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    20.10.1928, regia nave Città di Milano rientra in Italia

    di Carlo Di Nitto

    La regia nave posacavi Città di Milano (2^), dislocava 5380 tonnellate. Ex germanica “Grossherzog Von Oldemburg” era stata varata il 21 ottobre 1905 nei Cantieri tedeschi Schichau di Danzica e consegnata all’Italia nel 1919 in conto risarcimento danni di guerra. Entrò in servizio nella Regia Marina il 1° agosto 1921.
    Verso la fine del 1927, venne prescelta come nave appoggio logistico ed organizzativo alla spedizione artica del dirigibile “Italia”, comandata dal generale Umberto Nobile. Sottoposta a lavori di adattamento per l’impresa, consistenti nel rafforzamento dello scafo mediante ricopertura di lastre d’acciaio, fu opportunamente equipaggiata con attrezzature scientifiche, telegrafiche e meteorologiche. Con l’equipaggio integrato da alpini, scienziati e studenti universitari, il 20 marzo 1928 partì dal porto di La Spezia diretta alle isole Svalbard in Norvegia.

    Dopo la perdita del dirigibile “Italia” e di parte del suo equipaggio, dalla nave “Città di Milano” si attivarono le procedure di coordinamento, ricerca e soccorso che permisero il salvataggio dei superstiti, passati alla storia delle esplorazioni polari come i “naufraghi della Tenda Rossa”.
    Tornata in Italia il 20 ottobre 1928, a conclusione della spedizione, riprese la sua normale attività svolgendo numerose campagne di posa e di manutenzione di cavi telegrafici e telefonici.
    Allo scoppio della seconda guerra mondiale, la notte tra il 10 e l’11 giugno 1940, prese parte alla nostra prima operazione di guerra sul mare interrompendo i cavi telefonici che collegavano Gibilterra con Malta.
    Dopo la proclamazione dell’armistizio, il 9 settembre 1943, venne autoaffondata nel porto di Savona, per non farla catturare dei tedeschi. Il relitto, recuperato a fine aprile 1948, venne demolito a Vado Ligure nei mesi successivi.

    …riceviamo e pubblichiamo (ore 21.10. del 7.2.2019)

    Ciao Ezio,
    volevo essere d’aiuto, in merito all’auto affondamento della regia nave Città di Milano, di una confessione che mi aveva fatto un Marinaio imbarcato su quella nave. Si chiamava De Maria o Di Maria di Genova poi potrai Tu verificare quale dei due cognomi è quello giusto, e adesso proverò a dirti cosa è successo tra l’8 e il 9 settembre del 1943 nel Porto di Savona da quello che mi ha raccontato Di Maria iscritto all’A.N.M.I. di Genova.
    Come tu saprai dall’8 settembre del 1943 è successo di tutto e non solo a Savona, c’era molta confusione, per farla breve nel porto, oltre ai Marinai della Regia Marina, c’erano quelli tedeschi della Kriegsmarine, si conoscevano e c’era anche un sano cameratismo tra loro ed è per questo che non c’è stato nessun atto di forza da parte della Kriegsmarine per impossessarsi della nave (questo naturalmente l’8 settembre). Sempre dal racconto del Di Maria pare che gli stessi marinai della Kriegsmarine avevano avvisato che il giorno 9 reparti della Wermacht avrebbero fatto un colpo di mano per impossessarsi della nave, cosa che poi avvenne il giorno successivo. Mi raccontava che quel giorno successe di tutto nel Porto di Savona, fischiavano pallottole da tutte le parti, l’equipaggio della Città di Milano ha risposto al fuoco con le armi che aveva, ma la superiorità tedesca era nettamente superiore. E’ stato allora che il Di Maria insieme ad un altro Marinaio (che non ricordo il nome) sono scesi in sala macchine per aprire le valvole per l’auto affondamento, operazione avvenuta con successo.
    I tedeschi della Wermacht erano molto arrabbiati, fortunatamente per i marinai della Città di Milano, quelli rimasti (parecchi avevano disertato, non so se tu voglia scriverlo), sono stati fatti prigionieri da quelli della Kriegsmarine che li hanno trattati bene, prima di internarli nei campi di prigionia. 
    Spero di essere stato d’aiuto nell’aggiungere un’altra pagina della storia dei Marinai di una volta, sicuramente il Marinaio Di Maria è stato l’artefice dell’auto affondamento della regia nave Città di Milano!
    Vedi se riesci a correggere qualcosa, come ti ho già scritto non sono bravo a scrivere, ma  ci ho messo tutte le emozioni che il Di Maria mi ha trasmesso raccontandomi questa storia! 
    Ti auguro una serena serata e come dici sempre Tu:  
    Un abbraccio grande come il mare della Misericordia
    Giorgio Andreino Mancini

    Buongiorno Giorgio,
    accipicchia mi sono commosso. 
Innanzitutto ti dico che sei molto più bravo a scrivere di quanto tu pensi semplicemente perché hai scritto con la voce del cuore e di un Marinaio di una volta di cui ti prometto che cercheremo di conoscere la sua storia e il suo volto 
con l’aiuto di altri amici e colleghi nel blog.
    Nella certezza e consapevolezza che la storia siamo noi, con la nostra memoria storica, con i racconti tramandati, mi auguro che i lettori leggano, confermano ed aggiungano altro, per questo nostro amore incondizionato per il mare e per la Marina che abbiamo servito in tempi diversi ma da “Marinai di una volta e quindi da Marinai per sempre”
 .
    Tuo Ezio
    P.s. Siamo sulla rotta giusta, la rotta della solidarietà che farà attraccare la nostra nave, Nave Gerusalemme al Porto dell’Altissimo …marinai di una volta!
    Pancrazio “Ezio”
    (ore 10.28 del 8.2.2019)

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    20.10.1970, la data del mio congedo da marinaio (6°/48)

    di Franzo Osvaldo

    nave-altair-www-lavocedelmarinaio-comIl 20 ottobre del 1970, uno dei giorni più tristi della mia vita, proprio a quest’ora io e i miei Frà sbarcammo dalla nostra amata nave Altair nella banchina di Cagliari. Con le lacrime agli occhi si faceva il saluto alla nostra gloriosa Bandiera, l’ultimo saluto a quella che per due anni è stata la nostra casa, il nostro posto di combattimento a protezione delle nostri genti e del nostro mare. Eravamo saliti a bordo poco più che ragazzini e dopo due meravigliosi anni sbarcammo da uomini temperati ad ogni evenienza.
    I miei ricordi vanno inevitabilmente ai Frà che non ci sono più e che ora navigano in un altro mare continuando a vegliare sudi noi: “ciao fratelli un giorno ci ritroveremmo in quel mare”; una grande commozione allora come ora, e rivedo tutti gli amici schierati a poppa, anche loro commossi e ci salutavano, e ci dicevano addio, sapevamo che non ci saremmo più rivisti.
    equipaggio-di-nave-altair-foto-franzo-osvaldo-www-lavocedelmarinaio-comQuel giorno i nostri pensieri andavano a tutte le avventure vissute in mare, molte belle, e alcune tragiche (la storia del fusina) e tante altre.
 Ricordo che ci recammo alla stazione di Cagliari ma lungo il percorso di via Roma le nostre gambe e la mente volevano tornare indietro, da Cagliari ad Olbia per prendere il traghetto. 
Alcuni ci salutarono subito perché erano sardi, altri alla stazione di Roma andavano al sud, altri ancora al nord. Erano distacchi e dolore ad ogni stazione, e finalmente arrivo il mio turno e quello di Antonello Fabio (che ora sta navigando in altro mare). Arrivammo a Venezia, l’ultimo saluto il più duro e doloroso, era tutto finito.

    franzo-osvaldo-per-www-lavocedelmarinaio-com

    Un’altra vita iniziava, una vita dura e difficile che ci avrebbe portato più tardi a mettere su famiglia e figli a cui abbiamo trasmesso le nostre esperienze di sacrificio e dovere verso gli altri. 
E ora, a distanza di tanti anni, con altrettanta commozione, con gli occhi un po’ arrossati saluto tutti i Frà del 6°/48 e quelli dell’Altair con un grosso VENTO IN POPPA. 
Ciao Frà.

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    13.10.2012, nel ricordo di Mario Toscano

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    banca-della-memoria-www-lavocedelmarinaio-com

    Quando quel giorno ricevetti  la sua mail, con allegata la foto, rimasi per un attimo interdetto (Pancrazio”Ezio” Vinciguerra).

    Ciao Ezio,
    La mia Storia?
…Ultimo aggiornamento: più di un anno fa!
    Le foto sono state scattate presso San Giorgio. 
In queste foto non ci sono solo i ricordi degli imbarchi su Nave San Giorgio ma una grossa fetta della mia storia. Amici che non ho più ma spero di incontrare nuovamente nell’altra vita, mi sto emozionando, ciao a tutti quelli che ho conosciuto… Mario.

    Solo qualche giorno dopo pubblicai l’articolo che segue, era il 13 ottobre 2012

    Mario Toscano, marinaio per sempre


    Ciao Mario,
    anche se molti non ti hanno conosciuto personalmente, mi sento di affermare a nome di tutta la grande famiglia dei marinai di una volta, che hai occupato un posto speciale nei nostri cuori per la tua umanità e per quell’inconfondibile e contagioso sorriso. 
Come tutti i marinai, anche se la tua vita non è stata lunga l’hai sicuramente vissuta intensamente e fuori dal comune, una vita straordinaria come la tua fine terrena, tra cielo e mare.
 Oggi ci portiamo dentro il ricordo indelebile tuo e delle tue ultime parole che hai voluto donarci rima della tua dipartita.
 Posto, di seguito,  quella foto di cui eri fierissimo con il commento che ci mandasti. Continuerò a postare in rete, vita natural durante, perché era la tua volontà…

    mario-toscano-www-lavocedelmarinaio-com

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    4.10.1917, piroscafo Città di Bari quella triste fine

    Segnalato da Nico Vernì

    Prof. Giovanni Vernì – LA VERA STORIA
    del triste epilogo del piroscafo “Città di Bari”, silurato dal SMG tedesco UB48

    PORTO DI TARANTO – MAR PICCOLO, Giovedì 4 ottobre 1917.

    Aria serena. Giornata mite e piena di sole, che fa ben sperare; una bella giornata ottobrina.
    Il solito movimento del tempo di guerra, piuttosto ordinato e circospetto; il solito andirivieni tra le banchine del gran porto tarantino.
    Navi alla fonda, navi che vanno, navi che vengono; mercantili o da guerra. Ultimi controlli per i passeggeri pronti all’imbarco.
    Attorno ad una, in particolare, ferve sin dal mattino un’insolita attività: si stanno mettendo a punto le ultime cose: fra le quali il funzionamento di un cannoncino da 76 m/m, di cui essa è stata dotata da poco; si stanno caricando le poche mercanzie, imbarcando, alla spicciolata, senza fretta alcuna, i pochi passeggeri, tutti militari, per la vicina Macedonia, via Grecia.
    E’ il piroscafo “Città di Bari”.
    Lo comanda un giovane ma esperto lupo di mare, un barese doc, credo, probabilmente parente stretto del defunto Pantaleo Castellano, un coraggioso di poche parole, concreto, essenziale, il capitano L.Castellano, coadiuvato da un eccellente equipaggio, composto, in gran parte, di pugliesi, se non di baresi – i Violante, p.e., i De Santis, i De Tullio, i Cassano, gli Introna, i Bottalico, i Bellomo, per dirne qualcuno. Chi ne volesse conoscere tutti i nomi, uno per uno, può scorrerne gli elenchi che noi alleghiamo in questo volume, sez. Documenti.
    Prima dello scoppio della “Grande Guerra” il “Città di Bari” aveva solcato con dignità e onore l’Adriatico e lo Jonio, soprattutto, attivamente partecipando ai traffici commerciali che si svolgevano nei due mari e tenendo ben collegate tra di loro le sponde che ne erano bagnate.
    Con l’entrata in guerra del nostro Paese, era stato requisito e, armato di cannone, dopo aver partecipato alle operazioni di salvataggio, da parte della Regia marina, dell’esercito Serbo-Montenegrino e di trasporto, da S.Giovanni di Medua a Brindisi, dei membri del governo slavo e del tesoro statale (come provano e documentano fonti italiane e britanniche pubblicate dalla Rivista Marittima del gennaio 2003, che qui di seguito vi mostriamo), veniva adibito ad “ausiliario” della Regia Marina Militare, nel servizio-postale e passeggeri, con partenza da Taranto, al giovedì, sulla linea Taranto – Gallipoli – Corfù – Patrasso.
    E qui, proprio qui, su questo tratto, la malasorte volle che, nel viaggio che stiamo per raccontare, si compisse il suo tragico destino.

    IL FATTO
    La partenza del “Città di Bari” da Taranto. L’arrivo e la sosta a Gallipoli. L’imbarco di civili greci. Il primo siluramento. Il secondo siluramento. L’ammutinamento dei greci. Il cannoneggiamento da parte del sommergibile siluratore. L’affondamento del piroscafo. La scomparsa del capitano comandante. Lo sbandamento dei naufraghi.
    Lasciata Taranto nel pomeriggio di giovedì 4 ottobre, il “Città di Bari” giunse a Gallipoli (l’antica KalhpoliV, o “Città Bella”, fiorente centro commerciale affacciato sullo Jonio, a 38,5 Km. da Lecce), nelle prime ore della sera dello stesso giorno.
    Era solo, senza scorta, avendo a bordo, oltre all’equipaggio civile composto di 40 persone e all’equipaggio militare di 11, soltanto 37 (o 35?) passeggeri militari del Regio Esercito (c’era tra questi il padre di chi scrive, Pasquale, soldato del “271° Btg. Milizia Territoriale”, dislocato sul fronte Macedone, al quale faceva ritorno dalla licenza) e della Regia Marina ed un carico di 130 tonn. di viveri e materiali vari .
    “Quando il “Città di Bari” giunse a Gallipoli – narra nel suo interrogatorio l’Ufficiale di Porto – mi recai a bordo della nave, e il Capitano di questa, Luigi Castellano, mi chiese se il Piroscafo “Imera”, silurato due giorni prima, avesse avuto la scorta. Alla mia risposta negativa disse: “Chissà se per noi vi sarà la scorta”. Risposi che non sapevo, ma che però non lo credevo e, quindi, lo informai che i passeggeri da imbarcare superavano le cento unità.
    Al mattino seguente informai il Comandante di Spiaggia delle parole scambiate col Capitano a riguardo della scorta. Il Comandante Stranges mi rispose di non avere facoltà di dare la scorta, ma che, se il Capitano l’avesse ufficialmente richiesta, avrebbe telegrafato a Taranto per l’autorizzazione. Mi recai nuovamente a bordo e riferii quanto sopra al Capitano, ma questi mi rispose che non voleva chiedere scorta per non far credere di avere paura. Se queste non furono le sue precise parole, certo il senso ne era equivalente.
    Rimasi a bordo del Piroscafo tutto il pomeriggio e verificai se tutti avessero il salvagente e se lance e zattere fossero a posto, libere da impedimenti ed in numero sufficiente, del che ebbi anche assicurazione dal Capitano.
    Non mi occupai, perché non di mia competenza, del ritiro delle armi dei passeggeri; per quanto mi consta, ciò non fu fatto né dell’Autorità di Pubblica Sicurezza, né da quella di bordo, né dagli Agenti della Regia Dogana.
    Ritornai a terra mezz’ora prima della partenza e riferii al Comandante di Spiaggia che il Capitano non aveva creduto di chiedere la scorta.
    Il “Città di Bari” partì regolarmente alle 18h,30m. A tenore delle norme vigenti, non feci alcun telegramma di partenza, però, in vista del rilevante numero di passeggeri, telegrafai subito ai Servizi Logistici che il Piroscafo era partito con 400 passeggeri”.
    “Imbarcati, dunque, 405 passeggeri e come merci del vino e dei tessuti di cotone – scrive il Contrammiraglio Paladini – il Piroscafo lasciava, alle ore 18.30 del 5 ottobre, il porto di Gallipoli…

    …La partenza del Piroscafo fu telegrafata al Ministero, al Dipartimento di Taranto ed al Comando in Capo dell’Armata di Taranto, con queste parole: “Piroscafo «Città di Bari» mare” – Nessun telegramma fu fatto invece ai Comandi Navali di Brindisi, Valona e Corfù”, perché, – si giustifica lo Stranges nel suo interrogatorio – nessun ordine di tale specie avevo per quanto riguarda la partenza per Corfù”. E nessuna scorta fu data al Piroscafo, perché, – sempre a dire dello Stranges – non avevo alcuna istruzione di fornire scorta per interi viaggi, perché il Città di Bari è partito dopo il tramonto, ma, soprattutto, perché il Capitano del Piroscafo si diceva riluttante a dar mostra di temere il pericolo”.
    Trascorsero tranquille – scrive sempre il Paladini – le prime ore della notte”: notte di luna – ricordano i superstiti -; aria fosca; forte vento di E-NE che rendeva il mare agitato; visibilità scarsa.
    Ma, attorno alla mezzanotte, tra le 23h,45m e le 24h, il marinaio Albano – che era di guardia al cannone, e qualche altro, videro passare di poppa la scia di un siluro. Avvisato, il Capitano della nave, si portò immediatamente sul posto, ma, non trovando conferma del lancio prospettatogli e non scorgendo alcun segno della presenza del sommergibile siluratore – (probabilmente perché questo si é affrettato a far perdere traccia di sé) – credette ad un abbaglio e tutto finì lì.
    Invece abbaglio non era e l’Albano e gli altri avevano visto giusto.
    E la conferma ce la dà il sopravvissuto – italiano o straniero? membro dell’equipaggio del «Città di Bari» o anonimo passeggero? – fatto prigioniero e condotto poi a Pola, del quale, però, la fonte austriaca non rivela il nome per ragioni di riservatezza .
    Alle Autorità di marina che lo interrogavano, il sopravvissuto anonimo raccontò che quel primo lancio il sommergibile siluratore lo effettuò esattamente alle 2h,30m del mattino del 6 ottobre. (“Am 6 Oktober um 2 Uhr 30′ a.m.”, è scritto nel documento precitato) e che il “Città di Bari” rispose all’attacco sparando alcuni colpi di cannone – (“Antwortete mit seinen Kanonen”).
    Veri o falsi, in tutto o in parte, questi particolari, sta di fatto che un primo siluro fu effettivamente lanciato contro il piroscafo italiano e che, probabilmente, l’U boot tedesco, andato a vuoto quel suo primo tentativo di siluramento, temendo la reazione del “Città di Bari”, sospese momentaneamente l’attacco per riprenderlo più tardi.
    L’allarme, perciò, rientrò; la calma ritornò a bordo e tutti tirarono un sospiro di sollievo.

    “L’aria era fosca ed un forte vento di E, NE rendeva il mare agitato. Le 4 erano passate da circa un quarto d’ora – racconta il 2° Ufficiale del Piroscafo – e mi trovavo in sala nautica allorché udii lo scoppio…
    “Il tempo era quasi nuvoloso, tirava un vento moderato da scirocco ed il mare era mosso. Si diceva anche che era possibile qualche sorpresa all’alba. Alle 4h,10m circa, udimmo una forte esplosione”…- ricorda il 1° Ufficiale .
    “Mi trovavo sul primo cassero, – narra a sua volta il direttore di macchina – passeggiavo tra l’osterigio di macchina e la sala nautica; erano passate da poco le 4h,00m allorché udii un colpo metallico fortissimo e vidi sollevarsi dall’osterigio di macchina un’alta colonna di acqua e vapore. Il siluro aveva colpito il bastimento proprio fra la caldaia e le macchine, che si fermarono immediatamente, insieme naturalmente alle due dinamo. Il bastimento rimase all’oscuro”.
    “Svegliato dall’esplosione, – racconta, tra l’altro, Luigi Aleotti per prima cosa corsi abbasso nella stazione R.T. che si trovava proprio nel corridoio che univa la prima con la seconda classe: vidi tutti gli strumenti per terra e capii che la stazione non poteva più funzionare. In coperta la gente si agglomerava intorno alle sei imbarcazioni. Vi erano anche molte zattere, circa 16 in legno e sei od otto in ferro.
    Il Comandante era sulla dritta e il capo timoniere sulla sinistra; ambedue cercavano di ottenere un po’ di calma, per effettuare ordinatamente il salvataggio, ma questo non fu possibile, data la resistenza armata dei Greci: gettavano gli zatteroni a mare senza ritenuta, facevano capovolgere le lance, venivano alle mani…”
    “Intanto il bastimento si sbandò un poco a dritta, molto a sinistra, e quindi si immerse per circa due metri, rimanendo orizzontale. Una ventina di minuti dopo il siluramento – ricorda ancora il 2° Ufficiale -, arrivò la prima granata che cadde una ventina di metri a sinistra del bastimento. La seconda, credo colpisse il cannone di poppa. Seguirono altri colpi. Appena cominciato il fuoco, non fu possibile impedire alla gente di gettarsi a mare raggiungendo le zattere che, filate e senza ritenute, s’allontanavano dal bordo.”
    “Svegliato dall’esplosione, – riferisce a sua volta il sottocapo cannoniere – corsi subito vicino al pezzo, ma non vidi nulla. Dopo un po’ scesi dalla tuga per cercare il capo timoniere ed il Comandante. Trovato il capo timoniere, andai con lui ad aiutare a mettere le zattere in mare.
    Mentre facevo questa operazione, ho udito il primo colpo di cannone e visto il sommergibile al traverso a sinistra. Corsi subito a poppa, ma fui fermato dai Greci che non volevano si sparasse, temendo che il sommergibile, per rappresaglia, sparasse sulla gente a mare…
    …Prima di buttarmi a mare – a bordo eravamo rimasti solo io e il sottocapo francese AUGER Renè – vidi i Greci che facevano segno al sottomarino con una camicia, affinché non sparasse più. Mi precipitai addosso e strappai loro la camicia…
    All’ultimo momento i Greci ammainarono pure la bandiera italiana”.
    “Restai a bordo fin quasi all’ultimo – ricorda VALENZO Pietro. Vidi all’inizio del bombardamento che dei Greci facevano segnale al sommergibile gridando: “Costantino” .
    “Dopo una mezz’ora – racconta il marinaio cannoniere FAVAZZA Salvatore – il sommergibile emerse a circa 200 metri dalla poppa e cominciò a bombardare. Due colpi raggiunsero il fumaiolo ed uno colpì in prossimità della stiva prodiera. Durante il bombardamento (a base di granate incendiarie) solo io rimasi in prossimità del cannone. Poco dopo, però, me ne andai per mettermi al riparo. Il sottomarino, allora, si affiancò a dieci o quindici metri di distanza e mi si domandò in buon italiano dov’era il Comandante. Gli risposi che non c’era…”
    “Nel frattempo il sommergibile si era avvicinato al Piroscafo e aveva sbarcato il radiotelegrafista dell’IMERA su una zattera – riferisce il 2° Ufficiale-. Tirò una cannonata sulla prua del Piroscafo al galleggiamento determinando l’affondamento”.
    Colpito a morte, senza preavviso, da quindici granate incendiarie, l’ultima delle quali al bagnasciuga, tutte sparate tranne l’ultima, mentre la gente era ancora a bordo e cercava in tutti i modi e con tutti i mezzi di convincere gli artiglieri di bordo a non sparare contro il sommergibile e, alzando bandiera bianca e ammainando la bandiera italiana, quelli del sommergibile a non sparare sui passeggeri ancora presenti sulla nave, il “CITTA’ DI BARI”, lentamente affondò in fiamme – “…endlich sank das schiff in flammen”.
    Trascinando con sé, in fondo al mare, uomini e cose e inabissandosi a 39° 20′ Lat.N., 19° 23′ Long.E. – rotta 107° magnetico da un punto 15 miglia a sud di S.Maria di Leuca – al largo dell’isoletta di Paxòs o Paxì, a sud di Corfù, nel mentre in cielo e sul mare già albeggiava e si scatenava un furioso temporale che durò tutta la notte.
    Sfasciate le imbarcazioni per l’imperizia dei Greci che se n’erano impadroniti e che pagarono con la vita l’atto precipitoso, le zattere di bordo raccolsero i rimanenti passeggeri e affrontarono il viaggio della salvezza, che per i più non giunse mai.
    Ma, quasi a rendere più intricata e drammatica la fase finale di questa angosciosa vicenda, ecco, fosco ed oscuro, il dramma personale del coraggioso sfortunato Capitano: non é presente fisicamente, come noi ci aspetteremmo, alla morte della sua nave.
    Eppure, subito dopo l’esplosione del secondo siluro, molti lo hanno visto, lo hanno notato, mentre…
    …si precipitava fuori (della cabina di comando) gridando: “Salvagenti a posto”! – deposizione del secondo ufficiale -;
    …cercava di organizzare il salvataggio e infondere un po’ di calma” -(direttore di macchina)-;
    …sulla dritta cercava di ottenere un po’ di calma per effettuare ordinatamente il salvataggio…, ma questo non fu possibile, data la resistenza armata dei greci –
    …diceva all’artigliere: “Sono Capitano e la mia nave è stata già silurata. Non faccia fuoco, altrimenti sparano contro le zattere!” – (primo timoniere) -;…
    …vedendo la nave sbandare a dritta in modo che giudicò pericoloso, ordinava: “Gente in riga e zattere e lance a mare!” – (primo ufficiale) -;…
    Dopo tutto questo, il Capitano non si vede più, esce di scena, scomparendo proprio mentre ci si aspettava di vederlo, nel solco della tradizione marinara, fermo al suo posto di comando, andare coraggiosamente a fondo e morire insieme con la sua nave.
    Secondo un testimone oculare, egli si gettò a mare. Infatti, il primo cameriere testimoniò: “Mi gettai a mare dopo il Comandante dal boccaporto n.2″.
    Allora, gettatosi a mare, è per caso affogato? o, piuttosto, è sembrato gettarsi a mare, mentre, invece, vi cadeva accidentalmente probabilmente ferito a morte da…”quel colpo di rivoltella sparatogli contro dal basso da uno sconosciuto?”, come racconta nella sua deposizione il 2° Capo timoniere?.
    Non lo sapeva chi gli stava dattorno, non lo sappiamo nemmeno noi.
    Se, però, dobbiamo dar credito alla fonte austriaca, il capitano Castellano sarebbe morto di morte violenta, ucciso, con altri, durante la sommossa scoppiata a bordo del piroscafo in seguito alle prime cannonate sparate dal sommergibile.
    Vera o falsa, questa versione, verosimili o inventati questi particolari, il mistero resta e ci è difficile svelarlo.
    Quando, verso le ore 5.30 del mattino, la luce del giorno scese a illuminare questa parte del Mar Jonio, sulla scena del disastro non c’era più nulla ormai: non la snella mole della bella nave barese, sprofondata con tutto il suo carico negli abissi; non la sagoma scura del sommergibile tedesco, apparentemente assente, ma, di fatto, aggirantesi ancora minaccioso in quei paraggi; non le scialuppe di salvataggio, che, pur stracariche di naufraghi, vagavano sempre più lontane, alla deriva, facile preda delle onde, delle correnti e della forza dei venti.

    “Nelle zattere si trovarono mescolati italiani e greci, che, numerosi, usarono soprusi e violenze, pestando coi piedi e ferendo di coltello e rasoio i nostri connazionali ed altri che si affollavano intorno alle già gremite imbarcazioni .”
    Dura, lunga e faticosa fu la lotta dei naufraghi in una situazione oltremodo loro avversa, folle e vana la speranza di veder arrivare da un momento all’altro il soccorso liberatore: Corfù non sapeva; Taranto nemmeno. Finché, poi, qualcuno non darà l’allarme.
    Nella notte, ad appena poche ore dall’affondamento, qualcuna delle zattere giunse anche a vedere in lontananza la terra della salvezza, …”ma il forte mare ci impedì assolutamente di avvicinarci a Fano, racconta un sopravvissuto.

    EPILOGO
    I soccorsi. Il recupero e il ricovero dei naufraghi superstiti negli ospedali di Gallipoli e di Corfù. L’inchiesta. L’amaro bilancio. Considerazioni finali.
    Nessun mezzo di soccorso videro i naufraghi durante tutto il giorno 6.
    “Verso il mezzogiorno del 7 – appena due ore prima che fossero scoperti e tratti in salvo – calmatosi ormai il mare, abbiamo visto una leggera imbarcazione, una specie di caicco, contenente un greco. Un greco che era con noi allora abbandonò la nostra zattera e andò a parlare con quello. Ritornò poco dopo dicendo che quella imbarcazione non poteva salvarci ” .
    “ Verso le prime ore del pomeriggio (del 7) apparve l’ESPERO ”.
    “ Potevano essere le 2.00 del pomeriggio, allorché avvistammo un caccia ed un rimorchiatore”…credo che la nostra zattera sia stata l’ultima ad essere recuperata dall’ESPERO ”.
    “ Alle 01.30 del giorno 7 – racconta il Comandante della Settima Squadriglia – ricevetti a Taranto un fonogramma che mi ordinava di accendere i fuochi per eseguire una missione.
    Ricevetti solo verso le 3.00 le istruzioni scritte che dicevano:
    di percorrere la rotta del Città di Bari che non era ancora giunto a Corfù. Dovevo continuare le ricerche fino al tramonto e passare la notte a Gallipoli.
    Partii alle 3.30 da Taranto con una velocità di 20 miglia e seguii la rotta ordinatami… Avvistai la prima zattera verso le 2.05 / 2.10 del pomeriggio.
    Questa conteneva tre o quattro uomini tra cui il 2° Ufficiale… Siccome sapevo che pure alla ricerca dei naufraghi si trovavano i C.T. “Pilo” e “Bronzetti”, feci loro un radiotelegramma, comunicandogli le coordinate geografiche del luogo ove mi trovavo. Infatti, dopo appena un quarto d’ora, essi arrivarono. Vennero altri due idrovolanti francesi che indicavano la posizione delle zattere. Continuai il salvataggio sino alle 16.45, raccogliendo ben 98 persone. Tra i salvati ve n’erano 97 della Città di Bari e uno R.T. dell’ “IMERA”. Avendo visto che vi erano dei feriti da coltello, ordinai il disarmo generale. Un greco, DEMETRE PRIFTIS, consegnò un rasoio insanguinato. A Gallipoli tutti i naufraghi ebbero assistenza.”
    A loro volta, il “Pilo” e il “Bronzetti”, ne recuperarono altri 58 che provvidero a trasportare all’ospedale di Corfù.
    “Di 493 persone che erano a bordo al momento della partenza da Gallipoli, – conclude malinconicamente nella sua relazione il Comandante della Divisione Base di Taranto – solo 156 si erano salvate e pure é certo che lo scoppio non può aver ucciso che, al massimo, una diecina di persone e che qualche altro può aver trovato la morte per aver battuto qualche forte colpo nel gettarsi in mare, forse tra questi ultimi il Capitano del piroscafo, del quale non si riuscì ad avere alcuna notizia dopo l’affondamento.”
    Dunque, terminate le operazioni di ricerca e fatta la conta dei superstiti, all’appello risposero soltanto 156 persone – (160, secondo la fonte austriaca).
    E le altre 337 o 368 o 560, o forse più? (se dobbiamo credere alla predetta fonte straniera).
    Disperse. Morte. Tutte morte. Tutte finite in fondo al mare. Precipitatevi, non dalla nave che le trasportava, ma dalle scialuppe di salvataggio, in cui erano riuscite, bene o male, a trovar posto, prima che il “ Città di Bari ” affondasse. Precipitatevi da sole. Lasciatevisi andare così, con semplicità, quasi con un dolce senso di abbandono e di rassegnazione nel proprio destino. Uccise dagli stenti, dal maltempo, dalla violenza di prepotenti compagni di viaggio, dagli scoraggiamenti, dalla lunga attesa e permanenza in mare – durata, è incredibile, un giorno e mezzo! –
    Ce ne parlano diffusamente, nelle loro deposizioni, i pochi fortunati superstiti. Basti leggere, come ha fatto l’orfano che scrive, – “ un groppo alla gola, l’occhio inumidito di pianto, il cuore in subbuglio ” – gli scioccanti racconti che i superstiti fanno alle autorità giudiziarie.
    Vi trovi tutto:
    La logica perversa della guerra;
    L’imponderabilità;
    L’imprevedibilità, l’inevitabilità, la fatalità, – come si usa dire in certi casi – degli eventi;
    L’impotenza dell’uomo nella lotta contro le forze scatenate della natura;
    L’insano egoismo, che spesso scaccia vincendolo l’altruismo, e sempre alberga nel cuore dell’uomo – come inorridisce tutta quella violenza! come suonano male tutti quei “mors tua, vita mea”, lanciati dal fratello contro l’altro fratello, al momento del pericolo!;
    L’irresponsabilità, o la totale mancanza di senso di responsabilità, la superficialità, la leggerezza nel governare talune contingenze;
    La temerarietà di qualcuno – che – si badi – non è coraggio, ma audacia eccessiva, sconsiderata, irragionevole;
    L’incapacità, l’apatía o mancanza di “páthos”, in alcuni, la negligenza « nell’adempimento dei doveri del proprio ufficio », in altri: (“non si manda una nave allo sbaraglio, stracarica di passeggeri, sola, senza scorta, non ce se ne lava le mani, non la si lascia partire, ci si oppone, se non si vuole andare incontro a disastro sicuro…; bisognava riflettere, pensarci due volte, prima di…obbedire almeno alla legge del…buon senso; non….”).
    Tutte cause o incidenze gravi, che hanno avuto un peso non indifferente nella dinamica dei fatti. Ove fosse stato possibile ridurne il malefico influsso, si sarebbe potuto almeno contenere, limitare, ridurre al minimo, le proporzioni di una “catastrofe annunciata”, che invece ebbe a costare la vita a un gran numero di persone.
    Oltre 400, certamente. Forse 500. Forse anche di più.
    La violenza, spesso senza volto e senza perché, era così diffusa, allora e dappertutto, che nessuno sapeva rinunciarci; e se ne ebbero i risultati!
    Un vero disastro, torniamo a ripetere, una sciagura immensa, incredibile…
    Non delle stesse proporzioni di quello lamentato nell’affondamento del “TITANIC” (1912), certo, o del “LUSITANIA”, il cui inabissamento, nel 1915, suscitò lo sdegno dell’opinione pubblica americana e contribuì ad orientarla in favore dell’entrata in guerra (nel 1917) degli Stati Uniti a favore dell’Intesa, ma pur sempre, enorme, raccapricciante, impressionante, che aveva chiaramente colpe ben definite.
    Un disastro, nel vero senso della parola. Una strage, o carneficina se preferite.
    Una tragedia che si poteva contenere, ridurre al minimo. Ma mancò l’impegno, la volontà di obbedire in pienezza di spirito e di partecipe generosità ai doveri precisi dello stato di ciascuno degli…addetti ai lavori.
    Colpa anche della propaganda insidiosa che tanto male stava predicando ed inculcando, anche nei soldati di prima linea, forse! -. Mancò, infine quello spirito di solidarietà che fa grande un fratello al momento del bisogno.
    E di scalpore e di impressione ne fece veramente tanta il malaugurato evento che ne rimasero giustamente preoccupati politici e militari, considerato anche e soprattutto, il grave momento in cui esso avveniva – si era, infatti, in un mese “caldissimo” della guerra in atto: nel fatale ottobre ‘17 -.
    E, per far piena luce e chiarezza sulla triste vicenda e tacitare le coscienze turbate, usando prudenza, cautela e circospezione, il Ministero della Marina, aprì in tutta fretta un’ampia inchiesta: furono sentiti, in primo luogo i sopravvissuti (italiani e stranieri): i membri dell’equipaggio, gli artiglieri, i radiotelegrafisti, i passeggeri imbarcati, tutti i veri protagonisti insomma della vicenda. Furono ascoltati inoltre, come parte in causa, indiziati di reato, il Comandante in Capo del Dipartimento Militare Marittimo di Taranto, il Comandante in Capo dell’Armata R.N. “ Trinacria ”, il Comandante della Divisione Base di Taranto, il Comandante della Divisione Navale dello Jonio R.N. “ Città di Catania ”, il Comandante di Spiaggia di Gallipoli, il Commissario militare del piroscafo “ Città di Bari ”.
    E, dopo due mesi circa di minuziose indagini, acclarata ogni cosa e individuati i veri responsabili del disastro, il Tribunale Militare emanò la sua sentenza: inflisse le pene che ciascuno si meritava, ma con mitezza, senza infierire contro nessuno.
    Le sanzioni e i provvedimenti presi restarono però nel chiuso degli uffici, ammantati di discrezione e di riservatezza, mai svelati. Solo pochi conobbero le conclusioni della Giustizia. Esse non furono mai rese pubbliche “ per l’impressione ” si disse. Come non venne mai reso pubblico il numero preciso delle persone scomparse, tutte insieme, in uno stretto braccio di mare:
    morte,
    a due passi dalla salvezza, pensate!
    Sotto i nostri stessi occhi.
    Con la nostra stessa complicità.
    Come non pensare che essi, i morti, tutti quei morti, pesino, ancora oggi, sulla comune coscienza?
    Le colpe, le responsabilità, stavano là e parlavano da sole e chiedevano giustizia, non vendetta, ma neppure dimenticanza.

    Giunse sì la giustizia, e anche presto; arrivarono le conclusioni del Tribunale, puntuali, rapide, immediate, ma non proprio eque, cioè giuste, commisurate alla gravità o levità dei reati realmente commessi, non proprio riparatrici, accompagnate, vorremmo dire, da giusto rigore morale e giuridico.
    Sapevano, esse, troppo di affrettato, di condizionato, di biasimevole, di ovattato, forse di vergognoso da nascondere ad ogni costo, chiusi a doppia mandata nei ferrei cassetti degli archivi di Stato, insieme con la verità.
    E le lacrime non furono mai asciugate!
    Sicché, una tragedia sì grande e sì grave, lentamente, fatalmente, scivolò nel dimenticatoio. Con tutti i suoi ricordi dolceamari.
    Che tristezza!
    Questi i fatti, nudi e crudi. Queste le dure verità. Queste le colpe e le responsabilità acclarate dalla Magistratura, quali ci rivengono dalla lettura “a caldo” dei documenti dianzi citati e riportati. Non li ho certo inventati io e neppure manipolati o adulterati. Li ho soltanto “raccontati” in tutta la loro rapida successione, ruvida asprezza, estrema angosciosità.
    Certo con la morte nel cuore per quello che stava succedendo al mio papà. Con l’animo straziato dal dolore. Con rabbia impotente. Con intensa passione e partecipazione.
    Non mi si farà poi colpa grave, se, talvolta, mi è capitato di condirli, senza volerlo, con un pizzico di amara insoddisfazione, dettata, peraltro, dal mio stato di “dolente parte in causa”.
    A mente fredda, invece, a mente libera dal velo della passione, questi stessi fatti, questi stessi comportamenti umani, riconsiderati più attentamente e visti alla luce di una più approfondita riflessione, assumono, possono assumere, come in un processo di decantazione, un aspetto nuovo; offrono, possono offrire una diversa valutazione e interpretazione dell’accaduto. Secondo la quale il personale della Marina Militare Italiana dislocato nel Basso Adriatico e nello Jonio, dall’ufficiale più elevato in grado al semplice marinaio, non avrebbe nulla da rimproverarsi nella triste “Historia” del “Città di Bari” e che, nel disimpegno delle proprie specifiche mansioni, tutti avrebbero operato “in assoluta buona fede” per il buon fine del pericoloso viaggio intrapreso dalla nave barese. E che, se dei responsabili del disastro c’erano, essi sarebbero da ricercare non tanto fra gli equivoci e i malintesi, fra le carenze e le omissioni lamentate o fra gli “sfilacciamenti” e le inadempienze di questo o di quello, quanto piuttosto nel “virus della discordia e della disobbedienza”, nei “veleni” della contrapposizione e della divisione, dell’odio e della violenza, che, penetrando nell’animo umano e stringendo nella morsa del contagio, tutti e ciascuno, avrebbe sconvolto anche le coscienze corazzate, le difese resistenti dei marinai italiani impegnati nella guerra.
    Analisi precisa, argomentazioni giuste, verità palesi, indiscutibili, che, però non hanno la forza e il potere di dimostrare l’infondatezza delle accuse mosse e comprovate in sede di inchiesta giudiziaria; di mandare assolti i presunti responsabili della sciagura, di rendere meno gravi e dolorose le proporzioni del disastro.
    Di un “caso” sì grave riesce veramente difficile, se non impossibile, diluirne nella verità il pianto ed il rimpianto di ciò che si è responsabilmente o irresponsabilmente perduto.
    «Per il dono del tuo Spirito, Signore, fa che ogni condizione di paura si apra alla fiducia, ogni situazione di dolore sia illuminata dalla speranza della pasqua, ogni atteggiamento di egoismo o d’indifferenza si converta nella gioia della condivisione e del servizio verso il fratello».
    «Ma, di questa immensa tragedia – si domanda a questo punto l’uomo della strada -, di tutte queste vittime innocenti dell’umana follia, che cosa ricorda oggi la memoria storica? che cosa resta di bello e di buono e di moralmente utile alla società odierna?».

    Note fotografia di famiglia

    Era mio padre, orfano di guerra dall’età di 2 anni. Su quella nave c’era mio nonno Pasquale. Mio padre è deceduto il 6 gennaio 2014 all’età di 98 anni. Da lassù, ringrazia il direttore pro-tempore dell’Ufficio Storico della MMI, amm. Buracchia. Grazie.
    (In foto mio padre è il primo a sx; io sono quello accovacciato).

  • Attualità,  Che cos'è la Marina Militare?,  Curiosità,  Marinai,  Marinai di una volta,  Racconti,  Recensioni,  Un mare di amici

    Voglia di Mare

    di Giorgio Gianoncelli (*)

    Durante l’anno scolastico del 1942 ho il primo incontro con la divisa della Marina italiana, per il semplice fatto che un ragazzo mio coetaneo e vicino di casa, nei giorni festivi veste alla marinara. Ho sette anni, abito nella contrada (quartiere per i cittadini) più vivace del Comune di Tresivio che si trova nella provincia di Sondrio, a quota 600 m sulla sponda destra del fiume Adda e frequento la seconda classe elementare.
    Francamente della guerra in corso, e come me i miei coetanei, non ce n’accorgiamo affatto, tanto sono prevalenti gli interessi al gioco piuttosto che allo studio o alle cose degli adulti. Dell’assenza permanente del marito di mia madre, mobilitato per la guerra e dai discorsi che sento fare tra parenti e conoscenti, comincio ad intuire che in qualche luogo molto lontano da noi c’è qualche cosa di diverso dalla normale vita quotidiana tra familiari, persone della contrada e quelle del paese. È la guerra. Intuisco allora che nella guerra ci sono i soldati che sparano con il fucile come i cacciatori alle lepri, ma con tutto il rispetto dovuto, data l’età, poco mi riguarda perché sono molto più interessato al vestitino alla marinara del mio compagno ed al gioco delle “cicche” con gli amici.


    Il vestitino alla marinara m’intriga molto, in particolare mi attirano il cordoncino bianco e il schietto appeso ad una lucida catenella; confesso che spesso mi viene il desiderio di farmeli dare e non escludo di averglieli chiesti.
    La mia famiglia non vive nell’agiatezza, mia madre è titolare di un negozietto di sali e tabacchi e, da quanto ho saputo più tardi, a causa della guerra i prodotti per la vendita sono razionati, il sale manca sempre e la maggioranza dei potenziali clienti fumatori è in guerra, pertanto, lo scarso guadagno giornaliero serve appena per sbarcare il lunario, quindi, non mi è possibile chiedere in regalo un tale vestitino, così, per alcuni anni vivo con il desiderio di vestire… alla marinara.
    Nell’anno 1945 termino la scuola elementare e, attraverso gli avvenimenti 1943/45, maturo una precisa cognizione del momento. Tanto per cominciare in terza elementare mi rifiuto di indossare la divisa di figlio della lupa, ma non per ragionamento, credo, per un semplice fatto istintivo, forse dovuto agli incontri negativi con alcuni caporioni fascisti che indossano un camicione nero e lucidi stivaloni che mi mettono paura; sono obbligato a fare il saluto alla romana, cosa che non amo fare. Poi la presenza in paese di molti Patrioti (Partigiani), i discorsi delle persone adulte ed in seguito alcuni tragici avvenimenti che hanno colpito la comunità, credo che abbiano cominciato a formare il mio giovane pensiero verso una direzione ben precisa, con molto riferimento al Risorgimento garibaldino più che mazziniano e di sicuro indirizzo repubblicano.

    Devo dire che lo studio della storia mi ha sempre attirato e gli avvenimenti del periodo, forse anche inconsciamente li ho assorbiti, metabolizzati e nel tempo, anche concretamente analizzati.
    Il secondo incontro con la divisa dei marinai è avvenuto tra la tarda primavera e l’estate dell’anno 1945. Come ho già detto abito nel Comune di Tresivio con la casa proprio di fianco alla strada principale che porta agli ospedali sanatoriali nelle località di Alpemugo e Prasomaso a quota 1.200/1.250 m, dove, dalla tarda primavera di quell’anno no alla ne dell’estate tutti i giorni a mezzogiorno e la sera alle diciotto, passa l’autocorriera stracarica di soldati per essere ricoverati in quegli ospedali; molti di questi sono in divisa di marinaio. Il passaggio dei soldati che salutano dai finestrini del mezzo di trasporto o addirittura dal tetto dove sono stipati tra i bagagli, i marinai che agitano il berretto, mi danno una strana sensazione e nel mio intimo sento il desiderio di rendere loro qualche cosa: forse, è un segno premonitore.
    Intanto cresco e con il ritorno a casa dei soldati la vita delle famiglie si ricompone: anche se non tutti gli uomini purtroppo sono tornati dalla guerra, molti reduci ritornano al lavoro agricolo, altri in cerca di lavoro diverso e tutte le famiglie hanno bisogno di sistemare tutto.
    Dopo il mese di maggio dell’anno 1945 gli animi si placano, chi ha subito delle ingiustizie nel corso degli ultimi mesi di guerra, pur nel suo dolore, ha messo il cuore in pace e quelli che le avevano fatte subire, bontà loro, sono scomparsi dal paese.
    Un bel giorno anche per me arriva il momento di fare delle scelte. A scuola non sono stato negativo, ma nemmeno tra i migliori, sono frenato dall’aritmetica, le frazioni mi fanno impazzire e la scelta è: smettere o continuare, sono spaesato e confuso. Mia madre con suo marito m’invitano a continuare seriamente, ma la mia caparbietà è più forte del loro desiderio, allora la mamma prende una decisione che mi va bene: mi iscrive ad un doposcuola che chiamano sesta elementare. È questa un’iniziativa sperimentale organizzata per scolari un po’ asini come me, utile per colmare lacune precedenti, ma per questo corso la Direzione scolastica non rilascia attestati di frequenza se non per una richiesta ben motivata; in ogni caso, frequento il corso con profitto, in seguito, un corso di disegno tecnico e sono abbastanza bravo; in ne, una scuola per corrispondenza che abbandono a metà del corso. Tutto questo studiare sconclusionato mi è ugualmente utile, anche se non riconosciuto per attestati di qualifica.

    Gli anni passano e il ragazzo ch’è dentro di me cresce.
    Tutta la Nazione è in fermento politico, nel periodo estivo, nelle ore serali e nei giorni festivi, i comizi sulle piazze sono frequenti, richiamano molte persone e i ragazzi sono presenti in gran numero. Gli oratori tutti usciti dall’esperienza della guerra hanno tante cose da raccontare, io non perdo un comizio di Giulio Spini, di Ezio Vanoni e del Comandante “Foglia” (Franco Zappa), ma di più lo Spini: la sua veemenza oratoria e i suoi argomenti mi entusiasmano, per di più, sventola un ciuffo di capelli corvini che sembra il piumetto del copricapo dei bersaglieri e soprattutto le sue parole mi danno il senso dell’azione operativa nella costruzione della libertà, nella direzione politica da lui prospettata che riguarda l’uguaglianza sociale ed economica. È un oratore gagliardo e chiaro (politicamente non gli è andata molto bene, perché altri politici, maliziosi, che non amano tanto la sua proposta popolare e popolana lo hanno contrastato anche in modo non troppo leale).
    Dopo le mie titubanze e le mie sconquassate vicende scolastiche, mi trovo un giorno nella bottega di una importante Impresa elettrica della città di Sondrio, la ditta “Butti Ida”. Imparo l’attività di elettricista e ho due buoni maestri: Italo Ciampini e Quinto Gilardi, ai quali sono ancora oggi riconoscente e legato di amicizia, come sono per i titolari della ditta.
    Un mattino percorrendo la strada dalla stazione ferroviaria alla sede della ditta, vedo un manifesto con un aereo che vola nel cielo azzurro, è dell’Aeronautica; leggo e leggo bene, che per presentare la domanda bisogna avere diciassette anni, io ne ho sedici ma provo lo stesso; salgo al Distretto militare su al castello Masegra, il maresciallo, che è proprio dell’aviazione mi dice: “Ragazzo! presentati il prossimo anno e vedremo cosa fare”. Due giorni dopo appare sui muri della città un altro manifesto, è della Marina Militare: rappresenta il braccio di un marinaio con l’uniforme bianca, cha porta in mano una valigetta e in trasparenza nella valigia si vede una nave a vela che solca il mare, con la scritta: “Imparerai un mestiere e girerai il Mondo ”.
    In quel momento mi riappare il vestitino alla marinara del mio giovane amico e la divisa dei veri marinai reduci dalla guerra: il desiderio è diventato frenesia e la volontà di vedere almeno il mare e qualche città italiana mi ha messo una tale euforia in dosso, al punto che mia madre, in quel momento, s’è preoccupata della mia salute mentale.
    Devo anche dire che l’attività sportiva di allievo “ciclista” che avevo intrapreso in quegli anni di crescita, ha accantonato in qualche angolo del cervello la visione della divisa dei marinai, ma la vista di quel manifesto ha risvegliato tutti i sentimenti accumulati negli anni da poco tempo passati.
    Al manifesto si è aggiunto la presenza in paese di un ufficiale della Marina Militare, il Capitano di Corvetta Franco Traverso, figlio di Donna Maria Pia Guicciardi, in quel momento ospite della famiglia materna. Incontro spesso nelle sue passeggiate l’ufficiale che, informato del mio desiderio, mi dà consigli e stimola la mia curiosità con alcune sue storie importanti. Una volta incontro in divisa il Sergente di Marina Erminio Mauro che mi racconta alcune sue vicende della guerra e diventiamo amici per tutta la vita.
    In un battibaleno raccolgo tutta la documentazione necessaria, ci vuole la visita preliminare d’idoneità sica di un ufficiale medico delle Forze Armate, ho la fortuna, per mezzo del Segretario Comunale Ragioniere Pietro Luzzi di trovare il Colonnello Medico dr. Leandro Giuliani di Ponte in Valtellina, ma quello che mi mette in apprensione è l’attestato di frequenza alla I classe del- la scuola d’avviamento o media, che io non ho e senza quell’attestato la mia richiesta non è accolta. Non mi perdo d’animo: chiedo alla Direzione della scuola per corrispondenza l’attestato di frequenza che, dopo aver sostenuto sempre per corrispondenza l’esame necessario, mi ha rilasciato, chiedo anche alla Direzione scolastica la dichiarazione della frequenza della sesta classe elementare che ottengo, in ne spedisco tutta la documentazione al Ministero della Marina di Roma. Ho qualche timore proprio per via del mancato attestato scolastico e in realtà, sono passati quattro mesi tra l’invio della domanda e la conferma favorevole o meno di poter affrontare l’esame del concorso, ma un giorno, verso la ne di febbraio dell’anno 1952, arriva una lettera dalla Marina Militare con l’invito a presentarmi a Venezia entro il 12 marzo dello stesso anno. La gioia di affrontare il mio primo lungo viaggio in treno, da solo, vedere Venezia come prima importante città d’Italia, è una sensazione meravigliosa, e Venezia, è sempre rimasta nel mio cuore.
    Esco dalla stazione ferroviaria di Venezia alle ore sei di una giornata limpida, i bagliori del mattino brillano sull’acqua del canale e le punte degli alberi delle imbarcazioni ormeggiate sembrano stelle. In acqua e sulla banchina è gran trambusto di navicelle e continuo via vai di gente, richiami ad alta voce, ruggito di motori dei traghetti passeggeri in manovra, insomma, un meraviglioso movimento che non avevo mai visto; immagine di grandi colori visti solamente sui libri di scuola o sui pochi giornalini per ragazzi che ho letto, un’impressione meravigliosa di vivacità e per quanto molte persone stanno lavorando, danno l’impressione d’essere gioiose.
    Il mare che vedo per la prima volta non mi impressiona, mi appare subito familiare, forse, per via dello studio della geografia scolastica questa distesa d’acqua è già nella mia anima.
    In poco tempo, dopo avere chiesto informazioni per raggiungere il luogo indicato dalla lettera di convocazione, mi trovo al Deposito della Marina Militare in Campo san Daniele n. 27. Finalmente tra i veri marinai!

    In quel cortile incontro molti ragazzi provenienti da tutte le Regioni del Nord Italia, della mia provincia nessuno. Subito un sottufficiale ci chiama in riga per tre e ci accompagna in un ampio camerone dove ad ognuno consegna un grosso involucro e assegna un posto. Proprio non mi rendo conto di cos’è quel sacco di tela ruvida e pesante, ma quando il sottufficiale ci mostra due puntali con dei ganci, sistemati a distanza e in linea tra loro come i pali di sostegno dei tralci nelle vigne, capisco che non può essere altro che il letto, la classica amaca. Lo stanzone è disastrato, alle finestre mancano dei vetri e altri sono rotti, all’esterno le pareti degli edifici sono segnate dalle schegge di granate, segni di guerra dappertutto, un grosso buco è ancòra aperto al centro del cortile, causato da una bomba d’aereo. Siamo nell’anno 1952, solamente sette anni dopo la ne della Seconda Guerra Mondiale, evidentemente ricostruire tutto ciò che è stato distrutto non è cosa semplice.

    Dormo per la prima notte da marinaio e dormo profondamente avvolto nel ruvido letto. Il mattino seguente hanno inizio le prime visite mediche e i primi esami d’idoneità; personalmente sono sempre piuttosto apprensivo ed anche insicuro, perché vedo molti ragazzi davanti a me, per un motivo o per l’altro, anche per cose di poco conto, che vengono respinti. I verdetti negativi più frequenti sono dovuti al difetto dei “piedi piatti” oppure al “soffio al cuore”. Chi è respinto rimane male e molti ragazzi scoppiano in lacrime. Fanno pena e mettono ancòra più apprensione agli altri.
    Nel giro di tre giorni si completano visite mediche e attitudinali, mi rimandano a casa con uno stampato sul quale è scritta l’idoneità all’arruolamento ma anche che “limitatamente ai concorrenti idonei al concorso, ammessi alla definitiva selezione” sarei stato informato; questo significa che devono ancòra valutare alcune cose, quindi non mi sento ancòra… sulla cresta dell’onda.
    Passa la primavera e se ne sta andando anche l’estate, non conosco come stanno le cose e quasi abbandono l’idea di diventare marinaio. Medito di fare richiesta d’arruolamento nell’Esercito, ma verso la ne del mese di agosto, arriva la seconda lettera della Marina Militare con l’invito di raggiungere il Distaccamento di Roma entro il 25 settembre, per essere inviato alle scuole C.E.M.M. sull’isola di La Maddalena in Sardegna per la scuola di Motorista Navale.
    In quel momento il mondo è tutto mio. Quel mese d’attesa non finisce più, non passa mai. Sarei partito anche a piedi pur di limitare il tempo e ho passato quei giorni d’attesa a sistemare le mie cosette: ho venduto la bicicletta da corsa, la tromba che usavo per suonare nella Banda del paese, le scarpe da calcio che da pochi giorni ho comperato (vendute ad un amico che non mi ha mai pagato) e con i soldi racimolati ho comperato le cose necessarie per partire e il rimanente l’ho consegnato a mia madre che me lo ha conservato.
    Al Deposito della Marina Militare di Roma i candidati alla scuola motorista sono convocati per il mattino del 25 settembre e in quel luogo hanno inizio le prime amicizie che si consolidano nel tempo del servizio ed anche dopo. Tra queste amicizie amo ricordare in particolar modo Fernando Garti di Busto Arsizio e Andrea Lugo di Peschiera del Garda amici carissimi da allora ad oggi.
    Pranzo alle ore 13,00, poi tutti su autocarri militari e trasportati al porto marittimo di Civitavecchia per essere imbarcati sulla motonave “Città di Alessandria”, una vecchia unità commerciale che ha partecipato alla seconda guerra mondiale come nave ospedale. Tutti i ragazzi sono sistemati sul ponte esterno per chi vuole passare la notte sotto coperta c’è il gavone di prora. Ci vado per cercare un posto dove potermi sistemare per la notte, ma la oca luce delle lampade di bordo mi offre uno spettacolo agghiacciante: con noi giovani aspiranti marinai viaggiano molti detenuti, sono incatenati l’uno all’altro e con le braccia inchiavardate. Sono questi uomini in traduzione verso le carceri della Sardegna. L’impressione che ho è forte e negativa, non ho mai visto uomini incatenati in tal guisa; essi hanno l’aspetto di animali in cammino verso il macello, una pratica di così elevata inciviltà dopo una guerra feroce come quella appena terminata non me l’aspettavo. Me la sono trovata in faccia e realizzo che le “prediche” degli oratori del dopoguerra, sono rimaste nelle piazze. Questo incontro mi turba e penso che l’umanità dichiarata finisce tra gli anelli di una catena d’acciaio e non si conosce mai la moralità di chi tira la catena e quella di chi chiude gli anelli.
    Il mattino seguente alle ore 08,30 la motonave ormeggia alla banchina del porto di Olbia, una motozattera della Marina Militare è in attesa per trasportarci alla vicina isola di La Maddalena, proprio davanti alla Scuola, un grande edificio, di fronte al quale si eleva l’alto pennone dove sventola la Bandiera Nazionale con al centro della banda bianca lo stemma delle Repubbliche del Mare italiane. Sbarchiamo rapidamente ed entriamo nell’edificio. Seguono immediate le operazioni necessarie: dati anagrafici, impronte digitali, domande di particolare necessità, in ne il numero di matricola, il mio è 011770, poi al deposito vestiario per il cambio dei vestiti.
    Alle ore 18,00 del 26 settembre 1952 anch’io vesto alla marinara, ma l’uniforme questa volta è vera; ho preso la rivincita sul mio amico d’infanzia con il suo vestitino intrigante e la sua lucida catenina. In quel momento ho avuto un pensiero anche per quei marinai che mi salutavano dalla corriera, un pensiero di solidarietà che le loro vicende di salute si siano risolte positivamente. Alle ore 22 tutti in branda e con l’armoniosa dolcezza delle note del silenzio si chiude la prima giornata per i giovani marinai, qualcuno piange per la commozione.
    Dal giorno dopo inizia la mia breve e intensa avventura di Marinaio d’Italia, durata 79 mesi, avventura che mi ha dato molte soddisfazioni, allargato gli orizzonti conoscitivi, consolidato l’amore per la Bandiera e formato il sentimento di responsabilità.

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    1.10.1944, ammutinamento del CB 16


    Caro Ezio, sono Luigi Pace, frequentando A.N.M.I. di Senigallia ho appreso dai vari soci che durante la seconda guerra nei pressi del nostro faro di Senigallia avvenne un fatto insolito, infatti da una foto ritrovata sappiamo che ci fù un ammutinamento con l’uccisione del Comandante di un nostro mini sommergibile da parte equipaggio di circa 6 persone con conseguente arenamento dello stesso nei pressi del Faro,appena posso ti invio la foto. Mi piacerebbe la vera storia se riesci ad approfondire tale ricerca, grazie ciao.

    …l’omicidio del S.T.V. Giuseppe Tendi nel mare Adriatico, 1 ottobre 1944.

    In passato si è scritto di ammutinamenti veri e presunti, recentemente abbiamo narrato dell’ammutinamento del MAS 433 (T.V. Ruggero Frezza) (1), ma molto poco si è scritto e si conosce dell’ammutinamento sul CB 16, con l’uccisione del suo comandante. Questo articolo tratta appunto della storia del sommergibile CB 16, del suo Comandante e dell’equipaggio nei mesi successivi all’armistizio (2).
    La Regia Marina, molto ordinata e compatta, all’armistizio dell’8 settembre 1943 dirama alle proprie navi l’ordine di dirigersi verso sud e presentarsi in porti controllati dall’ex nemico. Solo le navi in bacino o ai lavori e poche altre non rispettano gli ordini ricevuti e pochi ufficiali con i loro equipaggi non aderiscono ai termini della resa incondizionata firmata da Badoglio pochi giorni prima. In quel contesto s’inserisce la storia del CB 16 (3) conosciuta nei rapporti ufficiali, ma la cui fine è stata finora avvolta per lo più nel mistero. Nel Settembre 1943 si trovava in allestimento a Pola, al comando del S.T.V. c. Sergio Scalamera, dove era giunto direttamente dalla Caproni Taliedo di Milano, senza passare da Trieste. Catturato dai tedeschi l’11 Settembre, fu da questi ceduto alla X Flottiglia MAS della R.S.I.
    In quel periodo fu costituito a Trieste il I Gruppo Sommergibili CB Comandante Longobardo, poi passato a Pola, formato dai CB 16, 17, 18, 19, 20, 21 e 22; il CB 16 di base a Brioni; aveva il compito di trasportare informatori e sabotatori lungo le coste adriatiche sia italiane che dalmate. Questi battelli avevano quattro uomini d’ equipaggio ed erano armati con due siluri da 450 mm. Intendiamo quindi portare ulteriori informazioni per chiarire e rendere giustizia riguardo alle vicende realmente accadute oltre 67 anni fa.
    L’Ufficio Storico della Marina Militare, nella I edizione dell’opera La Marina dall’ 8 settembre 1943 alla fine del conflitto, uscita nel 1962, dimenticava totalmente la fine del M.A.S. 433, ma l’edizione successiva uscita nel 1971, presumibilmente riveduta e corretta, e a quasi 30 anni dalla fine della guerra, poteva citare brevemente i fatti realmente accaduti, anche senza scendere nei particolari e senza alcun commento. È auspicabile che un’eventuale prossima edizione sia più aggiornata e comprenda anche un riferimento ai gravi fatti avvenuti a bordo del CB 16, oltre la citazione del nome del suo valoroso e sfortunato comandante. Nella cappella dell’Accademia Navale di Livorno, vi è una grande lapide che dovrebbe essere a ricordo di tutti gli ufficiali caduti. Si propongono pertanto le seguenti aggiunte e modifiche eventualmente da apportare:
    1) M.A.S. 433 19 – 11 – 43 T.V.c. O.A. Frezza Ruggero (da aggiungere);
    2) M.A.S. 541 22 – 2 – 44 T. V. Cosulich Guido (da modificare in 22 – 3 – 44);
    3) C.B. 16 1 – 10 – 44 S.T.V.c. Tendi Giuseppe (da aggiungere).
    È pur vero che su tale lapide mancano anche i nomi di diversi altri ufficiali caduti al Nord dopo l’8 settembre 1943 e sarebbe davvero auspicabile che anche questa anacronistica e ormai lontana discriminazione venga superata. Un caso analogo è proprio quello del S.T.V. Giuseppe Tendi, nato a Firenze il 6 gennaio 1916 (4), che figura nell’elenco dei caduti della X MAS della R.S.I., mentre il T.V. Ruggero Frezza non è elencato né tra quelli della R.S.I., né tra quelli della Regia Marina. Una piccola digressione a questo punto s’impone per poter chiarire ed aggiungere aspetti successivi al trascorso militare del Tendi. In un’intervista, avuta da chi scrive, con il dr. Ing. Mario Rossetto, già comandante del Smg. Finzi alla base Betasom di Bordeaux, è stato rievocato come il Finzi insieme ad altri sei battelli fossero stati destinati ad essere trasformati in sommergibili da trasporto con la conseguenza che il personale non più utilizzato venne inviato alla base tedesca di Danzica per l’addestramento ed il riutilizzo su nuovi battelli. L’idea di modificare in questo senso i sette battelli era stata presa in considerazione dal C.V. Enzo Grossi, comandante di Betasom (5), che conscio del fatto che questi battelli non erano più in grado di affrontare missioni offensive in Atlantico propose al grande ammiraglio Karl Doenitz uno scambio. Al posto dei sette sommergibili italiani trasformati in cargo, i tedeschi avrebbero ceduto alla Regia Marina altrettanti U-Boot di recente costruzione. La richiesta venne accolta, anche perché in quel periodo i cantieri tedeschi lavoravano a pieno regime, producendo una media di un battello al giorno. Alla Kriegsmarine mancava, semmai, il personale di bordo e non gli scafi, ed in base all’accordo ben nove U-Boot della classe VII-c furono assegnati all’Italia, che riclassificò come Classe “S”. All’inizio probabilmente si trattava dello scambio di dieci unità perché tanti furono gli U-Boote previsti da parte tedesca, ma da parte italiana vennero preparati soltanto nove equipaggi e, effettivamente nove furono gli U-Boote consegnati a Danzica tra la fine di giugno e i primi di settembre 1943. In cambio soltanto sette furono i sommergibili italiani trasformati, perché nel frattempo si perdettero l’Archimede (13 aprile) e il Da Vinci (23 maggio). Comunque il decimo U-Boote non fu mai consegnato perché avrebbe dovuto essere consegnato l’8 settembre, ma anche perché non era mai stato previsto né approntato il suo equipaggio. Gli equipaggi degli U-Boote entrati servizio con le sigle “S1”…..”S9” provenivano essenzialmente dai battelli di Betasom, con sei comandanti, mentre gli altri tre (Arillo, Longhi, Siriani) provenivano dal Mediterraneo. Al T.V. Mario Rossetto, (due M.B.V.M. sul Campo e una Croce di Guerra al V. M. sul Campo, allora il più giovane comandante di sommergibile atlantico), fu assegnato il sommergibile “S6”. Nel suo equipaggio era presente il S.C. Francesco Millelire R.T, già imbarcato sul Smg. Barbarigo, mentre il guardiamarina Giuseppe Tendi, promosso S.T.V., fu assegnato al “S3” con l’incarico di ufficiale in seconda, essendo il comando assegnato al T.V. Roberto Rigoli, il penultimo comandante del Barbarigo (6). Il comando della base italiana a Danzica fu assunto dal capitano di corvetta Alberto Galeazzi.
    La sera dell’8 settembre, dopo l’annuncio dell’armistizio, su ogni sommergibile, ormeggiato in porto, la sentinella italiana fu sostituita da una sentinella tedesca: questa era incaricata di alzare la bandiera italiana al mattino e di ammainarla al tramonto. Soltanto il 19 settembre, in seguito ad accordi fra la Kriegsmarine e la Marina italiana del Nord (la R.S.I. non esisteva ancora) i nove sommergibili “S” furono restituiti alla Marina tedesca con regolari verbali di consegna firmati dal comandante italiano e dal comandante tedesco che assumeva l’incarico. Tutto il personale italiano della base di Danzica, ad eccezione di coloro che non avevano aderito alla proposta di continuare la guerra con i tedeschi e che furono avviati in campo di concentramento (circa il 10% della forza), fu trasferito a Betasom. Continuando l’intervista con l’Ing. Mario Rossetto, emerge che il Tendi fu destinato alla base dei CB a Pola, al cui comando era stato posto il T.V. Federico De Siervo (nato a Napoli il 5 settembre 1918, che cadrà per mano del IV Corpus titino il 3 maggio 1945 nell’isola di Brioni), mentre lo stesso Rossetto fu destinato a Monfalcone per assumere il comando del sommergibile Beilul (7). Il 30 Settembre 1944 il CB 16 di base a Brioni, della X Flottiglia MAS della R.S.I., uscì da Pola per una missione di agguato nelle acque di Ancona al comando del S.T.V. Giuseppe Tendi (8). L’equipaggio del CB. 16 era così composto: – Sergente R.T. Millelire Francesco – Matr. 47107/V, – Sergente M.N. Papa Giuseppe – Matr. 51728, – Sergente elett. Lillo Antonio Cesare detto ”Mezzanotte” Matr. 54445. Il giorno successivo giunti a metà tragitto fra Pola e le coste marchigiane, il sergente Millelire ed il sergente Lillo salirono in coperta, spararono un colpo di pistola alla nuca del loro comandante e lo buttarono in mare. Il Papa che era sottocoperta, al rumore dello sparo si precipitò in coperta in tempo per vedere il berretto da ufficiale di Tendi galleggiare sull’acqua e sparire nella notte. I due assassini intimarono al Papa di stare quieto e successivamente portarono il battello ad incagliarsi sulla spiaggia di Senigallia dove l’equipaggio si consegnò a terra alle truppe neozelandesi (9) che presidiavano quel tratto di costa (si veda l’articolo La scomparsa del MAS 541, pubblicato su Storia Militare, n° 45, Giugno 1997). A terra furono accompagnati all’Intelligence Military Service della Royal Navy, dove si presentarono da trionfatori, consegnando al T.V. Edward Walter Lloyd la bandiera di combattimento ed i cifrari del sommergibile. Sembra che nel 1948 quello che restava del CB 16 fosse ancora spiaggiato, con una lettera datata 7 luglio 1948, a firma Ragaini Dr. Osvaldo presidente dei marinai di Senigallia, indirizzata alla Direzione Generale delle Costruzioni Navali – Ufficio Nuove Costruzioni di Roma, si chiedeva l’autorizzazione di poter recuperare il mezzo, ammettendo che le parti migliori erano già state asportate e pertanto, per ovviare ad eventuali pericoli per i bagnanti, “autorizzare il Sig. Carlo Ranciaro, nostro iscritto, a demolire totalmente il sommergibile. L’eventuale somma ricavata dalla vendita dei rottami verrà distribuita ai commilitoni che saranno adibiti ai lavori”. Come si può notare le date non coincidono, i testi dell’U.S.M.M. parlano del trasferimento nel 1947 mentre nel 1948 il CB 16 era ancora spiaggiato sul litorale Adriatico. L’A.N.M.I. di Senigallia da tempo ha in animo di costruire un cippo o applicare una targa sul molo in ricordo del S.T.V. Giuseppe Tendi. Pare che il Papa si fosse imbarcato in sostituzione di un altro membro dell’equipaggio e che probabilmente fosse all’oscuro del complotto, mentre chi si fece sostituire ne fosse a conoscenza.a parte

    Fu il Millelire (10), ad uccidere con un colpo di pistola alla  nuca il suo comandante. Nel suo libro Decima Flottiglia Nostra…., il T.V. Sergio Nesi racconta che quando fu catturato con il Serg. A.U. Sergio Perbellini dagli inglesi (11), il T.V. E. W. Llyod, il 16 maggio 1945 che li interrogava, mostrò loro sia la bandiera sia il cifrario del CB 16 custoditi nel cassetto della sua scrivania, usando dure parole di disprezzo per quei marinai che avevano così barbaramente ucciso il proprio comandante ed ignobilmente tradito le leggi dell’onore comuni a tutte le marinerie del mondo. “Mi auguro che la giustizia italiana li possa punire per quello che meritano” disse il T.V. E. W. Llyod. Non poteva immaginare come sarebbero state poi disattese tali aspettative. Gli alleati li inviarono in prigionia, dapprima a Napoli, poi nel P.O.W. (Prisoner of War) Fascist Camp 211° di Cap Matifou nelle vicinanze di Algeri (12) dove nella prima decade di Maggio del 1945 rischiarono il linciaggio. Si vedano i libri L’Alcione dalle ali spezzate e Decima Flottiglia Nostra…, di Sergio Nesi, da cui riportiamo quanto segue: “…grande suddiviso in vari “pen” (pollaio) nel pomeriggio del 7 maggio 1945 ci fu un tentativo di linciaggio il Comandante (Nesi) vide tre Marò darsi alla fuga e nascondersi dietro un muretto. Chiese ad altri Marò se li conoscevano. Erano Papa, Lillo e Millelire, gli assassini del S.T.V. Tendi. Fece per avventarsi su di loro, ma fu trattenuto. Altri Marò avanzarono con sassi in mano: “Comandante li facciamo fuori…”. Arrivarono soldati inglesi, che separarono i due gruppi. Papa chiese di parlare con il comandante. Gli spiegò cosa stava succedendo e proclamò la propria innocenza. Lui non sapeva niente.
    Gli inglesi si informarono del perché del trambusto, poi portarono via Lillo e Millelire e di loro il comandante non ne seppe più nulla. Rientrati in Patria, sia il Millelire (13) che Lillo non furono perseguiti e girarono liberi nell’Italia libera. Il Millelire, secondo alcuni suoi commilitoni, aveva un carattere “fumantino”; già da ragazzo litigava con i genitori, poi affascinato dalla divisa si arruolò in Marina, aveva pochissime amicizie, era molto permaloso e ribelle e solo pochi colleghi potevano chiamarlo: “Cicu” (da Francesco) o soldino (in lingua sarda dinai).
    Da un documento personale del Millelire si ricava quanto segue: “Entrato in marina nel 1938 come volontario, il primo imbarco avviene il 18 luglio 1939 nella 4ª Sq. MAS; il 6 luglio 1940 è imbarcato sull’incrociatore ausiliario OLBIA poi il 18 dicembre 1941 sul Smg BARBARIGO, il 30 giugno 1943 è destinato sul Smg. S 6 a Danzica infine il 27 agosto 1944 è imbarcato sul mini Smg. CB 16”. Durante l’imbarco sull’OLBIA si guadagnò una Croce di Guerra al V. M., sul BARBARIGO una Croce al V.M. ed una M.B.V.M., mentre sul CB 16, credendolo disperso in azione gli verrà conferita una medaglia di bronzo. Al rientro dalla prigionia avvenuta 27 marzo 1946, il Millelire sarà ripreso in marina; il 21 ottobre 1947 dal dep. di Taranto sarà inviato in licenza indeterminata ed il 31 maggio 1951 sarà congedato (solo venti giorni prima era stato degradato “per grave mancanza disciplinare”). Sappiamo che partecipò alla Scuola RT di Flensburg (Germania), risulta anche che fu prigioniero in Germania, internato in Francia, “al proprio domicilio” dal 9 maggio 1944 fino 15 agosto. Subito dopo entrò nella Marina della R.S.I, poi il 2 ottobre risulta prigioniero a Napoli ed infine il 1° maggio 1945 sarà trasferito in Algeria al 211° P.O.W. di Cap Matifou. Si tralasciano molti altri passaggi del percorso militare del Millelire, ma da tutto ciò si può evincere che il Millelire fosse un “cattivo” marinaio; chi scrive non vuole aggiungere ulteriori commenti e valutazioni. Nel terzo volume dell’Alcione dalle ali spezzate, Nesi racconta: “… che rientrato dalla prigionia e il ritorno a casa denunciò i fatti e gli uomini in tutte le sedi. Nessuno alzò un  dito in difesa della memoria del S.T.V. Giuseppe Tendi; né la giustizia, né la Marina, né i giornali. Perché scomodarsi? Era morto un cane!” Di Tendi, come di Frezza, rimane solo una breve e gelida annotazione nei registri del Ministero: “uccisi dall’equipaggio”. Giorgio Giorgerini nella conferenza tenuta a Venezia il 28/29 aprile 1995, per gli “Atti del Convegno Studi” nel suo intervento Le Missioni Speciali della R.M. nel Tirreno e nell’Adriatico, dopo un silenzio di decenni, citerà ufficialmente i due ammutinamenti avvenuti in Adriatico con la morte del Ten. di Vascello Ruggero Frezza e del S.T.V. Giuseppe Tendi. Un’altra opera uscita nel 2002 per conto dell’Ufficio Storico della Marina Militare dal titolo La Marina e l’8 Settembre, preparata da Francesco Mattesini, ignora di nuovo la fine dei due ufficiali uccisi barbaramente. Il S.T.V. Giuseppe Tendi precedentemente era stato imbarcato sul smg. Barbarigo (14) ed aveva operato in Atlantico dalla base “Betasom” di Bordeaux (Comando Superiore delle Forze Subacquee Italiane in Atlantico). Navigò con il Capitano di fregata Enzo Grossi (15), che poi divenne comandante della base. In Atlantico affondarono, secondo il diario di bordo, una corazzata americana, ma nel dopoguerra dopo un processo vennero smentiti (16). Al Grossi fu ritirata la M.O.V.M., mentre al Tendi già morto, nel volume edito dall’U.S.M.M. di Roma, non venne descritta la motivazione delle due M.A.V.M. e delle tre Croci al V. M. e delle Croce di Ferro di 2ª Classe tedesca. Mentre, ironia del destino, per l’ultima missione compiuta con il CB 16, sarà decorato con una Medaglia d’Argento sul Campo, con la qualifica “disperso”. Enzo Grossi, già radiato dai ranghi della Marina par aver aderito alla Marina della Repubblica Sociale Italiana, viene privato di tutte le medaglie ricevute per gli affondamenti delle due corazzate. Ci si può chiedere perché non sono menzionate le motivazioni delle medaglie d’Argento concesse sia al S.T.V. Giuseppe Tendi, sia al S.T. G.N. Raffaele Papa, che aderirono alla marina repubblicana, ma anche al guardiamarina Giorgio Del Santo, che morirà nel giugno 1943 mentre con il BARBARIGO si dirigeva verso Singapore; mentre per il T.V. Umberto De Julio, comandante del BARBARIGO, la sua M.A.V.M. porta la motivazione. È invece citata la motivazione della “M.B.V.M. sul Campo” del Millelire, un assassino. Prima di chiudere l’articolo è doveroso scrivere alcune note sul sommergibile BARBARIGO ed il suo equipaggio. Il BARBARIGO della classe “Marcello” fu varato nel 1938, il 7 Agosto 1940 parte da Napoli ed arriva alla base BETASOM di Bordeaux l’8 Settembre 1940, opera in Atlantico fino al Giugno 1943.
    Durante le sue dieci missioni in Atlantico affonda 7 navi mercantili per un totale di ton. 39.630, raggiungendo così il quinto posto tra i sommergibili con maggiori successi; ai primi di giugno 1943 viene modificato per il trasporto di materiale strategico e conseguentemente vengono eliminati i tubi di lancio dei siluri ed altre parti (17), per poter imbarcare 130 tonnellate destinate a Singapore per il Giappone. Prima di partire per l’Oriente molto personale viene sostituito  e diversi marinai rimangono a terra; tra questi Bisaia Adelmo, sotto capo silurista, matr. 9450, 2 Croci al Valor Militare ed il “Distintivo d’Onore” di sommergibilista, sarà tra i pochi a salvarsi. Il BARBARIGO, al comando del T.V. Umberto De Julio M.A.V.M., partito da Bordeaux il 15 giugno risulterà disperso nel Golfo di Biscaglia, la data non è certa (il 17 Giugno per aereo inglese o il 19 Giugno per aereo americano). In effetti moriranno 54 uomini di cui: 6 ufficiali, 8 sottufficiali, 39 comuni ed un civile. Il personale del BARBARIGO, durante la campagna Atlantica fu decorato con: 1 M.O.V.M. (poi revocata), 17 M.A.V.M., 57 M.B.V.M., 147 Croci di Guerra al V.M.; lo stesso sommergibile si meriterà una M.A.V.M. ed una M.B.V.M. La base di  Bordeaux dopo l’8 Settembre 1943 fu ridimensionata: pur tuttavia aderirono alla Marina Repubblicana della R.S.I., quasi il 90% del personale. (10)
    Nel colloquio con l’autore avvenuto il 19 Dicembre 2006, il già S.C. Silurista Adelmo Bisaia, ricordava il S.T.V. Giuseppe Tendi come un ufficiale molto professionale, serio e ligio al dovere, che pretendeva il massimo dai suoi sottoposti, ma talvolta troppo severo per operare su un sommergibile. Il T.V. Mario Rossetto nella sua intervista, ricorda il Tendi come un ufficiale molto serio, di grandi capacità; probabilmente un po’ troppo rigido nella disciplina, che peraltro era necessaria mantenere. Continuando nell’intervista il Comandante Rossetto: “… per quanto riguarda il S.C. RT Millelire, che ho conosciuto solo a terra e non in missione, non posso dare un giudizio professionale; il mio giudizio comunque è sempre alterato dalla terribile azione da lui compiuta sul CB 16”. Sembra che in passato il Millelire, un soggetto molto spavaldo ed arrogante, con un carattere “molto aggressivo” avesse avuto con il suo superiore uno scontro molto vivace. (11) – L’operazione “Buccari 2” consisteva nel forzamento del porto di Ancona il 13/14 aprile 1945 ad opera di due SMA provenienti dalla base di Brioni, al comando del T.V. Sergio Nesi con il Serg. Allievo Uff. Pilota Sergio Perbellini, mentre l’altro formato dal 2° Capo Flavio Mauceri di Reggio Emilia e dal S.C. Roberto Bratti di Forlì, rispettivamente con SMA ‘Km 1’ e SMA ‘Km 2’.  (12) – L’autore in un colloquio telefonico (11/3/2007) con il Marò Giovanni Mele di Bosa Marina (Nu), già prigioniero al 211° P.O.W. “Fascist Camp” di Cap Matifou, ricorda che il campo era diviso in tre aree: A-B-C, e che nel suo reparto c’erano diversi sardi, ma ricorda di non aver mai incontrato il Millelire. Questo Campo, al comando del Col. A. Christie – Miller, era nato dopo la disfatta dell’Asse in Tunisia e sorgeva su un’ampia collina al di sopra di una valle su terreno sabbioso. Dopo il maggio 1945 cominciarono ad arrivare al campo prigionieri della R.S.I., della X^ MAS e della G.N.R., ed anche lo stesso Maresciallo Rodolfo Graziani. In effetti Graziani arrivò il 12 giugno 1945 da Ciampino e come ufficiale addetto alla sua persona si offerse il T.V. Alberto Marchesi, già comandante del Btg. “Barbarigo” poi comandante della 4^ Compagnia “Lupo”, e come ordinanza il Marò Giuseppe Bonfanti di Milano della 3^ Compagnia del “Barbarigo”; che rinunciò al rimpatrio per continuare ad assistere il Maresciallo. (13) Ricerche effettuate presso vari archivi non hanno sciolto la possibile parentela con un altro Millelire, ma noto per aver dato lustro al suo cognome e combattuto lealmente per la Patria. Millelire Domenico, nato alla Maddalena 1761 – ivi 14-8-1827, entra nella marina sarda nel 1778; con il grado di Nocchiere delle Mezze Galere. Durante l’attacco dei francesi, guidati dal Bonaparte, alla sua isola natale il 23 febbraio 1793, danneggiò sensibilmente la flottiglia nemica; gli fu conferita la medaglia d’oro istituita da Vittorio Amedeo III° con la seguente motivazione: “Per aver ripreso al nemico l’isola di Santo Stefano e per la valorosa difesa dell’isola de La Maddalena contro gli attacchi della squadra navale della Repubblica francese.” Raggiunse il grado di capitano; altre decorazioni: 1 M.A.V.M., ed in sostituzione della M.O.V.M. gli sarà conferita la Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia. (14) Il “Barbarigo” (motto: “Per animo gloria” ) affondò sette navi mercantili per ton. 39.630 e ne danneggiò per ton. 5.032, conseguì il maggior successo in Atlantico meritandosi la proposta della Medaglia d’Oro poi concessa come Medaglia d’Argento al Valore Militare, con la seguente motivazione: “Sommergibile, dislocato fin dall’inizio della guerra in Atlantico,portava nella vastità degli oceani il suo validissimo contributo alla battaglia sul mare per la vittoria della Patria. In numerose dure azioni riusciva ad affondare oltre 100.000 tonnellate di naviglio. In due distinte crociere, in lontane zone oceaniche, dopo lunghe giornate di estenuante agguato, avvistate di nottetempo formazioni di navi maggiori scortate, si incuneava arditamente tra la scorta e il grosso e, con abile e audace manovra silurava ed affondava due potenti navi da battaglia nemiche”. – Anno 1942 – 1943. (15) In effetti per tali imprese dichiarate aveva ricevuto due promozioni al merito e dal re Vittorio Emanuele III° , “motu proprio” è promosso Capitano di Fregata, da Adolf Hitler riceve due Croci di Ferro, una di prima e l’altra di seconda classe. Rientrato a Roma è promosso Capitano di Vascello, è ricevuto con tutti gli onori da Benito Mussolini a Palazzo Venezia, mentre l’Ammiraglio Donitz in persona lo decorerà con le insegne di Cavaliere della Croce di Ferro. Grossi come Capit. di Vascello dal 29 dicembre 1942 all’ 8 settembre 1943 sarà il Comandante Superiore della Base Atlantica – Betasom. (16) Il 18 agosto 1949 una Commissione d’Inchiesta della Marina contestò al Capitano di Vascello Enzo Grossi M.O.V.M., il rapporto sulle notti 19/20 maggio 1942 e 5/6 ottobre1942 a bordo del “Barbarigo” in Atlantico. La decisione fece discutere non poco ed i difensori di Grossi sostennero che si trattava di una rappresaglia politica, avendo il Comandante Grossi aderito alla Repubblica Sociale. (17) In effetti le modifiche apportate consistevano: asporto dei cannoni, i depositi munizioni utilizzati come depositi nafta, il periscopio d’attacco rimosso, una delle latrine smantellata e gran parte dei piccoli comfort di bordo eliminati per far spazio al carico; dovendo portare 130 ton. di materiale bellico ed al ritorno il “Barbarigo” avrebbe dovuto caricare 110 ton. di gomma e 35 ton. di stagno, costringendo però il battello a far rifornimento in mare.

    GIUSEPPE TENDI

    Guardiamarina Tendi Giuseppe – Croce di Guerra al Valore Militare:
    “Imbarcato su un sommergibile, coadiuvava efficacemente il comandante nel compimento di una importante e lunga missione di guerra, dando prova di coraggio, tenacia, sprezzo del pericolo, elevate doti militari e grande spirito di sacrificio”. Mediterraneo occ. – Oceano Atlantico, giugno – luglio 1940 – determinazione del 20 agosto 1940 XVIII

    Guardiamarina Tendi Giuseppe – Croce al Valore Militare sul Campo:
    “Ufficiale imbarcato su Sommergibile operante in Mediterraneo e successivamente in Atlantico, ha preso parte a numerose e lunghe missioni di guerra contro il traffico nemico disimpegnando i propri incarichi con coraggio, perizia ed elevato sentimento del dovere”. Mare Mediterraneo ed Oceano Atlantico – giugno 1940 XVIII – giugno 1941 XIX – Det. 28/9/1941.

    Guardiamarina Tendi Giuseppe – Croce di Guerra al Valore militare sul Campo:
    “Nel 2° anno della guerra 1940 – 1943 imbarcato su sommergibile, partecipava a numerose missioni di guerra in acque contrastate dal nemico, assolvendo in ogni circostanza il proprio incarico con coraggio, abnegazione ed elevato sentimento del dovere” . Atlantico, 11/11/40 – 11/11/41 – Det. 11/2746.

    Guardiamarina Tendi Giuseppe – Medaglia d’Argento al Valore Militare sul Campo:
    “Ufficiale di rotta di sommergibile, in missione di guerra in Atlantico, bombardato da un aereo nemico, accorreva con immediato slancio alle mitragliere e, armata la mitragliera di sinistra, apriva decisamente il fuoco, colpendo ripetutamente il velivolo, che veniva costretto a desistere dall’azione. Durante un attacco ad una formazione navale, mentre l’unità in emersione, superata la scorta dei CC. TT. Nemici, attaccava con due siluri e affondava una corazzata nord-americana del tipo <Maryland>, coadiuvava con la sua opera intelligente e serena il Comandante al raggiungimento del successo. In audaci attacchi contro il naviglio mercantile nemico contribuiva con eguale perizia e spirito aggressivo all’affondamento di due piroscafi per complessive 27.000 tonnellate di stazza, dando sempre prova di belle qualità tecniche e militari”. Oceano Atlantico, 21 aprile – 16 giugno 1942 – XX – Regio Decreto 31 ottobre 1942 – XX.

    S.T.V. Tendi Giuseppe – Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia con Sovrano ‘Motu Proprio’ 21 Gennaio 1942 Sottotenente di Vascello di complemento per meriti eccezionali Tendi Giuseppe – 10 Maggio 1942.

    Sottotenente di Vascello Tendi Giuseppe – Medaglia d’Argento al Valore Militare sul Campo:
    “Ufficiale imbarcato su sommergibile oceanico, in una lunga missione di guerra presso le coste occidentali dell’Africa, contribuiva efficacemente ad un vittorioso combattimento contro un aereo nemico che, dopo aver attaccato l’unità con raffiche di mitragliatrici, precipitava in mare, colpito dall’efficace reazione di fuoco. Avvistata nottetempo una formazione navale nemica, coadiuvava con sereno ardimento e perizia il Comandante nell’audace e immediato attacco, che si concludeva con l’affondamento di una nave da battaglia nord americana del tipo Mississippi. Confermava durante tutta l’azione le sue elevate doti di coraggio, sereno spirito aggressivo e attaccamento al dovere”. Oceano Atlantico, 23 agosto – 30 ottobre 1942 – XX – Regio Decreto 11 febbraio 1943 – XXI.

    S.T.V. Tendi Giuseppe – Croce di Ferro di II^ Classe della Marina da Guerra Tedesca (Eisernes Kreuz 2.Klasse) – Foglio di Marina – Roma 6 luglio 1943.

    S.T.V. Tendi Giuseppe – Croce di Guerra al Valor Militare sul Campo:
    “Ufficiale in 2° di sommergibile, in una lunga missione di guerra in Atlantico, partecipava con la sua opera all’affondamento di tre piroscafi nemici per complessive 18953 tonnellate di stazza. Coadiuvava validamente e con perizia il Comandante nella navigazione di rientro, nonostante le menomate condizioni di efficienza dell’unità per sopravvenuta avaria” Determinazione 12 agosto 1943.

    S.T.V. Tendi Giuseppe – Medaglia d’Argento sul Campo – “disperso”:
    “Ottimo ufficiale, entusiasta e trascinatore, reagì al tradimento, dando subito ogni attività e tutta la sua giovanile baldanza per l’approntamento dei nuovi mezzi che dovevano riportare ancora sul nostro mare i bei colori della Patria. Dopo mille difficoltà superate con la fede più viva e l’entusiasmo più ardente che riuscì ad infondere anche nella sua gente, si apprestò alla partenza da tanti mesi agognata. Su quel mare che tanto amò scompariva gloriosamente, lasciando ai suoi compagni il rimpianto e soprattutto l’esempio che contribuirà ad illuminare la via che la nuova Marina percorrerà sino alla Vittoria. Mare Adriatico, 29 settembre 1944 – XXII.

    Il S.T.V. Giuseppe Tendi, figlio Enrico e di Giusti Emilia nasce a Firenze il 6 gennaio 1916, dopo essere diventato Guardiamarina nel Corpo dello Stato Maggiore effettuerà il primo imbarco a bordo del smg. “Finzi” dal 2 febbraio 1940 fino al 23 0ttobre 1941 e successivamente:
    – Smg. “Giuliani” dal 23 ottobre 1941 al 18 novembre 1941,
    – Smg. “Finzi” dal 18 novembre 1941 al 12 gennaio 1942,
    – Smg. “Barbarigo” dal 12 gennaio 1942 al 25 maggio 1943,
    – Base “Betasom” Uff. in 2° dal 26 maggio 1943 al 28 maggio 1943,
    – Marigammasom (Danzica) dal 29 maggio 1943 al 8 settembre 1943.
    Nel suo documento personale si rilevano tre annotazioni “post mortem”:
    “Deceduto il 1° ottobre 1944 stando a bordo del Smg. C.B. 16 aderente alla marina repubblicana” (Dispaccio 3153 in data s.d. di Maripers – Div. 1ª – Ufficio Informazioni famiglia).
    “Giudizio definitivo di discriminazione: Idoneo a rimanere nei ruoli fino alla data del decesso avvenuta in servizio ma non per causa di servizio” (f.n. 1725/2 R.P. del 3 maggio 1952 di Maripers – Div. 2° Sez. Uff. Coll. CC.DD.).
    In base al Decreto Presidenziale 17-11-48, n. 1590, è autorizzato a fregiarsi del nastrino della guerra 1940-43 e ad esporre su di esso n. quattro stellette, corrispondenti ad altrettante campagne di guerra.
    BREVETTO N: 10667/S (all. FOM. 2/3/54).

    MILLELIRE FRANCESCO
    Le motivazioni delle medaglie conferite.
    Croce di Guerra al Valore Militare:
    “Imbarcato su incrociatore ausiliario partecipava a numerose missioni in zone particolarmente sorvegliate dal nemico assolvendo con serenità e precisione i compiti affidatigli”.Agosto 1940 – Settembre 1941 (dat. 5/1/942 – 14/15/2/942- Incrociatore Ausiliario Olbia.

    Croce al Valore Militare:
    “Imbarcato su sommergibile, che in una missione atlantica affondava una corazzata nemica tipo Maryland e due piroscafi per complessive 27.000 tonnellate di stazza, contribuiva validamente con serenità e perizia al successo delle audaci imprese belliche”. Det. 6/10/42 – All. 7.O.M .3- 11 – 42

    Medaglia di Bronzo al Valor Militare sul Campo:
    “Imbarcato su sommergibile oceanico, in una lunga missione di guerra presso le coste occidentali dell’Africa, prendeva parte alla reazione di fuoco contro un aereo nemico, cooperando al suo abbattimento. Durante un successivo attacco contro una formazione navale nemica contribuiva, con il sereno e preciso adempimento dei suoi compiti, all’affondamento di una nave di battaglia nord americana” – Oceano Atlantico, ottobre 1942 – (Determinazione del 14 gennaio 1943) – D.V.M. 53.

    Medaglia di Bronzo – Disperso:

    “Sottufficiale entusiasta e professionalmente capace collaborava con fede e con la massima dedizione all’approntamento dei mezzi che dovevano portare alto sul mare ed incontro al nemico il purificato nostro tricolore. Seguendo il suo Comandante, scompariva gloriosamente in mare, fedele fino al sacrificio per l’onore e la grandezza della Patria amata”. Mare Adriatico 29 Settembre 1944 – XXII (All. 2 F.O. 60 del 24 novembre 1944).

    Il sottocapo Radiotelegrafista Millelire Francesco (Franco) detto ‘Cicu’, nato a Terranova Pausania poi nel 1939 la cittadina sarà chiamata Olbia (Ss), l’11 Dicembre 1919, fu Giuseppe e di Pilo Antonietta, il 21 maggio 1943 viene promosso sergente R.T. durante l’imbarco sul smg. “Barbarigo”. Il padre era responsabile di un faro marino della zona, ma la famiglia era originaria di La Maddalena; Millelire si era sposato nel 1957 con Angela Ugazzi; morirà nell’Ospedale Civile di Sassari il 6 giugno 1980.

    LILO ANTONIO CESARE
    Le motivazioni delle medaglie conferite:
    Medaglia di Bronzo al Valore Militare
    “Imbarcato su sommergibile oceanico, che nel corso di una missione di guerra in Atlantico, affondava tre navi mercantili nemiche per complessive 21496 tonnellate di stazza, assolveva i suoi incarichi e prestava con vivo senso del dovere la sua opera intelligente e fattiva per riparare gravi avarie verificatesi, contribuendo efficacemente al successo dell’impresa” .Imbarcato sul smg. “Finzi” – Det. 18 luglio 1942 All.F.O.U. 9- 10/8/42.

    Il Sergente elettricista Lillo Antonio Cesare, fu Pietro e di Maria Giuseppa Urso, nato il 1° agosto 1918 a Brindisi, arruolato in marina il 5 luglio 1937 ed il 15 maggio 1938 è classificato All. elettricista, Comune di I^ Classe il 15 maggio 1939 e nel maggio 1940 è promosso S.C., mentre dal 10 giugno 1940 è imbarcato sul Smg. “Finzi” fino al 30 settembre 1942, il giorno successivo passa per tredici giorni sul Smg. “Calvi”, ritornando poi sul “Finzi”. Il 12 maggio 1951 con determinazione ministeriale sarà retrocesso dal grado “per grave mancanza disciplinare”, mentre nel suo documento personale non figura la motivazione della medaglia di bronzo con la stessa motivazione del Millelire e del Papa, ma solo: “Si deve considerare ‘disperso’ in data 30 settembre 1944 in seguito ad azione di guerra compiuta dall’Unità sul quale era imbarcato”. La motivazione della medaglia è solo rilevabile nel volume dei medagliati della Marina della Repubblica Sociale, preparato dal Comandante Sergio Nesi. Nel suo F.M. non figura il periodo di prigionia passato in Algeria. Il Lillo era conosciuto anche come “Mezzanotte”, pare che questo nome gli sia stato attribuito dai compagni che lo giudicavano poco efficiente nei suoi incarichi.

    PAPA GIUSEPPE

    Motivazione della medaglia:
    Medaglia di Bronzo (Disperso)
    “Sottufficiale entusiasta e professionalmente capace collaborava con fede e con la massima dedizione all’approntamento dei mezzi che dovevano portare sul mare ed incontro al nemico il purificato nostro tricolore. Seguendo il suo Comandante, scompariva gloriosamente in mare, fedele al sacrificio per l’onore e la grandezza della Patria amata”. Mare Adriatico, 29 settembre 1944 – XXII Il Sergente motorista navale Papa Giuseppe, fu Giuseppe e di N.N., nato il 24 agosto 1916 a Messina, entra in marina come motorista navale il 20 febbraio 1938, nel 1940 è S.C. fuochista, trattenuto ed il 23 settembre 1941 viene imbarcato sul Smg. “Menotti” e in data 11 novembre 1941 è autorizzato a fregiarsi del distintivo d’onore  “a vita” di Sommergibilista. Il 9 gennaio 1943 è promosso sergente M.N., mentre il 30 settembre 1944 imbarcato sul CB 16 ‘ viene considerato disperso ’, ma gli sarà concessa la Medaglia di Bronzo, con la stessa motivazione di quella del Millelire e del Lillo. Nel suo documento personale non figura il periodo di prigionia in Algeria.

    BISAIA ADELMO
    Le Motivazioni delle medaglie concesse al S. Capo Silurista Adelmo Bisaia, matr. 9450 – Classe 1920 Croce al Valor Militare sul Campo – Brevetto N° 18983 “Imbarcato su sommergibile, che in una missione Atlantica affondava una corazzata nemica tipo “Maryland” e due piroscafi per complessive 27.000 tonnellate di stazza, contribuiva validamente, con serenità e perizia al successo delle audaci imprese belliche.” Oceano Atlantico, 21 aprile – 16 giugno 1942 – Decreto 31 ottobre 1942

    Croce al Valor Militare sul Campo – Brevetto N° 21508“ Imbarcato su sommergibile che, in una lunga missione di guerra sulle coste occidentali dell’Africa, affondava una corazzata nordamericana ed abbatteva una aereo, partecipava con serenità e coraggio alle azioni, contribuendo validamente al successo.” Oceano Atlantico, 23 agosto – 30 ottobre 1942 – Decreto 11 febbraio 1943

    Tre Croci di Guerra al Merito Distintivo d’Onore per il personale imbarcato sui Sommergibili – 11/11/1941 – Brevetto N° 2026;
    Campagne di Guerra 1940 – 1943, distintivo con tre stellette;
    Medaglia Commemorativa 1940 – 1943, nastrino con tre fascette;

    Il S. Capo Silurista Bisaia Adelmo nasce ad Ancona il 16 febbraio1920, entra in marina il 15 luglio 1939, come silurista, il 27 aprile 1941 è promosso comune di 1° Classe, il 1° novembre 1941 è promosso S. Capo Silurista.
    Il percorso militare:
    – Pola dal 15 – 10 – 1940 al 30 – 10 – 1940;
    – La Spezia dal 1 – 11 – 1940 al 23 – 12 – 1940;
    – Bordeaux dal 24 – 12 – 1940 al 27 – 1 – 1941;
    – Smg. “Barbarigo” dal 28 – 1 – 1941 al 31 – 5 – 1943;
    – Bordeaux dal 1 – 6 – 1943 al 18 – 8 – 1944;
    – Trieste dal 23 – 8 – 1944 al 16 – 9 – 1944;
    – Costanza (Romania) dal 17 – 9 – 1944 al 10 – 11 – 1944 (destinazione mai raggiunta);
    – Pola – ValdiFigo dal 11 – 11- 1944 al 17 – 4 – 1945 (Caserma Smg.).

    NOTE
    (1) L’articolo sul MAS 433 è stato pubblicato su Storia & Battaglie – n. 71 del luglio/agosto e n. 72 del settembre 2007.
    (2) In effetti gli ammutinamenti noti ai Comandi della Marina furono tre: quelli dei M.A.S. 433 e 505, e quello meno conosciuto del C.B. 16 (Costiero tipo ‘B’), un sommergibile tascabile in forza alla squadriglia di base a Pola.
    (3) Saccheggiato dalla popolazione, il battello ricuperato nel 1946 verrà trasferito nell’arsenale di Venezia, radiato e colà demolito il 27 febbraio 1947, quanto sopra da varie opere pubblicate dall’U.S.M.M., mentre una lettera all’autore (datata 6/12/2006) del sig. Luigi Bonvini afferma che un socio dell’A. N.M.I. di Senigallia salì a bordo, dopo che erano venuti gli artificieri da Ancona, e ricorda che scaricando i siluri questi emettevano un forte sibilo di aria compressa. Inoltre il CB 16 precedentemente era stato cannibalizzato di tutte le parti asportabili da due “rutamatt” di nome Marchetti e Panni di Senigallia e anche dai ragazzi che ci giocavano.
    (4) Nel certificato di morte emesso nel 1947 è scritto: primo ottobre 1944 alle ore sconoscesi, è morto in mare Adriatico – Rotta Pola – Ancona – Somm. le CB 16 il Tendi Giuseppe nato a Firenze il 6-1-1916, residente in Firenze – celibe – figlio di Enrico e di Giusti Emilia. Ulteriori ricerche, effettuate presso il comune di Firenze, per conoscere il luogo di sepoltura non hanno dato esito positivo, si può ritenere che il corpo di Tendi non fu mai recuperato, considerato il periodo bellico, fu lasciato in balia delle onde”.
    (5) La base venne chiamata dagli italiani “Betasom”, ricavando la denominazione dalla prima lettera del nome di Bordeaux (dal greco Beta) e dalla prima parte del sostantivo “sommergibile” (som).
    (6) – I comandi dei sommergibili furono così assegnati: S1 (ex – U 428) C.C. Athos Fraternale, S2 (ex – U 746) T.V. Augusto Biagini, S3 (ex – U 747) T.V. Roberto Rigoli, S4 (ex – U 429) T.V. Angelo Amendolia, S5 (ex – U 748) C.C. Mario Arillo, S6 (ex – U 430) T.V. Mario Rossetto, S7 (ex – U 749) T.V. Alberto Longhi, S8 (ex – U 1161) T.V. Federico De Siervo, S9 (ex – U 750) T.V.c. Emerico Siriani. Il 19 Settembre 1943, con regolari verbali di consegna, i nove sommergibili furono restituiti alla Kriegsmarine; dopo quella data gli equipaggi ad eccezione della piccola parte che non aveva accettato di continuare la guerra con la Germania, tra cui il T.V. A. Longhi, furono avviati al Betasom di Bordeaux.
    (7) Il smg. Beilul apparteneva alla classe “600”, serie “Adua”, venne costruito nei Cantieri OTO di La Spezia tra il 1937 ed il 1938; catturato dai tedeschi il 9 settembre 1943, venne affondato da aerei anglo-americani a Monfalcone nel maggio 1944.
    (8) – Il S.T.V. Giuseppe Tendi precedentemente era stato imbarcato su altri sommergibili, il 1° agosto 1937 è trasferito dai ruoli del Regio Esercito a quelli della Regia Marina ed ammesso al I Corso Preliminare Navale; giunto al corpo viene nominato aspirante guardiamarina di complemento. Il 26 ottobre 1939 si laurea dottore in Ingegneria Industriale presso il Regio Politecnico di Torino.
    (9) – La 2ª Divisione di Fanteria Neozelandese, inquadrata nell’VIII Armata inglese, il cui comandante tenente generale sir Bernard Freyberg V. C., fu il principale propugnatore del bombardamento dell’Abbazia di Montecassino.
    (10)- Nel colloquio con l’autore avvenuto il 19 Dicembre 2006, il già S.C.Silurista Adelmo Bisaia, ricordava il S.T.V. Giuseppe Tendi come un ufficiale molto professionale, serio e ligio al dovere, che pretendeva il massimo dai suoi sottoposti, ma talvolta troppo severo per operare su un sommergibile. Il T.V. Mario Rossetto nella sua intervista, ricorda il Tendi come un ufficiale molto serio, di grandi capacità; probabilmente un po’ troppo rigido nella disciplina, che peraltro era necessaria mantenere. Continuando nell’intervista il Comandante Rossetto: “… per quanto riguarda il S.C. RT Millelire, che ho conosciuto solo a terra e non in missione, non posso dare un giudizio professionale; il mio giudizio comunque è sempre alterato dalla terribile azione da lui compiuta sul CB 16”. Sembra che in passato il Millelire, un soggetto molto spavaldo ed arrogante, con un carattere “molto aggressivo” avesse avuto con il suo superiore uno scontro molto vivace.
    (11) – L’operazione “Buccari 2” consisteva nel forzamento del porto di Ancona il 13/14 aprile 1945 ad opera di due SMA provenienti dalla base di Brioni, al comando del T.V. Sergio Nesi con il Serg. Allievo Uff. Pilota Sergio Perbellini, mentre l’altro formato dal 2° Capo Flavio Mauceri di Reggio Emilia e dal S.C. Roberto Bratti di Forlì, rispettivamente con SMA ‘Km 1’ e SMA ‘Km 2’.
    (12) – L’autore in un colloquio telefonico (11/3/2007) con il Marò Giovanni Mele di Bosa Marina (Nu), già prigioniero al 211° P.O.W. “Fascist Camp” di Cap Matifou, ricorda che il campo era diviso in tre aree: A-B-C, e che nel suo reparto c’erano diversi sardi, ma ricorda di non aver mai incontrato il Millelire. Questo Campo, al comando del Col. A. Christie – Miller, era nato dopo la disfatta dell’Asse in Tunisia e sorgeva su un’ampia collina al di sopra di una valle su terreno sabbioso. Dopo il maggio 1945 cominciarono ad arrivare al campo prigionieri della R.S.I., della X^ MAS e della G.N.R., ed anche lo stesso Maresciallo Rodolfo Graziani. In effetti Graziani arrivò il 12 giugno 1945 da Ciampino e come ufficiale addetto alla sua persona si offerse il T.V. Alberto Marchesi, già comandante del Btg. “Barbarigo” poi comandante della 4^ Compagnia “Lupo”, e come ordinanza il Marò Giuseppe Bonfanti di Milano della 3^ Compagnia del “Barbarigo”; che rinunciò al rimpatrio per continuare ad assistere il Maresciallo.
    (13) Ricerche effettuate presso vari archivi non hanno sciolto la possibile parentela con un altro Millelire, ma noto per aver dato lustro al suo cognome e combattuto lealmente per la Patria. Millelire Domenico, nato alla Maddalena 1761 – ivi 14-8-1827, entra nella marina sarda nel 1778; con il grado di Nocchiere delle Mezze Galere. Durante l’attacco dei francesi, guidati dal Bonaparte, alla sua isola natale il 23 febbraio 1793, danneggiò sensibilmente la flottiglia nemica; gli fu conferita la medaglia d’oro istituita da Vittorio Amedeo III° con la seguente motivazione: “Per aver ripreso al nemico l’isola di Santo Stefano e per la valorosa difesa dell’isola de La Maddalena contro gli attacchi della squadra navale della Repubblica francese.” Raggiunse il grado di capitano; altre decorazioni: 1 M.A.V.M., ed in sostituzione della M.O.V.M. gli sarà conferita la Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia.(
    14) Il “Barbarigo” (motto: “Per animo gloria” ) affondò sette navi mercantili per ton. 39.630 e ne danneggiò per ton. 5.032, conseguì il maggior successo in Atlantico meritandosi la proposta della Medaglia d’Oro poi concessa come Medaglia d’Argento al Valore Militare, con la seguente motivazione: “Sommergibile, dislocato fin dall’inizio della guerra in Atlantico,portava nella vastità degli oceani il suo validissimo contributo alla battaglia sul mare per la vittoria della Patria. In numerose dure azioni riusciva ad affondare oltre 100.000 tonnellate di naviglio. In due distinte crociere, in lontane zone oceaniche, dopo lunghe giornate di estenuante agguato, avvistate di nottetempo formazioni di navi maggiori scortate, si incuneava arditamente tra la scorta e il grosso e, con abile e audace manovra silurava ed affondava due potenti navi da battaglia nemiche”. – Anno 1942 – 1943.
    (15) In effetti per tali imprese dichiarate aveva ricevuto due promozioni al merito e dal re Vittorio Emanuele III° , “motu proprio” è promosso Capitano di Fregata, da Adolf Hitler riceve due Croci di Ferro, una di prima e l’altra di seconda classe. Rientrato a Roma è promosso Capitano di Vascello, è ricevuto con tutti gli onori da Benito Mussolini a Palazzo Venezia, mentre l’Ammiraglio Donitz in persona lo decorerà con le insegne di Cavaliere della Croce di Ferro. Grossi come Capit. di Vascello dal 29 dicembre 1942 all’ 8 settembre 1943 sarà il Comandante Superiore della Base Atlantica – Betasom.
    (16) Il 18 agosto 1949 una Commissione d’Inchiesta della Marina contestò al Capitano di Vascello Enzo Grossi M.O.V.M., il rapporto sulle notti 19/20 maggio 1942 e 5/6 ottobre1942 a bordo del “Barbarigo” in Atlantico. La decisione fece discutere non poco ed i difensori di Grossi sostennero che si trattava di una rappresaglia politica, avendo il Comandante Grossi aderito alla Repubblica Sociale.
    (17) In effetti le modifiche apportate consistevano: asporto dei cannoni, i depositi munizioni utilizzati come depositi nafta, il periscopio d’attacco rimosso, una delle latrine smantellata e gran parte dei piccoli comfort di bordo eliminati per far spazio al carico; dovendo portare 130 ton. di materiale bellico ed al ritorno il “Barbarigo” avrebbe dovuto caricare 110 ton. di gomma e 35 ton. di stagno, costringendo però il battello a far rifornimento in mare.

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    * Trizzino Antonio, Sopra di noi l’oceano, Longanesi & C., Milano 1962.
    (* I libri segnati con asterisco sono parte della collezione dell’autore).

    ARCHIVIO AUTORE

    Inoltre sono stati consultati i seguenti documenti:

    Ufficio Storico della Marina Militare Italiana – Roma – Fondo Generalmas, cartelle: 4,6,8,14,15,25,48,58; P.R.O. – National Archives di Kew (Londra) i seguenti files: FO 916/1214, FO 916/1274, FO 916/1275, FO 916/1279, WO 170/7241, WO 170/9086, WO 222/1365. (Tutti i documenti citati nell’articolo sono nell’archivio dell’autore).

    RINGRAZIAMENTI
    Desidero ringraziare tutti coloro che con le loro testimonianze, informazioni, foto e documenti hanno concorso alla completezza dell’articolo; soprattutto per la disponibilità sempre dimostrata al petulante estensore di queste note. Un sincero ringraziamento agli amici prof. Dario Passeri, per aver riletto più volte le bozze fornendomi preziosi consigli e dott. Cesare Manstretta dell’A.N.M.I. di Milano. Inoltre ringrazio in ordine alfabetico: il sig. Luigi Bonvini, Presidente dell’A.N.M.I. di Senigallia, il signor S. Lorenzo De Carlo, presidente dell’ A.N.M.I. di Firenze, ed il sig. Amorveno Orciani, presidente dell’A.N.M.I di Ancona, per le preziose ricerche in loco. Particolarmente grato al I M.llo M.M. cav. Donato Amoroso di Villa Adriana (Roma) per le preziose ricerche archivistiche, al I° M.llo M.M. Francesco Garruba di Roma per ulteriori ricerche documentali, al I M.llo M.M. Valentino Garelli di Milano ed al M.llo M.M. Antonio Pitzalis di Genova. Ulteriori ringraziamenti al capitano g. dott. Ing. Massimo Anzon di Milano, per particolari ricerche, al maggiore Francesco Pascale, responsabile della Biblioteca Militare di Presidio ‘Caserma Teulié’ di Milano, al dott. Andrea Via della “Biblioteca F. Parri – INSMLI” di Milano, al comandante Mario Bordogna dell‘ “Associazione Combattenti X Flottiglia MAS” di Milano ed infine all’amico sig. Leo Stefano Alfieri di Milano per l’assistenza telematica. Ma un “grazie” veramente speciale al comandante Rossetto ing. Mario di S. Donato M.se (Mi), che concedendomi una lunga intervista, mi ha arricchito di molte notizie riguardanti i fatti e personaggi da lui personalmente conosciuti, e tra l’altro in tempi diversi ebbe nei suoi equipaggi anche il Lillo ed il Millelire. Come testimoni viventi di quei fatti d’arme ringrazio anche il comandante Nesi ing. Sergio di Bologna, per la sua personale testimonianza sui fatti accaduti ed infine il signor Adelmo Bisaia di Cremona, già componente dell’equipaggio del sommergibile “Barbarigo”, per aver consentito di consultare il suo archivio personale, che ha molto contribuito alla stesura di questo lavoro.

    Tratto da “L’ammutinamento del CB 16 – L’omicidio del S.T.V. Giuseppe Tendi nel mare Adriatico, 1 ottobre 1944; Ed. Storia & Battaglie (mensile di storia), Numero 75 del Dicembre 2007 e Numero 76 del Gennaio 2008.

    Per ulteriori informazioni: www.silviotasselli.com