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    13-14 agosto 1860, il fallito attacco al vascello Monarca

    a cura Antonio Cimmino

    Nella notte tra il 13 ed il 14 agosto 1860 la pirofregata Tuckery (ex Veloce della Marina Borbonica), al comando di Giuseppe Piola Caselli, su ordine dell’ammiraglio Persano, entrò nel porto di Castellammare di Stabia per catturare il vascello Monarca, nave ammiraglia della flotta borbonica.
    L’impresa era stata organizzata con la complicità del capitano di vascello Giovanni Vacca che si era venduto a Persano.
    Il capitano di fregata Guglielmo Acton, stabiese, comandante in seconda del Monarca, sventò l’attacco e fu ferito al ventre.
    La nave assalitrice non fu affondata a cannonate per la presenza in rada di unità inglesi e francesi interpostesi fra il munitissimo forte del reale cantiere navale di Castellammare di Stabia.
    Per la descrizione dettagliata dell’avvenimento si consiglia la lettura di G. Fontana, Attacco al Monarca, su www.liberoricercatore.it

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    13.8.1942, la regia nave Bolzano

    di Francesco Venuto

    …nella testimonianza di un sopravvissuto.

    PANAREA – Il mattino del 13 agosto del 1942 gli ottocento abitanti di Panarea vennero svegliati da due boati provenienti dal mare. L’incrociatore pesante “Bolzano” e l’“Attendolo” erano stati colpiti da due siluri lanciati da un sommergibile inglese nello specchio d’acqua davanti all’isola. Dalla spiaggia era possibile scorgere le sagome delle navi e il fumo denso e nero proveniente dal Bolzano, incendiatosi per lo scoppio di una caldaia.
    Attorno i cacciatorpediniere di scorta giravano nervosamente tentando di localizzare il sommergibile.
    Dall’isola partivano alcune barche per cercare di prestare soccorso ai superstiti.
    “Erano per lo più anziani, donne e pure qualche bambino. Io ero in acqua per aiutare un marinaio in difficoltà e vedevo le prue delle barche diventare sempre più grandi, avvicinandosi”.
    Vincenzo Costantino, 73 anni, poco più che ventenne all’epoca dei fatti, è un superstite del “Bolzano”; sul suo foglio matricolare c’e scritto che ha partecipato pure alla battaglia di Punta Stilo e di Capo Matapan. Oggi e un tranquillo pensionato di Villafranca Tirrena.
    Se a Panarea in questi giorni attraverso una mostra fotografica è stato ricostruito l’accaduto secondo quanto hanno visto gli abitanti da terra, Vincenzo Costantino lo racconta per come lo ha vissuto a bordo del Bolzano: “Tutto inizia la mattina del 12 agosto. ”Supermarina”, il comando a terra delle operazioni navali, ordina alle tre divisioni di stanza a La Spezia, Napoli e Messina di riunirsi al largo della Sardegna e, quindi, fare rotta verso Est. Io stavo in plancia, e il mio compito era quello di manovrare i telegrafi di bordo, mentre la mia qualifica era di sottocapo trombettiere. Dopo esserci riuniti con le altre navi abbiamo ricevuto la visita di un ricognitore inglese che ci aveva localizzati.
    A mezzanotte gli aerei nemici hanno lanciato persino dei bengala per poterci vedere. Poi ”Supermarina” con un fonogramma ci ordina di rendere esecutivo il grafico numero 9: che significava navigazione a zig-zag per evitare i siluri.
    L’equipaggio, comunque, sapeva benissimo che da un momento all’altro si poteva scatenare 1’inferno. Anche se solo dopo alcune ore si e appreso che il nostro obiettivo era un convoglio di navi inglesi in transito nello Stretto di Gibilterra. Obiettivo sfumato poiché in nottata eravamo già sulla rotta del ritorno con il ”Trieste” che navigava allineato al ”Bolzano”, davanti agli incrociatori ”leggeri”, e attorniati dai cacciatorpediniere. Finito il mio turno di guardia in plancia, come al solito, correvo al locale numero 6 per prendere la mia razione di caffè e di immancabili gallette.
    Non ebbi il tempo di sorseggiarlo perché dalla sinistra della nave si avvertì il primo scoppio seguito dal sussulto del ”Bolzano”. Istintivamente cercai di raggiungere la prora passando dal locale numero uno, ma invano perché il fumo delle caldaie in fiamme aveva gia raggiunto quella parte di nave. Tornai al 6, cercai una via di scampo svitando le ”farfallette” di un boccaporto; sollevato il portello, appena messa fuori la testa vidi l’Attendolo saltare in aria colpito dal secondo siluro. In tutto il sommergibile prima di fuggire ne sparò quattro, due dei quali andati a vuoto. Intanto ero rimasto incastrato con mezzo corpo fuori dalla nave e le gambe penzoloni, non riuscivo a sollevare completamente il portello di uscita, forse un tubo dell’areazione me lo impediva.
    Gridai aiuto, invocai il nome di Beato, il nostro capo trombettiere mentre sulla coperta della nave era l’inferno: vedevo i feriti che venivano trasportati a poppa, gli ustionati ricoperti dalla crema nera che avevamo in dotazione, i primi morti. Poi Beato arrivò e anch’io mi diressi verso poppa. Gli ufficiali e il comandante, tra l’altro, dovettero abbandonare la plancia ormai invasa dal fumo. Merzagora, il comandante, al primo imbarco sul ”Bolzano”, appariva fresco, risoluto, chiamò un marinaio per fare allagare la ”Santa Barbara”, il deposito delle munizioni, per evitarne lo scoppio, tentò fino all’ultimo di far restare l’equipaggio a bordo e di portare in secca la nave. Per tre volte un cacciatorpediniere ci lancio il sacchetto con cui recuperavamo il cavo d’acciaio che ci passava per rimorchiarci. Tutti i tentativi finirono con la rottura del grosso cavo d’acciaio. Fu a questo punto che il comandante venne a poppa e ci grido: ”Marinai del Bolzano, a chi il Bolzano?”. ”A noi”, rispondemmo in coro. ”Saluto al Re”, ”Viva il Re”, ”Saluto al Duce”. ”A noi”. ”Abbandonate la nave” ”.

    La testimonianza raccolta nel 1990
    «Durante le operazioni di abbandono del Bolzano abbiamo vissuto dei momenti drammatici: dovevamo allontanarci al più presto dalla nave perché la superficie del mare tutto intorno era coperta di nafta e poteva incendiarsi da un momento all’altro». Vincenzo Costantino racconta gli attimi di panico e di paura come se fosse accaduto ieri: «Nella confusione non riuscivamo a contarci, non sapevamo quanti di noi erano morti, chi era rimasto tra le fiamme, chi tra le onde cercava aiuto racconta Costantino –. E mentre ero sulla zattera di salvataggio improvvisamente vidi Vincenzo annaspare nell’acqua e guardare smarrito in cerca di un appiglio. Mi tuffai senza neanche pensarci e andando in immersione lo sollevai verso 1’alto per farlo avvicinare e aggrappare alla barca».
    Cosi Costantino salvo la vita a Vincenzo Barbera, compagno di marina e di sventura. I due amici si incontrarono di nuovo a Pola, dopo un paio di mesi. «Passeggiavo sul lungomare della cittadina istriana – ricorda Vincenzo Costantino quando improvvisamente mi sento abbracciare alle spalle e una mano mi copre gli occhi. Mi giro di scatto e mi trovo di fronte il volto dell’amico che avevo salvato nelle acque di Panarea. Ci gettammo entrambi le braccia al collo e Vincenzo non mi presentò subito agli amici che erano vicini col mio nome e cognome: per lui ero rimasto ”il salvatore”. Poi mi invitò a cena: e quella, per noi militari con pochi soldi in tasca e i tempi duri, era un’offerta di vera amicizia. Per questo gli risposi: ”Vicé, se hai qualche lira, conservatela, che ce ne sarà bisogno”. Poi non l’ho visto più, di lui si sono perse completamente le tracce». Quarant’anni di buio durante i quali Vincenzo Costantino ha più volte cercato l’amico chiedendone notizie a tutti i reduci che ha incontrato. Ha anche pensato di rivolgersi alla televisione, ma le liste d’attesa sono lunghe. «A quanto ricordo, Vincenzo Barbera dovrebbe essere della provincia di Siracusa – afferma Costantino –.
    Se oggi fosse vivo avrebbe la mia stessa età, settantatré anni. Lo devo ritrovare perché abbiamo tante cose da raccontarci e poi abbiamo lasciato in sospeso il discorso della cena: questa volta, pero, gliela offrirei io di vero cuore».

    L’incrociatore pesante Bolzano rappresentò una realizzazione per certi versi a sé stante, anche se in pratica si trattava di un Trento con alcune migliorie, soprattutto per quanto riguarda le sistemazioni per l’equipaggio, tanto che spesso viene indicato come facente parte di tale classe di unità. Come il Trento aveva una corazzatura sottile, sacrificata in funzione della velocità. In effetti fu l’incrociatore pesante più veloce tra quelli in linea nei ranghi della Regia Marina, alle prove infatti superò addirittura i 38 nodi.
    Resta ancora da capire quali furono le motivazioni che spinsero i vertici della Regia Marina da ordinare una tipologia di nave già all’epoca considerata decisamente migliorabile, cosa che avvenne con i successivi ottimi Zara. Tuttavia si trattava di un bastimento dalle linee decisamente piacevoli, tanto che venne definito “un errore magnificamente eseguito”. Impostato presso il cantiere OTO di Livorno l’11 giugno 1930, venne varato il 31 agosto 1932 ed entrò finalmente in servizio il 19 agosto 1933.
    Il 9 luglio 1940 prende parte alla Battaglia di Punta Stilo, inquadrato con il Trento nella III divisione. Il Bolzano venne centrato in tale occasione da tre proietti da 152 sparati dal Neptune, che danneggiarono il timone, distrussero un impianto lanciasiluri e aprirono una piccola falla a poppa. La nave tuttavia continuò il combattimento senza problemi.
    Il 27-28 novembre 1940 prese parte alla Battaglia di Capo Teulada, sempre inquadrato nella III divisione, dove al termine del contatto balistico riuscì a far valere la sua elevata velocità per rompere il contatto impari con le corazzate nemiche.
    Prese parte allo scontro di Gaudo in data 28 marzo 1941.
    Venne affondato il 22 giugno 1944 da un attacco di sommozzatori italiani facenti parte del Regno del Sud.

    Caratteristiche tecniche
    Incrociatore pesante classe “Trento” impostato l’11 giugno 1930 presso i Cantieri Ansaldo di Genova. Varato il 31 agosto 1932 e consegnato alla Regia Marina il 19 agosto 1933.
    – Dislocamento: standard 13.243 t – pieno carico: 13.885 t;
    – Lunghezza: 196,6 m;
    – Larghezza: 29,6,m;
    – Apparato motore: 10 caldaie – turbine Parson – 4 eliche;
    – Potenza: 150.000 CV;
    – Velocità: 35 nodi;
    – Armamento: 8 cannoni da 203/53 mm Ansaldo modello 1929 (in 4 installazioni binate); 16 cannoni da 100/47 mm OTO modello 1928 (in 8 installazioni binate); 4 mitragliere da 40/39 mm Vickers-Terni (in installazioni singole); 8 mitragliere 13,2 mm Breda modello 1931 (4 installazioni binate); 4 mitragliere da 12,7 mm; 8 tubi lanciasiluri da 533 mm (in 4 installazioni binate fisse); 3 idrovolanti Piaggio P6, 1 catapulta
    – Equipaggio: 725 uomini.

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    13.8.1904, in ricordo di Vittorio Giannattasio

    a cura Antonio Cimmino

    (San Giuseppe (NA), 13.8.1904 – Mare, 29.3.1941)

    Vittorio Giannattasio, Capitano di Fregata, nato a San Giuseppe (Napoli) il 13 agosto 1904 (gli è stata intitolata la sezione A.N.M.I. di Pompei).

    MEDAGLIA D’ORO AL VALOR MILITARE “alla memoria- sul campo”
    Comandante in 2° di incrociatore, fedele, intelligente, appassionato collaboratore del suo comandante, quando la nave, sotto il tiro, a brevissima distanza dei grossi calibri di una squadra nemica comprendenti più navi da battaglia, veniva smantellata e incendiata, era dovunque fosse maggiore il pericolo, pronto per riparare un’avaria, per domare un incendio.
    Vicino all’Ammiraglio e al Comandante, quando venne deciso l’abbandono della nave, riunì a poppa i superstiti per l’estremo saluto, li rincuorò, li animò, ne curò la salvezza. Di sé non ebbe pensiero, perché la sua opera non era compiuta.
    All’ordine del comandante di affondare la nave, cercò e subito trovò un compagno che si calasse con lui nel deposito delle munizioni.
    Scesero insieme in Santa Barbara; diedero fuoco alle cariche e non tornarono più”. (Mediterraneo Orientale, 28 marzo 1941).

    Vittorio Giannattasio, a soli 13 anni entrò all’Accademia Navale e nel luglio 1922 conseguì la nomina a Guardiamarina. Promosso Sottotenente di vascello nel gennaio del 1924 e Tenente di vascello nel 1927, si specializzò nella Direzione del Tiro divenendo insegnante di Artiglieria e Balistica all’Accademia Navale negli anni 1931-1934.
    Promosso Capitano di corvetta nel 1936, imbarcò prima sull’incrociatore Gorizia nell’incarico di 1° Direttore del Tiro e nel 1938 ebbe il comando di una squadriglia di torpediniere, con insegna sulla torpediniera Cassiopea. Promosso Capitano di fregata nel 1939, venne nuovamente destinato all’Accademia Navale nell’incarico di insegnate al Corso di Specializzazione D.T.
    Con l’inizio del secondo conflitto mondiale imbarcò, a domanda e nell’incarico di Comandante in 2° sull’incrociatore Zara, a bordo del quale si distinse nella battaglia navale di Punta Stilo.
    Nello scontro notturno di Capo Matapan sulla notte del 28 marzo 1941 e nel quale l’unità, gravemente danneggiata e con incendi a bordo si trovava nell’impossibilità a manovrare, all’ordine di autoaffondamento impartito dal Comandante si portava immediatamente, seguito dall’ufficiale addetto al deposito Sottotenente del C.R.E.M. Umberto Grosso, nella santabarbara e coscientemente provvedeva all’innesco degli esplosivi, scomparendo nell’immane esplosione avvenuta alle ore 02,30 circa del mattino del 29 marzo, unitamente al Ten. Col. G.N. Domenico Sebastianini di Tuscanica, anch’egli insignito di M.O.V.M.
    La nave, colpita da aerosiluranti, fu finita con i siluri dei cacciatorpediniere inglesi Jervis e Nubian.
    Il Comandante C.V. Luigi Corsi di La Spezia, insignito di M.O.V.M. “alla memoria”, attuate tutte le misure necessarie per la salvezza dei superstiti, diede l’ordine dell’autoaffondamento, rifiutandosi di salvarsi.
    Furono, inoltre, conferite M.A.V.M. a: C.F. Bravelli Franco di Milano “alla memoria”, GM Moni Sergio di Pisa “ alla memoria”, Cap. G.N. Parodi Salvo Giuseppe di Genova “ alla memoria”, Sc. mecc. Pellico Luigi di Manfredonia “ alla memoria”, Capo IEF 2° Cl. Piazzi Carlo di Bologna “alla memoria”, Cap. G.N. Quercietti Lamberti di Giulianova, GM Renato D’Antonio di Salerno.

     


    Incrociatore ZARA

    Capo classe di 4 unità (Fiume, Gorizia, Pola), il Zara aveva un dislocamento di 11.870 tonnellate, una lunghezza di 182 metri, una larghezza di 20,6 ed un’immersione di 6,2 metri; sviluppava una potenza di 95.000 HP ed una velocità di 35 nodi. Aveva un equipaggio di 841 uomini. Il suo armamento consisteva in 8 cannoni da 203/53; 16 cannoni da 100/47; 4 pezzi da 40/49 e 8 mitragliatrici da 13,2, nonché 2 aerei.

    Nel 1943, prima dell’Armistizio, si pensò di costruire 20 cacciatorpediniere della classe Comandanti Medaglie d’Oro, meglio armate e con migliori qualità nautiche delle navi della classe Soldati.
    Una era intitolata al Comandante Giannattasio, da costruirsi presso il cantiere navale CRDA di Monfalcone. Le altre erano:
    Comandante Baroni (O.T.O. – Livorno),
    Comandante Borsini (O.T.O. – Livorno),
    Comandante Botti (C.R.D.A. – Monfalcone),
    Comandante Casana (C.N.R. – Ancona),
    Comandante Corsi (C.R.D.A. – Monfalcone),
    Comandante De Cristofaro (Cantieri del Tirreno – Riva Trigoso),
    Comandante Dell’Anno (C.N.R. – Ancona),
    Comandante Esposito (C.R.D.A. – Monfalcone),
    Comandante Fiorelli (C.R.D.A. – Monfalcone),
    Comandante Fontana (O.T.O. – Livorno),
    Comandante Giannattasio (C.R.D.A. – Monfalcone),
    Comandante Giobbe(Cantieri del Tirreno – Riva Trigoso),
    Comandante Giorgis (Cantieri del Tirreno – Riva Trigoso),
    Comandante Milano (C.R.D.A. – Monfalcone),
    Comandante Moccagatta (O.T.O. – Livorno),
    Comandante Novaro (C.R.D.A. – Monfalcone),
    Comandante Rodocanacchi (O.T.O. – Livorno),
    Comandante Ruta (C.R.D.A. – Monfalcone),
    Comandante Toscano (Cantieri del Tirreno – Riva Trigoso).

    Nessuna di queste unità fu terminata o varata tranne il Margottini che fu varato dai tedeschi nel 1944. Undici navi non furono mai impostate.

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    13.8.1919, Giovanni Pellizzari e la regia nave Basilicata

    di Gianni e Michelangelo Califano
    foto Michelangelo Califano

    Il Capo timoniere di 2^ classe Giovanni Pellizzari, caduto a Suez il 13 agosto 1919, nell’affondamento della regia nave “Basilicata”. Era giovanissimo, classe 1895,  originario di Tempio, poi la famiglia si stabilì alla Maddalena. Una Bonaria Pellizzari, forse una sorella, si sposò con un mio compaesano di Stintino, Giuseppe Diana. Un nipote mi ha messo a disposizione la foto. La nave affondò mentre percorreva il canale di Suez, a causa dell’esplosione di una caldaia, ci furono dieci vittime e la nave fu recuperata, perché bloccava il Canale, ma fu poi demolita. Dopo appena due anni di servizio, nel pomeriggio del 13 agosto 1919, il piccolo incrociatore, mentre era diretto in Mar Rosso al comando del capitano di vascello Fossati per rimpiazzare l’ariete torpediniere Calabria nella sua funzione di stazionario, affondò in fiamme nelle acque di Tewfik (all’imboccatura del canale di Suez), non lontano da Porto Said, a causa dello scoppio di una caldaia.
    Nella sciagura perirono circa 30 dei 250 membri dell’equipaggio, in larga parte àscari eritrei. Le vittime si ebbero a registrare soprattutto tra coloro che si trovavano nei pressi della sala macchine al momento dell’esplosione, mentre il resto dell’equipaggio (compreso il comandante Fossati), grazie alla scarsa profondità (dodici metri), che impedì alla nave di affondare del tutto, poté mettersi in salvo.
    Il relitto, affondato in acque basse, venne recuperato dapprima spostato in tre giorni, dato che ostruiva il canale di Suez, e quindi recuperato il 12 settembre 1920, ma i danni vennero ritenuti troppo costosi da riparare e pertanto la nave venne radiata e, il 1º luglio 1921, venduta per la demolizione.

    Giovanni Pellizzari, ha vissuto a Maddalena, ed è seppellito nella zona dei militari morti in guerra e non. Era il fratello di Zi Teresina, che aveva sposato Zi Antó Riva, hai presente dove ora c’è il rifugio dei peccatori? Li c’era la bettola di Antó riva. Quindi era anche lo zio di tutti i Riva, compreso don Giuseppe.
    Giovanni Pellizzari era fratello di mia nonna Carmela. È stato il più giovane capo di 1^ classe timoniere della Marina. Figlio di Pietro Pellizzari, ultimo ed unico figlio maschio di 5 figli, morì per l’esplosione della caldaia della R.N. Basilicata nel canale di Suez.
    È sepolto a La Maddalena nel sacrario militare. Allego foto di famiglia.

    Da sx. Zia Teresina che sposò zi Antò Riva, padre di don Giuseppe, mia bisnonna, mio bisnonno, mia nonna Carmela, in basso da sx.: zia Margherita, zio Giovanni, zia Bonaria.

    Giovanni Pellizzari, il terzo da destra, a casa del Sultano di Obbia.

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    13.8.1932, entra in servizio la regia nave Lampo

    di Roberto Tento

    …i caduti sepolti in mare alle secche di Kerkenarh.
    La triste storia dei nostri marinai ritrovati dalla nave Ospedale “Epomeo” dopo due mesi. Non scrivo di certo come …Certo è la Guerra …mai piu’…

    regia cacciatorpediniere Lampo - www.lavocedelmarinaio.com

    R.C.T. Lampo
    Classe freccia (II serie)
    Motto: “Fulgor in hostem” (Come folgore contro il nemico)
    Sigla: LP
    Costruito nei Cantieri Bacini e Scali Partenopei di Napoli
    Impostato nel 1930, fu varato il 26.7.1931 e consegnato nel 1932, entrò in servizio il 13 agosto 1932.
    Cacciatorpediniere della classe “Freccia” che comprendeva le seguenti Unità: FRECCIA – DARDO – STRALE – SAETTA (prima serie) e BALENO – FOLGORE – LAMPO – FULMINE (seconda serie).
    Il progetto dei “Freccia” fu elaborato dalla Ditta Odero. In questi caccia, vennero preminentemente potenziati la velocità, l’autonomia e l’armamento con l’adozione di cannoni più moderni ed efficaci.
    Nel complesso questi caccia, pur non fornendo le prestazioni che il progetto aveva lasciato presupporre, rappresentarono comunque un’utilissima esperienza per la costruzione di nuovi cacciatorpediniere che, una volta eliminati gli inconvenienti presentati, misero in evidenza le caratteristiche positive che indubbiamente ebbero. Fra queste, l’ottima manovrabilità, la ben equilibrata distribuzione dell’armamento, la robustezza della costruzione, l’esistenza di un solo fumaiolo, una linea sgombra, sobria ed armonica.

    r.c.t. lampo - www.lavocedelmarinaio.comLunghezza: 96 metri
    Larghezza: 9,3 metri
    Immersione: 4,5 metri (pieno carico)
    Dislocamento: 1920 tonnellate (pieno carico)
    Apparato Generatore: 3 caldaie Express (tipo R. Marina)
    Apparato Motore: Turbine Belluzzo 44.000 HP su 2 eliche
    Velocità: 38 nodi
    Combustibile: 530 tonnellate di nafta
    Autonomia: 3600 miglia a 12 nodi – 1500 a 24 nodi – 640 a 32,5 nodi
    Armamento:
    n° 4 cannoni da 120/50 binati
    n° 2 mitragliere da 40/39 singole
    n° 4 mitragliere da 13,2 binate poi sostituite con n° 6 mitragliere da 20/65 binate
    n° 2 mitragliere da 20/65 singole
    n° 2 obici da 120/15 per il tiro illuminante
    n° 6 Lancia siluri da 533 trinati
    sistemazioni per la posa di campi minati
    Tramogge per cariche di profondità
    Nel corso della Guerra furono dotati anche di due lanciabombe antisommergibili.
    Equipaggio: 156 uomini (6 ufficiali).

    regio cacciatorpediniere lampo - www.lavocedelmarinaio.com

    Il R. CT. “LAMPO” venne assegnato all’ 8^ Squadriglia CT ed operò con essa per tutta la durata del suo servizio.
    Nel periodo precedente la Seconda Guerra Mondiale il caccia effettuò intensa attività addestrativa di Squadra, partecipando alle operazioni militari in Spagna nell’autunno del 1936.
    Il 23 novembre 1938, nel corso di una esercitazione, entrò in collisione con l’incrociatore Pola riportando gravi avarie nella parte prodiera con la perdita di alcuni uomini dell’equipaggio. Conseguentemente rimase ai lavori fino al 22 maggio 1939. Successivamente partecipò ad alcune crociere per gli allievi delle Scuole CREM.
    Durante il Secondo Conflitto Mondiale, il Lampo effettuò complessivamente 137 missioni (62 di scorta, 10 di azioni di caccia antisom, 3 per intercettazione di forze navali nemiche) percorrendo 36.651 miglia.
    Il giorno 16 aprile 1941, il Lampo con altri due CT (Tarigo e Baleno) scortava da Napoli a Tripoli un convoglio di cinque piroscafi. Il convoglio fu avvistato col radar dalla 14a squadriglia CT britannica (HMS Jervis – caposquadriglia, HMS Janus, HMS Nubian e HMS Mohawk) sotto il comando del Capitano P. J. Mack, in piena sorpresa attaccarono al buio aprendo il fuoco. Nella mischia che ne seguì, i caccia italiani reagirono al fuoco come poterono. Il Lampo, al comando del Capitano di Corvetta E. Marano, in coda alla formazione potè sparare alcune salve e lanciare qualche siluro ma fu subito colpito nelle caldaie ed incendiato. Portato in bassi fondali sulle secche di Kerkenah ed allagati i depositi munizione affondò adagiandosi sul fondo. alle ore 02.10 circa, a miglia 6,5 dalle secche di Kerkenah (golfo di Gabes, Tunisia).

    regia nave Lampo recupero umo in mare - www.lavocedelmarinaio.comMarilibia (il comando marittimo italiano in Libia) organizzò immediatamente una massiccia operazione di soccorso che vide impegnati i cacciatorpediniere Malocello, Da Noli, Vivaldi e Dardo, le torpediniere Centauro, Clio, Partenope, Perseo e Sirtori, la nave soccorso-aerei Orlando, la nave ospedale Arno e i piroscafi Antonietta Lauro e Capacitas. Furono recuperati 1271 naufraghi dei circa 3000 uomini imbarcati.Due mesi più tardi la nave ospedale Epomeo tornerà sul relitto del Lampo per dare sepoltura in mare ai corpi dei marinai deceduti, la missione di soccorso aveva ovviamente dato la precedenza ai superstiti e ai feriti.Nei mesi successivi si procedette al recupero del Lampo (8 – 11 agosto 1941) e tre spedizioni subacquee vennero effettuate dai palombari italiani sul relitto del Mohawk, affondato dal Tarigo, consentendo di recuperare importanti documenti militari.
    Rimorchiato a Palermo e successivamente a Napoli, La Spezia e Genova, rimase in bacino per grandi lavori dal 21 settembre 1941 al 18 maggio 1942, data in cui rientrò in servizio. Nel settembre 1942 scortò le motonavi Sestriere e Ankara per Tobruk, la cisterna Proserpina per Suda, le motonavi Unione e Francesco Barbaro (che venne colpita dal sommergibile Umbra, (rimorchiata e comunque perduta). Scortò il 28 dicembre 1942 verso Biserta la motonave tedesca Gran, affondata dal sommergibile Ursula, e ne salvò i superstiti. Scortò la motonave Col di Lana il 17 febbraio 1943 che venne affondata da aerosiluranti, senza poterne salvare i naufraghi a causa di attacchi ripetuti ( il recupero fu compiuta dalla nave ospedale Capri). Il 22 febbraio 1943 salvò presso il banco Skerki i naufraghi del piroscafo tedesco Gerd.
    Il 30 aprile 1943 proveniva da Trapani diretto a Tunisi con un carico di munizioni per le truppe operanti in Tunisia. Durante la navigazione subì due successivi attacchi di aerei nemici che con il lancio di bombe provocarono lo scoppio di una parte delle munizioni, l’incendio della nave ed il suo affondamento alle ore 19,12 circa, nel punto a miglia 6 per 180° da Ras Mustapha (Tunisia).
    Scomparvero 60 uomini dei 213 dell’equipaggio.

    la regia nave Lampo recupero naufraghi - www.lavocedelmarinaio.com

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    13.8.1922, Pasquale D’Apice

    a cura Antonio Cimmino

    Banca della memoria - www.lavocedelmarinaio.com(Castellammare di Stabia, 13.8.1922 – Mare, 17.1.1943)

    regia nave Bombardiere - www.lavocedelmarinaio.comMarinaio Pasquale D’Apice, nato a Castellammare di Stabia (Napoli) il 13 agosto 1922. Imbarcato sul regio cacciatorpediniere Bombardiere è scomparso in mare il 17 gennaio 1943 nella cosiddetta “Battaglia dei Convogli”.
    La nave fu affondata al largo delle isole Egadi dal sommergibile inglese United.
    Si salvarono 49 marinai su 224 uomini dell’equipaggio.

    marinaio Pasquale D'Apice - www.lavocedelmarinaio.com

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    13.8.1907, Ferdinando Aldieri

    di Antonio Cimmino

    (Castellammare di Stabia, 13.8.1907 – Mare, 25.2.1941)

    Ferdinando Aldieri nasce a Castellammare di Stabia il 13 agosto 1907. Arruolato nella regia Marina raggiunge il grado di 2° Capo cannoniere. Il suo destino è legato alla regia nave Armando Diaz, un incrociatore leggero varato a La Spezia nel 1932, affondata nel Canale di Sicilia il 25 febbraio 1941 dal sommergibile inglese Upright e affondò di prua in soli 6 minuti.
 Perirono 465 Marinai su un totale di 611 uomini di equipaggio.


    Fra i dispersi c’era anche il giovane Marinaio Ferdinando Aldieri, scomparso in mare.