• Attualità,  Marinai,  Marinai di una volta,  Navi,  Per Grazia Ricevuta,  Recensioni,  Storia

    7.10.1571 a Lepanto, la croce e la mezzaluna e la preghiera alla Vergine Maria del Rosario

    di Pancrazio “Ezio”Vinciguerra

    PER GRAZIA RICEVUTA

    Arrigo Petacco, storico e autore di molti saggi, ha pubblicato “La croce e la mezzaluna: Lepanto 7 ottobre 1571” (Mondadori 2005). La narrazione dell’epica battaglia, minuziosamente narrata, trasferisce al lettore un documento di elevato impatto per comprendere come il valore della storia sia da tributare all’azione degli uomini. Il libro di Petacco, oltre che di grande attualità, rappresenta un contributo importante alla reciproca conoscenza forse non facile, ma necessaria, tra due diverse culture.
    Più di quattro secoli fa, la Lega Santa Europea sconfiggeva in mare a Lepanto i Turchi. Una svolta nella storia del vecchio continente. La battaglia durò solo cinque ore, cinque ore che cambiarono il nostro destino: l’Europa non diventò una provincia turca e il Mediterraneo non si trasformò in un lago musulmano.
    A Lepanto nel 1571, l’Europa vittoriosa conservò la sua indipendenza e la sua tradizione. I turchi che sembravano invincibili, furono costretti ad arrestare la loro espansione verso occidente. L’Impero Ottomano e la Lega di Stati Europei, a Lepanto si giocarono tutto, per questo lo scontro non fu lungo ma straordinariamente violento.
    Si dice che la flotta cristiana e quella turca in battaglia assunsero rispettivamente le formazioni della croce e della mezza luna. Il coraggio sovraumano con cui i Cavalieri di Malta difesero la loro croce, la più odiata dei musulmani, fanno da sfondo all’eroismo di molti e all’avidità di alcuni. Nella battaglia servì anche l’ingegno umano per l’espediente del grasso spalmato sui ponti delle navi cristiane in modo da far scivolare i turchi all’arrembaggio.

    C’era fra i combattenti cristiani un soldato d’eccezione si chiamava Miguel Cervantes. Nel Don Chisciotte della mancia, qualche anno più tardi racconterà in forma allegorica e onirica il tramonto degli ideai cavallereschi che proprio a Lepanto ebbero l’ultima straordinaria consacrazione.
    Nell’anniversario della vittoria navale di Lepanto riportata dalla flotta cristiana e attribuita all’intercessione di Maria, fu istituita da papa Pio V la preghiera del santo Rosario.
    In realtà l’origine storica della preghiera risale al Medioevo un tempo questo in cui i salmi costituivano il punto di riferimento principale per chi pregava, ma rappresentavano anche un ostacolo insuperabile per coloro che non sapevano leggere.


    Si pensò allora di aggiungere alla preghiera dell’Ave Maria i misteri della vita di Gesù Cristo, allineati, uno dopo l’altro come grani di una collana divenendo quindi una preghiera per tutti, semplice ma profonda. Più tardi, nel 2002- 2003, san Giovanni Paolo II nell’anno del Rosario aggiunse alla preghiera del Rosario i misteri della luce che ci fanno contemplare alcuni momenti significativi della vita pubblica di Gesù.


    Occorre non disperdere questa preziosa eredità ritornando a pregare in famiglia e a pregare per le famiglie. La famiglia che prega unita, resta unita.

    Battaglia di Lepanto
    Lo stendardo di Pio V e la Canzone dei Trofei di Gabriele D’Annunzio. 

    a cura Carlo Di Nitto
    Lo Stendardo di Pio V (o meglio, quello che ne resta) che sventolò a Lepanto sulla galea ammiraglia della squadra pontificia comandata da Marcantonio Colonna e da questi donato alla Cattedrale di Gaeta al suo ritorno da Lepanto.
    Così viene ricordato da Gabriele d’Annunzio nella sua:

    “Canzone dei Trofei”

    “O Gaeta, se in Sant’Erasmo sei
    a pregar pe’ tuoi morti, riconosci
    il Vessillo di Pio ne’ tuoi trofei,
    toglilo alla custodia perché scrosci
    come al vento di Lepanto tra i dardi
    d’Ali, mentre sul molo tristi e flosci
    sbarcano i prigionieri che tu guardi
    e che non puoi mettere al remo.”

  • Marinai,  Marinai di una volta,  Navi,  Per Grazia Ricevuta,  Pittori di mare,  Recensioni,  Storia

    4.10.1857, nel ricordo di Enrico Bianchi

    a cura Sergio Pagni

    PER GRAZIA RICEVUTA

    …e la barca sarda Alessandro II

    Ex voto conservato nella basilica del santuario Nostra Signora del Monte di Genova.
    Reca sul retro la seguente iscrizione:
    Fortunale sofferto dalla barca sarda Alessandro II il 4 ottobre 1857 nel mare Jonio. Pegno di riconoscenza a Maria Santissima del marinaio Bianchi Enrico”.

  • Attualità,  Marinai,  Marinai di una volta,  Per Grazia Ricevuta,  Racconti,  Recensioni,  Storia

    26 settembre Santi Cosma e Damiano tra leggenda e venerazione

    di Carlo Di Nitto

    PER GRAZIA RICEVUTA

    Qualche tempo fa, durante la mia continua ricerca di cose strane e marinare ho trovato, sulla bancarella di un mercatino, un interessante vecchio libretto intitolato “Leggende del Mare”.
    Immediatamente, sfogliandolo, ho letto con particolare interesse una leggenda che non conoscevo. Essa coniuga le mie passioni per il mare, per la Marina e per la storia della mia città, dove sono particolarmente venerati i Santi fratelli medici Cosma e Damiano. Il 26 settembre vengono festeggiati e la prossima ricorrenza mi ha indotto a rendere loro omaggio, sia pure in modo inconsueto.
    Trascrivo integralmente dal testo, così come la storia è riportata:

     

    «Le statue dei Santi Medici
    Si racconta che un anno, mentre a Taranto si portavano in processione le statue dei santi Medici e queste stavano per giungere vicino al ponte girevole, arrivò una nave da guerra che doveva passare per il canale esistente fra i due mari. Il capitano, poco rispettoso della religione, ordinò che si aprisse il ponte perché doveva passare la sua nave. La processione si fermò e riprese il cammino quando fu chiuso il ponte. Nel momento in cui i due Santi furono al centro, aprirono le braccia come per significare che essi erano padroni del mare; e si seppe che nel medesimo istante moriva fulminato il capitano. Dopo quell’esempio nessuna nave osò passare sotto il ponte girevole quando sta per avvicinarsi una processione. »

    Poiché il ponte girevole a Taranto è stato realizzato solo nel 1887, l’origine di questa cupa leggenda deve essere relativamente recente. Il racconto va preso per quello che è, e va considerato soltanto dal punto di vista antropologico quando il folclore marinaro si esprime con credenze ricollegabili a primitive religioni, ancora strettamente connesse alle feste religiose.
    La leggenda appena descritta, contrasta con la positiva immagine che abbiamo a Gaeta dei Santi, taumaturghi per eccellenza, dispensatori per intercessione di grazie e di miracolose guarigioni nel corpo e nell’anima.

    A Gaeta i Santi fratelli Cosma e Damiano sono sempre stato oggetto di particolare venerazione, in modo specifico nel vecchio Borgo Marinaro, fin dal IX secolo come attesta un documento del Codex Diplomaticus Cajetanus (doc. XCVII, anno 997), quando l’allora vescovo Bernardo, figlio di Marino duca di Gaeta, affidava al presbitero Pietro ed al canonico Benedetto, canonici romani, la ricostruzione della chiesa “Burgo S. Iosmati”, risalente almeno all’anno 800 e distrutta molti anni prima (verosimilmente nell’ 884) in una scorreria dei Saraceni: «Pro nostris peccatis venerunt gens hagarenorum, ipsa hecclesia diruerunt et omnia sua pertinentia destruerunt».
    La venerazione dei Santi Cosma e Damiano è continuata intatta nei secoli fino ai nostri giorni, nonostante le vicissitudini attraversate dalla Città e dalla loro chiesa nei secoli, fino alla seconda Guerra Mondiale quando, nel 1944, venne parzialmente distrutta dalle mine tedesche e successivamente ricostruita in dimensioni ridotte. L’antica parrocchia venne allora trasferita nella chiesa di Santa Maria di Porto Salvo agli “Scalzi”, che tuttora la ospita.
    Lo storico locale Pasquale Di Ciaccio così descrisse, con efficace e struggente nostalgia “d’altri tempi”, i festeggiamenti che si tenevano fino a non molti anni fa: «Il culto della gente di mare, invece si colorava d’enfasi. Alle divinità predilette, i SS. Cosma e Damiano, i paranzellari riservavano abbondanti e spavalde batterie di mortaretti a forte carica, e il 26 settembre l’odore della polvere pirica prevaleva su quella dell’incenso. La fede nella congiunta potenza taumaturgica dei due Santi era immensa. Al loro cospetto le donne imploravano pietà battendosi il petto e strappandosi i capelli. … Il momento critico si aveva al transito della processione nei pressi del mandracchio … Mortaretti ad ogni canto, lungi i frangiflutti del molo, penzoloni dalle alberature e dalle sartie dei pescherecci. Ciascun equipaggio dava fuoco alla propria batteria, badando di non interferire con le altre… le statue dei santi si vedevano traballare tra il fumo dei petardi e dell’incenso… La devozione esplodeva in grida di osanna e lagrime di pentimento. … Spenta l’eco dell’ultimo mortaretto la processione si ricomponeva ordinatamente in una serenità di paradiso, per rientrare in chiesa. Era come se tutt’a un tratto essa fosse uscita dalla presunta, ombrosa tutela dei paranzellari, per ridiventare cosa di tutti…. Tornava il piacere della festa . E si era felici d’andare in giro, per il resto della giornata, con i capelli ed il vestito spruzzati di coriandoli.

    La nascita della leggenda tarantina, però a voler ben considerare, può avere una giusta collocazione antropologica nel timore reverenziale per i Santi, venerati ma temuti. Infatti l’uomo «si rifugia nelle favole e vuole crederle reali e lasciarvisi sprofondare. Ignoranza, paura e fantasia hanno, così, prodotto stupende “storie” che diventano, nel corso dei secoli, leggende, tramandate oralmente e poi anche trascritte ma, in ogni caso, conosciute dal popolo e come tali patrimonio della loro cultura…» (M.B. Raudino).
    E il Di Ciaccio parlando di un “paranzellaro” gaetano, ne fornisce indirettamente una simpatica, possibile spiegazione. Sempre nella sua descrizione delle tradizioni marinare del Borgo di Gaeta, scrisse: «So di un incorreggibile bestemmiatore che si guardava bene di coinvolgerli nei suoi turpiloqui, scusandosi col dire: “Quelli sono due!”».

    Per gli appassionati si consiglia il seguente libro:

  • Attualità,  Marinai,  Marinai di una volta,  Per Grazia Ricevuta,  Racconti,  Storia

    Padre Pio e Lucio Dalla

    di Piero La Porta (*)
    www.pierolaporta.it

    Estratto per gentile concessione dell’autore a www.lavocedelmarinaio.com.
    Per la stesura completa digitare:
    http://www.pierolaporta.it/lucio-dalla-e-padre-pio/#more-10010

    Lucio Dalla e PadrePio f.p.g.c. Piero Laporta a www.lavocedelmarinaio.com
    Padre Pio e Lucio Dalla
    La radice della fede vissuta da Lucio fu chiara a Michele fin da quando il cantante gli raccontò d’aver servito numerose volte la Santa Messa a padre Pio, iniziando in tenera età e proseguendo sino a quando aveva potuto.
    Il buon frate era certamente santo, ma la pazienza gli sfuggiva e non mancò di rampognare e persino far volare qualche scappellotto, più leggero di quanto avrebbe voluto a causa delle stigmate, quando quel chierichetto birbante dava le prime avvisaglie del suo estro musicale, proprio nel sacro istante dell’Elevazione, suonando il campanello in maniera inappropriata.
    La voce del frate, mentre Lucio cresceva, si fece più severa e da un certo momento in avanti, sebbene il giovane non mancasse di presentarsi al confessionale, padre Pio tuttavia smise di concedergli l’assoluzione. I peccati s’erano fatti pesanti.
    Di solito, quando padre Pio reputava un penitente indegno di assoluzione, aggiungeva per buona misura parole brusche, cacciando il reprobo in malo modo, talvolta non consentendogli neppure d’accostarsi all’inginocchiatoio tarlato, usando a piene mani una severità che a taluni spiacque e a tantissimi giovò.
    Non fu così per Lucio. Egli andava a confessarsi da padre Pio, il quale lo ascoltava, gli dava consigli e ammonimenti con la consueta severità, infine lo congedava negandogli l’assoluzione, tuttavia quietamente, senz’asprezze. Quel comportamento di padre Pio era inconsueto; Lucio lo sapeva e ne era disorientato, ricavandone un’inquietudine che lo interrogò a lungo, sino a pochi mesi prima della scomparsa di padre Pio.
    Era l’inizio dell’estate del 1968. La madre telefonò a Lucio chiedendogli di raggiungerla per andare insieme da padre Pio che, a detta della donna, stava molto male.
    Lucio suppose che accampasse il pretesto della salute pericolante del frate, per convincerlo a interrompere la lunga assenza dalle sua braccia, causata anche dagli impegni del giovane cantautore, non ancora pienamente affermato .
    In piena notte partì da Bologna alla volta di Manfredonia, dove dimorava mamma Jole; da lì salirono a San Giovanni Rotondo, quando essa confermò i timori per la salute del frate che egli non vedeva da molto tempo.
    Il suo legame col frate, dalla prima volta che lo aveva incontrato nel giardino del convento, quando aveva sette anni, s’era fatto mano a mano più forte, mentre Lucio intuiva che egli era una scintilla di Dio, la cui forza tuttavia gli rimase paradossalmente ignota finché fu assiduo presso di lui. Non di meno lo ascoltava. Quando il frate lo redarguì per le sue ambizioni di attore, ingiungendogli: «Tu devi cantare. Hai capito? Tu devi cantare!» Lucio non ubbidì subito ma infine accantonò i sogni hollywoodiani, germogliati sullo schermo del cinema arena Impero.
    Aveva partecipato ad alcuni film a Cinecittà; dopo qualche tempo dall’intimazione di padre Pio finì per concentrarsi solo sulla musica. Ora stavano arrivando i primi contratti importanti. Non poteva ancora dire d’avere sfondato. Era pieno di dubbi; riguardavano la sua carriera di cantante e, ancora più profondamente, le sue intime convinzioni, la sua fede, la sua combattuta fede e il suo stesso io, com’è naturale in un giovane di 26 anni.
    Quel mattino andò ancora una volta a confessarsi da padre Pio, paventando che anche questa volta il tribunale della Penitenza avrebbe negato la sentenza assolutoria e non di meno per lui era un grande sollievo accostarsi al frate per confidarglisi.
    Non immaginava che sarebbe stata l’ultima volta, sebbene il frate fosse visibilmente provato e sofferente; gli occhi chiusi, la voce molto debole mentre risparmiava ogni briciola delle residue energie.
    Lucio s’inginocchiò e il confessore non fece mostra di riconoscere il suo discolo chierichetto. Era passato tanto tempo dall’ultima volta e il frate non dette neppure i medesimi segni di paterna contrarietà, gli ammonimenti e i dolci rimproveri come nelle confessioni precedenti. Lo si sarebbe detto indifferente all’identità del penitente.
    «Non m’ha riconosciuto» pensò Lucio e decise d’approfittarne per pulire a fondo la coscienza.
    «Me’ fatte na’ scarécota» scaricai tutto, confidò anni dopo a Michele. Visto che padre Pio pareva quieto e seguitava a ignorare l’identità del penitente, Lucio ne volle profittare per confessare tutti i peccati, questa volta senza troppe angosce, proprio tutti, insomma «na’ scarécota».
    Si compiacque per la sua trovata quando, senza alcun rimprovero di sorta per le sue innumerevoli colpe, inaspettata giunse l’assoluzione, come non accadeva da moltissimi anni, almeno dall’adolescenza.
    Nonostante il sollievo della remissione dei peccati, Lucio avvertì tuttavia una certa delusione, come avesse perduto qualcosa, come se padre Pio non fosse più quello che egli aveva conosciuto, come accadrebbe davanti a un vecchio genitore che non ci riconosce più a causa della memoria svanita. Non osava pensare che il frate fosse divenuto l’ombra di quello conosciuto da bambino. Si levò dall’inginocchiatoio col pensiero echeggiante: «Non m’ha riconosciuto, non m’ha riconosciuto» allontanandosi angosciato.
    Non aveva completato tre passi e il frate lo inchiodò:«T’aggije canusciute… t’aggije canusciute…» la voce tornò per un momento quella antica, la montagna che parla scuotendoti.
    Lucio non ebbe forza di girarsi; avvertì una scossa; guadagnò in fretta il sagrato mentre i dubbi d’un momento prima si scioglievano. Fu catturato e commosso dallo spettacolo del golfo, di qua la montagna e sopra il cielo azzurro, lo stesso cielo che un attimo prima aveva parlato con la voce che perforò il suo cuore. La sua fede non vacillò più.

    Lucio-Dalla-visto-da-Milo-Manara

    Piero Laporta per www.lavocedelmarinaio.com(*) Piero Laporta, dal 1994, è progressivamente immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo. Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, non solo italiani (Il Tempo, Libero, Il Giornale, Limes, World Security Network); corsivista del quotidiano Libero dalla sua fondazione nel 2000 sino al 2006; di ItaliaOggi dal 2006 al 2012. ha collaborato col il settimanale Il Mondo del Corriere della Sera, sino alla sua chiusura. Cura le rubriche “Tripwire” per il Corriere delle Comunicazioni (dal 2004) e “Il Deserto dei Barbari” per il mensile Monsieur (dal 2003) . Ha scritto oltre 4mila articoli. Oggi il suo più spiccato interesse è la comunicazione su internet.

  • Attualità,  Marinai,  Marinai di una volta,  Navi,  Per Grazia Ricevuta,  Recensioni,  Storia

    23.9.1943, Leros nel ricordo di Padre Igino Lega

    a cura A.N.M.I. Lugo di Romagna, Claudio Confessore e Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    PER GRAZIA RICEVUTA

    Padre Igino Lega (Brisighella 14.11.1911 – Varese, 23.3.1951)

    Padre Igino Lega era “l’uomo degli altri”, un cappellano militare gesuita.
    Nasce a Brisighella il 14 novembre 1911, arrivò nell’isola di Leros nel febbraio 1942 per assistere i ‘suoi’ Marinai…addormentandosi sfinito al loro capezzale.
    Dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre 1943, sull’isola di Leros sbarcarono gli inglesi, cominciarono i bombardamenti tedeschi, ed ebbe inizio la cosiddetta “Battaglia di Leros”.
    Sotto i bombardamenti, Padre Igino Lega celebrava anche da solo con il suo Crocifisso tra le mani, le sue funzioni religiose.

    Fu anche preso prigioniero e deportato in diversi lager tedeschi, perché voleva seguire la sorte dei ‘suoi’ Marinai. Ne tornò con l’ultimo dei convogli, provato nel fisico e duramente ferito nell’animo…
Gli venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare per il suo operato spirituale opponendo al nemico i simboli della Fede.
    I suoi Marinai, credenti o meno, gli scriveranno a lungo, continuando a chiedere la sua benedizione. La vita di Padre Lega ci ricorda quanto l’uomo ha bisogno di valori e di dignità, quanto riesce a conservare un ideale, anche in condizioni estreme di tragedia e sofferenza.
E’ in corso il processo di beatificazione.
    Il libro è un’iniziativa dei Marinai d’Italia di Lugo e di Gallarate per immortalare la figura di Padre Igino Lega, una ristampa della biografia, scritta dal confratello Padre Alessandro Scurani, edita una prima volta nel 1953 e una seconda nel 1971: titolo ‘L’uomo degli altri’.
    Il libro si può trovare presso l’Associazione Nazionale Marinai d’Italia gruppo T.V.G.Miraglia di Lugo di Romagna con sede provvisoria in via Palazza 5 San Potito di Lugo (RA) o indirizzando la richiesta all’indirizzo e-mail amnilugo@racine.ra.it è gradito un contributo a sostegno delle spese di realizzazione.

    Motivazione medaglia d’oro
    Cappellano militare del presidio di isola lontana dalla Patria e sottoposta a soverchiante e prolungato assedio, dava ogni propria energia superando disagi e pericoli, nell’assistenza spirituale e religiosa dei militari della guarnigione. Divenute precarie le condizioni del presidio frazionato in nuclei isolati dall’azione nemica, proseguiva a piedi – per vie dirette e battute dal fuoco – il proprio apostolato recandosi, anche allo stremo delle forze e sanguinante nei piedi, sui monti ove ferveva la lotta ed ovunque i morenti ed i sopravvissuti lo richiedessero, esponendo la vita con superba serenità e gravissimi rischi. Nell’imminenza dell’attacco decisivo all’isola, riusciva a raggiungere batteria circondata dal nemico, durante cinque giorni di aspri combattimenti, partecipando al combattimento come servente di cannone, era centro animatore di fede e di amor patrio per il personale duramente provato dall’impari e lunga lotta. Caduta l’isola, fisicamente sfinito, radunava i superstiti in attesa di feroce rappresaglia attorno all’altare e celebrava il servizio religioso levando alla presenza del nemico interdetto l’invocazione all’Italia, ripetuta dal presenti. Esempio altissimo di immacolata fede, di virile coraggio e di grande amore di Patria”.

    L’uomo degli altri (Alessandro Scurani)
    di Claudio Confessore
    Bella iniziativa la ristampa del libro relativo alla figura di Padre Igino Lega.
    Il primo libro scritto dal confratello Padre Alessandro Scurani edito nel 1953 per la “Editrice Lampade Viventi – Selecta Milano”, aveva il titolo “P. Igino Lega S.J. (Medaglia d’Oro al V.M.)”.
    “Fu sempre padre e fratello per tutti, povero fra i poveri, umile fra gli umili. Morì appena quarantenne nel marzo 1951, mentre con la sua motocicletta – un galletto – era alla ricerca di un alloggio per la famiglia di un suo operaio” (A. Scuriani S.J.).
    Mons. Pietro Santini, Ispettore generale dell’Ordinariato Militare, che celebrò il rito funebre, nella sua omelia disse. “Questa messa che celebriamo è soprattutto di ringraziamento al Signore per aver fatto in Padre Lega un così grande dono alla Madre Chiesa e all’Italia… Il Corpo dei Cappellani Militari, in servizio ed in congedo gioisce, oltreché averlo fratello nel Sacerdozio, anche per aver ricevuto da Padre Lega orizzonti singolarissimi e più vasti di un appostolato, dove trovò la fiamma dell’amore, dove la fede si temprò e la speranza divenne certezza, dove il servizio divenne missione per la salvezza di tanti.

    Questo il messaggio che ci viene dal Padre Igino Lega. Raccogliamolo e Dio ci aiuti a realizzarlo.
    Padre Igino Lega è sepolto in San Michele di Brisighella, sotto l’altare della Madonna delle Grazie e sulla facciata di casa Lega, in via Fossa, c’è una lapide ricordo su cui è inciso:
    “In questa casa nacque Igino Lega Gesuita medaglia d’oro al valor militare, eroico cappellano militare sotto il cielo di Lero, apostolo di carità nei campi di prigionia in Germania, Padre fratello ai suoi operai offri in sublime olocausto la pura vibrante giovinezza perché uno fosse il regno di Cristo come uno era il messaggio portato integro ardente alle frontiere della vita. 1911 – 1951”.

    Altre pubblicazioni relative a Padre Igino Lega
    – “Lero Eroica” che raccoglie gli scritti di Padre Igino Lega a cura di Don Edoardo Fino (Editrice Italica – Pescara 1974;
    – “Padre Igino Lega S.I.” Opuscolo estratto dal volume di Domenico Mondrone S.I. “I Santi ci sono ancora” Vol. III Roma Edizioni Pro Sanctitate.

    Bibliografia ufficiale (tratta da internet)
    Padre Igino Lega nacque il 14 novembre 1911 a Brisighella (RA), da una importante famiglia. Studiò presso i Padri gesuiti a Brescia, dimostrando di essere un bravo studente. Nel 1928 entrò nella “Compagnia di Gesù”, studiando filosofia a Mantova e Magistero a Roncovero (PC). Nel 1940 fu ordinato sacerdote e, nel settembre dello stesso anno fu chiamato alle armi, nominato Tenente Cappellano e destinato all’Ospedale da Campo n° 515 posto nelle immediate vicinanze della città di Trieste. Collocato in congedo nel ’41, nel febbraio 1942 (dopo quasi un anno), venne richiamato in servizio e posto a disposizione come cappellano della Marina: destinazione Lero per l’assistenza spirituale del personale di quella Base Navale comandata dal Capitano di Vascello Luigi Mascherpa.
    Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, travolta la resistenza dell’isola da soverchianti forze tedesche, volle seguire la sorte degli sfortunati marinai nelle loro tappe verso i campi di concentramento in Germania. Dalle pagine del libro di Angelo Martelli “Una sigaretta sotto il temporale” pag. 14 segg. … Prima che le navi cariche di prigionieri italiani e inglesi facessero rotta per i campi nazisti, pronunciò nel piazzale del comando Difesa un discorso – Egregi ufficiali, sottufficiali, eroici e carissimi marinai, è con intima e tremenda commozione che celebro per l’ultima volta la santa Messa davanti a Voi riuniti in adunata straordinaria prima che le navi salpino da Portolago e ci dividano per i vari campi di prigionia. Io che ho condiviso i vostri ardui sacrifici sostenuti prima in 2/3 anni di lotta fra queste rupi e, ultimamente, in 52 giorni di bombardamenti ininterrotti; vi grido e vi comando di tenere alta la testa e fiero lo sguardo. Avete combattuto da valorosi e se ora siamo prigionieri non è colpa nostra (allusione agli inglesi)….la misericordia di Cristo che , morto giovane come loro e con morte straziante ha offerto il suo purissimo sangue per noi tutti, conceda loro il premio dei forti, la gloria e la luce degli eroi. E adesso recito la preghiera del marinaio …è pericoloso dice qualcuno…La reciterò anzi più forte del solito e la concluse con Viva L’Italia. I tedeschi si affacciarono per vedere cos’era successo e tutti gli inglesi balzarono in piedi accomunando al nostro il loro omaggio alla patria. Padre Igino Lega seguì i marinai a Menden, Hermer per poi tornare con i tubercolotici di Oeventrop. Rimpatriato fra gli ammalati nel settembre 1945, il 6 febbraio 1946 venne posto in congedo. Insegnò per oltre 4 anni, lettere e filosofia presso la Scuola Apostolica di Roncovero (Piacenza) e fu Direttore spirituale delle A.C.L.I. di Bassano del Grappa (Vicenza). Padre Igino Lega, tenente cappellano, è morto a Varese il 23 marzo 1951 in seguito ad incidente stradale.

    Il 17 febbraio 1947 venuto a conoscenza del conferimento della Medaglia d’oro scongiurò di evitargliela. Dovette piegarsi all’ubbidienza dei suoi superiori e il 17 novembre nel piazzale dell’Accademia Navale di Livorno, il ministro Cingolani appuntò sul suo petto la medaglia d’oro al Valor Militare.
    Ecco la motivazione:
    Cappellano militare del presidio di isola lontana dalla Patria e sottoposta a soverchiante e prolungato assedio, dava ogni propria energia superando disagi e pericoli, nell’assistenza spirituale e religiosa dei militari della guarnigione. Divenute precarie le condizioni del presidio frazionato in nuclei isolati dall’azione nemica, proseguiva a piedi – per vie dirette e battute dal fuoco – il proprio apostolato recandosi, anche allo stremo delle forze e sanguinante nei piedi, sui monti ove ferveva la lotta ed ovunque i morenti ed i sopravvissuti lo richiedessero, esponendo la vita con superba serenità e gravissimi rischi. Nell’imminenza dell’attacco decisivo all’isola, riusciva a raggiungere batteria circondata dal nemico, durante cinque giorni di aspri combattimenti, partecipando al combattimento come servente di cannone, era centro animatore di fede e di amor patrio per il personale duramente provato dall’impari e lunga lotta. Caduta l’isola, fisicamente sfinito, radunava i superstiti in attesa di feroce rappresaglia attorno all’altare e celebrava il servizio religioso levando alla presenza del nemico interdetto l’invocazione all’Italia, ripetuta dal presenti. Esempio altissimo di immacolata fede, di virile coraggio e di grande amore di Patria”.

    La Battaglia di Lero
    Situata a pochi chilometri di distanza dalla Turchia, Lero era stata acquisita dall’Italia in seguito alla guerra di Libia assieme all’intero Dodecaneso. Per via delle sue caratteristiche geofisiche, nel corso del secondo conflitto mondiale rivestì un’importanza di rilievo per il mantenimento delle comunicazioni con l’Africa Settentrionale. Lunga solo 15 km e prevalentemente montuosa, l’isola presenta sei baie che furono giudicate particolarmente adatte per ospitare sia il naviglio di superficie sia diverse unità di sommergibili.
    Dallo scoppio delle ostilità al settembre del 1943 l’isola era stata attaccata dagli inglesi solo in maniera sporadica. Tre le incursioni che in ogni caso meritano di essere ricordate. Le prime due sono datate rispettivamente 20 settembre e 20 ottobre 1940. Mentre il primo attacco si concluse con un nulla di fatto, il secondo procurò danni ingenti alle strutture logistiche e la perdita di una quarantina di soldati. Una terza offensiva contro Lero fu condotta nel novembre del 1942 ad opera di una squadriglia di cinque aerei inglesi che bombardarono l’isola causando la morte di altri trenta uomini della guarnigione.
    Dopo questa terza incursione l’isola conobbe un lungo periodo di quiete che si interruppe solo in conseguenza delle vicende del settembre 1943.
    Subito dopo l’8 settembre arrivarono sull’isola tre diverse missioni inglesi attraverso le quali furono poste le basi per la futura collaborazione politico militare fra le truppe britanniche e la guarnigione italiana. Contemporaneamente, il giorno 12, i tedeschi si erano impadroniti dell’isola di Rodi e avevano avanzato la proposta, a tutte le isole dell’Egeo non ancora in loro possesso, di una resa “onorevole”. Con l’uscita dell’Italia dalla guerra, il Dodecaneso era diventato per le forze tedesche di vitale importanza. Se fosse caduto sotto il controllo delle forze alleate, infatti, avrebbe potuto essere utilizzato come base per le incursioni aeree sulla Grecia e sulla Jugoslavia, territori ancora in mano alla Wermarcht.
    Rifiutata la resa, Lero organizzò i suoi piani di difesa per contrastare l’inevitabile attacco tedesco. Italiani e inglesi si ripartirono equamente i compiti. Le truppe italiane, munite di un armamento costituito da 24 batterie con 100 bocche da fuoco che seppur vecchio poteva essere ritenuto sufficiente, si occuparono della difesa aereo-navale disponendosi lungo le coste rocciose e sui principali rilievi dell’isola. Due capitani di fregata, Luigi Re e Virgilio Spigai, agli ordini dell’ammiraglio Mascherpa, assunsero rispettivamente il comando per la difesa aerea e per quella navale.
    Gli inglesi si preoccuparono invece di organizzare la difesa antisbarco potendo contare, però, su un equipaggiamento bellico del tutto insoddisfacente. A guidare gli uomini del Commonwealth, giunti in un migliaio fra il 16 e il 20 settembre e poi ulteriormente rinforzati nei giorni seguenti fino a raggiungere il numero di 3000, si succedettero prima il brigadiere generale Brittorius e poi il generale Tilney. La forza britannica fu distribuita in tre diversi settori, nord-centro-sud, ed era composta da un battaglione per ogni zona affiancata da soldati italiani posti alle loro dirette dipendenze

    Dopo la conquista di Rodi l’esercito tedesco continuò la sua inesorabile occupazione dell’Egeo: il 22 settembre fu presa Cefalonia, il 25 fu il turno di Corfù. La mattina del 26 fu scatenato l’attacco su Lero dando così inizio a una battaglia destinata a protrarsi per 52 giorni consecutivi e che può essere suddivisa in tre differenti periodi. Le prime due fasi, che vanno rispettivamente dal 26 settembre al 31 ottobre e dal 1° al 12 novembre, furono contrassegnate dai massicci bombardamenti, sia aerei sia navali, che investirono quasi senza tregua l’isola; la terza corrisponde invece al momento della battaglia terrestre svoltasi fra il 12 e il 16 novembre. L’attacco cominciato la mattina del 26 settembre si prolungò senza sosta per altri 35 giorni. In questa prima fase i colpi sparati dalla contraerea italiana superarono i 150.000 mentre l’aviazione tedesca effettuò quasi duecento incursioni perdendo più di cento apparecchi. L’attività di tutte le batterie contraeree fu incessante tanto che, in più casi, i pezzi d’artiglieria divennero inutilizzabili perché surriscaldati per l’eccessivo sforzo cui erano sottoposti.
    Sotto il tiro degli Stuckas tedeschi, ai cui motori era applicata una sirena che nel momento della picchiata emetteva un ruggito che terrorizzava le batterie, la vita era appesa a un filo e affidata al caso oppure alla divina provvidenza.
    Nonostante la furia dei bombardamenti la volontà degli italiani rimase ferma e assoluta segnando una delle pagine più limpide scritte dall’esercito italiano nel secondo conflitto mondiale. Una resistenza, quella di Lero, che nulla ha da invidiare al coraggio mostrato dagli alpini di Russia nella battaglia di Nikolajewka o a quello delle forze che si erano strenuamente battute ad El Alamein. Il canto dei combattenti di Lero testimonia tutta la tenacia e il valore dell’intera guarnigione, pronta ad affrontare ogni prova pur di non cedere al nemico: “Qui nessuno ritorna indietro non si cede nemmeno un metro se la morte non passerà“.
    La seconda fase della battaglia fu preceduta da una breve sosta dei bombardamenti che, fra il 1° e il 6 novembre, calarono vistosamente d’intensità. Il giorno 6, però, l’offensiva riprese ancora più vigorosa raggiungendo il suo apogeo nei giorni 9,10 e 11 novembre quando, gli artiglieri, non riuscivano neppure a trovare il tempo per dormire e mangiare. Fu l’ultima grande ondata prima dell’inizio delle operazioni di sbarco. Fino ad allora Lero aveva subito 48 giorni di assedio continui con incursioni aeree che si erano susseguite mediamente ogni tre-quattro ore. Nonostante la volontà dell’intero presidio la situazione si era fatta ormai insostenibile: I rifornimenti non arrivavano. La marina tedesca aveva il controllo dell’Egeo. Qualche rifornimento arrivava di notte, ma di notte cadevano più di là che di qua”. Solo a questo punto, a cavallo fra l’11 e il 12 novembre, i tedeschi diedero il via alle operazioni di sbarco. Mentre a sud un tentativo di invasione fu felicemente respinto dalle batterie costiere, nel settore nord est dell’isola, confidando su una nebbia fitta, i tedeschi riuscirono a creare una prima testa di ponte che, nei giorni seguenti, fu adeguatamente rinforzata con nuovi sbarchi. Contemporaneamente truppe aviotrasportate, nell’ordine di circa 500 uomini, furono lanciate nella zona centrale di Lero riuscendo così, malgrado le ingenti perdite cui andarono incontro, nell’intento di spezzare le difesa dell’isola separando il settore nord da quello meridionale.

    I due giorni seguenti videro combattimenti furiosi e un tentativo di contrattacco inglese che valse la riconquista di alcune posizioni, ma che non riuscì ad impedire l’avanzata delle truppe tedesche potenziate con l’arrivo di nuovi soldati e prontamente supportate dall’aviazione che continuava a bombardare l’isola. Il 16 novembre, nonostante le insistenze dell’ammiraglio Mascherpa preso i comandi britannici affinché fosse compiuto un contrattacco utilizzando tutti gli uomini disponibili, il generale inglese Tilney, che reputava ormai l’isola persa irrimediabilmente, si arrendeva al generale tedesco Muller. Capitolati gli inglesi ogni ipotesi di continuare la battaglia venne meno anche per gli italiani: alle 18 e 30 dello stesso giorno l’ammiraglio Mascherpa sottoscrisse anch’egli la resa. Gli ultimi scontri cessarono di fatto la mattina del 17 novembre. Nel corso della battaglia erano caduti 1630 italiani cui devono aggiungersi le perdite inglesi che furono di circa 600 uomini. Alto anche il prezzo pagato dai tedeschi, i quali, contarono almeno 3000 morti. Una volta occupata Lero, inoltre, questi ultimi sfogarono la loro rabbia per la fiera opposizione italiana ricorrendo alla consueta e ignobile rappresaglia che costò la vita ad almeno dieci ufficiali. Le violenze si susseguirono anche nei giorni a venire, presso i centri allestiti per la temporanea prigionia, dove, questa volta, ad essere freddati senza pietà furono alcuni semplici soldati.
    La fuga e la prigionia in Turchia Mentre per la maggior parte dei soldati italiani, circa 3000, si apriva il triste destino della deportazione nei campi d’internamento in Germania e in Polonia, un ristretto numero di uomini tentò una fuga disperata in direzione della Turchia. Qualcuno riuscì a recuperare una barca, altri costruirono rudimentali mezzi di navigazione e presero il largo sfidando l’imprevisto e le mitragliatrici dell’aviazione tedesca.
    E’ in atto la causa di beatificazione, numerose sono le testimonianze di chi lo ha conosciuto o invocato e ha ottenuto aiuto. Vice postulatore della causa è Padre Alfredo Imperatori s.j. residente all’Istituto Filosofico Aloisianum di Gallarate, in caso di segnalazioni telefonare ai seguenti numeri:
    Tel. 0331 770934 – Fax 0331 771559
    E.mail: direzione@irisservizi.it

  • Attualità,  Marinai,  Per Grazia Ricevuta,  Racconti,  Recensioni,  Storia,  Un mare di amici

    Lettera aperta al Maestro

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    La vita è un abbraccio provvisorio dell’essere che si consuma nella dimensione del tempo. Questo abbraccio diventerà definitivo, quando attraverseremo, nell’attimo del decesso, quella misteriosa e misericordiosa soglia.

    Carissimo Maestro,
    quello che ci hai insegnato, che riporto sopra come incipit, rende onore a te, alla categoria dei “Professori”, quelli che credono in un “dogma” e, lasciami aggiungere, che sono sognatori, proprio come me, proprio come noi.
    La vita è il primo dono che Tu ci ha donato attraverso l’amore e spesso, sovente, in un mondo sfrenatamente materialistico pieno di relativismo storico culturale, ce lo scordiamo.
    Ho letto anche alcune Tue cose che trovo essenziali e pieni di pathos. Alcune sono finemente ironiche ma sempre con un incipit: quello di cui sopra. Stavo per cliccare mi piace su tutto quello che fai e che divi, poi è arrivato il tuo “caloroso saluto”, in questo sonnolento pomeriggio di fine estate dove i miei pensieri, le mie elucubrazioni, col Tuo aiuto, mi hanno portato al natio paese, il paese di un emigrante di poppa.
    Non so perché associo Te alla mia professoressa di filosofia del liceo. Anche lei, come Te, ha lasciato in generazioni di studenti la sua orma indelebile.

    Voglio presentarti i miei amici marinai, pescatori e sognatori… che Tu conosci già!
    Il blog, come la mia vita, come la nostra vita, parla di mare, musica, arte, sociale e solidarietà: sognatori che s’illudono, per diverse ragioni ed esperienze, che un mondo migliore sia possibile, proprio come ci hai insegnato Tu!
    Un mondo a metà tra verismo e neorealismo che parte da Socrate ed arriva a Gaber ma che non riesce ancora ad attraccare nel porto dell’illuminazione… la Tua!
    Spero di non averTi tediato ma in questo mondo di ladri il mio e nostro cuore è rapito da 1000 profeti e 4 cantanti che cercano l’arcobaleno, nei giardini di marzo, aspettando Godot, Pasolini, Merini, De André e tutti quelli che si ostinano a cercare un centro di gravità permanente convinti che siamo liberi ma che frequentiamo pericolose abitudini come pinocchio.
    P.s. Sono volutamente citati, direttamente ed indirettamente, quasi tutti i miei professori, proprio come questa lettera che scrivo a Te unico Maestro. (Pancrazio “Ezio” Vinciguerra)

  • Attualità,  Marinai,  Marinai di una volta,  Per Grazia Ricevuta,  Recensioni

    Buonanotte malvagi

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    Buonanotte malvagi,
    dice un detto “fai del bene e scordatelo” e io, con i miei limiti, cerco di metterlo in pratica tutti i giorni e chi mi segue me ne è testimone da un decennio. Ho subito parecchi torti in passato che hanno lasciato ferite anche traumatiche, di disistima e insicurezza. Poi mi sono lasciato abbracciare dalla Misericordia di Dio e tutte le tensioni accumulatesi nel mio sistema nervoso, che si presentavano come sfide quasi impossibili da superare, i fallimenti, le frustrazioni, si sono trasformate e mi hanno trasformato in una persona capace e matura di instaurare serene relazioni personali, trasmettendo fruttuosamente , con entusiasmo e fruttuosamente all’edificazione di quello che non mi era stato permesso di fare nella mia fase lavorativa, senza avere più paura del male e di chi mi ha fatto male (e sta leggendo senza avere il coraggio di commentare) … e brindo a costoro e alla vita:
    “NON MI AVETE FATTO NIENTE PERCHE’ NON SIETE NIENTE” .