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    25.6.2012, in ricordo di Luigi Delliponti

    di Mary La Grotteria

    (Taranto, 20.12.1974 – 25.6.2012)

    Il Fuciliere di Marina ed Assaltatore del Battaglione San Marco di Brindisi, 2°C° (Secondo Capo) Luigi Delliponti, nato a Taranto il 20/12/1974 è volato, tra la schiera degli angeli di San Marco, per vegliare su tutti i suoi commilitoni e sorreggerli nelle loro missioni il 25/06/2012.
    Aveva operato in diversi teatri di guerra ed è deceduto a causa di un edema polmonare, vittima dell’uranio impoverito.
    Oggi sarà celebrata la Santa Messa in suffragio nella chiesa Santissima Maria Immacolata di Leporano (TA).

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    Pietro Venuti (Codroipo (UD), 10.6.1912 – Mare, 23.6.1940)

    di Giuseppe Lo Presti (*)

    …il sommergibile U-212A (S-528) e altro.

    L’unità porta un nome glorioso nella storia della Marina Militare Italiana, quello del Secondo Capo silurista Pietro Venuti, decorato con medaglia d’oro al valor militare alla memoria per il gesto eroico compiuto a bordo del Sommergibile Luigi Galvani nel giugno del 1940.
    Durante un attacco nemico, da parte della cannoniera britannica Falmouth, nel mar Arabico (Golfo di Oman) nella seconda guerra mondiale, sacrificò la propria vita per consentire a buona parte dell’equipaggio di mettersi in salvo. Il Pietro Venuti, gioiello della tecnologia firmata Fincantieri è il 101/o sommergibile realizzato al Muggiano dal 1907, la sua consegna alla Marina Militare è prevista a fine del prossimo anno.

    Caratteristiche tecniche
    Dislocamento in immersione: 1830 ton;
    Dislocamento in emersione: 1450 ton;
    Lunghezza: 56.6 mt;
    Larghezza: 7 mt;
    Profondità operativa: > 200 mt;
    Propulsione: ibrida (diesel-elettrico) / AIP (fuel cell);
    Velocità in immersione: 20 nodi;
    Equipaggio: ventisette persone;
    Sensori di bordo: Sonar media e bassa frequenza, ESM, periscopio, albero optronico, radar;
    Armamento: sei tubi lanciasiluri da 533 mm in due complessi trinati12 siluri Whitehead BSA.
    Sommergibili Classe U-212.

    Gli U-212 sono una classe di sottomarini di progettazione tedesca. I battelli di questa classe realizzati in Italia su licenza per la Marina Militare, Salvatore Todaro (S 526), Scirè (S 527) e Pietro Venuti (S 528) sono anche indicati come Classe Todaro, dal nome della prima unità.
    Il programma iniziato nel 1994 nell’ambito del German Submarine Consortium ha portato alla realizzazione di sei unità per la Marina Tedesca ed in Italia, dei due battelli Todaro e Scirè, consegnati da Fincantieri rispettivamente nel 2006 e nel 2007, con opzione per altri due sommergibili.
    I Sommergibili italiani sono leggermente diversi da quelli tedeschi poiché destinati ad operare nel Mediterraneo e non nel Mare del Nord e nel Baltico come quelli tedeschi e costituiscono il tipo U-212A.
    I battelli tipo U-212A è l’ultimo modello di sottomarini diesel-elettrici tedeschi, e sono tra i migliori a livello mondiale. Il loro progetto non deve quasi nulla ai precedenti che sostanzialmente erano “ingrandimenti” del disegno originario, potenziato via via, della prima classe di sottomarini tedeschi postbellici, la classe 204. Molto compatti, silenziosi, dotati di sistema AIP per la rigenerazione dell’aria. I Sommergibili U-212A sono unità di medie dimensioni, e nella loro costruzione sono state impiegate tecnologie innovative che permettono prestazioni molto avanzate.
    Lo scafo realizzato in materiale amagnetico ha concezioni “Stealth” con notevole riduzione della segnatura acustica, ottenuta anche grazie alla propulsione AIP, basata sull’impiego delle celle a combustibile, in cui l’idrogeno e l’ossigeno vengono fatti reagire per produrre energia elettrica, indipendentemente dall’aria. Un sistema innovativo per la generazione di energia, che garantisce un’autonomia in immersione da tre a quattro volte superiore a quella dei sistemi a batteria e che può trovare applicazione in molteplici settori. Questi battelli sono sottomarini d’attacco progettati per affrontare sia unità subacquee sia di superficie e sono in grado di sbarcare sotto costa reparti d’incursori.
    I due battelli italiani si sono già distinti per le loro qualità tecniche nell’ambito di alcune campagne addestrative multinazionali, soprattutto in Atlantico dove hanno operato al fianco dei sottomarini a propulsione nucleare della US Navy. Lo Scirè nel corso del 2009 ha partecipato alle esercitazioni congiunta con la US Navy JTFEX (Joint Task Force Exercise) e CONUS ’09. Invece il Todaro nel 2008 ha svolto una campagna addestrativa oltre Atlantico prendendo parte insieme a sottomarini a propulsione nucleare della US Navy alle esercitazioni JTFEX (Joint Task Force Exercise), tra le più importanti esercitazioni multinazionali nel settore subacqueo; con quella crociera da 15000 miglia il Todaro è stato il primo sottomarino italiano a raggiungere gli Stati Uniti.

    Pietro Venuti e il regio sommergibile Galvani
    E’ nato a Codroipo (Udine) il 10 giugno 1912. Volontario nella Regia Marina dal marzo 1931, frequentò a Pola il Corso per Specializzazione Torpediniere, al termine del quale imbarco sul cacciatorpediniere Strale, successivamente sulla torpediniera Cantore e poi sui sommergibili Squalo e Sciré, ottenendo la promozione a Sottocapo nel 1935.
    Partecipò alle operazioni militari in Spagna e, promosso 2° Capo, il 7 aprile 1939 prese imbarco sul Sommergibile Galvani, il quale all’inizio delle ostilità viene dislocato in Mar Rosso.
    Il 10 giugno 1940, il Galvani, al Comando del Capitano di Corvetta Renato Spano, salpò da Massaua, diretto in zona d’agguato all’imboccatura del Golfo di Oman, nella quale il battello giunse la sera del 23.
    Alle 23.08 il Galvani fu avvistato dalla corvetta britannica Falmouth che aprendo immediatamente il fuoco, un proiettile lo colpì nella zona poppiera, l’esplosione provocava una pericolosa via d’acqua nel locale affidato al 2°C° Silurista Pietro Venuti.
    Per cercare di sfuggire viene ordinata un’immersione immediata, il 2°C° Silurista Pietro Venuti consapevole di votarsi a morte certa cercando di salvarsi, non esitò (come, si legge nella motivazione della medaglia d’oro alla memoria) a bloccare da dentro la porta stagna della zona dove si trovava evitando l’allagamento di tutto il sommergibile. Immediatamente la Falmouth avvicinandosi al sottomarino scaricò una serie di bombe di profondità provocarono enormi danni costringendo il battello a riemergere. L’emersione riesce parzialmente permettendo a buona parte dell’equipaggio (31 persone tra i quali il Comandante Spano) di salvarsi, recuperati dalla stessa corvetta britannica. Poco dopo il Galvani affondò definitivamente, trascinando con sé gli altri 26 uomini dell’equipaggio.
    Seguendo un piano d’operazioni sviluppato in preparazione per le imminenti ostilità, il battello con la missione più lunga, fu assegnato al Golfo di Oman. La missione del Galvani avrebbe dovuto durare approssimativamente 28 giorni, ed era intesa all’interdizione del traffico petrolifero dal Golfo Persico.
    Il battello arrivò nella zona assegnata il 23 giugno, ma al quel punto la segretezza della missione era già era stata compromessa. La sera stessa, inconsapevole della situazione, il Galvani entrò nel golfo scoprendo che l’usuale traffico delle petroliere era completamente assente; subito dopo, il battello fu avvistato dalla corvetta Falmouth.
    La relazione ufficiale britannica specifica che l’equipaggio della Falmouth avvistò un’ombra approssimativamente a due miglia e mezzo si avvicinò per completare l’identificazione, scoprendo che questi era un sottomarino che stava procedendo in superficie.
    Alle 23.08, la Falmouth fece il segnale notturno di “chi va là”, quindi aprì il fuoco col cannone prodiero da quattro pollici.
    Il comandante del Galvani, ordinò immediatamente l’immersione rapida, ma mentre il battello procedeva lentamente all’immersione la sezione poppiera era ben visibilmente sul pelo dell’acqua e fu colpita da un proietto. A questo punto, con la carena resistente compromessa, Pietro Venuti, con la lucida realizzazione che il battello era perduto, e che parte dell’equipaggio potesse ancora essere salvato evacuò la camera lanciasiluri poppiera e chiuse la porta stagna, cosi sacrificandosi per la salvezza del battello.
    Il comandante ordinò l’emersione, operazione questa che fu completata con grandi difficoltà, probabilmente a causa delle molte tonnellate d’acqua a bordo ed i vari danni agli organi di manovra. Dei 57 dell’equipaggio, 31 furono salvati dai britannici, mentre i rimanere 26, inclusi tre ufficiali, scomparvero a bordo del Galvani.
    Sono le 02.17; mi sono appena allontanato dal battello quando questo si dispone verticale con circa otto metri di prora fuori acqua e quindi affonda rapidamente.

    Motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare
    «Di guardia in camera di lancio addietro di sommergibile che nel corso di ardua missione di guerra in mari lontani dalla Patria, veniva improvvisamente attaccato, in fase di immersione, da preponderanti forze di superficie avversarie, si distingueva con bravura e coraggio. Danneggiata irreparabilmente la zona poppiera da colpo di cannone che apriva una pericolosa via d’acqua nel locale a lui affidato, anziché cercare la propria salvezza, consapevole di votarsi a morte certa, vi si chiudeva stoicamente, bloccando la porta stagna. Con il suo cosciente, sereno sacrificio, evitava l’improvviso allagamento di tutto il sommergibile, rendeva possibile la temporanea immersione del battello ed assicurava la salvezza di gran parte dell’equipaggio mentre egli che alla Patria ed al dovere aveva offerto la vita scompariva in mare con l’unità che successivamente si inabissava.
    Esempio luminoso di sublimi virtù militari. Mare Arabico, 24 giugno 1940.»

    Il 9 ottobre 2014 presso gli Stabilimenti Fincantieri del Muggiano (La Spezia) è stato varato il sommergibile Pietro Venuti (S-528), terza unità della classe U-212A (classe Todaro) per la Marina Militare Italiana, che affianca i sommergibili Todaro e Scirè.
    In particolare il Pietro Venuti è la prima unità della seconda serie, costituita da due unità: Pietro Venuti (S 528) e Romeo Romei (S 529) in fase di realizzazione e se ne prevede la consegna ad agosto 2016.
    Le differenze rispetto alla prima serie riguarderanno principalmente il sistema di combattimento e di comunicazione. In particolare i battelli della seconda serie avranno capacità di collegamento satellitare ad alta velocità, saranno dotate di un albero optronico ed avranno un nuovo sistema d’arma basato sul siluro Black Shark Advanced della WASS.
    Alla cerimonia del varo erano presenti il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti, il Capo di Stato Maggiore della Marina, Am. Sq. Giuseppe De Giorgi, l’A.D. di Fincantieri, Giuseppe Bono ed il Presidente Giuseppe Petrone, il Comandante in Capo del Comando Marittimo Nord Am. Sp. Andrea Toscano e varie autorità militari, civili e religiosi locali. Inoltre, alla cerimonia ha partecipato anche l’A.D. di Finmeccanica, Mauro Moretti.
    Madrina del varo è stata la nipote Maria Venuti accompagnata sul luogo della cerimonia dal Comandante designato del battello Capitano di Fregata Giuseppe Galeandro, accolta con applausi da quanti convenuti alla cerimonia.
    Il varo è filato liscio, a parte un piccolo inconveniente, la bottiglia di spumante lanciata dalla madrina a causa del vento che aveva attorcigliato la cima che la legava non si è rotta. Successivamente ripetuta l’operazione si risolveva positivamente tra gli applausi (anche liberatori) dei presenti.

    (*) Elaborato a cura di 1° M.llo Lgt. Giuseppe Lo Presti
    Notizie presenti sul:
    – www.marina.difesa.it;
    – Wikipedia, Sommergibili italiani;
    – Regio Sommergibile Galvani di A. Turrini e O. Miozzi;
    – Regiamarina – Battelli – R.Smg Galvani di Cristiano D’Adamo (Collezione Privata n° 10 di 10).

    Dello stesso argomento sul blog:
    https://www.lavocedelmarinaio.com/2012/06/pietro-venuti/

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    20.6.1940, l’affondamento del regio sommergibile Diamante

    a cura Antonio Cimmino

    Alle ore 14.45 del 20 giugno 1940, mentre rientrava a Tobruk da una missione, il regio sommergibile Diamante fu avvistato dal sommergibile britannico HMS Parthian che, alle ore 15.02, gli lanciò quattro siluri da poco più di 350 metri affondandolo con tutto l’equipaggio in posizione 32°42’N e 23°49’E (circa trentacinque miglia a nord/nordnordovest di Tobruk).

    Non fecero più rientro alla base:
    – Sc. Lorenzo Accattino;
    – Sc. Francesco Barelli;
    – Stv. Giuseppe Basiliotti;
    – Sc. Francesco Briganti;
    – Sc. Guerrino Cabianca;
    – C°2^ Antonio Cacace;
    – Com. Paolo Carena;
    – Com. Francesco Coppola;
    – Com. Giuseppe D’Antonio;
    – Com. Nicola De Robertis;
    – 2°C° Amerigo Di Francesco;
    – Com. Eugenio Ercoles;
    – Com. Paride Fabbro;
    – Com. Nedo Fagioli;
    – 2°C° Romolo Ferrari;
    – Com. Gaetano Ferraro;
    – Com. G.Battista Ingargiola;
    – Sc. Elvezio Lironi;
    – Gm. Edilio Manitto;
    – Com. Ugo Marino;
    – C°3^ Antonino Modica;
    – 2°C° Antono Montanaro;
    – Com. Dante Nicolai;
    – Sc. Biagio Pacitto;
    – Tv. Angelo Parla (Comandante);
    – Sc. Cosimo Petrillo;
    – Stv. Azelio Pingue;
    – Com. Romolo Rastrelli;
    – C°3^ Enrico Rivelli;
    – Sc. Claudio Ronchi;
    – Com. Olinto Scarpa;
    – Sc. Policarpo Schedan;
    – Sgt. Giuseppe Sergola;
    – Sc. Giuseppe Sicari;
    – Com. Luigi Simonetti;
    – Sc. Francesco Siracusa;
    – Com. Silvano Spaziani;
    – 2°C° Ezio Toni;
    – Com. Salvatore Trovato;
    – Stv. Carlo Uccelli;
    – Sc. Giuseppe Valerio;
    – Sgt. Carlo Verri;
    – Sc. Pompilio Vigo.

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    Salvatore Vitiello, (Bosco Reale (NA), 22.8.1916 – Padova, 19.6.2010)

    segnalato da Antonio Cimmino

    LA TESTIMONIANZA
    Sono Salvatore Vitiello, nacqui a Bosco Reale in provincia di Napoli il 22 agosto 1915 ma risiedo a Padova.
    Venni arrestato a Pola il 5 agosto 1944 dalla SS, sottoposto a interrogatori anche con qualche tortura, ma riuscii diciamo a non tradire i miei compagni.
    Dopo l’8 settembre 1943 ero a Venezia in servizio nella Marina Militare, ero di carriera. Bisognava presentarsi ai Tedeschi sotto minaccia di pena di morte. Io non mi presentai, rimasi latitante per un bel po’. Il mio papà era un ufficiale di marina, era stato preso prigioniero e internato nei campi militari. La mia mamma riuscì ad avvicinare un maresciallo dell’Aviazione, nostro compaesano, ci mettemmo d’accordo con lui e una volta che venne a Venezia mi portò a Pola. Qui presi contatto con le formazioni partigiane.
    Mi hanno arrestato le SS e portato nelle carceri di Pola, dove dopo gli interrogatori sono forse restato una ventina di giorni. Di lì fummo trasferiti a Trieste nel carcere del Coroneo, e dopo altri quattro o cinque giorni ci trasportarono su dei carri merci, via Tarvisio, fino ad una località che non ricordo bene. In questa località fummo selezionati, una piccola parte ci condussero a Dachau, l’altra non so dove.
    Le accuse io naturalmente le ho sempre negate. La denuncia fu fatta da una ragazza con la quale avevo avuto rapporti in precedenza. Chiesi di essere messo a confronto con questa ragazza e lei venne e confermò tutto. Io imbastii una storia cercando di convincere che questa agiva per vendetta. In effetti si era data ai Tedeschi ed era diventata un loro agente. Si chiamava Vittorina Torollo, di Rovigo.

    Subito dopo l’ingresso a Dachau ci portarono in una sala, ci tolsero tutto e mi lasciarono soltanto la pipa e il tabacco. Tutto il denaro che avevamo, tutto il bagaglio, tutti i vestiti ce li portarono via.
    Ci rasarono azero e a noi Italiani, non ho mai capito perché, ci fecero un solco in mezzo alla testa. Dicevano che era un segno di spregio che ci facevano perché eravamo ritenuti traditori. L’immatricolazione è stata successiva, quando eravamo già nel Blocco 8, un blocco di transito. Qui rimanemmo forse venti giorni, forse qualcuno in più. Non ci facevano lavorare, stavamo lì e ogni tanto ci chiamavano e ci facevano dei lunghi interrogatori. Chiedevano notizie sul nostro conto, sulla nostra infanzia, sulle malattie che avevamo avuto, sui nostri genitori, che età avevano, se erano ancora vivi oppure morti, a che età erano morti, se fumavamo, quanto fumavamo, da quanto tempo fumavamo, insomma un mucchio di domande di questo genere. Nel frattempo passammo l’immatricolazione e ci dettero il triangolo rosso con la I sotto il vertice del triangolo.
    L’unico episodio di un certo rilievo. Una mattina entrò un soldato della SS, mentre noi stavamo tutti ammucchiati l’uno contro l’altro per ripararci dal freddo. Tutti quanti si tolsero il cappello, io non lo levai. Questo mi guardava e probabilmente diceva di togliermi il cappello. Io rispondevo nicht verstanden, non capisco. I compagni che mi erano vicini mi dicevano “togliti il berretto”. Io non lo levai, me lo levò lui con dei ceffoni e con delle botte.

    A Dachau ci dettero una specie di panciotto di carta crespata, era un panciotto con una fettuccina che girava attorno. C’erano delle scarpe e come calze davano degli stracci da avvolgere attorno al piede. In complesso di Dachau io non posso dire un gran male, perché noi non lavoravamo. Stavamo in un cortile chiuso con due ali e al centro una gran vasca rotonda con tanti rubinetti, così ci si poteva lavare abbastanza agevolmente. Nelle capanne dove si dormiva c’erano dei castelli grezzi con pagliericci, imbottiti di paglia o qualcosa del genere, e in definitiva era sopportabile. Al mattino ci davano una bevanda calda, credo che fosse tiglio o qualche cosa del genere, a mezzogiorno ci davano un pezzo di pane e un pezzo di margarina, una minestra completamente liquida con niente dentro, e altrettanto la sera.
    Passammo la visita medica con un medico francese che dopo la visita mi disse, testualmente ‘sei un ragazzo robusto, sano, fai attenzione a non farti ammazzare, perché se riesci a non farti ammazzare con molta probabilità potrai ritornare’. Dopo questa visita ci portarono a fare una doccia, ci dettero degli abiti civili però sempre col triangolo e ci portarono in una stazione, non so quale. E lì iniziò un viaggio. Dopo un paio di giorni ci fermammo a Buchenwald e di questo campo, non posso dir niente perché ci tennero per due tre giorni in un blocco, dopodiché ripartimmo diretti a Neuegamme.
    In prevalenza ci portavano ad Amburgo a scavare macerie oppure in qualche fabbrica.

    Era un lavoro particolarmente pesante, non per il lavoro in se stesso, ma perché partivamo al mattino verso le quattro o le cinque, a volte in camion a volte in treno, anche se Neuengamme non era molto lontano da Amburgo, ma poi da Amburgo raggiungevamo il posto di lavoro a piedi. Poi al rientro non c’era mai un mezzo ed era compito dell’accompagnatore della SS di trovarlo. A volte riusciva a trovarlo anche alle dieci di sera, una volta addirittura arrivavamo in campo alle tre del mattino. Ricordo una nota particolare: quando si arrivava in campo, ad accoglierci c’era sempre una banda musicale che suonava Beethoven, oppure Mozart e altro. Entrati in campo ci distribuivano l’unica minestra della giornata e si andava subito a letto. Capitava spesso però che il conteggio non tornasse, allora ci facevano alzare di nuovo in piazza, finché la conta riusciva a quadrare. Una volta, evidentemente per capriccio di qualcuno, ci fecero spogliare nudi, al freddo di notte, direi senza nessun senso, e ci fecero tenere la cintura attorno alla vita.
    Di questo campo non si è mai parlato e io penso che le cose peggiori succedevano proprio in questi campi. Perché mentre nei campi principali c’erano dei servizi, ci si poteva lavare, poi ogni tanto i barbieri ci facevano la barba, quando i capelli erano un po’ cresciuti continuavano a tagliarli, a Meppen tutto questo non c’era. A Meppen l’avvicendamento avveniva circa ogni due mesi, ma di quelli che arrivano un ottanta per cento non tornava più. Provo a descrivere quello che era Meppen, anche se è difficile. I blocchi erano senza castelli, per terra c’era soltanto la paglia. Si dormiva tutti sulla paglia. Non c’erano coperte, non c’era niente. Ci avevano tolto le scarpe e dato degli zoccoli olandesi senza calze, sotto non avevamo assolutamente biancheria. In breve tempo iniziò un’epidemia di dissenteria, la paglia diventò un letamaio, non c’erano servizi igienici, c’era una latrina in cui si affondava nello sterco, perché la gente non faceva in tempo ad arrivare che si scaricava. Ad un certo momento i vestiti che avevamo addosso erano diventati quasi duri, pieni di melma e di porcheria.

    Quando ci portavano al lavoro non c’era nessuna regola, i gruppi si formavano spontaneamente, bastava formare un gruppo di cinquanta e si partiva. C’erano i Vorarbeiter, in prevalenza slavi, polacchi, mai un italiano. Non ho mai incontrato un Vorarbeiter italiano e questo è un nostro onore. Quando tornavamo dal lavoro, di cinquanta persone sette o otto erano morte e bisognava riportarli indietro, trascinarli. Ci portavano nei boschi e ci facevano costruire con le zolle delle specie di trincee, non so a cosa servissero. Io per non fare un lavoro utile prendevo queste zolle, le portavo e le riportavo indietro, facevo su e giù. Un francese che mi era vicino e mi aveva visto mi denunciò, forse per avere in cambio un mozzicone di sigaretta o qualche cosa del genere. Allora quello della SS oltre a picchiarmi mi tirò un colpo di pistola e mi colpì. Uno zingaro che era con noi riuscii a levarmi questa pallottola, poi prese delle erbe, degli intrugli, me le applicò lì sopra e riuscì a guarirmi. Dopo una ventina di giorni fui colpito anch’io dalla dissenteria, naturalmente con sangue nelle feci. Mi decisi allora ad andare in una specie di infermeria. Non c’era luce in questo campo, c’erano dei lumi e basta. Arrivai in questa infermeria e c’era un medico francese, prigioniero anch’egli. Resosi conto che era dissenteria, mi scrisse una D sulla fronte e mi mandò in un blocco dove erano ricoverati tutti i colpiti dalla dissenteria. Al mattino quando venne la luce mi accorsi che avevo dormito addosso a un cadavere. Mi alzai, camminai un poco e vidi che almeno una ventina di quelli che erano lì erano già morti. A mezzogiorno vennero a portarci un cucchiaio di purè di patate, un cucchiaio, anzi la punta di un cucchiaio. Guarii prendendo dei pezzi di carbone e mangiandoli.
    Trascorsi due mesi ritornai a Neuengamme, dove trovai le cose molto cambiate. Può darsi che fosse il mese di gennaio o febbraio. Mi misero in un blocco insieme a tutti gli altri ammalati, ma non ci curavano. Un giorno ci riunirono – era una bella giornata – e ci imbarcarono su un treno merci. In ogni vagone stiparono una ottantina di persone. I primi riuscirono a sedersi, io e un italiano di Fiume salimmo per ultimi, non trovammo posto e dovemmo rimanere in piedi. I primi due giorni non successe niente, sentivamo soltanto la mancanza dell’acqua perché non ci davano da bere. Poi la gente iniziò a morire. Io riuscii a trovare un sistema per dissetarmi: al mattino presto svegliandomi vedevo sui tubi del carro merci delle goccioline d’acqua, allora le assorbivo così, e forse quello mi salvò. Non so esattamente quanto durò questo viaggio, arrivammo a Sandbostel, e qui scendendo dal vagone ci distribuirono un pane intero con abbondante margarina. Naturalmente rimanemmo tutti stupiti, non c’era più la scorta e ci indicarono la strada che dovevamo fare.
    Arrivammo così ad un campo militare evacuato. All’ingresso c’erano dei Russi che appena arrivammo ci aggredirono per portarci via quel pane. A me lo portarono via. Intanto si sentivano già da lontano le cannonate degli Americani o Inglesi che avanzavano. E qui fui preso dal tifo petecchiale. Poi non ricordo più niente. Mi svegliai dopo la liberazione nell’infermeria del campo. C’era una crocerossina olandese che quando mi vide aprire gli occhi tutta contenta si mise a gridare ‘L’Italien, l’Italien est vif!’. Di quel periodo non ricordo niente, però mi è rimasto impresso un bel prato pieno di fiori che vedevo sempre. Margherite, uccelli e torrenti, questo ricordo. Rimasi in quell’infermeria una decina di giorni, poi mi trasferirono in un ospedale americano. Qui mi curarono, poi mi trasferirono ancora in un altro ospedale e per ultimo in un’infermeria italiana. C’era un sottotenente medico che mi visitò e mi trovò delle infiltrazioni polmonari.
    Mi mandò in un altro ospedale, sempre italiano, dove mi curarono un poco con calcio. Siccome perdevo anche molto sangue per le emorroidi mi operarono senza anestesia, comunque riuscii a superare anche quello.
    Verso la fine di agosto ci misero su un treno ospedale, e arrivammo a Merano, dove fanno la corsa ippica. Qui venne una ragazza che ci chiese se sapevamo dove stavano i nostri genitori. Li contattò e dopo qualche giorno vidi arrivare mia sorella, che con un mezzo di fortuna, un camioncino tutto sgangherato, venne a prendermi da Bassano e mi riportò a casa. Era penso la metà di settembre.
    Sono morto a Padova il 19 giugno 2010.

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    19.6.1940, in ricordo di Vincenzo Cametti e del regio sommergibile Galilei

    a cura Carlo Di Nitto

    Sottotenente Genio Navale Vincenzo CAMETTI, disperso in combattimento sul regio sommergibile Galilei.
    Mar Rosso (a Sud di Aden), 19 giugno 1940.

    Ex alunno diplomato A.S. 1937/1938 Istituto Nautico Gaeta, era nato il 21/10/1917.


    (Foto Archivio Storico Istituto Nautico Gaeta, gentilmente fornita)

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    19.6.1943, affondamento regio sommergibile Barbarigo

    a cura Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    IN MEMORIA DI RAIMONDO RESTIVO (*)

    Sul tragico destino del regio sommergibile Barbarigo ci sono ancora tante cose da scrivere, che non si conoscono, che pongono quesiti…
    L’unica certezza è che con il sommergibile scomparvero il comandante De Julio, 6 altri ufficiali e 52 fra sottufficiali e marinai.
    Costruito presso i Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone, fu impostato il 6 febbraio 1937, varato il 12 giugno 1938 e consegnato il 19 settembre dello stesso anno.


    Il Barbarigo faceva parte del secondo gruppo di battelli destinati al Giappone unitamente ai regi sommergibili Torelli e Cagni. Salpò il 16 giugno 1943 con a bordo tre militari italiani destinati alla base in estremo oriente, e 130 tonnellate di materiale bellico. Al ritorno, il carico avrebbe incluso 110 tonnellate di gomma e 35 tonnellate di stagno, costringendo il battello al rifornimento di carburante in mare.
    Alla fine della navigazione lungo la rotta di sicurezza in compagnia del Torelli, i due battelli si separarono. Il Barbarigo non diede più notizie e si può desumere che sia andato perduto a causa d’avaria, mina o forse azione bellica nemica, anche se quest’ultima ipotesi non può essere confermata dalla documentazione alleata.
    Terminò così la vita operativa di uno dei più famosi, anche se controversi battelli della flotta atlantica. (BETASOM).
    In base agli accordi con la Marina germanica, il Barbarigo fu destinato, nella primavera del 1943, ad essere trasformato in unita trasporto materiali strategici. Ultimata la trasformazione e al comando del tenente di vascello Umberto De Julio, il 16 giugno salpò da Bordeaux per Singapore con 130 tonnellate di materiali e 5 miliardi di Lire. Dopo la partenza, non diede più sue notizie. Si ritiene che l’unità sia affondata tra il 16 ed il 24 giugno, in un punto sconosciuto dell’Atlantico, per cause ignote. Non ci furono superstiti.
    E’ stato verosimilmente affondato il 19 giugno 1943 da aerei dell’USAAF.
    Fu radiato il 18 ottobre 1946.

    Bibliografia consigliata
    – I sommergibili negli Oceani, Ufficio Storico della Marina Militare – Roma 2002.
    – I sommergibili italiani, Ufficio Storico della Marina Militare – Roma 1963.
    – La Marina e l’8 settembre, Ufficio Storico della Marina Italiana – Roma 2002.
    – Storia della Marina – Fabbri Editore Milano 1978.

    …di Raimondo Restivo


    …riceviamo e con immenso orgoglio e grande commozione pubblichiamo.

    Ciao Ezio,
    Raimondo Restivo, mio zio, era nato a Savona il 30 marzo 1922. Di lui sappiamo che è stato imbarcato sul regio sommergibile Barbarigo  in qualità di radiotelegrafista. Dopo varie missioni, perdeva la vita con il resto dell’equipaggio nel 1943 a causa dell’affondamento da parte di unità della marina britannica. 
    Caro Ezio ho omesso altre informazioni di carattere personale perché penso che siano comuni a molti giovani di quel periodo …fammi sapere se va bene.

    Ciao Raimondo carissimo e stimatissimo,
    innanzitutto grazie per averci reso partecipe di questa commozione “comune a molti giovani di quel periodo” ma che noi non dimentichiamo e li celebriamo nella banca della memoria per non dimenticare il loro sacrificio.
    Grazie anche per il tuo impavido e misericordioso cuore fraterno di Marinaio per sempre.
    Ezio

    (*) Raimondo Restivo è deceduto il 27 marzo 2019.

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    19.6.1990, a La Maddalena si costruivano ponti

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra
    Vignetta di Capo Messina

    Beato colui che costruisce ponti non muri di pace. 
    Ognuno di noi Marinai dovrebbe farlo perché chi ha di meno non veda nell’altro un nemico da eliminare ma un fratello con cui condividere i beni che madre terra ci dona.
    (Pancrazio “Ezio” Vinciguerra)

    Quel giorno di tanti anni fa il ponte di Caprera fu ripristinato, a tempo di record, grazie al Genio Guastatori Sardegna, Cap. Di Maggio e all’ammiraglio Egidio Alberti, Comandante MARISARDEGNA, che lo consegnarono all’allora sindaco Pietro Dettori e quindi ai cittadini di La Maddalena e Caprera.

    La stagione turistica era salva: i cittadini e commercianti ringraziarono così come “l’eroe dei due mondi” che poté continuare a riposare sogni tranquilli su quel talamo nuziale rivolto verso nord…
    Le operazioni di smontaggio del vecchio ponte e l’assemblamento della nuova struttura sono avvenute, per fortuna, in un clima di lodevole partecipazione da parte di tutti. Altri tempi…
    In quell’occasione il personale militare lavorò alacremente e ininterrottamente per oltre dieci ore giornaliere ben immedesimato nel disagio dei cittadini residenti e dei turisti che iniziavano ad affollare la bellissima isola e il suo ameno arcipelago.
    Il vecchio “Bailey” fu sostituito in appena quattro giorni da Militi di buona volontà con fatti e non con parole.

    In quei giorni l’ammiraglio Alberti, che rappresentava lo Stato Repubblicano, non si sedette sulla poltrona dell’orgoglio di se ma sul coraggio quotidiano dell’abbassamento dell’esercizio delle sue funzioni. Non si può esercitare un alta funzione di uno Stato senza essere custodi di una verità che viene dal profondo coloro: la vocazione! Senza tradire l’atto di giuramento, per il vero bene del Paese, senza lasciarsi imbrigliare da cordate, o essere ostaggio di una contabilità, o assoggettarsi ai poteri politici e quindi lasciarsi colonizzare dai poteri forti di turno o, ancora peggio, dell’egemonia assoluta.

    Il 16 novembre 1989 cadeva il muro di Berlino, l’anno dopo veniva approvato il decreto legislativo sugli straordinari al personale delle Forze Armate ma quel 1990, quel 19 giugno 1990, i Marinai di una volta, quelli per sempre, difficilmente dimenticheranno di un Ammiraglio e signore dei mari, che con un cacciavite in mano faceva miracoli di ordinaria quotidianità per il bene della collettività e quindi del suo e nostro Popolo Sovrano.