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    La diffidenza rende tristi

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    La diffidenza rende tristi affermava Totò che adesso riposa in pace fra i flutti dell’Altissimo. Nel suo passaggio terreno con un sorriso ha sconfitto il male che è insito in noi e adesso replica al nuovo cine-teatro Paradiso (citazione voluta…). Io sono in comunione con lui e con Lui.

     

    QUESTA SUPPLICA E’ UN “SEGNO” D’AMORE ALLE CONVERSIONI DELL’ANIMA

    La diffidenza è quello stato d’animo, del peccato, dove non crediamo a nessuno perché sappiamo che dentro di noi, non meritiamo la fiducia del prossimo per mancanza della Fede.
    La diffidenza non ci permette di ascoltare il prossimo con la voce del cuore e per questo motivo non sopportiamo più di essere ostacolati o rimproverati.
    Chi non ha fatto questa esperienza nella propria vita?
    I rapporti umani possono essere paragonati ad un caminetto acceso dove occorre ravvivare la fiamma dell’amore con la preghiera quotidiana affinché, con questo dono di Dio, non permettiamo alla cenere di essere soffocati dall’indifferenza, dall’apatia o dall’egoismo.
    Per fare questo non dobbiamo sostituirci a Dio né, tantomeno, nominarlo a nostra convenienza perché lo conosciamo solo parzialmente: piuttosto siamo chiamati a servire Dio come fecero e cercando di emularli i Patriarchi, i Profeti, Maria, gli Apostoli, i Martiri, i Santi, seguendo il Verbo, confidando in Lui, senza pretese.
    Tutto risiede nei primi due Comandamenti: amare Dio ed accogliere l’altro così com’è e non come vorremmo che fosse.
    Ognuno di noi ha un carattere diverso, idee politiche e religiose diverse, nati sotto accenti diversi, ma tutti non siamo esenti da quei difetti o quei modi di fare che ci urtano perché tutti siamo uguali nella diversità, nelle nostre miserie o nelle nostre nobiltà (ad eccezione di Dio Trino e la Madonna, questa è la Sua volontà).


    Chi crede di scappare da questo evita Dio, perché fugge da se stesso ma non può camminare serenamente verso la meta promessa, perché siamo stati chiamati a servire e non a dimostrare le nostre ragioni.
    Bisogna piuttosto lavare i nostri peccati immergendoci nelle fontane dove scorrono i doni della misericordia che si depositano nelle piaghe del costato di Gesù attraversando la gioia della Croce.

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    14 agosto 2004, Cheikh Sarr emigrante di poppa

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    Muratore, 27enne, senegalese, di fede islamica, in Italia da cinque anni con un lavoro regolare di muratore, il 14 agosto 2004 si era tuffato nelle acque agitate del mar Tirreno, di fronte a Castagneto Carducci, nel tentativo di salvare un uomo bianco che stava affogando. Ceikh riesce a salvare l’uomo bianco, a quanto sembra un italiano, fuggitivo dopo l’avvenuto salvamento, ma lui non ce la fa: viene inghiottito dai flutti e il suo corpo è restituito dalle onde due giorni dopo.
    Quella vigilia di ferragosto la giornata era calda ma allo stesso tempo tirava un alito di vento in spiaggia e il mare era agitato ma non tanto minaccioso da dissuadere la gente affamata di refrigerio dall’affrontarlo spensieratamente.
    Ceikh faceva il solito giro della spiaggia distribuiva sorrisi e vendeva collanine. Arrotondava lo stipendio di muratore e come molti della sua età sognava un avvenire migliore. Lui non si trastullava sotto l’ombrellone e raramente si concedeva una pausa, giusto per asciugarsi il sudore che gli colava dalla fronte.
    Ma quel giorno tragico 14 agosto 2004 quella pausa gli fu fatale. Tutto accadde in un attimo, Cheikh non ebbe il tempo di pensare, spinto da quella solidarietà umana senza i pregiudizi che noi abbiamo perso da tempo, si tuffò in mare per salvare qualcuno che appariva in grave difficoltà. Non aveva valutato il rischio, riuscì a malapena a salvare quell’uomo bianco ma si trovò senza le forze per salvare se stesso.
    Il mare lo restituì senza vita qualche giorno dopo agli amici e alla famiglia. Un nero aveva salvato un bianco. Evidentemente questo “imbarazzo” aveva indotto chi gli doveva la vita a dileguarsi senza una parola di ringraziamento, di cordoglio, di partecipato dolore e ancor’oggi non si conosce il nome di questo vile individuo.
    La storia dell’uomo bianco fuggitivo, di per sé, crea qualche imbarazzo. Non un ringraziamento, non un cenno. Non se ne si conosce neppure l’identità.
    La tragedia di Cheikh Sarr esclude il lieto fine, ma ha un significato altrettanto denso.
    Ricordarlo oggi può forse servire a riflettere sulle distorsioni dei modelli di riferimento propinati dalla televisione ad un pubblico forse dimentico dei suoi veri eroi, che pure nel corso della storia sono stati tanti.

    Non ci siamo dimenticati delle parole di commiato espresse dagli amici: “Quando guarderemo il mare e vedremo la sua bellezza, sentiremo la tua voce. Ciao Cheikh” così come non ci siamo dimenticati le parole di un imbarazzatissimo Presidente, toscano, che consegnò ai parenti quella meritata medaglia d’oro al valor civile con la seguente motivazione:.
    “Mentre si trovava nella spiaggia della località Marina di Castagneto Carducci, udite le invocazioni di aiuto di un bagnante in grave difficoltà, si gettava in mare, unitamente ad altre persone, per cercare di soccorrerlo. Dopo aver compiuto il salvataggio veniva sopraffatto dalla violenza del mare che lo trascinava lontano senza possibilità di scampo. Fulgido esempio di eccezionale coraggio, nobile spirito di altruismo e preclara virtù civica”.

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    Era mia madre quel profumo di zagara di Sicilia

    
di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra


    PER GRAZIA RICEVUTA
    Ogni 29 luglio, scrivo piano piano a te, che ho amato al mondo, a te che mi sorridi e mi abbracci, a te che mi hai lasciato addosso l’inconfondibile profumo di zagara di Sicilia che ho annusato tante volte avvicinandomi ai tuoi capelli ricci neri, proprio come i miei. Hai saputo avvolgermi nei momenti di bisogno e poi mi hai fatto camminare lungo questo cammino che mi ha portato lontano da te e che mi ricongiungerà a te. Te ne sei andata via, in punta di piedi, senza lamentarti, come tua abitudine, lentamente. Appena in tempo per assaporare l’ultimo sorriso, abbracciarti per l’ultima volta e sentire addosso quell’inconfondibile profumo di acqua di colonia “Fiore d’Arancio”. 
Mi viene da piangere ma non verso una lacrima perché quando chiudo gli occhi, e ti penso, sto bene e sono felice, e proprio come allora vedo il tuo sorriso, sento il calore del tuo abbraccio, e annuso tra i tuoi capelli neri ricci, proprio come ai miei, il profumo della zagara di Sicilia.

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    Questa è la mia convinzione

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    Questo articolo  è ispirato dalla ferma volontà e convinzione di aiutare il prossimo come Lui mi ha insegnato. Ringrazio gli amici di facebook, soprattutto quelli che ne fanno uso diligente, perché sanno che è un potente mezzo di espressione e di solidarietà.
    Ringrazio i collaboratori del mio piccolo diario di bordo “lavocedelmarinaio.com” e tutti coloro che ci seguono e che hanno lasciato una traccia del loro passaggio sul sito.
    Ringrazio mia moglie Paola, i miei figli Eleonora e Giorgio, che ancora, dopo tanto tempo, riescono a sopportarmi.

    …ai miei pseudo finti parenti, amici e colleghi.

    L’avidità conduce alla sofferenza, sia che si tratti di desiderio di ricchezza, di sesso, di potere, o di fama. Spinti dalla brama non ci accorgiamo che queste cose fanno soffrire. Questi desideri trascinano nell’inferno degli abissi, e moriremo.
    No, non sto piangendo. Mi sto solo vergognando e mi tengo il volto tra le mani, per scaldare la mia solitudine. Mani che proteggono, mani che nutrono, mani che impediscono alla mia anima di vivere nella rabbia.
    Volevo muovermi, volevo smuovere le acque putride del pantano, non certamente diventare questo o quello, ma quando vedi che sul tuo cammino si presentano delle montagne altissime, senti che è impossibile. Allora tenti di consolarti e dici: “Va bene così; non c’è bisogno di andare da nessuna parte, non c’è nessun posto dove andare.”
    Eppure sai che il bisogno è ancora là in agguato. La sconfitta non può mai distruggere il desiderio. Aspetterò la stagione giusta e, quando mi sentirò di nuovo pieno di energia, quando sarò più positivo, più immerso nei miei sogni, il desiderio si ripresenterà e la rassegnazione andrà in fumo.
    La costante ricerca di un desiderio salutare, come il desiderio di proteggere la vita, di proteggere l’ambiente o di aiutare la gente a vivere una vita semplice e con il tempo per prendersi cura di sé, di amare e prendersi cura dei propri cari, questo è il genere di desiderio che conduce alla felicità …quella felicità che voi non conoscete semplicemente perché non avete vissuto.
    Tutte le cose hanno bisogno di cibo per vivere e per crescere, inclusi l’amore e l’odio. L’amore è una cosa vivente, l’odio è una cosa vivente. Se non nutri il tuo amore, esso morirà. Se tagli la fonte di nutrimento alla tua violenza, anche la tua violenza morirà.

    La rassegnazione non è una cosa buona, non va proprio bene.
    Il bisogno e il coraggio di vivere è ancora là in agguato e  la sconfitta non potrà mai distruggere il desiderio.
    L’accettazione è una cosa totalmente diversa. L’accettazione non significa aver accettato la sconfitta. Significa solo che non c’è sconfitta né vittoria.
    La semplice idea di vittoria e sconfitta è stupida! Contro chi sarai vincitore?
    È il tuo mondo: ne sei parte ed esso è parte di te.
    Non ci sono nemici contro i quali lottare. Stai lottando con la tua ombra.
    L’accettazione è splendida. La rassegnazione è sconfitta, l’accettazione è vittoria.
    Tra le due c’è una grande differenza. Sul piano esistenziale non hanno lo stesso significato. Si diventa rassegnati quando si sente che tutto è senza speranza, che niente è possibile, non perché il desiderio sia scomparso: il desiderio è
    ancora là.
    Abbiamo il seme della disperazione, della paura. Ma abbiamo anche il seme della comprensione, della saggezza, della compassione, e del perdono. Se sappiamo come innaffiare il seme della saggezza e compassione in noi, quel seme, questi semi, si manifesteranno come energie potenti che ci aiuteranno a compiere un gesto di perdono e compassione. Ciò basterà a recare un immediato sollievo alla nostra vita, alla nostra nazione, al mondo.
    Vi perdono e vi compatisco. Questa è la mia convinzione.

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    27.5.2017 a Roma il cuore matto di Little Tony batte ancora

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    …perché non finisce qui il sogno americano.

    Tony, non c’è abbastanza spazio, in questa navigazione terrena, che possa contenere la lunga scia di amore e umana solidarietà che hai lasciato nel cuore di questo “emigrante di poppa” e dei nostri amici marinai. Farò tesoro di quello che mi avete insegnato. Nel 2008 mi hai reso partecipe della gioia del brano dal titolo non casuale “Non finisce qui”…
    Avevi ragione da vendere, non finisce qui…un cuore batte e ci perdona per tutto quello che facciamo.
    Ciao Marinaio.