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    17.8.1915, il regio sommergibile Jalea

    
di Pancrazio “Ezio” Vinciguera



    IN MEMORIA DI GUSTAVO CAIZZI

    Il 16 agosto 1915 il regio sommergibile Jalea si trovava di base a Venezia per operare in Adriatico e contrastare le rotte mercantili austroungariche. Quel giorno lasciò il porto destinazione “Mula di Muggia” (5 miglia al largo di Grado) e Punta Sdobba (Foce dell’Isonzo) per poi stazionare al largo di Porto Buso.

    Alle 4.30 del 17 agosto il sommergibile fu avvistato più volte dal semaforo di Grado e il 18 agosto, all’alba, fu avvistato l’unico superstite, aggrappato a una boa foranea di Grado. Il marinaio era Arturo Vietri unico sopravvissuto dei 18 marinai facenti parte dell’equipaggio del regio sommergibile. 
Il relitto dello Jalea fu successivamente recuperato nel maggio 1954, portato nei cantieri di Monfalcone per la demolizione mentre i resti di 11marinai dell’equipaggio furono tumulati nel Sacrario di Redipuglia nel parco della Rimembranza, il 6 giugno 1954, dando degna sepoltura a quegli uomini.

    Il sommergibile Jalea era comandato dal capitano di fregata Ernesto Giovannini, apparteneva alla 1^ Squadriglia e quel tragico giorno urtò con la prora una mina: dei sei superstiti come già precedentemente solo Arturo Vietri riuscì a salvarsi, il giorno dopo, raggiungendo a nuoto una boa nei pressi del porto di Grado. 
In un filmato dell’Istituto Luce riassume quanto accadde in quel funesto giorno.
    Dello stesso argomento sul blog:
    https://www.lavocedelmarinaio.com/2016/07/28-7-2016-a-san-martino-di-codroipo-ud-presentazione-del-saggio-storico-regio-sommergibile-jalea-vento-del-ricordo-di-gustavo-caizzi/

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    10.8.1942, Scirè: l’esecuzione consumata in una vasca da bagno

    Tratto da Pagine di Difesa anno 2008

    Il regio sommergibile Scirè era un sommergibile della “Classe 600 – Serie Adua”. All’inizio del conflitto 1940-43 operò prevalentemente in missioni di agguato presso le acque prospicienti basi navali avversarie e lungo le rotte di maggior traffico conseguendo, il 19 luglio 1940, l’affondamento di un piroscafo da 1.058 tsl.

    Nell’agosto 1940 l’Unita fu sottoposta ad importanti lavori con la sistemazione dei cassoni-cilindri per trasporto mezzi subacquei d’assalto ed operò, dal 24 settembre al 3 ottobre a dal 21 ottobre al 3 novembre dello stesso anno, in due missioni di trasporto Operatori e mezzi a Gibilterra, senza peraltro che i mezzi potessero raggiungere il successo.
    Una nuova missione su Gibilterra ebbe luogo il 15 maggio 1941, che non conseguì risultati utili, ed il 10 settembre venne ripetuta, conseguendo l’affondamento di una petroliera ed il danneggiamento di altre due.
    La missione più importante lo Scirè la compì il 19 dicembre 1941, violando arditamente le acque prospicienti il porto di Alessandria ed effettuando la fuoriuscita dei mezzi e degli Operatori che poterono attaccare e seriamente danneggiare le due corazzate inglesi Queen Elizabeth e Valiant, la cisterna Sagona ed il cacciatorpediniere Jervis.
    Salpato da La Spezia il 27 luglio 1942, andò perduto il 10 agosto presso Haifa, affondato dalla vedetta britannica Islay mentre si accingeva ad attaccare anche quel porto. Il sommergibile tra il 7 e il 15 agosto del 1942, avrebbe dovuto forzare le difese di Haifa ma la fortuna gli volse le spalle. L’artigliere israeliano A.L.Eliav (poi uomo politico) così descrisse l’affondamento dello Scirè.

    “Quel giorno (il 10 agosto del ’42) ero servente al telemetro del mio pezzo quando vidi attraverso il binocolo tutta la scena. A non più di un miglio dall’imboccatura del porto scorsi quattro cacciatorpediniere inglesi compiere strane evoluzioni in circolo accompagnate dal lancio di numerose cariche di profondità. Compresi subito che le unità avevano intercettato un sommergibile nemico e che lo stavano costringendo all’emersione. All’improvviso, tra il frastuono delle esplosioni e le alte colonne d’acqua spumeggiante, vidi con chiarezza emergere, quasi verticalmente, lo scafo lungo e scuro dell’unità braccata. Ripiombato sulla pancia con un tonfo, l’unità nemica venne subito bersagliata dai cannoni e dalle mitragliere pesanti dei caccia che ne fecero scempio. Scosso dai colpi come un’animale ferito, il sommergibile fece uno strano balzo in avanti con la prora per poi adagiarsi su un fianco ed affondare rapidamente in un grande vortice. Solo il giorno seguente venni a sapere che, con ogni probabilità, l’unità affondata apparteneva alla Regia Marina Italiana”.

    L’ammiraglio Giuseppe Celeste, organizzò il 19 maggio 2008, una conferenza dal titolo: Rada di Haifa: 32° 54’ 00,01”N – 34° 57’ 59,88 E – Depth 100 feet; quale componente del programma di manifestazioni dedicate agli Incursori della Marina Militare ‘E fluctibus irruit in hostem’ svoltasi a La Spezia dal 10 al 25 Maggio.

    “Una esecuzione consumata in una vasca da bagno”, questa una delle frasi che hanno caratterizzato la conferenza e che ha voluto rendere l’idea di quel che con buona approssimazione sarebbe successo. Gli inglesi avevano invero un conto in sospeso con lo Sciré, lo stesso battello aveva infatti portato uomini e mezzi subacquei ad Alessandria nove mesi prima, dove due delle loro navi da battaglia furono messe fuori uso ad opera degli incursori; è ragionevole credere quindi che non parve loro vero poter saldare il conto proprio con quel sommergibile, che avrebbero atteso nel punto migliore per non dargli alcuna possibilità di reazione, né di potersi in qualche modo disimpegnare dall’attacco o meglio dalla esecuzione: parola che sta a indicare la sopraffazione garantita da forze soverchianti, avente il solo scopo dell’annientamento senza possibilità di resa.
    Arie Lova Eliav, , politico di spicco del partito laburista israeliano e testimone al tempo della vicenda ebbe infatti a dire già nel 1984: ”Valorosi marinai persero la vita per effetto di una esecuzione che l’ammiraglio Cunningham guidò dal suo ufficio di Alessandria”. Lo Sciré quindi era atteso e l’accoglienza fu preparata con cura, il fondale esiguo di cento piedi non consentì disimpegno alcuno nei confronti degli aerei che ronzavano come avvoltoi sulla preda senza perderla per un attimo, dando così le coordinate per la sgancio delle bombe di profondità da parte del Trawler “T 172” – Islay. Ognuna di queste aveva una carica di 300 libbre di Torpex, un composto di sintesi formato da 42% di RDX (uno dei primi esplosivi al plastico), 40% di TNT e 18% di Al. “E’ stato calcolato che la pressione esercitata a un metro di distanza dalla esplosione su quel fondale – precisa l’ammiraglio Celeste – fu dell’ordine di 1.600 Kg per centimetro quadrato”.

    “E’ plausibile che lo Scirè, vistosi perduto, abbia tentato l’emersione probabilmente per salvare l’equipaggio; ma appena affiorò subì il tiro delle artiglierie terrestri dalle alture di Haifa – prosegue l’ammiraglio – che colpirono il battello a proravia della vela. Il sommergibile, quasi spezzato in due, affondò per poi ricevere le ultime sei bombe fatali che lo immobilizzarono per sempre”. Mentre racconta, un video virtuale proiettato in sala aiuta la platea a seguire e partecipare ai quei tragici momenti. Morirono 60 militari, di cui nove ufficiali; due salme però furono tumulate ad Haifa e restituite nel 1984; costoro quasi certamente cercarono di emergere dalla garitta del battello, ma furono investiti dalla enorme pressione sviluppatasi dallo scoppio delle cariche di profondità. Durante il dibattito seguito alla presentazione, qualcuno ha detto di ricordare una versione secondo la quale quei due marinai sarebbero invece stati mitragliati appena emersi, ma è un’ipotesi non verificabile in quanto la fonte di quella versione è oggi scomparsa.
    Il relitto dello Scirè continuò a essere in qualche modo protagonista negli anni che seguirono, lo Stato d’Israele ha sempre fatto di tutto – per come riporta l’ammiraglio Celeste – per tutelare quel luogo che per il basso fondale poteva essere facilmente accessibile da parte di visitatori senza scrupoli. La stessa stampa israeliana stimolò in passato l’Italia ad assumere decisioni per il recupero dei resti umani che erano ancora nello scafo e facilmente visibili; nel contempo Israele si oppose a ogni iniziativa di privati tese al recupero del relitto, incoraggiando invece a che l’operazione fosse condotta dal governo italiano. Una sensibilità e rispetto pregevole che si spiega attraverso una diversa cultura della loro considerazione del soldato morto in azione e i cui resti, se possibile, vanno recuperati assolutamente. Questa almeno è stata la conclusione di merito emersa durante la conferenza.
    Durante il dibattito altri interventi hanno evocato episodi di cui si aveva già sentore e che riguarderebbero l’uso improprio del relitto per scopi di addestramento di altre marine; un rimorchiatore di salvataggio d’altura della Marina USA della classe “Powhtatan” avrebbe addirittura perso la catena dell’ancora in quanto impigliata nel relitto, il che potrebbe far supporre manovre poco dignitose. Si sa comunque che la Marina israeliana, nell’ambito della custodia del relitto, fece delle ispezioni al suo interno; fu infatti restituita alla Marina Militare italiana nel 1995 la bussola magnetica (ora esposta nell’androne del comando di Comsubin) e la piastrina del sottocapo motorista navale Aurelio Peresson, oltre ai resti dei due marinai tumulati ad Haifa.
    La Marina italiana fece due missioni sul relitto, furono recuperati i resti dell’equipaggio, un marinaio era all’interno della garitta di salvataggio e quindi prossimo a risalire, altri furono recuperati nel vari locali. La relazione dell’ammiraglio Celeste è stata minuziosa anche su questi dettagli, oltre a tutti i parametri che hanno contribuito a formulare le ipotesi più verosimili, quali ad esempio l’autonomia in immersione di 70 miglia, che aiuta a stimare la possibile rotta di avvicinamento ad Haifa tenuta dal comandante Zelich. Dal relitto furono asportate delle parti che sono state collocate nel museo delle bandiere al Vittoriano e nel museo della Marina di La Spezia. Quello che resta dello Scirè è stato blindato ermeticamente a cura dei palombari della Marina durante la seconda missione nella rada di Haifa nel 2002.

    Questo articolo e dedicato ai familiari delle vittime del regio sommergibile Scirè, di Luca Ricciardi (Benevento 8.2.1919 – Mediterraneo Orientale 10.8.1942) e di Rocco Tavelli (18.1.1921- 10.8.1942).

    10.8.1942, Luca Ricciardi
    a cura Carmine Polese (Presidente A.N.M.I. Benevento)

    Nasce a Benevento l’8 febbraio 1919, deceduto a bordo del regio sommergibile Scirè nel mare di Haifa (Egitto) il 10 agosto 1942.
    E’ stato insignito della Croce al Valor Militare alla Memoria e Croce al Merito di Guerra con la seguente motivazione:
    “appartenente al Reparto mezzi di assalto della regia Marina prendeva imbarco su sommergibile per partecipare a rischiosa missione di forzamento a munita base avversaria.
    Scoperto e colpito immediatamente il sommergibile da offesa nemica si inabissava con esso lasciando magnifico esempio di elevata virtù militare e di completa dedizione al dovere” (Mediterraneo orientale, 10 agosto 1942).

    Rocco Tavelli (18.1.1921- 10.8.1942)
    Giorgio Gianoncelli

    Sottocapo silurista Rocco Tavelli, croce al Valor Militare alla Memoria.
    Rocco nasce il 18 gennaio 1921 nel borgo di Boffetto, al piede delle Alpi Orobie sulla sponda sinistra del fiume Adda. Figlio dei fiori, e come Gesù Bambino, viene al mondo nel tepore della stalla. La madre, Caterina, è poco più di una bambina, presa da un uomo vuoto, per soddisfare i suoi istinti sessuali. Il bimbo, più che dalla giovane mamma è accudito dall’amorevole nonna Margherita, che vive nella santa miseria dell’epoca e per questo motivo è aiutata dalla famiglia Balbini, e Rocco, divide il letto con il coetaneo Pasquale. La mamma, dopo appena quattro anni dalla nascita del figliolo, se ne va nelle americhe in cerca di fortuna con un uomo del luogo e di loro si perdono le tracce. Il ragazzo frequenta i corsi scolastici regolari, ma cresce con il sogno costante di andare in cerca della mamma lontana. Per questa ragione, forse anche altre, nell’anno 1938 si arruola volontario nella Regia Marina Militare. Corso silurista, imbarchi, poi, la guerra.

    Il Sottocapo silurista Rocco Tavelli è parte del nuovo Equipaggio del Sommergibile Sciré affidato al Comandante Bruno Zelich. Il mattino del 6 agosto 1942, il battello lascia la base di Lero, ronfando si avvia verso il porto di Haifa (Israele), dove arriva la sera del giorno 10 e si posa sul fondo in attesa della notte per rilasciare gli operatori dei “Maiali”, scoperto, è vittima delle bombe di profondità delle Unità inglesi. È il sacrificio di 60 uomini, tra cui Rocco Tavelli, il figlio dei fiori, che ha spento il sogno di ritrovare la mamma lontana, nel giardino del mare.

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    10.8.1916, in ricordo di Nazario Sauro

    foto e documentazione concesse da Romano Sauro a www.lavocedelmarinaio.com

    Lettera testamento di Nazario Sauro ai figli
    (Capodistria 20.9.1880 – Pola 10.8.1916)

    Caro Nino,
    Tu forse comprendi od altrimenti comprenderai fra qualche anno quale era il mio dovere d’italiano.
    Diedi a te, a Libero ad Anita a Italo ad Albania nomi di libertà, ma non solo sulla carta; questi nomi avevano bisogno del suggello ed il mio giuramento l’ho mantenuto. Io muoio col solo dispiacere di privare i miei carissimi e buonissimi figli del loro amato padre, ma vi viene in aiuto la Patria che è il plurale di padre, e su questa Patria, giura, o Nino, e farai giurare ai tuoi fratelli, quando avranno l’età per ben comprendere, che sarete sempre, ovunque e prima di tutto italiani,
    I miei baci e la mia benedizione.
    Papà
    Dà un bacio a mia mamma che è quella che più di tutti soffrirà per me, amate vostra madre! e porta il mio saluto a mio padre.

    …il 10.8.1916, col grido forte e ripetuto più volte dinanzi al carnefice di Viva l’Italia esalò l’anima nobilissima, dando impareggiabile esempio del più puro amore di Patria…

    ‘Su questa Patria giura
    e farai giurare ai tuoi
    fratelli, che sarete sempre,
    ovunque e prima di tutto, Italiani’

    Nazario Sauro (Capodistria 20 settembre 1880 – Pola 18 agosto 1916), ufficiale di marina austriaca, all’entrata in guerra disertò e riparò in Italia per non dover combattere contro i propri connazionali. In Italia si arruolò volontario nella Regia marina con il grado tenente di vascello e partecipò a numerose imprese in acque nemiche, grazie alla sua profonda conoscenza delle coste istriane, e dalmate anche se perfettamente conscio dei rischi a cui andava incontro qualora fosse stato catturato. Dopo molte operazioni andate bene (Parenzo 13/6/1916), il 30 luglio, mentre era a bordo del sommergibile “Giacinto Pullino” in navigazione verso il porto di Pola (allora principale base navale austroungarica), a seguito dell’incagliamento del sommergibile sull’ isolotto della Gagliola, posto all’ ingresso del golfo del Quarnaro, venne fatto prigioniero con tutto l’ equipaggio. Nonostante la madre si rifiutasse di riconoscerlo, venne ugualmente identificato da zelanti austriacanti e deferito al tribunale di guerra.Condannato a morte per alto tradimento, fu impiccato nel carcere di Pola il 10 agosto 1916.

    Alla sua memoria fu concessa Medaglia d’ oro al valor militare con la seguente motivazione:
    “Dichiarata la guerra all’Austria,, venne subito ad arruolarsi volontario sotto a nostra bandiera per dare il contributo del suo entusiasmo, della sua audacia ed abilità alla conquista della terra sulla quale era nato e che anelava a ricongiungersi all’Italia. Incurante del rischio al quale si esponeva, prese parte a numerose, ardite e difficili missioni navali di guerra, alla cui riuscita contribuì efficacemente con la conoscenza pratica dei luoghi e dimostrando sempre coraggio, animo intrepido e disprezzo del pericolo. Fatto prigioniero, conscio della sorte che ormai l’attendeva, serbò, fino all’ultimo, contegno meravigliosamente sereno, e :01 grido forte e ripetuto più volte dinnanzi al carnefice di Viva l’Italia! esalò ‘anima nobilissima, dando impareggiabile esempio del più puro amor di Patria
    Alto Adriatico, 23 maggio 1915 – 10 agosto 1916

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    La forza della pazienza

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    E’ nelle situazioni più difficili che non bisogna preoccuparsi perché l’ostacolo può rappresentare un’opportunità per accrescere forza e pazienza.
    Le persone migliori sono quelle che combattono, quelle che nonostante la lotta o la sconfitta non si fanno cambiare in peggio semplicemente perché mantengono la fiducia in se stessi e, allo stesso tempo, si rendono conto che possono cambiare atteggiamento e modo di vedere e rimuovere gli ostacoli, anche se a volte non è possibile rimuovere e cambiare le circostanze.
    Gli amici o gli ipotetici avversari possono insegnarti quello che hai effettivamente di bisogno.
    In un modo o nell’altro ti fortificano e tu vai avanti, senza paura perché ciò che non ti distrugge ti fortifica.
    P.s. Ringrazio voi tutti “illustrissimi” e “comparse” sottolineando che le medaglie le ho fatte prendere ad altri “angeli” ma adesso il mio e nostro pensiero si deve concentrare esclusivamente sulla “Santa Pazienza”
    A proposito di medaglie: nella carriera militare i miei superiori non se ne sono mai curati …anzi! Neanche una telefonata, neanche un postino della De Filippo, solo ed esclusivamente il sostegno solidale degli amici della rete. Ma questo vostro sostegno vale più una medaglia perché gli amici non si vedono nel momento del bisogno ma sempre. Grazie a tutti e Santa Pazienza.

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    E mentre la nave scivolava sulle onde, portava con sé un uomo divenuto padre

    di Egidio Alberti



    …riceviamo e con immensa commozione pubblichiamo.

    Caro Ezio, 
    ti trascrivo il messaggio che il mio equipaggio mi inoltrò alle ore 141400Z all’ arrivo della notizia:

    DA EQUIPAGGIO NAVE CORMORANO 
    A COMANDANTE NAVE CORMORANO 
    “UN’ATTESA !!! – UN MOMENTO. PENSAMMO…POI… LA NAVE SCIVOLO’ – LENTAMENTE. PORTAVA CON SÉ UN UOMO, IL COMANDANTE, UN MILITARE, UN ORDINE. 
    LA LIETA NOVELLA: E’ NATO. 
    NELL’ ORDINE: L’ORDINE, MENTRE LA NAVE, SCIVOLAVA REGOLARMENTE, PORTAVA CON SÉ UN UOMO, NEO PADRE”. 

    Conservo questo messaggio tra i miei ricordi più cari una vita.

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    2.8.1916, affonda la regia nave Leonardo da Vinci

    di Claudio53

    Sono passati 103  anni dal 2 agosto 1916 ed andrà in scena la solita storia sull’affondamento della Corazzata Leonardo da Vinci.

    Improvvisati esperti di storia, per il solo fatto di aver indossato una divisa, diranno che si trattò di un attentato e metteranno in relazione l’accaduto con il famoso “colpo di Zurigo(*). Cadranno dalle nuvole anche ex marinai e tarantini che dichiareranno di non sapere che nella centralissima villa Peripato quel monumento con il busto di Leonardo da Vinci è dedicato alla nave e non al grande ingegnere, pittore e scienziato italiano. Collocato nel quadrato Ufficiali della Leonardo fu ritrovato 5 anni dopo l’affondamento e fu donato nel 1928 dall’allora Comandante in Capo del Dipartimento Ammiraglio di Squadra Ugo Conz al podestà di Taranto Giovanni Spartera. Anche sul numero dei Caduti, nei vari libri ed articoli, ci saranno variazioni che vanno in media da 248 a 270 ed alcuni continueranno a scrivere che nella tragedia morirono molti giovani tarantini. Poi arriveranno gli articoli sullo scandalo del verdetto finale del processo in cui furono assolti tutti i colpevoli. Per finire si scriverà e parlerà del recupero della corazzata e della grande professionalità degli operai dell’Arsenale Marittimo di Taranto.
    Ebbene, nella confusione più assoluta fatta da improvvisati storici navali o storici locali che scrivono solo per sentito dire, vediamo se è possibile fare un po’ di chiarezza sull’argomento.

    1 – OPERAZIONI DEL RECUPERO DELLA CORAZZATA
    È l’unico argomento trattato adeguatamente da quasi tutti gli storici poiché non esiste alcun dubbio sulla grande professionalità di coloro che furono gli artefici del recupero della nave. Normalmente viene fatto solo il nome del Generale del Genio Navale Edgardo Ferrati il cui progetto per il recupero venne scelto il 26 ottobre 1916 fra i sei finalisti selezionati. Non tutti sanno però che il progetto Ferrati fu in seguito integrato da quelli dei Colonnelli del Genio Navale Rota e Russo e che i lavori furono seguiti localmente dal Maggiore del Genio Navale Giannelli coadiuvato dal Capitano del Genio Navale Celentano e dai Capi tecnici Cassetta e Fontana.

    Intorno alla Corazzata fu allestito un cantiere galleggiante costituito dalla nave supporto Anteo, due galleggianti che erano adibiti ad alloggi per gli operai, cinque pontoni con pompe e compressori per insufflare aria all’interno del relitto. La corrente era assicurata a tutti da due cavi sottomarini collegati alla centrale elettrica dell’Arsenale. I palombari del servizio bacino, sotto la guida attenta del Capitano del Genio Navale Andri, e tanti altri militari e civili dei Cantieri Tosi fecero miracoli per sistemare i cilindri di spinta, tamponare le falle, con le strutture metalliche approntate nel cantiere di Castellammare di Stabia, ed alleggerire la Leonardo da Vinci togliendo tutto ciò che era possibile; ricorrendo a volte ad idee geniali come l’impiego di una piastra speciale per consentire il tamponamento provvisorio di grandi dimensioni, progettata dal Colonnello del Genio Navale Bonfiglietti, a tenuta d’aria, oltre che d’acqua.
    Per 30 mesi lavorarono ogni giorno circa 150 tecnici militari e civili che consentirono di alleggerire la nave di 6 mila tonnellate portandola da 24 mila a 18 mila tonnellate. Fu portata, capovolta, nel bacino in muratura trainata da 4 potenti rimorchiatori e seguendo, in Mar Piccolo, un canale appositamente dragato, profondo 12,5 metri, largo 45 metri e lungo 2,5 km. Durante i lavori, purtroppo, morì un palombaro.
    Il mattino del 24 gennaio 1921, la nave fu riportata capovolta nel punto dove era affondata ed in cui era stata scavata dalle draghe una nuova buca di 20 metri in modo da farle compiere liberamente la rotazione per raddrizzarla. Alle 11 iniziano le operazioni di rotazione (a bordo restarono 5 uomini tra cui il Colonnello Giannelli per manovrare le valvole per imbarcare acqua di zavorra) alle 11.53 la corazzata ruota e si raddrizza.

    2 – I NUMERI ED I NOMI DEI CADUTI
    I Caduti furono in totale 249 di cui 21 Ufficiali. Solo 4 erano nati a Taranto (5 se consideriamo la Provincia). A richiesta possono essere forniti i nominativi.

    3 – TUMULAZIONE PRESSO IL FAMEDIO MILITARE
    Nel famedio di Taranto furono tumulati dopo l’incidente 53 uomini dell’equipaggio in cellette singole o collettive. Il Famedio è una costruzione destinata alla sepoltura o alla memoria di personaggi illustri e talvolta indica anche il luogo in memoria dei caduti in guerra. Il termine è un neologismo nato nel 1889 dal latino fama, “fama”, e aedes, “casa”, letteralmente significa “tempio della fama”.

    Il famedio fu distrutto dalle incursioni aeree americane su Taranto del 4, 5 e 29 agosto 1943. Ricostruito nell’attuale aspetto nel 1945.

    A seguito dei bombardamenti si riuscirono ad identificare solo 10 salme per cui 43 finirono nell’elenco dei “noti ignoti” poiché all’epoca non si faceva l’esame del DNA. I nominativi furono riportati su un nuovo cippo.

    Tutti gli storici sono concordi nell’affermare che il Comandante Picenardi morì 2 giorni dopo la tragedia. Sulla lapide del Famedio Militare è però riportata la data del 3 agosto (!!!).

    4 – LA TOPONOMASTICA ED I MONUMENTI DELLA CITTÀ DI TARANTO
    In ricordo della tragedia della corazzata Leonardo da Vinci a Taranto sono state intitolate:

    • il famedio militare;
    • il viale del cimitero del famedio;
    • una via in zona Lama;
    • la «rampa» Leonardo da Vinci;
    • monumento alla nave Leonardo da Vinci, nel giardino della villa Peripato

    5 – IL MONUMENTO ALLA CORAZZATA IN VILLA PERIPATO
    Chi nato a Taranto da piccolo non è mai andato a vedere alla villa Peripato il laghetto delle oche e delle papere? Chi non ha mai pattinato o andato in bici utilizzando lo spazio della rotonda della villa? Bene il monumento in ricordo della nave Leonardo da Vinci è lì vicino, impossibile non vederlo perché era la migliore zona in cui ci si poteva affacciare per vedere le navi ormeggiate in banchina Torpediniere. Ogni anno il 2 agosto l’evento viene ricordato a Taranto e ripreso dalle TV locali dal “Comitato per la Qualità della Vita” che opera in città da oltre 30 anni.
    A proposito del monumento della villa Peripato, di seguito è riportata una cartolina degli anni ’30 in cui si legge che è dedicato a Leonardo da Vinci e non alla Corazzata …l’ignoranza non è cosa moderna.

    Mettendo a confronto la fotografia della cartolina con una attuale, eseguita con la stessa angolazione, sembra che il “Leonardo” non guardi nella stessa direzione. La statua ha subito qualche modifica? Quando?

    6 – LA CORAZZATA E IL PRESUNTO ATTENTATO
    Se qualcuno va sul sito ufficiale della Marina Militare si accorge che è scritto che … “La nave andò perduta il 2 agosto 1916 mentre era all’ancora nel porto di Taranto per una esplosione interna a seguito di un incendio.” . non si fa riferimento a nessun attentato.

    Su un documento inglese del 1919 è riportato quanto segue:

    CB 1515 (24) – The Technical History and Index, Volume 2, Part 24 “Storage and Handling of Explosives in Warships” (October, 1919) CB 1515 (24) – The Technical History and Index, Volume 2, Part 24  “Storage and Handling of Explosives in Warships” (October, 1919)

    Già all’epoca, fra gli addetti ai lavori, circolava la voce che la causa fosse interna e non dovuta ad un attentato. Su una lettera del 20/8/1916 scritta dall’operaio Galante Romolo dei cantieri Tosi di Taranto ed indirizzata al cugino viene data la colpa dell’incendio al Capitano medico di bordo. L’operaio fu condannato a giorni 25 di detenzione e lire 50 di multa.

    7 – IL PROCESSO
    In merito al processo riporto alcuni passi della lettera del Ministero dell’Interno Direzione Generale della Pubblica Sicurezza. Ufficio Centrale d’Investigazione protocollo 1268 Posizione 479 del 26 maggio 1917 firmata dal Capo dell’Ufficio Centrale d’Investigazione.

    …omissis… “Emerge quindi dalle risultanze su esposte e da altre omesse per brevità che il Vincenzi ed il Criscuolo sono estranei al sinistro della R. Nave Leonardo da Vinci; poiché quanto formò in proposito oggetto delle trattative del Vincenzi cogli emissari austriaci fu tutta una invenzione a lui suggerita dai Comandanti Laureati e Modena e dal Commissario Cimmaruta per sfruttare la credulità del nemico ai fini del nostro contro spionaggio.
    Risulta altresì che il Vincenzi non può in alcun modo aver tradotto quella suggestione fantastica in realtà criminosa poiché non ne ebbe la possibilità non essendosi nemmeno più recato a Taranto dopo che gli fu suggerito il nome della Leonardo da Vinci e perché tutta la sua condotta precedente e successiva al sinistro contrasta colla ipotesi di una sua partecipazione al fatto.
    Invero egli dà indicazioni erronee sul Comandante della nave, sul suo segretario, su una pretesa esplosione dolosa di un polverificio di Foggia, egli partecipa al Ministero della Marina i telegrammi relativi al termine fissato e poi prorogato per il colpo, non dà alcuna notizia dell’avvenuto affondamento della nave, né analoga notizia viene data dal presunto complice che non si fa vivo; e finalmente quando il Vincenzi è chiamato in Isvizzera e comunica alla autorità tale chiamata, parte per l’estero solo dietro autorizzazione e giunto a Zurigo cerca ogni via per comunicare con autorità italiane per avere istruzioni sul da farsi e finalmente, vistosi mancare ogni direttiva, ogni contatto per parte delle autorità italiane, decide di andare in fondo al giuoco pericoloso e si induce a recarsi a Vienna non senza però informare minutamente il Commissario sig. Cimmaruta di quanto gli è accaduto e di quanto sta per fare.
    Nulla di tutto ciò sarebbesi dovuto verificare se il Vincenzi fosse stato realmente autore del fatto. Nei documenti di Zurigo si sarebbero trovate prove della sua mistificazione verso il Ministero della Marina italiana e si sarebbero per contrapposto trovate esatte le indicazioni da lui date all’Austria.
    Egli non si sarebbe indotto a trasmettere a Zurigo le invenzioni suggeritegli, ma avrebbe rettificate le false notizie sul Comandante della nave e sul Segretario del medesimo (preteso correo) etc. non avrebbe comunicato all’Autorità i telegrammi relativi al termine fissato per l’attentato, non quello con cui lo si chiamava a Zurigo, avrebbe trovato modo (e non gli mancava il pretesto plausibile del commercio) di telegrafare convenzionalmente a Zurigo l’avvenuto disastro e di recarsi coll’espediente dei suoi negozi in Isvizzera senza mettere in sospetto l’autorità.
    Avrebbe preso opportuni accordi colla moglie, questa non avrebbe diffidato delle sue lettere per interposta persona ed avrebbe forse condotto con sé la famiglia. Non avrebbe poi con tanta insistenza implorati dalla Svizzera un colloquio col Cimmaruta e non avrebbe scritta la lettera del 24 settembre (alleg.)106
    E allora?
    Allora il Vincenzi ed il Criscuolo sono innocenti”
    omissis…

    8 – CONCLUSIONI
    Le vittime della tragedia furono 249 di cui 21 Ufficiali ed i nati a Taranto erano 4. La nave affondò a seguito di una esplosione come conseguenza di un incendio non affrontato adeguatamente il cui innesco è probabilmente da attribuire alla presenza di lattine di benzina sistemate all’interno dell’unità che presero fuoco e che si poteva estinguere l’incendio allagando subito e completamente i depositi munizioni e salvare la nave ma la condotta del comando e dell’equipaggio non fu tecnicamente corretta.

    La corazzata da Vinci, a seguito di un’esplosione si capovolse e affondò, ma grazie alla competenza e maestria del personale della Regia Marina e dell’Arsenale di Taranto venne riportata al galleggiamento e ancora capovolta venne introdotta in bacino, riparata e riportata in assetto.
    (*)  https://www.lavocedelmarinaio.com/2018/02/21-2-1917-colpo-di-zurigo/

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    2.8.2008, Gino Birindelli: quelli come noi non dimenticano

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    Quest’articolo è dedicato, a undici anni della sua dipartita, a colui che verrà ricordato dagli equipaggi per aver difeso, in ogni occasione, il personale della Marina Militare. Racconteremo ai posteri di quando, nel 1970, in qualità di Comandante in Capo della Squadra, in occasione della visita a bordo di Nave Garibaldi dei parlamentari dell’allora Commissione Difesa, dopo averli ricevuti con i dovuti onori li suddividesti per le varie navi (alla fonda nel porto di Cagliari) impartendo l’ordine ai Comandanti di tenerli prevalentemente nei locali macchine e caldaie.
    Oggi carissimo Ammiraglio di una volta e signore dei mari, a così breve distanza dalla tua ultima missione, le “pagine ufficiali” si sono già dimenticate di te…forse da toscanaccio come eri dicevi le verità in faccia e non eri gradito. Non hanno avuto mai il coraggio di dedicarti una nave (ai tuoi amici tutti lo hanno fatto) ma solo una misera targhetta in un luogo nascosto ai più…
    Del resto Qualcuno disse: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua” (Matteo 13,54-58).

    Questi “…signori” dopo quattro ore di navigazione con mare forza 2/3 furono riportati su nave Garibaldi per la conferenza stampa di rito. All’arrivo dell’Ammiraglio Birindelli si inalberarono tutti per il trattamento ricevuto. L’Ammiraglio, di rimando, rispose: “queste sono le migliori condizioni in cui voi Parlamentari fate vivere i Militari in particolare i Marinai.” Da quel momento ci furono una serie di adeguamenti economici e, soprattutto, il riconoscimento di un lavoro particolare a cui bisognava e bisogna riconoscere un trattamento diverso dai pubblici dipendenti (…intelligenti pauca!).

    GINO BIRINDELLI
    Nasce a Pescia (Pistoia) il 19 gennaio 1911. Nel 1925, appena quattordicenne, lascia il Collegio degli Scolopi di Firenze ed entra nella Regia Accademia Navale di Livorno, da cui esce con il grado di Guardiamarina del Corpo di Stato Maggiore nel 1930. Inizia così una lunga e brillante carriera che lo porta ad essere imbarcato su varie unità di superficie e sommergibili della Regia Marina, tra cui si ricordano l’incrociatore “Ancona”, la corazzata “Andrea Doria”, i cacciatorpedinieri “Quintino Sella”, “Confienza”, “Monzambano” e “Giovanni Nicotera” e i sommergibili “Santarosa”, “Naiade”, “Foca” e “Domenico Millelire”. Promosso Sottotenente di Vascello nel 1931 e Tenente di Vascello nel 1935 assunse successivamente, nel 1939, il comando dei sommergibili “Dessié” prima e “Rubino” poi. L’intensa attività conseguente ai propri impegni marinari non gli impedisce di dedicarsi comunque allo studio: nel 1937, infatti, si laurea in Ingegneria Civile presso l’Università di Pisa. Nel settembre 1939 viene destinato a La Spezia alla Squadriglia MAS per iniziare l’addestramento sui mezzi d’assalto insieme ad altri famosi personaggi quali Teseo Tesei, Elios Toschi e Luigi Durand de la Penne, tanto per citarne alcuni. Inizia così a manifestarsi quella tempra eccezionale di uomo e combattente che lo ha contraddistinto per l’intero arco della sua vita fino a fargli assumere i contorni dell’eroe. L’intensa attività portata avanti alla Bocca del Serchio, luogo deputato a tale tipo di operazioni, gli causa anche problemi fisici: l’ossiggeno dei respiratori gli brucia infatti un polmone nel corso degli allenamenti, ragion per cui viene ricoverato nell’ospedale di Massa, da dove peraltro scappa per rientrare subito a Bocca del Serchio, riuscendo a convincere il Comandante, Ajmone di Savoia, a mantenerlo in servizio. Prende parte attivamente alla prima spedizione dei Mezzi d’Assalto contro la base inglese di Alessandria (Operazione G.A.B1) nella quale viene decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare “sul campo” per il comportamento dimostrato a bordo del sommergibile “Iride” sottoposto ad attacco aereo nel Golfo di Bomba.
    Nell’occasione si tuffava per cinque volte consecutive per portare in salvo un marinaio di leva dell’equipaggio del sommergibile intrappolato nel battello in fase di affondamento. Rientrato in Patria prende parte alla prima e alla seconda spedizione dei Mezzi d’Assalto contro la base inglese di Gibilterra (Operazioni B.G. 1 e B.G. 2); nel corso della seconda spedizione, a causa dell’avaria al proprio mezzo, è costretto ad affondarlo, venendo successivamente catturato e fatto prigioniero dagli inglesi. Per questa azione viene decorato Medaglia d’Oro al Valor Militare. Nei venti mesi successivi rimane prigioniero negli ospedali inglesi ed americani finché, alla fine del 1943, dopo l’armistizio, il Governo Italiano di Badoglio lo fa rimpatriare.
    Nel 1944 viene promosso Capitano di Fregata ed assume l’incarico di Sottocapo di Stato Maggiore dell’Ispettorato Generale MAS, partecipando alla Guerra di Liberazione con mezzi di superficie lungo le coste albanesi ed jugoslave. Le proprie condizioni di salute, però, lo costringono nuovamente ad un lungo ricovero in ospedale. Al termine delle ostilità assume il Comando del Battaglione San Marco e, successivamente, gli viene assegnato l’incarico di Comandante in Seconda della corazzata “Italia”, durante il periodo di internamento ai Laghi Amari in Egitto. Successivamente viene assegnato al Centro Subacquei, gruppo composto per la massima parte da sommozzatori già facenti parte dei mezzi d’assalto, con l’incarico di procedere allo sminamento dell’Alto Adriatico. Proseguendo in carriera frequenta l’Istituto di Guerra Marittima e successivamente assume il Comando prima della 3^ Squadriglia Corvette poi della 3^ Squadriglia Torpediniere. Promosso Capitano di Vascello nel 1952 assume incarichi prestigiosi, tra i quali si ricordano il Comando del Centro Subacquei ed Incursori del Varignano a La Spezia ed il Comando dell’incrociatore Raimondo Montecuccoli con il quale, dal settembre 1956 al marzo 1957, effettua una crociera di circumnavigazione del globo che lo porta a toccare 34 porti di quattro continenti. Viene promosso Contrammiraglio nel 1959, nel cui grado viene prima destinato presso il Centro Alti Studi Militari, assumendo poi nel tempo gli incarichi di Capo di Stato Maggiore Aggiunto del Comando della Squadra Navale e di rappresentante del Comando delle Forze Alleate del Mediterraneo presso il Comando delle Forze Aeree Terrestri del Sud Europa, venendo infine destinato presso lo Stato Maggiore della Difesa. Nel 1962 viene promosso Ammiraglio di Divisione, nel cui grado comanda la 1^ Divisione Navale, nel 1966, promosso Ammiraglio di Squadra, viene chiamato a ricoprire i prestigiosi incarichi di Direttore Generale del Personale della Marina, di Comandante in Capo della Squadra Navale ed infine di Comandante Navale Alleato del Sud Europa, prima a Malta e poi a Napoli. Viene eletto Deputato al Parlamento nella VI Legislatura, dal 1972 al 1976, ed il 15 dicembre 1973 si congeda dalla Marina, circondato dall’affetto e dall’ammirazione di tanta gente, ma soprattutto di coloro, in Marina, per i quali si è sempre battuto. Gli vengono attribuiti riconoscimenti prestigiosi tra i quali, recentemente, l’intitolazione alla sua persona di un padiglione al Museo di Eden Camp, in Inghilterra, ove è posto un esemplare di “Siluro a lenta corsa”, quel maiale con il quale aveva tanto combattuto e tanto si era distinto proprio contro gli inglesi nella Seconda Guerra Mondiale. E’ Morto al policlinico militare del Celio, a Roma, il 2 agosto 2008. I funerali si sono svolti, presso la caserma Grazioli Lante, il 5 agosto 2008.

    ONORIFICENZE
    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al “Merito della Repubblica Italiana”;
    Medaglia d’Oro al Valor Militare;
    Medaglia d’Argento al Valor Militare;
    Croce al merito di Guerra;
    Campagna di Guerra 1940-44 e 1945;
    Medaglia Commemorativa per i volontari della seconda guerra mondiale;
    Nastrino di Guerra 1940/43 con numero uno stelletta;
    Nastrino di Guerra 1943/45 con numero due stellette;
    Ufficiale dell’Ordine della “Corona d’Italia”;
    Medaglia Mauriziana al “Merito di dieci lustri di carriera militare”;
    Medaglia d’Oro per “Lunga Navigazione nella Marina Militare” (20 anni);
    Croce d’Oro con stelletta per “Anzianità di servizio” (40 anni);
    Commandeur dell’Ordine di Dannebrog conferitagli da S.M. il Re di Danimarca;
    Distintivo per il personale dei Reparti d’Assalto;
    Distintivo d’Onore per il personale già destinato presso COMSUBIN;
    Distintivo d’onore di ferito in Guerra.

    IL SUO TESTAMENTO SPIRITUALE

    Prima e più che da un volo in altri cieli. L’immortalità dell’anima è costituita dalla risonanza che, a somiglianza delle onde create dalla pietra gettata nell’acqua ferma del lago, “l’elevato sentire” genera e che, a differenza di quelle, dura sempre. A me che fui il primo diretto comandante di quel pugno di uomini, e che presi parte alle tante discussioni, non risulta difficile indicarne i punti salienti:

    – Lo scopo della vita è creare, fare, dare. L’azione è gioia dello spirito.

    – Non chiedere mai alcunché ad alcuno se non a te stesso. Chiedi al tuo Dio solo e sempre la forza di “non chiedere”, ma ringrazialo continuamente per ciò che sei stato capace di fare.

    – La forza più grande dell’uomo è la volontà, quella che permette di “strappare le stelle dal cielo”, di porre “il cielo come solo limite alle proprie capacità ed aspirazioni”, quella che spinge l’handicappato a cimentarsi nell’agone sportivo, a rendersi autosufficiente con il lavoro.

    – Assisiti senza fine chi si impegna con perseverante sacrificio all’elevazione materiale e spirituale propria ed altrui. Ogni atto di solidarietà che proponi sia, prima di tutto ed in buona misura, a tuo carico.

    – Una più grande Famiglia donataci da Dio. Questa è la patria e ad essa – come tale – si devono dedizione e devozione assolute.

    – La Civiltà è il rispetto si se stessi, degli altri, delle altrui opinioni. La Cultura ha lo scopo precipuo di incrementare il grado di Civiltà degli individui.

    – La Libertà e la Pace sono – solo e sempre – il prodotto dell’impegno duro, indefesso, doloroso degli uomini di buona volontà. La costruzione umana su cui si poggia la Pace ha, come chiave di volta, la Giustizia; quella su cui poggia la Libertà ha il Coraggio.

    – Il coraggio vero, quello che conta, è il Coraggio Morale. Esso deriva dall’onestà, dal senso del dovere, dall’impegno con se stesso a tutelare i diritti umani di tutti.

    – La forza dell’Amore è immensa ed immensamente benefica se ogni suo atto è ispirato e strettamente legato al rispetto della Legge degli uomini onde esso non degeneri in mollezza o, addirittura, in acquiescenza alla sua violazione. Tutto ciò che, nell’empito di Amore, viene dato a qualcuno in termini di tolleranza o perdono è, infatti, sottratto surrettiziamente e definitivamente alla cogenza della norma su cui si basa l’ordinata convivenza della società civile.

    – “In medio stat virtus” è saggia norma di vita ma la realizzazione della “medianità virtuosa” si deve ottenere solo e sempre attraverso la pratica del precetto si-si/no-no, del confronto con l’opposto, della competizione, mai con il compromesso. La competizione leale consente infatti di evitare lo scontro crudele; impedisce che la Pace degradi nel nirvana.

    Solo là dove ogni atto è ispirato a vivo senso di responsabilità ci può essere ordine e democrazia.

    Ma quando sarà dedicata una nave a Gino Birindelli?
    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    Mi sono sempre chiesto e chiedo anche a Voi che leggete: perché a Gino Birindelli non è stata mai dedicata una nave della flotta della nostra Marina Militare?
    Chissà se risponderete e, soprattutto, se risponderanno i responsabili dello Stato Maggiore Marina a questo quesito…
    A molti di noi marinai piacerebbe leggere il nome “Birindelli” sul fianco della nave, Lui è fra i Marinai leggendari che non può e non deve essere sottaciuto per le sue eroiche imprese, per l’intensa attività svolta, per la volontà, per la dedizione e l’attaccamento alla Patria (anche dopo la sua collocazione a riposo) e non per ultimo per la ricostruzione della Marina stessa dopo la Seconda Guerra Mondiale.
    Molti altri eroi Marinai (pluridecorati e non) sono stati onorati con la titolazione della nave per esempio Luigi Rizzo con una fregata rimasta storica per essere stata la prima ad imbarcare un nucleo elicotteri e quindi dando la nascita all’aviazione di marina e gli stessi Durand de la Penne, Mimbelli, Martellotta, Rossetti e Paolucci hanno avuto titolato unità navali che riportano rispettivamente i loro nomi.
    Nave Birindelli perché no?

    A proposito di Gino Birindelli
    di Claudio53 e Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    …riceviamo e pubblichiamo. Se avete cose da aggiungere noi, per adesso, siamo qui.

    Nulla da dire sull’Ufficiale di Marina e sull’Eroe ma dobbiamo evidenziare che sicuramente era un uomo con un carattere difficile, toscanaccio ed irruento, sulla cui carriera finale – nonostante i meriti di Guerra – ha influito il caso sollevato dal governo maltese quando lo dichiarò “persona non gradita” a seguito della sua nomina a COMNAVSOUTH (il Comando fu successivamente spostato da Malta a Napoli).
    Se si tiene conto che erano gli anni 70 periodo delle stragi, del terrorismo ovvero anni drammatici, appare evidente che all’epoca il personaggio fosse scomodo, non tanto per i militari quanto per i politici (anche del suo stesso partito, il M.S.I., che lasciò dopo circa due anni dopo aver ricoperto la carica di Presidente). Peraltro la sua appartenenza alla P2 (da lui stesso confermata) complicò notevolmente le cose.
    Per quanto riguarda l’episodio del febbraio 1970 con cui denunciò lo stato di malessere della Marina ritengo utile, senza togliere nulla alla sua meritoria azione, ricordare che gli aumenti furono opera “diplomatica” dell’Ammiraglio Spigai, Capo di Stato Maggiore della Marina, a cui le esternazioni di Birindelli furono sicuramente utili. Visto che ho citato Spigai evidenzio anche che fu lui ad iniziare a parlare e scrivere della necessità di una legge navale, poi continuò Rosselli Lorenzini ma fu l’abilità dall’Ammiraglio Gino De Giorgi a dare i risultati sperati con la pubblicazione anche del famoso “Libro Bianco”.
    Comunque i tempi sono cambiati e forse dare il suo nome ad una futura nave non sarebbe cosa impossibile.
    Distinti saluti
    Claudio53

    Buongiorno Claudio53, grazie per questa sua disamina come dire pacata e allo stesso tempo molto esaustiva.

    Col suo consenso la pubblicherei a forma di articolo per spronare tutti i Marinai a quell’unità, tanto evocata quanto vituperata, che può sensibilizzare gli attuali vertici della Marina, in particolare dell’ammiraglio De Giorgi figlio prima e dell’attuale Capo di Stato Maggiore della Marina Valter Girardelli, in vista di quelle prospettive e orientamenti di massima della nostra amata Forza Armata. Se buon sangue non mente (ma è un banale modo di dire) l’attuale Capo di adesso e speriamo il prossimo (profondo conoscitore dei meandri dai tempi di Ulisse) possono raddrizzare la rotta lievemente sotto l’allineamento.
    Concordo con Lei che i tempi erano altri (’70 e 80) e qualche volta il politico di turno nazionale è stato anche lungimirante.
    Nelle “scelte” che per noi Marinai e Militi sono tradotti in “ordini” (giuste o sbagliate dei politici e anche degli alti consiglieri al comando) siamo esecutori e parzialmente responsabili mentre i mandanti risponderanno alla loro coscienza (Dio) e anche ai posteri (Cesare).
    Per questo reitero e ribadisco quell’unità (oggi forse più allargata…).
    “Soli si perde”
    Questa è la storia di quattro persone chiamate Ognuno, Qualcuno, Chiunque e Nessuno (proprio come le FF.AA.).
    C’era un importante lavoro da fare e OGNUNO era sicuro che QUALCUNO l’avrebbe fatto!
    CHIUNQUE avrebbe potuto farlo ma NESSUNO lo fece.
    Qualcuno si arrabbiò perché era compito di OGNUNO.
    OGNUNO pensò che CHIUNQUE poteva farlo.
    Andò a finire che OGNUNO incolpò QUALCUNO quando NESSUNO fece ciò che CHIUNQUE avrebbe potuto fare.
    Ergo, il tiro al piccione agli ammiragli, alle carriere, ai 2 marò, ai combattenti visibili ed invisibili, ecc. ecc. che hanno eseguito ma non sono mai stati giustiziati (colpevoli o innocenti) da qualcuno preposto alla giustizia ma dai media, da noi …non proprio come la Sua divina storia che fu invece lapidato dai cattivi “Consigliori” che non erano neanche al Potere.
    LA FORZA E’ NEL GRUPPO (che non è un opuscolo di testo del compianto ammiraglio Mario Lucidi o edito per gli istituti di formazione) E UN POPOLO CHE NON ARROSSISCE ALLA VERGOGNA E’ DESTINATO A SOCCOMBERE.
    Mi perdoni se inconsapevolmente lo abbia turbato ma è il mio modus vivendi.
    P.s. Non mi risulta che ci sia stata una “Norimberga italiana” e neanche processi che abbiano stabilito almeno la verità processuale in chi, consapevolmente o inconsapevolmente, ha sbagliato dal 9 settembre 1943 ad oggi (eccezion fatta per Bettino Craxi).
    Sono certo che comprenderà lo sfogo di questo suo subalterno che ancora oggi si ostina a credere in Patria e Onore e che è convinto che bisognerebbe invece Giurare, con le medesime modalità, per l’Europa prima (ma non c’è ancora un esercito europeo) e forse, ancor prima e di più per la NATO … a tutti coloro che decidono di intraprendere questa navigazione.
    Un abbraccio grande come il mare e il cuore dei Marinai dentro…
    Ezio

    Buongiorno sig. Ezio, puoi pubblicare tutto quello che vuoi nella forma da te ritenuta più utile. Non vorrei passare per estremo difensore della categoria degli Ammiragli ma icoloro che hanno caratteri difficili o le mele marce (o le pecore nere) si trovano a tutti i livelli.
    La stragrande maggioranza dei marinai è sempre stata corretta e disciplinata, senza che questo vuol dire subire passivamente.
    Claudio53