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    Carta d’identità marinara

    di Enrico Vardanega
    (nuovo collaboratore di talento, così menziona sul gruppo Facebook lavocedelmarinaio)

    Buon sangue non mente,
    nostromo diceva sempre:
    non tatuatevi per far vedere che siete marinai, non serve”.
    Lo diceva anche perché:  agli altri potrebbe dare fastidio mentre a voi basta una crociera per far vedere che siete marinai. Quando tornerete vi riconosceranno subito solo guardandovi nel viso e capiranno anche i patimenti subiti nelle traversate”.

    Ma il più delle volte si disubbidiva perché ci si voleva scavare nella pelle che eravamo diventati veri lupi di mare.
    È così diventò la carta d’identità marinara.

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    Ciao Frà è tutto a posto

    di Gianfranco “Tamburino sardo” Corona

    RICEVIAMO E CON IMMENSA GIOIA PUBBLICHIAMO

    Ho trovato un amico speciale che mi ha cambiato la vita diventando parte di essa.
    Chi l’amico speciale che noi marinai chiamiamo “Frà”?
    Frà è colui che mi fa ridere, che mi fa credere nell’esistenza della bontà nel mondo, che mi convince  che c’è sempre una finestra aperta sul suo cuore.
    Frà  è colui che quando le cose non vanno, ed il mondo sembra essere scuro e vuoto, ti solleva lo spirito e ti fa improvvisamente sembrare che quel mondo, scuro e vuoto, è invece luminoso e pieno di vita.
    Frà è colui che  ti aiuta a superare le difficoltà, la tristezza, il caos che c’è in te e ti tiene per mano dicendoti “non ti preoccupare è tutto ok Frà”.
    Io l’ho trovato, lo sento sempre  vicino e per questo mi sento felice e completo di chiamarlo “Frà”…
    Grazie Ezio.

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    Amerigo Vespucci, la “mia” Nave

    di Claudio Vergano

    …chi, come me, è tossicodipendente della lettura ha provato, almeno una volta nella sua esistenza, a scrivere, a cercar di mettere su carta le emozioni, i momenti della sua vita. Anch’io sono caduto in questo peccato, peraltro veniale. Anch’io mi sono scritto addosso. Qualche anno fa, in occasione del mio secondo imbarco sulla Amerigo Vespucci ho voluto lasciare traccia delle mie emozioni, anzi delle nostre emozioni, perché sono convinto che quanto da me provato è comune a tanti, tantissimi colleghi “vespucciani”.

    Eccomi qui, ormai superati gli ‘anta, di fronte alla “Nave più bella del Mondo” cercando di esprimere, senza retorica, quello che provo. Quando si parla o si scrive del Vespucci è troppo facile scivolare in uno stile d’altri tempi, pericolosamente simile ad una poesia. Sembra che questa nave ti porti a riscoprire valori e concetti ormai “fuori moda”. Diventa difficile non usare parole e frasi che, in altri contesti, parrebbero artificiose o stereotipate. Cerco invano di essere il più sobrio possibile. Provo ad usare le parole più comuni, i toni più misurati ma è impossibile non scivolare nell’emozione. Eppure, dopo tanti anni di servizio, dopo aver visto nel mio ruolo di istruttore transitare generazioni di marinai, dopo aver sofferto e gioito per la Patria, sono ancora qua ad emozionarmi per una nave, per un’armonia di ferro e legno che galleggia sul mare.

    Di colpo mi trovo di vent’anni più giovane, con una sottile emozione che mi stringe la gola, come un calore che sale dal cuore verso gli occhi e li fa pizzicare. Per “ammazzare” il magone devo parlare a te, Nave Amerigo Vespucci, perché in te vive ancora l’emozione di tutti coloro che, come me, sui tuoi ponti hanno sudato e gioito, cantato e pianto, insomma in te hanno vissuto per lunghi mesi o addirittura anni, catturati dalla magia di quelle vele che, sì, sono dure da alzare, ma che gonfiate dal vento riempiono il cuore di orgoglio.

    Dopo anni di vita vissuta, ho lasciato un bel pezzetto del mio cuore. Eccomi qua mia “vecchia” Signora dei Mari, per la seconda volta salgo il tuo barcarizzo e mi appresto a salutare quella Bandiera che ho già visto sventolare in cento porti. Con te mi preparo ad affrontare nuovamente, con amore e rispetto, quel “Grigio Creatore di vedove” come impietosamente Kipling definì il mare.

    Protetto dai tuoi fianchi d’acciaio non mi devo certo preoccupare, già in tutti i mari hai dimostrato la tua forza. Ora sei tornata un po’ stanca ed appannata dopo una lunga fatica.

    Un giorno, per definirti ti ho paragonato ad una bellissima Signora, forse non più nel fiore degli anni, ma proprio per questo dotata di un fascino che nessuna teen-ager può sperare di eguagliare. Come questa bellissima Signora, ogni inverno, ti prendi cura di te stessa, affidandoti alle mani esperte di chi ti ama e rispetta e ti prepari a sfilare, come una regina, attraverso i mari del mondo, destando ammirazione e un po’ d’invidia. Sembra quasi che, nei tuoi viaggi, tu sia approdata alla mitica Bimini ed abbia trovato la magica fontana cercata invano da Ponce de Leòn.

    Eccomi qua, pronto a fare la mia piccola parte per prepararti a nuove avventure, ad altri cento, mille porti pieni di gente ammirata, ansiosa di poter toccare, anche solo per un momento, il ponte di legno che nasconde, inaspettatamente, la forza dell’acciaio. La forza di un acciaio reso ancor più tenace dalla dedizione e dall’affetto di mille e mille anime che, con te, hanno avuto il vero battesimo del mare. Non quello fatto di grigie paratie e tenui luci su uno schermo, ma quello che nasce dal sudore su una cima o dallo schiaffo dell’acqua salata mentre attraversi il ponte, la consapevolezza di essere parte della forza di una nave e non utilizzatore dei suoi strumenti tecnologici.

    Dicono che questa è la nave dei cadetti. Certamente la sua maggiore ragione d’essere è condurre verso il mare chi il mare ha scelto come lavoro e vita. Eppure è anche la nave di ogni uomo e donna del suo equipaggio passato, presente e futuro.

    È la nave di chi la elegge a simbolo di un modo diverso di vivere il mare, nel quale si sente il vento come propria forza e non come un avversario.

    È la nave di chi vede realizzato un sogno dopo aver visto mille immagini di vascelli e velieri solcare mari di carta e celluloide. Ma soprattutto è anche la mia nave. Una nave che non ha solo una storia, ma un’anima, ed un po’ di quell’anima è anche mia. Come lo è anche di tutti quelli che si fermano ad ammirarla e trattengono per un attimo il fiato, quasi avessero timore d’interrompere quel breve momento di magia. Spezziamo la magia e torniamo alla fredda realtà. Sicuramente molti, leggendo queste righe, penseranno che tutte queste parole sono solo retorica, una raccolta di luoghi comuni e frasi fatte. Niente di più sbagliato. Sfido chiunque sia stato imbarcato a negare di aver detto, almeno una volta, la frase “la Mia Nave” con le maiuscole che aleggiano nella voce. Del resto ciò che ci rende “veri” è il non essere solo dei “meccanismi” che producono efficienza, ma anche cuori e menti che, in fondo, amano il mare e che sono, comunque, orgogliosi di essere parte della nave su cui operano.

    Forse sono stato troppo tempo fermo davanti al barcarizzo, il Sottocapo di guardia si starà chiedendo cosa fa quel 1° Maresciallo, un po’ appesantito dagli anni, con gli occhi persi verso un orizzonte lontano. Bando alle ciance, è ora di salire a bordo e darsi da fare, me lo devo pur meritare questo imbarco sulla “Nave più bella del mondo”. Un’ultima considerazione.

    Essere “innamorati” di un simbolo, di un oggetto che esprime un qualche valore più alto e più universale è, purtroppo, considerato da molti futile e fine a se stesso. Orbene questo è un gravissimo errore. Ci rende più deboli come Nazione e come società. Rifiutare quei simboli che esprimono la nostra cultura e la nostra storia è come negare la memoria di coloro che, a vario titolo, hanno sacrificato la loro vita o quantomeno il loro “quieto vivere” per difendere ciò che è alla base di questi simboli. Che sia una Croce, una Bandiera o una Nave è importante sapersi emozionare davanti ad essi per sentire anche con il cuore che è nostro dovere difendere i valori che sono origine e crescita della nostra Nazione.

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    15.2.2012 – 15.2.2019: quanto tempo bisogna aspettare ancora per conoscere la verità?

     a cura Marinai di buona volontà

    Sette anni di bugie sul caso dei due fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone
    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    …cos’è la colpa, cos’è la pena? E soprattutto cos’è la Verità!

    A volte in noi si genera un senso di colpa che spesso comporta una pena. Colpa e pena vanno a braccetto: la colpa è il nostro peccato e la pena è la sua conseguenza. Colpa e pena sono paragonabili ad una ferita che anche dopo aver smesso di sanguinare continua a darci dolore. Il peccato è la ferita dell’anima e anche dopo il pentimento e l’assoluzione sacramentale rimane una debolezza perché siamo fragili e, come tale, rischiamo che la ferita non rimarginata, si riapra.

    Le cicatrici a tal proposito ci confermano di non rinnegare il peccato e Dio, con la sua capacità di amare, non chiede vendetta ma purificazione dell’anima, la nostra.

    Lui non è venuto per curarci le ferite del corpo ma quelle dell’anima facendoci comprendere, con la sua crocifissione, il suo amore per tutti noi creati da Lui a sua immagine e somiglianza.

    Il pentimento è il segno del cambiamento, è l’Agnello di Dio, e la Croce è la caparra del perdono.

    Dio ci fa comprendere proprio in questo giorno, vivendo senza complessi e senza traumi, insieme agli altri fratelli e sorelle, che se anche ci mancano le persone a noi più care, Lui ci ha donato la Grazia che è l’amicizia nel prossimo e l’amicizia nel prossimo è la Sua Grazia, in una parola sola: l’amore.

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    Il regio Alpino Bagnolini e Dante Daini

    di Gian Luca Daini
    https://cronache-di-storia.webnode.it/

    Il regio Alpino Bagnolini fu il primo sommergibile italiano ad ottenere un successo nella seconda guerra mondiale: intorno all’una del 12 giugno 1940, infatti, al comando del capitano di corvetta Franco Tosoni Pittoni, lanciò un siluro contro l’obsoleto incrociatore leggero britannico Calypso (4180 t) che insieme al gemello Caledon stava procedendo fra Creta e Gaudo: la nave fu colpita e affondò con 39 uomini nel punto 34°03’ N e 24°05’ E, mentre il Bagnolini uscì indenne dal bombardamento con cariche di profondità condotto dai cacciatorpediniere della scorta. L’incrociatore britannico Calypso, affondato dal Bagnolini Successivamente se ne decise l’invio in Atlantico.

    Il Bagnolini partì da Trapani il 9 settembre 1940 e nella notte fra il 14 ed il 15 passò lo stretto di Gibilterra, rimanendo poi in agguato al largo di Oporto dal 15 al 27 settembre e riportando un affondamento, quello del trasporto spagnolo Cabo Tortosa (3302 tsl), nave neutrale e adibita a servizio civile da Huelva a Bilbao ma indicata erroneamente come al servizio degli Alleati dai servizi segreti. Il 30 settembre il sommergibile giunse a Bordeaux, sede della base atlantica italiana di Betasom. Il 28 ottobre salpò per la seconda missione ma dovette tornare in porto perché danneggiato dal maltempo; arrivò a Bordeaux il 15 novembre. L’8 dicembre partì per una nuova missione a ovest dell’Irlanda e undici giorni più tardi colò a picco il piroscafo britannico Amicus (3660 tsl); il 1o gennaio 1941 si scontrò con i cannoni con il peschereccio armato Northern Pride e al contempo tentò il siluramento di una nave identificata come incrociatore ausiliario, azione priva di risultati ma che pose il comandante Tosoni Pittoni in luce di fronte ai comandi sia italiano che tedesco. Lo stesso giorno il Bagnolini fu anche danneggiato da un aereo, che riuscì a respingere e a danneggiare a sua volta. Nel gennaio 1941 si pensò di assegnarlo assieme al gemello Giuliani ad una scuola sommergibili a Gotenhafen, ma si decise poi di destinarvi il solo Giuliani (in seguito avrebbero frequentato tale scuola il nuovo comandante del Bagnolini, tenente di vascello Mario Tei, un ufficiale e 7 vedette del sommergibile).
    Il 23 luglio 1941, mentre operava a ovest dello stretto di Gibilterra, colpì un piroscafo ed una nave cisterna, senza però riuscire ad affondarli. Nel gennaio-febbraio 1942 operò a sud delle Azzorre senza cogliere alcun risultato.
    Nel maggio 1942 fu in missione al largo del Brasile ed il 27-28 del mese colpì una nave cisterna di circa 11.000 tsl, danneggiandola. Il 15 settembre 1942 partì per una nuova missione durante la quale avvistò due navi e subì caccia antisommergibile da parte di un cacciatorpediniere; rientrò infine a Bordeaux il 17 novembre senza aver concluso nulla. Fra il 14 febbraio ed il 13 aprile 1943 operò al largo di Bahia, venendo danneggiato da un attacco aereo.
    Se ne decise poi la modifica per poter compiere missioni di trasporto per l’Estremo Oriente; i lavori ebbero termine nel luglio 1943 e il sommergibile sarebbe dovuto partire il mese successivo, ma i tedeschi, prevedendo una prossima resa dell’Italia agli Alleati, decisero di trattenerlo a Bordeaux dove ancora si trovava all’armistizio. L’11 settembre 1943 venne catturato, incorporato nella Kriegsmarine con equipaggio misto italo-tedesco e ribattezzato U. IT. 22. Fino ad allora il Bagnolini aveva svolto 11 missioni di guerra (3 in Mediterraneo ed 8 in Atlantico), percorrendo complessivamente 46.413 miglia in superficie e 3908 in immersione. Il 26 gennaio 1944 partì per l’Asia nella sua prima missione al servizio dei tedeschi (si trattava di una missione di trasporto); il 22 febbraio fu colpito da un velivolo statunitense a circa 900 miglia dall’Isola di Ascensione, riportando danni allo scafo e perdite di carburante; chiese un appuntamento con un sommergibile rifornitore circa 500 miglia a sud di Città del Capo ma l’11 marzo 1944, quando fu arrivato nel punto concordato per il rifornimento, fu affondato da tre idrovolanti PBY Catalina nel punto 41°28’ S e 17°40’ E, con la morte di tutto l’equipaggio di 43 uomini (tra cui 12 italiani: il tenente del Genio Navale Carlo Rossilla, 4 sottufficiali, 4 sottocapi e 3 marinai).

    Caratteristiche tecniche
    Alpino Bagnolini classe “Liuzzi”
    Tipo: sommergibile di grande crociera
    Cantiere: Franco Tosi Taranto
    Impostazione: 15.12.1938
    Varo: 28.10.1939
    Entrato in servizio: 22.12.1939
    Dislocamento:
    – in superficie: 1.166,00 t
    – in immersione: 1.484,00 t
    Dimensioni:
    – Lunghezza: 76,10 m
    – Larghezza: 6,98 m
    – Immersione: 4,55 m
    Apparato motore superficie:
    – 2 motori Diesel Tosi, 2 eliche
    – Potenza: 3.420 cv
    – Velocità max. in superficie: 17,80 nodi
    – Autonomia in superficie: 1.617 miglia a 17,8 nodi e 6.409 miglia a 8,0 nodi (carico normale) – 3.401 miglia a 17,8 nodi e 13.204 miglia a 8,0 nodi (in sovraccarico)
    Apparato motore immersione:
    2 motori elettrici di propulsione Ansaldo
    – Potenza: 1.250 cv
    – Velocita max: 8,60 nodi
    – Autonomia in immersione: 8,0 miglia a 8,0 nodi – 108 miglia a 4,0 nodi
    Armamento:
    – 4 tls AV da 533 mm, 6 siluri da 533 mm
    – 4 tls AD da 533 mm, 6 siluri da 533 mm
    – 1 cannone da 100/47 mm (290 proiettili)
    – 4 mitragliatrici 13.2 in affusti binati a scomparsa (12.000 colpi)
    Equipaggio: 7 ufficiali, 50 tra sottufficiali e marinai
    Profondità di collaudo: 100 m
    Fu affondato da attacco aerei l’11 marzo 1944

    Note
    a cura Antonio Cimmino e Claudio53
    L’8 settembre 1943, trovandosi a Bordeaux, il regio sommergibile Bagnolini venne requisito dai tedeschi, fu ridenominato U.IT.22 e fu inviato in missione verso Singapore con 12 marinai (equipaggio misto italo-tedesco) per trasporto materiali.
    Il giorno 11 marzo 1944, nei pressi di Capo Buona Speranza, venne affondato da idrovolanti Catilina del 279° Squadron sudafricano.
    Il 26 gennaio 1944 partì per la sua prima missione di trasporto per Singapore sotto bandiera tedesca.
    Il 22 febbraio al largo dell’isola di Ascensione riportò danni allo scafo a seguito di un attacco di un aereo USA. Poiché il danno aveva prodotto perdite di carburante era stato programmato un rifornimento 500 miglia a Sud di Capo di Buona Speranza con un U-Boot .
    L’11 marzo 1944, quando arrivò sul punto di rendez-vous, fu attaccato da tre idrovolanti tipo PBY Catalina del 279° Squadron sudafricano ed affondò in PSN 41°28’ S – 017°40’ E.
    Morirono 43 uomini, tra cui i seguenti 12 italiani:

    Ten G.N. Rossilla Carlo (nominativo presente nell’elenco della RSI ma i dati di nascita non sono disponibili);

    Capo 3a Classe Buosi Bruno di Alessandro nato a Riva Del Garda (TN) il 16/10/1910;
    2° Capo Balestrieri Domenico di Gaetano nato a Napoli il 16/07/1906;
    2° Capo Mazzoni Giuseppe di Egidio nato a Pisa il 01/01/1916;
    2° Capo Valenti Bruno di Alfredo, nato a La Spezia il 08/01/1917;
    Sottocapo Pacitti Vincenzo di Luigi nato a Terni il 11/05/1922;
    Sottocapo Petrelli Serafino di Leonardo nato a Canino (VT) il 06/05/1921;
    Sottocapo Tini Supero di Giulio nato a Terni il 28/07/1918;
    Sottocapo Zampieri Giordano di Ildegardo nato a Sondrio il 20/11/1918;
    Comune Armitano Leone di Gioacchino nato a Torino il 24/02/1922;
    Comune Zarelli Lindo di Francesco nato a Vallinfreda (Roma) il 15/05/1920;
    Comune Bartolozzi Renato di Vincenzo nato a Civitavecchia il 20/10/1922.

    In merito ai nominativi si rileva che sono reperibili solo nell’elenco della RSI, disponibile su Internet, poiché nell’Albo d’Oro della Marina Militare non sono inclusi coloro che aderirono alla Repubblica Sociale. Per l’equipaggio del Bagnolini l’unica eccezione, per motivi attualmente non conosciuti, è il Comune Bartolozzi Renato il cui nominativo è riportato sia nell’Albo d’Oro (in cui anziché Comune è scritto Camicia Nera) sia nell’elenco dei caduti della RSI.
    E’ infine da evidenziare che nell’Albo d’Oro è presente un ulteriore nominativo di un Sottocapo del Bagnolini che risulta deceduto sul fronte Algerino in data posteriore alla fine della guerra:
    Sottocapo Silurista Baldan Dino nato il 20 ottobre 1919 a La Spezia deceduto sul fronte Algerino il 03 dicembre 1946.
    Motto: Compagni vendicatemi gridato dall’alpino Attilio Bagnolini quando fu ucciso in Africa nel 1936.

    Il marinaio Dante Daini, nato il 20 maggio 1921, fece parte del regio sommergibile Alpino Bagnolini, classe Liuzzi, con mansione di cannoniere durante la Seconda Guerra Mondiale. Prese parte alle varie missioni fino alla sua cattura e di tutto l’equipaggio del sommergibile da parte dell’esercito nazista, l’11 settembre 1943. In seguito fu deportato e imprigionato in un lager tedesco in Germania nei pressi della città di Amburgo, dove vi rimase fino alla conclusione del conflitto mondiale. Ritornò in patria dalla sua famiglia, dove visse felicemente gli ultimi anni della sua vita senza mai dimenticare gli orrori della prigionia e della guerra.
    Il 1° aprile 1980 gli fu conferito, dal Ministero della Difesa, il distintivo d’onore Volontari della Libertà.
    E’ deceduto il 30 novembre 1974.

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    11.2.1918, la Beffa di Buccari e Arturo Martini

    di Carlo Di Nitto (1)

    …il ricordo di un marinaio mai dimenticato.

    Eravamo ragazzi allora e vivevamo intensamente i favolosi anni Sessanta.
    Al cinema, Clint Eastwood faceva giustizia con la sua “colt” nei film di Sergio Leone ed i nostri miti erano i Beatles ed il mare.
    Eravamo ammalati di mare e per noi la pesca rappresentava il massimo del nostro rapporto con la natura.
    Quando andavamo a Gaeta vecchia, quasi sempre incontravamo a Punta della Sanità un vecchio signore intento a pescare. La sua canna da pesca era rigorosamente di bambù, non come quelle di oggi fatte in fibra o resina, e doveva essere anche abbastanza pesante; portava tutte le sue cose in un cestino di vimini che gli serviva pure da sgabello. Si diceva che i cefali tremavano quando lo sentivano arrivare.
    Nonostante l’età, era ancora un bell’uomo; ispirava una simpatia istintiva ed il suo portamento era caratterizzato da una fierezza che ci affascinava, anche se non sapevamo perché.
    Cercando di dargli il minor fastidio possibile, gli chiedevamo consigli che lui, ben volentieri, ci forniva con dovizia di particolari. Ci parlava del mare come di un grande amico, dei suoi segreti, dei suoi misteri, della sua poesia, del rispetto che gli è dovuto.
    Era conosciuto da tutti come il cavalier Martini, Arturo Martini.
    Negli anni successivi, appresi che il cavalier Martini durante la Grande Guerra era stato decorato più volte per il suo eroico comportamento. Nella sua modestia non aveva mai parlato di sé ed allora, cercando di saperne di più, scoprii molte cose della sua nobile e generosa vita, che oggi me ne rendono ancora più vivo ed entusiasta il ricordo.

    Era nato a Napoli nel 1881 e si arruolò ben presto nella Regia Marina con la categoria di silurista. Trovandosi a Gaeta per servizio, conobbe Laura, una bella ragazza gaetana che sarebbe diventata la sua sposa.
    Durante la Grande Guerra, con il grado di Secondo Capo silurista ed assegnato ai MAS al comando di Luigi Rizzo, prese parte alle più note ed eroiche imprese compiute da questo Comandante, sulle quali tanto è stato scritto.
    Fu Arturo Martini, imbarcato sul MAS 9, che il 9 dicembre 1917 sganciò i siluri che affondarono la corazzata austroungarica “Wien” nel corso di un’ardita azione nel porto di Trieste.
    Successivamente, nella notte tra il 10 e l’11 febbraio 1918, partecipò alla “Beffa di Buccari(2), impresa di grande risonanza psicologica e propagandistica, alla quale prese parte anche il poeta Gabriele d’Annunzio che, cantandola nei suoi versi, contribuì a risollevare il morale italiano dopo la triste esperienza di Caporetto:

    «… Siamo trenta d’una sorte,
    e trentuno con la morte.

    … Siamo trenta su tre gusci
    su tre tavole di ponte:
    secco fegato, cuor duro,
    cuoia dure, dura fronte …»

    “… Non torneremo indietro‑ «Memento Audere Semper» leggo su la tavoletta che sta dietro la ruota del timone: il motto composto poco fa, le tre parole che sono la disciplina del nostro Corpo. Il timoniere ha trovato subito il modo di scriverle in belle maiuscole, tenendo con una mano la ruota e con l’altra la matita. «Ricordati di osar sempre».”

     

    Per la sua compartecipazione a queste imprese, Arturo Martini venne decorato di medaglie d’argento e di bronzo al Valor Militare.
    Negli anni successivi il cavalier Martini, si stabilì definitivamente a Gaeta a trascorrere con serenità gli anni della vecchiaia. La vita non gli aveva concesso la gioia di avere figli, ma la sua gentilezza e la sua cordialità lo resero amato ed apprezzato da quanti ebbero la fortuna di conoscerne le qualità umane.
    Nel 1969 la sua amata Laura si addormentò per sempre. Poche ore dopo, anche il nobile e generoso cuore di Arturo Martini, che non aveva  retto al dolore di aver perso la compagna della sua lunga vita, cessò di battere.
    Dormono insieme nel cimitero di Gaeta e, per una circostanza fortuita, vicino a lui riposa un eroico compagno di Buccari: il Marinaio scelto Giuseppe Corti da Ponza.
    Sulla tomba si legge:

    Cavaliere Arturo Martini, “dei trenta di Buccari”.

    Note:
    (1) Carlo Di Nitto 
    Nasce il 5 novembre 1948 a Gaeta (LT)  in anni ancora difficili; ha vissuto una giovinezza stupenda nei favolosi anni ’60. Orgogliosamente ha prestato servizio nella Marina Militare ed ha navigato un po’ nella Marina Mercantile come Allievo ufficiale Macchine. E felicemente coniugato, ha due figlie splendide che lo vorrebbero un po’ più magro (e in questo sono più dure della madre).
    Dopo trentasette anni di servizio nella pubblica Amministrazione (I.N.P.D.A.P.) è approdato alla pensione. Attualmente riveste l’incarico di Presidente dell’Associazione Nazionale Marinai d’Italia Gruppo di Gaeta (Latina) e i suoi passatempo preferiti sono la lettura e la fotografia.
    Digita sul motore di ricerca del blog il suo nome  e cognome per conoscer glia altri articoli.
    Contatti

    http://www.anmigaeta.com
    carandin@iol.it
    carlo.dinitto@libero.it

    (2) La Beffa di Buccari
    L’azione svoltasi nella notte sull’11 febbraio 1918, passò alla storia come la beffa di Buccari, e fu annoverata dagli storici “tra le imprese più audaci” del conflitto con una “influenza morale incalcolabile”, anche se purtroppo “sterile di risultati materiali”. Al comando di Costanzo Ciano, all’azione parteciparono i M.A.S. 96 (al comando di Rizzo con a bordo Gabriele D’Annunzio), 95 e 94, rimorchiati ciascuno da una torpediniera e con la protezione di unità leggere. Dopo quattordici ore di navigazione, alle 22.00 del 10 febbraio, i tre M.A.S. iniziarono il loro pericoloso trasferimento dalla zona compresa tra l’isola di Cherso e la costa istriana sino alla baia di Buccari dove, secondo le informazioni dello spionaggio, sostavano unità nemiche sia mercantili sia militari.
    L’audacia dell’impresa trova ragione di essere nel percorso di 50 miglia tra le maglie della difesa costiera nemica, anche se l’attacco non riuscì, dato che i siluri lanciati dalle 3 motosiluranti si impigliarono nelle reti che erano a protezione dei piroscafi alla fonda. Le unità italiane riuscirono successivamente a riguadagnare il largo tra l’incredulità dei posti di vedetta austriaci che non credettero possibile che unità italiane fossero entrate fino in fondo al porto, e che non reagirono con le armi ritenendo dovesse trattarsi di naviglio austriaco.
    Dal punto di vista propriamente operativo, emerse un elemento importante dalla scorreria dei M.A.S. a Buccari: le facili smagliature ed il mancato coordinamento del sistema di vigilanza costiero austriaco che finiva per prestare il fianco all’intraprendenza dei marinai italiani sempre più audaci.
    L’impresa di Buccari ebbe poi una grande risonanza, in una guerra in cui gli aspetti psicologici cominciavano ad avere un preciso rilievo, anche per la partecipazione diretta di Gabriele D’Annunzio, che abilmente orchestrò i risvolti propagandistici dell’azione e che lascio in mare davanti alla costa nemica, tre bottiglie ornate di nastri tricolori recanti un satirico messaggio così concepito: “In onta alla cautissima Flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d’Italia, che si ridono d’ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre ad osare l’inosabile. E un buon compagno, ben noto, il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro, è venuto con loro a beffarsi della taglia”.
    (tratto da
    http://www.marina.difesa.it/storiacultura/storia/palazzomarina/Pagine/LabeffadiBuccari.aspx)

    Per saperne di più
    Autore: Giorgio Giorgerini;
    Titolo: Attacco dal mare;
    Casa editrice: Mondadori;
    Anno di pubblicazione: 2007;
    ISBN: 8804512431;
    Cartonato con sovraccoperta, f.to 14,0 x 21,5 cm. pag. 468.
    Dai Primi MAS della Grande Guerra ai barchini esplosivi e ai “maiali” della X Flottiglia, ai mezzi avveniristici di oggi: un secolo di storia dei reparti d’assalto navale italiani.