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    5.8.1915, affonda il regio sommergibile Nereide

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    … una storia tristissima.

    “Nomen omen” recitava un detto latino (ripreso anche sulle unità della Marina Militare) che letteralmente significa “il nome è un presagio”. La storia del sommergibile Nereide potrebbe racchiudersi in questo triste presagio. Il 5 agosto del 1915 il regio sommergibile veniva colpito ed affondato dal lancio di siluro austriaco a Zadlo. Persero la vita tutti i 20 uomini dell’equipaggio.
    …strappati al mare e mai più celebrati.
    Le Nereidi erano considerate creature benevole e di natura immortale…

    Quella notte, di quei venti uomini che hanno preferito morire piuttosto che abbandonare il sommergibile con i vessilli italiani, dura 20.766 giorni. Finisce la guerra, ce ne sarà una seconda e poi il rischio del conflitto nucleare. E loro sempre lì sotto, tutti insieme, indissolubile legame tra la follia della guerra, l’eroismo e il sentimento della patria.
    Ma qualcuno, 58 anni dopo decide di interrompere quella missione. Il governo italiano insiste e convince quello Jugoslavo che è ora di riportare in superficie il Nereide. Una bella idea, celebrare quei ragazzi, tornare a celebrare certi valori ormai dimenticati, magari sperare di restituire quei ragazzi ai nipoti che ne hanno solo sentito parlare come qualcosa di empirico. Gli eroi della Nereide.Le operazioni di recupero, con tanto di troupe Rai al seguito, si conclusero il 12 giugno 1972: i sommozzatori, a 37 metri di profondità, riaccendono i fari nel sommergibile e penetrano nel silenzio di quelle stanze immerse nell’acqua. Tutto è come un tempo. In alcuni locali c’è ancora persino l’ossigeno. Vengono recuperati dieci corpi scheletriti (gli altri sono fuoriusciti dalla falla), il diario di bordo, un binocolo, alcuni portamonete di cuoio con qualche spicciolo, piastrine di riconoscimento. Il Nereide viene portato in superficie, trainato al largo e distrutto per sempre con due siluri. Torna sul fondo, stavolta senza i suoi uomini. E per sempre.
    Le dieci piccole bare di zinco, avvolte nel tricolore, sono imbarcate sul dragamine italiano “Mogano” sul quale ricevono tutti gli onori militari. Per i ragazzi del Nereide viene scelta come ultima destinazione il cimitero di Brindisi, il cui porto era stato base del sommergibile quasi 60 anni prima. Strappati dal silenzio e dalla pace di quel comune destino, perché un sommergibilista che muore in mare, lì sotto vuole restare, siamo andati a vedere dove sono finiti i giovani eroi.
    Non ci sono lapidi, né bandiere, né medaglie. Dietro una pietra che non racconta l’enfasi di quel sacrificio né ricorda il valore di quella prima medaglia d’oro.
    Membri equipaggio smg Nereide affondato in Adriatico”, recita quasi in codice Morse la scritta, più fredda del marmo che la raccoglie in un angolo del nostro cimitero comunale.
    Tutti e dieci in un loculo. Nessun accenno ai nomi, né alla provenienza di quei ragazzi, né al fatto che sacrificarono coscientemente la loro vita in nome di quella patria che oggi ci affanniamo pomposamente a celebrare. Strappati alla loro ultima casa sottomarina per richiuderli dietro una lapide terrena, senza memoria e senza mare. Dice l’inno del sommergibilista:
    “Andar pel vaso mar, ridendo in faccia a Monna Morte e al destino. E’ così che vive il marinar, nel profondo cuor del sonante mar”.

    Il regio sommergibile Nereide
    di Claudio Confessore

    Sommergibile di piccola crociera della III Squadriglia Sommergibili della Classe Nautilus, fu costruito nel regio arsenale di Venezia ed entrato in servizio alla fine del 1913 con base operativa Brindisi.
    Affondato alle ore 05.30 del 5 agosto 1915. Non ci fu nessun superstite e morirono i 19 componenti dell’equipaggio ed 1 operaio dell’arsenale di Venezia
    Il Comandante del Nereide era il tenente di Vascello Carlo Del Greco (poi promosso Capitano di Corvetta), nato il 4 agosto 1873 a Firenze ed a cui fu conferita, alla memoria, la prima Medaglia d’Oro al Valor Militare della Regia Marina della prima Guerra Mondiale.


    I restanti componenti dell’equipaggio erano:
     Tenente di Vascello Boggio Corrado nato a Strona il 15 maggio 1880 – Medaglia d’Argento al Valor Militare
     Primo Macchinista Roggero Giuseppe nato a Carbonara Scrivia il 4 febbraio 1884 – Medaglia di Bronzo al Valor Militare
     Capo Meccanico di 2° classe Lollo Antonio nato a Gaeta il 6 marzo 1883- Medaglia di Bronzo al Valor Militare;
     Capo Torpediniere di Seconda Classe De Somma Innocenzo nato a San Giorgio a Cremano 14 aprile 1879 – Medaglia di Bronzo al Valor Militare;
     Secondo Capo Radiotelegrafista Lodi Eutimio nato a Mirandola l’8 febbraio 1892 – Medaglia di Bronzo al Valor Militare;
     Sottocapo Torpediniere Armenio Giovanni nato a Boscotrecase il 28 marzo 1894 – Medaglia di Bronzo al Valor Militare;
     Sottocapo Torpediniere Bortolani Emilio nato a Zocca il 12 maggio 1891 – Medaglia di Bronzo al Valor Militare;
     Marinaio Scelto Accardi Francesco nato a Monte Argentario il 5 gennaio 1891 – Medaglia di Bronzo al Valor Militare;
     Torpediniere scelto Ciaschi Giuseppe nato a Napoli il 25 luglio 1895 – Medaglia di Bronzo al Valor Militare;
     Sottonocchiere Franchini Giovanni nato a Fano 23 febbraio 1893 – Medaglia di Bronzo al Valor Militare;
     Fuochista Bezzi Andrea nato a Genova il 27 settembre 1893 – Medaglia di Bronzo al Valor Militare;
     Fuochista Martino Gennaro nato a Castellammare di Stabia il 18 ottobre 1892 – Medaglia di Bronzo al Valor Militare;
     Torpediniere Elettricista Boni Luigi nato a Piacenza il 10 ottobre 1893 – Medaglia di Bronzo al Valor Militare;
     Torpediniere Erpete Umberto nato a Spezia il 5 febbraio 1895 – Medaglia di Bronzo al Valor Militare;
     Torpediniere Elettricista Piana Giacinto nato a Refrancore il 30 ottobre 1986 – Medaglia di Bronzo al Valor Militare;
     Marinaio Cravetto Giacomo nato a Alice Superiore il 3 agosto 1895 – Medaglia di Bronzo al Valor Militare;
     Marinaio scelto Farnocchia Guido nato a Viareggio il 24 settembre 1893 – Medaglia di Bronzo al Valor Militare;
     Marinaio scelto Tabò Pietro nato a Calizzano il 31 ottobre 1893 – Medaglia di Bronzo al Valor Militare;
     Operaio motorista Benzoni Guido nato a Venezia il 12 marzo 1888 – Medaglia di Bronzo al Valor Militare;

    Nel 1972 si procedette al recupero del sommergibile (su sollecitazione anche della Jugoslavia) e vennero ritrovati dieci teschi e varie ossa che furono ricomposti in 10 piccole urne. Poiché non era possibile riconoscere a chi appartenessero i resti, furono tumulati tutti insieme nel Cimitero Comunale di Brindisi.

    Motivazione della Medaglia d’Oro concessa al Capitano di Corvetta Carlo Del Greco
    “All’alba del 5 agosto 1915 in vicinanza della spiaggia di Pelagosa, di fronte all’improvviso apparire di un sommergibile austriaco a breve distanza che rappresentava sicura morte, tentava con eroica abnegazione di offendere col lancio di un siluro il nemico, ordinando l’immediata immersione del sommergibile Nereide di cui aveva il comando e compiendo tutto quello che il dovere e le circostanze imponevano e consentivano”.

    Da notare che la lapide del monumento riporta 3 agosto 1915 anziché 5 agosto 1915.

    Ulteriori notizie sul regio sommergibile Nereide possono trovarsi ai seguenti link:
    • http://it.wikipedia.org/wiki/Nereide_%28sommergibile_1913%29
    • http://www.scubaportal.it/il-sommergibile-nereide.html

    Egregio sig. Ezio,
    per completare la storia del Nereide le inoltro, in allegato, la foto del Famedio Militare del cimitero comunale di Brindisi in cui si può notare il loculo dell’equipaggio, in cui furono tumulate le 10 piccole bare il 12 giugno 1972. Come si può notare dalla foto, il loculo è posto sotto quello che contiene i resti del Comandante della 3a Divisione Navale della 2a Squadra Contrammiraglio (barone) Ernesto Rubin de Cervin che perì il 27 settembre 1915 nel porto di Brindisi nell’affondamento per esplosione della nave da Battaglia Benedetto Brin, insieme al Comandante della nave Capitano di Vascello Gino Fara Forni di Pettenasco e 454 tra Ufficiali, Sottufficiali, Sottocapi e Comuni.
    Distinti saluti
    Claudio Confessore


    Regio sommergibile Nereide
    a cura Carlo Di Nitto

    Il regio sommergibile “Nereide” (1°), classe “Nautilus”, fu costruito presso il Regio Arsenale di Venezia. Impostato il 1° Agosto 1911 e varato il 25 aprile 1913, fu consegnato alla Regia Marina il 9 settembre 1913. Dislocava 225 tonnellate in emersione e 303 in immersione.
    A prove ultimate, il Nereide passò alle dipendenze della 3^ squadriglia e fu dislocato a Brindisi da dove effettuò normali uscite e brevi crociere di addestramento. Allo scoppio del primo conflitto mondiale, il battello fu impiegato per missioni offensive sotto le antistanti coste nemiche. In particolare, il Nereide compì la prima missione di guerra dei sommergibili italiani trovandosi già in agguato presso Cattaro nella notte dal 23 al 24 maggio 1915.
    Il Nereide fu affondato all’alba del 5 agosto 1915 per siluramento da parte del sommergibile austriaco U. 5 nell’isola di Pelagosa, da poco occupata dall’Italia, nelle cui acque nostre unità subacquee disimpegnavano turni e servizi di vigilanza.
    Con l’Unità scomparve l’intero equipaggio.
    Il Comandante, Capitano di Corvetta Carlo Del Greco, fu il primo marinaio italiano ad essere decorato con Medaglia d’Oro nella Grande Guerra.
    Nell’affondamento perse la vita anche il mio concittadino, capo meccanico di
    2^ classe Antonio Lollo, nato a Gaeta il 06/03/1883 e decorato di Medaglia di Bronzo al V.M. “alla memoria”.
    ONORE AI CADUTI ! 

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    Mentre la nave scivolava sulle onde, portava con sé un uomo divenuto padre

    di Egidio Alberti



    …riceviamo e con immensa commozione pubblichiamo.

    Caro Ezio,
    ti trascrivo il messaggio che il mio equipaggio mi inoltrò alle ore 141400Z DIC 1964 all’arrivo della notizia:

    DA EQUIPAGGIO NAVE CORMORANO
    A COMANDANTE NAVE CORMORANO
    “UN’ATTESA !!! – UN MOMENTO. PENSAMMO…POI… LA NAVE SCIVOLO’ – LENTAMENTE. PORTAVA CON SÉ UN UOMO, IL COMANDANTE, UN MILITARE, UN ORDINE.
    LA LIETA NOVELLA: E’ NATO.
    NELL’ ORDINE: L’ORDINE, MENTRE LA NAVE, SCIVOLAVA REGOLARMENTE, PORTAVA CON SÉ UN UOMO, NEO PADRE”. 

    Conservo questo messaggio tra i miei ricordi più cari una vita.

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    2.8.1916, affonda la regia corazzata Leonardo da Vinci

    di Claudio Confessore

    Sono passati 104  anni dal 2 agosto 1916 ed andrà in scena la solita storia sull’affondamento della Corazzata Leonardo da Vinci.

    Improvvisati esperti di storia, per il solo fatto di aver indossato una divisa, diranno che si trattò di un attentato e metteranno in relazione l’accaduto con il famoso “colpo di Zurigo(*). Cadranno dalle nuvole anche ex marinai e tarantini che dichiareranno di non sapere che nella centralissima villa Peripato quel monumento con il busto di Leonardo da Vinci è dedicato alla nave e non al grande ingegnere, pittore e scienziato italiano. Collocato nel quadrato Ufficiali della Leonardo fu ritrovato 5 anni dopo l’affondamento e fu donato nel 1928 dall’allora Comandante in Capo del Dipartimento Ammiraglio di Squadra Ugo Conz al podestà di Taranto Giovanni Spartera. Anche sul numero dei Caduti, nei vari libri ed articoli, ci saranno variazioni che vanno in media da 248 a 270 ed alcuni continueranno a scrivere che nella tragedia morirono molti giovani tarantini. Poi arriveranno gli articoli sullo scandalo del verdetto finale del processo in cui furono assolti tutti i colpevoli. Per finire si scriverà e parlerà del recupero della corazzata e della grande professionalità degli operai dell’Arsenale Marittimo di Taranto.
    Ebbene, nella confusione più assoluta fatta da improvvisati storici navali o storici locali che scrivono solo per sentito dire, vediamo se è possibile fare un po’ di chiarezza sull’argomento.

    1 – OPERAZIONI DEL RECUPERO DELLA CORAZZATA
    È l’unico argomento trattato adeguatamente da quasi tutti gli storici poiché non esiste alcun dubbio sulla grande professionalità di coloro che furono gli artefici del recupero della nave. Normalmente viene fatto solo il nome del Generale del Genio Navale Edgardo Ferrati il cui progetto per il recupero venne scelto il 26 ottobre 1916 fra i sei finalisti selezionati. Non tutti sanno però che il progetto Ferrati fu in seguito integrato da quelli dei Colonnelli del Genio Navale Rota e Russo e che i lavori furono seguiti localmente dal Maggiore del Genio Navale Giannelli coadiuvato dal Capitano del Genio Navale Celentano e dai Capi tecnici Cassetta e Fontana.

    Intorno alla Corazzata fu allestito un cantiere galleggiante costituito dalla nave supporto Anteo, due galleggianti che erano adibiti ad alloggi per gli operai, cinque pontoni con pompe e compressori per insufflare aria all’interno del relitto. La corrente era assicurata a tutti da due cavi sottomarini collegati alla centrale elettrica dell’Arsenale. I palombari del servizio bacino, sotto la guida attenta del Capitano del Genio Navale Andri, e tanti altri militari e civili dei Cantieri Tosi fecero miracoli per sistemare i cilindri di spinta, tamponare le falle, con le strutture metalliche approntate nel cantiere di Castellammare di Stabia, ed alleggerire la Leonardo da Vinci togliendo tutto ciò che era possibile; ricorrendo a volte ad idee geniali come l’impiego di una piastra speciale per consentire il tamponamento provvisorio di grandi dimensioni, progettata dal Colonnello del Genio Navale Bonfiglietti, a tenuta d’aria, oltre che d’acqua.
    Per 30 mesi lavorarono ogni giorno circa 150 tecnici militari e civili che consentirono di alleggerire la nave di 6 mila tonnellate portandola da 24 mila a 18 mila tonnellate. Fu portata, capovolta, nel bacino in muratura trainata da 4 potenti rimorchiatori e seguendo, in Mar Piccolo, un canale appositamente dragato, profondo 12,5 metri, largo 45 metri e lungo 2,5 km. Durante i lavori, purtroppo, morì un palombaro.
    Il mattino del 24 gennaio 1921, la nave fu riportata capovolta nel punto dove era affondata ed in cui era stata scavata dalle draghe una nuova buca di 20 metri in modo da farle compiere liberamente la rotazione per raddrizzarla. Alle 11 iniziano le operazioni di rotazione (a bordo restarono 5 uomini tra cui il Colonnello Giannelli per manovrare le valvole per imbarcare acqua di zavorra) alle 11.53 la corazzata ruota e si raddrizza.

    2 – I NUMERI ED I NOMI DEI CADUTI
    I Caduti furono in totale 249 di cui 21 Ufficiali. Solo 4 erano nati a Taranto (5 se consideriamo la Provincia). A richiesta possono essere forniti i nominativi.

    3 – TUMULAZIONE PRESSO IL FAMEDIO MILITARE
    Nel famedio di Taranto furono tumulati dopo l’incidente 53 uomini dell’equipaggio in cellette singole o collettive. Il Famedio è una costruzione destinata alla sepoltura o alla memoria di personaggi illustri e talvolta indica anche il luogo in memoria dei caduti in guerra. Il termine è un neologismo nato nel 1889 dal latino fama, “fama”, e aedes, “casa”, letteralmente significa “tempio della fama”.

    Il famedio fu distrutto dalle incursioni aeree americane su Taranto del 4, 5 e 29 agosto 1943. Ricostruito nell’attuale aspetto nel 1945.

    A seguito dei bombardamenti si riuscirono ad identificare solo 10 salme per cui 43 finirono nell’elenco dei “noti ignoti” poiché all’epoca non si faceva l’esame del DNA. I nominativi furono riportati su un nuovo cippo.

    Tutti gli storici sono concordi nell’affermare che il Comandante Picenardi morì 2 giorni dopo la tragedia. Sulla lapide del Famedio Militare è però riportata la data del 3 agosto (!!!).

    4 – LA TOPONOMASTICA ED I MONUMENTI DELLA CITTÀ DI TARANTO
    In ricordo della tragedia della corazzata Leonardo da Vinci a Taranto sono state intitolate:

    • il famedio militare;
    • il viale del cimitero del famedio;
    • una via in zona Lama;
    • la «rampa» Leonardo da Vinci;
    • monumento alla nave Leonardo da Vinci, nel giardino della villa Peripato

    5 – IL MONUMENTO ALLA CORAZZATA IN VILLA PERIPATO
    Chi nato a Taranto da piccolo non è mai andato a vedere alla villa Peripato il laghetto delle oche e delle papere? Chi non ha mai pattinato o andato in bici utilizzando lo spazio della rotonda della villa? Bene il monumento in ricordo della nave Leonardo da Vinci è lì vicino, impossibile non vederlo perché era la migliore zona in cui ci si poteva affacciare per vedere le navi ormeggiate in banchina Torpediniere. Ogni anno il 2 agosto l’evento viene ricordato a Taranto e ripreso dalle TV locali dal “Comitato per la Qualità della Vita” che opera in città da oltre 30 anni.
    A proposito del monumento della villa Peripato, di seguito è riportata una cartolina degli anni ’30 in cui si legge che è dedicato a Leonardo da Vinci e non alla Corazzata …l’ignoranza non è cosa moderna.

    Mettendo a confronto la fotografia della cartolina con una attuale, eseguita con la stessa angolazione, sembra che il “Leonardo” non guardi nella stessa direzione. La statua ha subito qualche modifica? Quando?

    6 – LA CORAZZATA E IL PRESUNTO ATTENTATO
    Se qualcuno va sul sito ufficiale della Marina Militare si accorge che è scritto che … “La nave andò perduta il 2 agosto 1916 mentre era all’ancora nel porto di Taranto per una esplosione interna a seguito di un incendio.” . non si fa riferimento a nessun attentato.

    Su un documento inglese del 1919 è riportato quanto segue:

    CB 1515 (24) – The Technical History and Index, Volume 2, Part 24 “Storage and Handling of Explosives in Warships” (October, 1919) CB 1515 (24) – The Technical History and Index, Volume 2, Part 24  “Storage and Handling of Explosives in Warships” (October, 1919)

    Già all’epoca, fra gli addetti ai lavori, circolava la voce che la causa fosse interna e non dovuta ad un attentato. Su una lettera del 20/8/1916 scritta dall’operaio Galante Romolo dei cantieri Tosi di Taranto ed indirizzata al cugino viene data la colpa dell’incendio al Capitano medico di bordo. L’operaio fu condannato a giorni 25 di detenzione e lire 50 di multa.

    7 – IL PROCESSO
    In merito al processo riporto alcuni passi della lettera del Ministero dell’Interno Direzione Generale della Pubblica Sicurezza. Ufficio Centrale d’Investigazione protocollo 1268 Posizione 479 del 26 maggio 1917 firmata dal Capo dell’Ufficio Centrale d’Investigazione.

    …omissis… “Emerge quindi dalle risultanze su esposte e da altre omesse per brevità che il Vincenzi ed il Criscuolo sono estranei al sinistro della R. Nave Leonardo da Vinci; poiché quanto formò in proposito oggetto delle trattative del Vincenzi cogli emissari austriaci fu tutta una invenzione a lui suggerita dai Comandanti Laureati e Modena e dal Commissario Cimmaruta per sfruttare la credulità del nemico ai fini del nostro contro spionaggio.
    Risulta altresì che il Vincenzi non può in alcun modo aver tradotto quella suggestione fantastica in realtà criminosa poiché non ne ebbe la possibilità non essendosi nemmeno più recato a Taranto dopo che gli fu suggerito il nome della Leonardo da Vinci e perché tutta la sua condotta precedente e successiva al sinistro contrasta colla ipotesi di una sua partecipazione al fatto.
    Invero egli dà indicazioni erronee sul Comandante della nave, sul suo segretario, su una pretesa esplosione dolosa di un polverificio di Foggia, egli partecipa al Ministero della Marina i telegrammi relativi al termine fissato e poi prorogato per il colpo, non dà alcuna notizia dell’avvenuto affondamento della nave, né analoga notizia viene data dal presunto complice che non si fa vivo; e finalmente quando il Vincenzi è chiamato in Isvizzera e comunica alla autorità tale chiamata, parte per l’estero solo dietro autorizzazione e giunto a Zurigo cerca ogni via per comunicare con autorità italiane per avere istruzioni sul da farsi e finalmente, vistosi mancare ogni direttiva, ogni contatto per parte delle autorità italiane, decide di andare in fondo al giuoco pericoloso e si induce a recarsi a Vienna non senza però informare minutamente il Commissario sig. Cimmaruta di quanto gli è accaduto e di quanto sta per fare.
    Nulla di tutto ciò sarebbesi dovuto verificare se il Vincenzi fosse stato realmente autore del fatto. Nei documenti di Zurigo si sarebbero trovate prove della sua mistificazione verso il Ministero della Marina italiana e si sarebbero per contrapposto trovate esatte le indicazioni da lui date all’Austria.
    Egli non si sarebbe indotto a trasmettere a Zurigo le invenzioni suggeritegli, ma avrebbe rettificate le false notizie sul Comandante della nave e sul Segretario del medesimo (preteso correo) etc. non avrebbe comunicato all’Autorità i telegrammi relativi al termine fissato per l’attentato, non quello con cui lo si chiamava a Zurigo, avrebbe trovato modo (e non gli mancava il pretesto plausibile del commercio) di telegrafare convenzionalmente a Zurigo l’avvenuto disastro e di recarsi coll’espediente dei suoi negozi in Isvizzera senza mettere in sospetto l’autorità.
    Avrebbe preso opportuni accordi colla moglie, questa non avrebbe diffidato delle sue lettere per interposta persona ed avrebbe forse condotto con sé la famiglia. Non avrebbe poi con tanta insistenza implorati dalla Svizzera un colloquio col Cimmaruta e non avrebbe scritta la lettera del 24 settembre (alleg.)106
    E allora?
    Allora il Vincenzi ed il Criscuolo sono innocenti”
    omissis…

    8 – CONCLUSIONI
    Le vittime della tragedia furono 249 di cui 21 Ufficiali ed i nati a Taranto erano 4. La nave affondò a seguito di una esplosione come conseguenza di un incendio non affrontato adeguatamente il cui innesco è probabilmente da attribuire alla presenza di lattine di benzina sistemate all’interno dell’unità che presero fuoco e che si poteva estinguere l’incendio allagando subito e completamente i depositi munizioni e salvare la nave ma la condotta del comando e dell’equipaggio non fu tecnicamente corretta.

    La corazzata da Vinci, a seguito di un’esplosione si capovolse e affondò, ma grazie alla competenza e maestria del personale della Regia Marina e dell’Arsenale di Taranto venne riportata al galleggiamento e ancora capovolta venne introdotta in bacino, riparata e riportata in assetto.
    (*)  https://www.lavocedelmarinaio.com/2018/02/21-2-1917-colpo-di-zurigo/

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    25.7.2020, a Latina messa in suffragio per Stefano Carino

    di Giovanni Gianfranco Aglianò

    Sabato 25 luglio 2020, si terrà una messa in suffragio del nostro Frà Stefano Carino.
    La funzione religiosa è prevista per le ore 18:00 presso la Chiesa di San Luca al quartiere q4 di Latina.
    Prima della funzione ci recheremo al cimitero dove sono custodite le spoglie del nostro amato LEONE.
    IN TENEBRIS ATTENDIMUS
    PER MARE PER TERRAM

    di Marinai per sempre

    (Napoli, 26.12.1958 – Latina, 21.3.2020)

    Caro Stefano,
    in certi momenti della vita scrivere o comunicare sentimenti diventa difficile e oggi, nel giorno della Tua dipartita lo è ancora di più. Si ha sempre la sensazione che le parole siano vuote e che non possano esprimere appieno la nostra tristezza. Facciamo ancora fatica a crederci, siamo arrabbiati, nella nostra mente non possiamo pensare altro a frasi come: ”Non è giusto!” o come “Lui non se lo meritava!”.


    Ci sentiamo di far sapere a quelli che non ti conoscevamo, che ci hai insegnato il vero senso delle parole Patria e Onore, senza retorica alcuna, sempre in trincea, allineati e coperti come a suo tempo ci avevano insegnato i nostri predecessori marinai.
    Sai già che occuperai per sempre un posto speciale nei nostri cuori.

    Forse questi pensieri possono sembrare semplici esternazioni ma sono profondamente veri. La Tua morte porta solo dolore nei nostri cuori
    Anche se la Tua vita non è stata lunga l’hai sicuramente vissuta intensamente. Una vita straordinaria come la Tua fine terrena, tra cielo e mare, tra i sogni e i ricordi indelebili, tracciati nell’onda, lungo la scia, fra i flutti…tra raduni e condivisioni!

    Nello scrivere queste brevi parole abbiamo cercato delle possibili citazioni e la scelta era vasta. Pensavamo di usare un brano di un grande scrittore, ma nulla alla fine avrebbe reso l’idea dell’uomo che noi tutti abbiamo conosciuto. Tu sostenevi l’importanza della famiglia, il valore degli amici e ci ha insegnato a sostenerci l’un l’altro, a credere nelle nostre forze e a lottare per ciò in cui si crede e si ama.

    Dio ci fa comprendere proprio in questo giorno, insieme ai tuoi familiari, che se anche ci mancano le persone a noi più care, come te Stefano, Lui ci ha donato la Grazia che è l’amicizia nel prossimo e l’amicizia nel prossimo è la Sua Grazia, in una parola sola: amore.
    Lo stesso amore che tu hai riposto in noi oggi e noi lo riponiamo in te M/SDI Stefano Carino.
    Adesso riposa in pace fra i flutti dell’Altissimo magari pregando per noi come noi preghiamo per te.

    Sentite condoglianze a Paola Ciccarelli e a suo figlio.

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    E’ questa la mia convinzione

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    Questa riflessione è ispirato dalla ferma volontà e convinzione di aiutare il prossimo come Lui mi ha insegnato. Ringrazio gli amici di facebook, soprattutto quelli che ne fanno uso diligente, perché sanno che è un potente mezzo di espressione e di solidarietà.
    Ringrazio i collaboratori del mio piccolo diario di bordo “lavocedelmarinaio.com” e tutti coloro che ci seguono e che hanno lasciato una traccia del loro passaggio sul sito.
    Ringrazio mia moglie Paola, i miei figli Eleonora e Giorgio, che ancora, dopo tanto tempo, riescono a sopportarmi.

    …ai miei pseudo finti parenti, amici e colleghi.

    L’avidità conduce alla sofferenza, sia che si tratti di desiderio di ricchezza, di sesso, di potere, o di fama. Spinti dalla brama non ci accorgiamo che queste cose fanno soffrire. Questi desideri trascinano nell’inferno degli abissi, e moriremo.
    No, non sto piangendo. Mi sto solo vergognando e mi tengo il volto tra le mani, per scaldare la mia solitudine. Mani che proteggono, mani che nutrono, mani che impediscono alla mia anima di vivere nella rabbia.
    Volevo muovermi, volevo smuovere le acque putride del pantano, non certamente diventare questo o quello, ma quando vedi che sul tuo cammino si presentano delle montagne altissime, senti che è impossibile. Allora tenti di consolarti e dici: “Va bene così; non c’è bisogno di andare da nessuna parte, non c’è nessun posto dove andare.”
    Eppure sai che il bisogno è ancora là in agguato. La sconfitta non può mai distruggere il desiderio. Aspetterò la stagione giusta e, quando mi sentirò di nuovo pieno di energia, quando sarò più positivo, più immerso nei miei sogni, il desiderio si ripresenterà e la rassegnazione andrà in fumo.
    La costante ricerca di un desiderio salutare, come il desiderio di proteggere la vita, di proteggere l’ambiente o di aiutare la gente a vivere una vita semplice e con il tempo per prendersi cura di sé, di amare e prendersi cura dei propri cari, questo è il genere di desiderio che conduce alla felicità …quella felicità che voi non conoscete semplicemente perché non avete vissuto.
    Tutte le cose hanno bisogno di cibo per vivere e per crescere, inclusi l’amore e l’odio. L’amore è una cosa vivente, l’odio è una cosa vivente. Se non nutri il tuo amore, esso morirà. Se tagli la fonte di nutrimento alla tua violenza, anche la tua violenza morirà.

    La rassegnazione non è una cosa buona, non va proprio bene.
    Il bisogno e il coraggio di vivere è ancora là in agguato e  la sconfitta non potrà mai distruggere il desiderio.
    L’accettazione è una cosa totalmente diversa. L’accettazione non significa aver accettato la sconfitta. Significa solo che non c’è sconfitta né vittoria.
    La semplice idea di vittoria e sconfitta è stupida! Contro chi sarai vincitore?
    È il tuo mondo: ne sei parte ed esso è parte di te.
    Non ci sono nemici contro i quali lottare. Stai lottando con la tua ombra.
    L’accettazione è splendida. La rassegnazione è sconfitta, l’accettazione è vittoria.
    Tra le due c’è una grande differenza. Sul piano esistenziale non hanno lo stesso significato. Si diventa rassegnati quando si sente che tutto è senza speranza, che niente è possibile, non perché il desiderio sia scomparso: il desiderio è ancora là.
    Abbiamo il seme della disperazione, della paura. Ma abbiamo anche il seme della comprensione, della saggezza, della compassione, e del perdono. Se sappiamo come innaffiare il seme della saggezza e compassione in noi, quel seme, questi semi, si manifesteranno come energie potenti che ci aiuteranno a compiere un gesto di perdono e compassione. Ciò basterà a recare un immediato sollievo alla nostra vita, alla nostra nazione, al mondo.
    Vi perdono e vi compatisco. Questa è la mia convinzione.

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    19.7.1940, affonda regia nave Bartolomeo Colleoni

    di Antonio Cimmino e Carlo Di Nitto

    Banca della memoria - www.lavocedelmarinaio.com

    In Memoria di Nicola Manzo, Pietro Turi, Eraldo Sassetoli e di coloro che non fecero rientro alla base…

    Il regio incrociatore Bartolomeo Colleoni fu affondato dal cacciatorpediniere inglese Ilex e Havock nella battaglia di Capo Spada (Creta) del 19 luglio 1940.
    Nella battaglia morirono 129 marinai mentre i 525 naufraghi furono raccolti dalla squadra navale inglese ed avviati alla prigionia.

    regio incrociatore Bartolomeo Colleoni - www.lavocedelmarinaio.com
    Nicola Manzo era nato a San Giuseppe Vesuviano (Napoli), era imbarcato sul Regio Incrociatore Colleoni dove fu ferito durante il combattimento e con un braccio asportato dalle esplosione.

    19.7.1940 Marinaio Nicola Manzo della regia nave Colleoni - www.lavocedelmarinaio.com
    Pietro Turi era nato a Castellammare di Stabia (Napoli), naufrago e successivamente prigioniero in India e Inghilterra.

    19.7.1940 Marinaio Pietro Turi della regia nave Colleoni - www.lavocedelmrinaio.com

    Regio incrociatore Bartolomeo Colleoni
    a cura Carlo Di Nitto

    Il regio incrociatore leggero Colleoni, classe “di Giussano” o “Condottieri”, dislocava 6900 tonnellate.
    Varato il 21 dicembre 1930 presso i Cantieri Ansaldo di Genova, entrò in servizio il 10 febbraio 1932.
    Il 19 luglio 1940 il “Colleoni” (comandato dal C.V. Umberto Novaro, Medaglia d’Oro al Valor Militare) unitamente al gemello “Bande Nere” si trovava a poco più di sei miglia da Capo Spada (isola di Creta). Vennero intercettati da una soverchiante formazione navale britannica. Ne scaturì un violento combattimento nel corso del quale il “Colleoni” venne ripetutamente centrato dal tiro nemico.
    Colpito gravemente nell’opera viva e con incendio a bordo, l’unità rimase immobilizzata alla mercé del nemico. Venne finito dai siluri dei cacciatorpediniere “Hyperion” ed “Ilex”.
    Affondò alle ore 09.00 portando con sé 129 Marinai.
    Invece, nel corso delle ostilità, i CC.TT. fotografati ebbero, in altre occasioni, le seguenti perdite di Marinai:
    – Libeccio : 27 Caduti
    – Grecale : 31 Caduti
    – Scirocco : 234 Caduti
    ONORE AI CADUTI!

    Una bella immagine del Regio Incrociatore “Bartolomeo Colleoni” in manovra a Venezia. In secondo piano, la 10^ squadriglia Cacciatorpediniere composta (da sinistra) dai Regi CC.TT. “Libeccio”, “Grecale”, “Scirocco” e “Maestrale”.

    Battaglia Capo Matapan: due strani, misteriosi e inquietanti episodi
    di Salvatore Amodio

    segnalato da Carlo Di Nittto

    Ciao Ezio, 
    ti inoltro un articolo a firma Salvatore Amodio, pubblicato sul notiziario dell’Associazione Nazionale Marinai d’Italia del Mese di Marzo 1996, in occasione dell’anniversario della tragica battaglia navale di capo Matapan. In quel luttuoso evento, accaduto il 29 marzo 1941, la Regia Marina Italiana perse cinque splendide unità: gli incrociatori pesanti “Fiume”, “Pola”, “Zara” e i Cacciatorpediniere “Alfieri” e “Carducci”. Nello scontro e nei giorni successivi trovarono la morte 2331 Marinai italiani. 
    Nell’articolo sono riportati due strani ed inquietanti episodi, già noti agli studiosi di storia navale, ai quali ancora oggi non si riesce a dare una spiegazione razionale.

    ACCADDE ALL’ALBA PRIMA DELLO SPUNTAR DEL SOLE
    “… Durante l’ultima guerra il marinaio Giovanni Pinta era imbarcato sul “Fiume” quando l’incrociatore fu mortalmente colpito dal fuoco delle corazzate inglesi nel corso della battaglia di Capo Matapan. Il comandante Giorgi aveva dato l’ordine di abbandonare la nave, quand’erano risultati inutili tutti i tentativi di spegnere gli incendi divampati a bordo, e si era lasciato affondare con essa.
    Un gruppo di superstiti, vagando alla deriva su una zattera, senz’acqua e senza viveri, fu raccolto dopo cinque giorni; ma all’alba del secondo giorno…
    All’alba del secondo giorno vissero un’esperienza, che Giovanni Pinta una volta a terra narrò ad un suo ex comandante, l’ammiraglio Aldo Cocchia (noto storico navale n.d.r), il quale ne fece oggetto di un articolo pubblicato da “Il Tirreno” dell’’11 febbraio 1951.
    “Fu all’alba, poco prima che spuntasse il sole, (cito dall’articolo del com.te Cocchia) – mi disse Pinta. Mare, soltanto mare, un mare calmo, oleoso. Non avevamo da bere né da mangiare e qualcuno di noi già smaniava per la disperazione, ma la nave la scorgemmo tutti, un quattro – cinque miglia lontano da noi. Spuntava dal mare: lo capimmo subito. Prima gli alberi, il fumaiolo, il torrione. Chi di noi non avrebbe riconosciuto il “Fiume”?

    “Venne fuori il ponte di comando, poi spuntarono i cannoni. Affiorò fin quasi alla coperta, ma con una lentezza che ci pareva di morire. Qualcuno urlò, ma in quello scafo apparso su dal mare c’era qualcosa che non dava gioia, qualcosa che agghiacciava, invece di rallegrarci.
    “Per un lungo istante fummo convinti che il “Fiume” si sarebbe avvicinato, che sarebbe venuto a prenderci, che ci avrebbe tolto dall’agonia nella quale vivevamo… La nave rimase ferma lì, per un po’ di tempo, senza riuscire a venir fuori tutta, poi, poco a poco, quasi insensibilmente, scomparve”.
    Questo fu l’episodio narrato da Giovanni Pinta al suo superiore; alcuni uomini, sperduti sul mare, “rivedono” la loro nave affondata due notti prima col suo comandante. Fu un episodio vissuto in uno stato particolare, di disagio e di angoscia, ma vissuto da più uomini i quali, in seguito, confermarono il racconto di Pinta.
    Ma questo non fu il solo fenomeno fuori dell’ordinario verificatosi in occasione della tragedia di Capo Matapan; nello stesso scritto del comandante Cocchia viene riferito un altro fatto inspiegabile.
    In quella battaglia primo ad essere colpito fu il nostro incrociatore “Pola” che, in preda alle fiamme, rimase immobilizzato in mezzo al mare. In suo soccorso mossero gli incrociatori “Fiume” e “Zara” scortati da quattro caccia. Purtroppo anch’essi erano destinati a subire la stessa sorte del “Pola”, come s’è visto dall’episodio precedente a proposito del “Fiume”.
    Le nostre navi, dunque, navigavano in soccorso del “Pola” ignare di essere state, a loro volta, già rilevate dai radar avversari. Questa nuova apparecchiatura, della quale gli italiani erano privi, ebbe peso determinante sull’esito di quella sfortunata battaglia.
    Gli inglesi rilevarono le nostre navi e poi individuarono “prima attraverso i radar e poi direttamente, un incrociatore tipo “Colleoni” a proravia delle due maggiori “Fiume” e “Zara”, quasi battistrada della formazione italiana.

    “Lo videro tutti dalle navi britanniche, lo videro e ci spararono contro, finché quello, incendiato, non si allontanò dal campo di battaglia…”
    L’avvistamento e l’azione che ne seguì furono annotate dall’ammiraglio Cunningham, comandante della formazione avversaria, nel suo rapporto ufficialeAnche i superstiti del “Pola”, che assisté inerte allo scontro, affermarono di aver visto un “Colleoni” abbandonare in fiamme il campo.
    Ebbene risulta con assoluta certezza, da varie fonti storiche che esaminarono minuziosamente, minuto per minuto, tutto quanto avvenne durante quella battaglia, che “nessun’altra nave italiana” si trovava in quelle acque quella notte, oltre quelle che navigavano in soccorso del “Pola”.
    Non solo, ma “lo strano è che proprio in quelle acque dell’Egeo – prosegue in comandante Cocchia – circa otto mesi prima di Matapan, l’incrociatore “Colleoni” era affondato combattendo valorosamente contro il “Sidney” britannico”.
    Dunque il “Colleoni” non poteva essere. Nessuna altra unità navale italiana si trovava in quelle acque.
    Contro chi spararono gli inglesi?
    Anche questo fu un fenomeno di allucinazione collettiva?
    Si noti che anche l’apparecchiatura radar rilevò il presunto battistrada in testa alla nostra piccola formazione.
    Questi interrogativi rimasero senza risposta”.

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    16.7.1958, ricordando Antonio Maccario

    di Maurizio De Fazio

    Maresciallo deceduto in servizio sul Montecuccoli che non è stato neanche decorato con una medaglia d’oro nonostante egli stesso fosse anche reduce del secondo conflitto mondiale.

..

    Riceviamo e con infinito orgoglio e piacere pubblichiamo questa testimonianza.
    
Molte volte mi sono chiesto se il motto “una volta marinai, marinai per sempre” non debba essere esteso anche per i parenti. Grazie Maurizio per averci reso partecipe di questa gioia che inseriamo nella “banca della memoria”. Zio Antonio non riceverà da noi una medaglia ma sono certo che chi leggerà attentamente la accorata mail non dimenticherà di rimarcare con un commento chi è salpato prima di noi per l’ultima missione…chissà se un giorno dal Ministero Difesa Marina esaudiranno, ora per allora, la tua richiesta.
    (Pancrazio “Ezio” Vinciguerra).

    Ciao Ezio, 
    sarei contento se questa foto sarebbe inserita come cronistoria della Marina dove dal tuo sito vedo innumerevoli storie.
Questa foto, che ti allego, ritrae mio zio deceduto sull’incrociatore Montecuccoli il 16 luglio 1958 mentre stava in campagna di istruzione per raggiungere Boston e Filadelfia.
 Perse la vita per cercare di salvare un marinaio nelle stive della nave a causa del CO2.
 Pensa non è stato neanche decorato con una medaglia d’oro nonostante egli stesso fosse anche reduce del secondo conflitto mondiale.
    
Grazie Maurizio.