzio, questa bomba fu largamente usata contro il naviglio da sbarco. La Fritz era portata in volo da un Dornier 217 k2 e sganciata sulla flotta Italiana colpendo la Corazzata Roma da una altezza di 5-6000 metri.
    Un apparecchio di telecomando situato all’interno del bombardiere ne
    controllava la rotta.

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    (*) Franco Schinardi è deceduto il 15.7.2018, per conoscere gli altri suoi articoli digita sul motore di ricerca del blog il suo nome e cognome.