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    Ennio Morricone

    Ho sposato una siciliana, il che mi ha permesso di conoscere da vicino la sicilianità. Ma grazie all’arte di Tornatore ho avuto la conferma delle mie sensazioni su questa terra che è bella anche per le sue contraddizioni oltre che per la sua umanità. Quello siciliano è un popolo eletto nei migliori casi e nei peggiori. E credo che a prevalere sia certamente il suo lato positivo.
    Ennio Morricone

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    Marlene Dietrich

    di Marino Miccoli

    …ovvero “che cosa mai sarà di me?”

    Marino Miccoli per www.lavocedelmarinaio.comEra un motivo che sentivo fischiettare di tanto in tanto da mio padre e anche dai miei zii Giovanni ed Enrico (i tre fratelli avevano combattuto la II Guerra Mondiale in Marina). Lili Marleen  è una bella canzone tedesca orecchiabile, facile da memorizzare e quindi da cantare nuovamente, proprio come accadeva per le canzoni del festival di Sanremo fino a qualche anno fa. Lili Marleen, la donna bellissima e affascinante, la biondona che faceva “girare la testa” a tutti i Militari e durante l’ultima guerra era nei sogni di chiunque indossasse una divisa. Rivedo mio padre quando, da maresciallo di Marina in congedo, percorreva il corridoio di casa fischiettando quella semplice eppure struggente melodia; allora ero solo un ragazzino ma ricordo che lo guardavo e mi faceva piacere “sentire” che Egli era di buonumore! Questa canzone, come lui che la fischiettava, a distanza di diversi anni la ricordo ancora perché mi è rimasta impressa; oggi accade di ritrovarmi a fischiettarla anch’io, non senza un sentimento di malinconia misto a nostalgia. A te, carissimo Ezio,  e a tutti gli amici de La voce del marinaio, dedico questo mio ricordo e di seguito inserisco le strofe del popolare testo di quella bellissima canzone.

    LILI MARLEEN

    (Schöneberg, 27.12.1901 – Parigi, 6.5.1992)

    Lili Marleen (versione italiana)

    Tutte le sere
    sotto quel fanal
    presso la caserma
    ti stavo ad aspettar.
    Anche stasera aspetterò,
    e tutto il mondo scorderò.
    Con te Lili Marleen,
    con te Lili Marleen.

    O trombettiere
    stasera non suonar,
    una volta ancora
    la voglio salutar.
    Addio piccina, dolce amor,
    ti porterò per sempre in cor.
    Con me Lili Marleen,
    con me Lili Marleen.

    Dammi una rosa
    da tener sul cuor
    legala col filo
    dei tuoi capelli d’or.
    Forse domani piangerai,
    ma dopo tu sorriderai.
    A chi Lili Marleen?
    A chi Lili Marleen?

    Quando nel fango
    debbo camminar
    sotto il mio bottino
    mi sento vacillar.
    Che cosa mai sarà di me?
    Ma poi sorrido e penso a te.
    A te Lili Marleen,
    a te Lili Marleen.

    Se chiudo gli occhi
    il viso tuo m’appar
    come quella sera
    nel cerchio del fanal.
    Tutte le notti sogno allor
    di ritornar, di riposar.
    Con te Lili Marleen,
    con te Lili Marleen.

    Tutte le notti sogno allor
    di ritornar, di riposar.
    Con te Lili Marleen,
    con te Lili Marleen.

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    24.5.1915, l’Italia entra in guerra

    La leggenda del Piave
    (E. A. Mario)

    Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio
    dei primi fanti il ventiquattro maggio;
    l’esercito marciava per raggiunger la frontiera
    per far contro il nemico una barriera!
    Muti passaron quella notte i fanti,
    tacere bisognava andare avanti.
    S’udiva intanto dalle amate sponde
    sommesso e lieve il tripudiar de l’onde.
    Era un presagio dolce e lusinghiero.
    il Piave mormorò: Non passa lo straniero!
    Ma in una notte triste si parlò di un fosco evento
    e il Piave udiva l’ira e lo sgomento.
    Ahi, quanta gente ha visto venir giù, lasciare il tetto,
    poiché il nemico irruppe a Caporetto.
    Profughi ovunque dai lontani monti,
    venivano a gremir tutti i suoi ponti.
    S’udiva allor dalle violate sponde
    sommesso e triste il mormorio de l’onde.
    Come un singhiozzo in quell’autunno nero
    il Piave mormorò: Ritorna lo straniero!
    E ritornò il nemico per l’orgoglio e per la fame
    volea sfogare tutte le sue brame,
    vedeva il piano aprico di lassù: voleva ancora
    sfamarsi e tripudiare come allora!
    No, disse il Piave, no, dissero i fanti,
    mai più il nemico faccia un passo avanti!
    Si vide il Piave rigonfiar le sponde
    e come i fanti combattevan l’onde.
    Rosso del sangue del nemico altero,
    il Piave comandò: Indietro va, o straniero!
    Indietreggiò il nemico fino a Trieste fino a Trento
    e la Vittoria sciolse l’ali al vento!
    Fu sacro il patto antico, tra le schiere furon visti
    risorgere Oberdan, Sauro e Battisti!
    Infranse alfin l’italico valore
    le forche e l’armi dell’Impiccatore!
    Sicure l’Alpi, libere le sponde,
    e tacque il Piave, si placaron l’onde.
    Sul patrio suolo vinti i torvi Imperi,
    la Pace non trovò né oppressi, né stranieri!

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    Charles Trenet et la mer

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    …a chi gli domandava il segreto del suo costante buonumore, Trenet rispondeva: “Non vedo mai le cose come realmente sono”.

    (Narbona, 18.5.1913 – Créteil, 19.2.2001)

    Charles Louis Augustin Georges Trenet nasce a Narbonne il 18 maggio del 1913, in una famiglia borghese con la passione della musica. Nel 1920 la madre Marie Louise s’innamora di un tedesco e con lui va a vivere a Berlino, lasciando i due figli in un collegio. Per Trenet è un choc tremendo, un abbandono che lo segna per la vita, ma al quale reagisce con l’ironia, l’allegria e la leggerezza che diverranno i colori della sua bandiera.
    Con Johnny Hess dal 1931 al 1936 forma il duo Hess Trenet. Durante la sua lunga carriera ha scritto molte canzoni (la prima in assoluto la scrive a sei anni: “Le diable dans la cuisine”): Y a d’la joie (1936), Je chante (1937), Boum (1938), Que reste t’il des nos amours? (1942), Douce France (1943), e soprattutto La mer composta nel 1943, in treno verso Narbonne, che sembrandogli troppo solenne, pubblicherà solo nel 1946.
    Durante la Seconda Guerra Mondiale, Parigi è occupata dai tedeschi e la stampa collaborazionista lo accusa di essere ebreo: Trenet non sarebbe altro che l’anagramma di Netter. Raccontando alla Gestapo quattro generazioni della sua famiglia, il cantante dimostra che l’accusa è infondata e da quel momento, forse per paura, forse per non avere altre noie, ubbidisce agli ordini del Reich. Continua a fare concerti a Parigi durante l’Occupazione e, come Chevalier e la Piaf, nel 1943 va in Germania a cantare per i prigionieri francesi. È l’unico momento buio in una carriera splendente e lunga quasi un secolo. Alla Liberazione rivelerà di essere stato picchiato dalla Gestapo durante un interrogatorio e tornerà in scena zoppicando.
    Dopo la guerra si trasferisce a New York. Nel 1954 torna a Parigi. Inizia l’esistenzialismo (al quale si unirà pochissimo). Pur restando un’icona, gli anni ‘60 e i ‘70 non furono per lui favorevoli. Il suo grande rientro avvenne nel 1987 sul palcoscenico del “Printemps de Bourges” dove fu applaudito da un pubblico diverso dal suo. Da quel momento non cesserà più di comporre e di cantare. Il suo ultimo disco, Les poètes descendent dans la rue (del 1999) è il consueto capolavoro di leggerezza e poesia.
    Quando, nel novembre del 1999, Charles Trenet comparve sul palco della Salle Pleyel per quello che sarebbe stato il suo ultimo concerto, il pubblico pensò che non ce l’avrebbe fatta ad arrivare fino in fondo. Raggiunse il microfono barcollando, chiuso in un busto per tre costole rotte dopo una caduta, la voce uscì come un rantolo. Poi si riprese, canzone dopo canzone le forze tornarono e alla fine del concerto saltellava sul palco. In quell’ultimo concerto nulla fu lasciato al caso: fu il suo testamento artistico prima di morire.
    Charles Trenet è morto il 18 febbraio 2001 all’ospedale Henri Mondor di Creteil dove era stato ricoverato una settimana prima per un ictus. Aveva 87 anni fu cremato al cimitero Père Lachaise e le ceneri sono state trasferite a Narbonne, la città natale dove e’ stato sepolto accanto alla madre che nell’infanzia lo aveva abbandonato…nonostante tutto, la madre restò l’unico suo grande amore.

    LA MER
    Qu’on voit danser le long des golfes clairs
    A des reflets d’argent
    La mer
    Des reflets changeants
    Sous la pluie

    La mer
    Au ciel d’ete confond
    Ses blancs moutons
    Avec les anges si purs
    La mer bergere d’azur
    Infinie

    Voyez
    Pres des etangs
    Ces grands roseaux mouilles
    Voyez
    Ces oiseaux blancs
    Et ces maisons rouillees

    La mer
    Les a berces
    Le long des golfes clairs
    Et d’une chanson d’amour
    La mer
    A berce mon coeur pour la vie

    DA QUALCHE PARTE TU (La mer – Beyond The Sea )

    Da qualche parte al di là del mare
    Da qualche parte, in attesa di me
    Il mio amante sorge su sabbia dorata
    E guarda le navi che vanno a vela
    Da qualche parte al di là del mare
    Lei è lì a guardare per me
    Se potessi volare come gli uccelli in alto
    Poi dritto tra le braccia andavo a vela
    E ‘ben al di là di una stella
    E ‘vicino al di là della luna
    So che al di là di un dubbio
    Il mio cuore mi condurrà presto là
    Ci incontreremo oltre la riva
    Ti bacio come prima
    Saremo felici di là del mare
    E mai più me ne vado a vela!
    E ‘ben al di là di una stella
    E ‘vicino al di là della luna
    So che senza ombra di dubbio, yeah!
    Il mio cuore mi condurrà presto là
    Ci incontreremo, lo so ci incontreremo, oltre la riva
    Ti bacio come prima
    Saremo felici di là del mare
    E mai più me ne vado a vela!
    E mai più me ne vado a vela!
    E mai più me ne vado a vela!
    Vela … yeah!

    Beyond the Sea è il titolo della versione in lingua inglese della canzone La Mer composta nel 1943 da Charles Trenet eda Léo Chauliac durante un viaggio in treno fra Narbonne e Carcassinne. Il brano fu poi inciso da Trenet e lanciato sul mercato discografico internazionale nel 1946. Secondo gli storici della musica occorsero a Trenet e a Chauliac soltanto una ventina di minuti per comporre quello che era destinato a diventare un successo mondiale della musica leggera.
    Il testo in inglese è di Jack Lawrence: scritto in maniera originale, non ha alcun riferimento semantico con quello del corrispettivo brano in lingua francese.
    A parere di taluni critici, mentre il testo di Le Mer è suggestivo per le evocazioni poetiche che racchiude in sé, ricche di crepuscolari riflessioni sulla vita e sul sentimento amoroso in senso universale, la versione in lingua inglese appare come un, peraltro riuscito, tentativo di confezionare una canzone di puro sentimentalismo. Il refrain ruota attorno alle aspettative di un innamorato che, guardando al di là del mare (beyond the sea, appunto), spera di incontrare un giorno la ragazza del cuore in grado di non farlo salpare più.
    Il brano ha avuto oltre quattrocento versioni ma è soprattutto nell’incisione del cantante italo-statunitense Bobby Darin che ha raggiunto negli anni sessanta il successo internazionale.
    Grazie anche a puntuali arrangiamenti orchestrali, Beyond the Sea è diventata in breve tempo uno standard musicale, un vero e proprio evergreen sul quale hanno puntato molte chance numerosi cantanti che si sono cimentati nelle numerose cover. La versione di Darin rimane tuttavia quella maggiormente conosciuta.

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    Piscaturella

    segnalata da Antonio Cimmino e Pietro Scognamiglio
    di Sergio Bruni

    Segue …
    Certo, dint’a ‘sta rezza
    che tire ‘a mare,
    na vota ‘e chesta truvarraje
    stu core.
    E pigliatillo, oje bella, t’appartiene,
    nun mme fà’ cchiù suffrì turmiente e pene.
    Tu si’ pe’ me patrona e ‘nnammurata
    e io sóngo ‘o schiavo tujo pe’ tutt’ ‘a vita.
    Ohé,
    Piscaturella,
    …………….
    Mme faccio piscatore
    pe’ mm’arrubbà stu core.
    Nun cerco tesore,
    nun cerco ricchezza,
    mm’abbasta na varca,
    ll’azzurro d’ ‘o cielo
    e ll’ammore cu te.