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Vincenzo D’Alessandro (Manfredonia, 22.11.1895 – 29.4.1943)

di Gennaro Ciccaglione (*)

Vincenzo D’Alessandro era nato a Manfredonia il 22 novembre 1895. Appena diciannovenne, nel 1914, si era arruolato volontario con ferma di tre anni nei Carabinieri Reali, assunto in forza presso la Legione Allievi proprio il 21 novembre. Il 31 marzo dell’anno successivo, era stato promosso carabiniere e con i fanti del Piave, che mormorava calmo e placido, era giunto in “territorio dichiarato in stato di guerra presso Ente mobilitato”: così dicono le sue carte matricolari: era appena il 25 maggio 1915. Era rimasto al fronte fino al 31 dicembre 1916 dove aveva conseguito il grado di vicebrigadiere. Poiché all’atto dell’arruolamento Vincenzo frequentava già le scuole superiori, il 25 marzo 1917 era stato nominato Aspirante Ufficiale ed il primo maggio dello stesso anno, nominato sottotenente di fanteria. Approda poi, per sua scelta, nei Reparti d’Assalto.
È l’ottobre 1918. Il generale Diaz pianifica la battaglia di Vittorio Veneto: ad essa parteciperanno ben 31 Reparti d’Assalto. Nel 18°, al comando del I° Capitano Luigi Stefanutti, che così scrive,  “…si distingue il tenente D’Alessandro Signor Vincenzo che, nella conquista del Monte Pertica è proposto per la Medaglia d’Argento al Valor Militare sul campo”.
Intanto, in una delle cittadine disseminate lungo il fronte di guerra, il giovane ufficiale si era innamorato di una ragazza del posto: la sposa e nasce il loro primo figlio. Finita la guerra torna a Manfredonia con la giovane moglie ma vi resta poco: trova lavoro a Trieste, presso i famosi Grandi Magazzini, e vi si porta con tutta la famiglia. A Trieste crescono i suoi figli: la seconda guerra mondiale lo trova proprio lì, in quella italianissima città dove il senso della Patria è assai più elevato e sentito che in qualunque altra. Il tenente di fanteria, in congedo, D’Alessandro chiede di tornare in servizio, di indossare ancora le stellette, e lo fa con genuino e giovanile entusiasmo. Riammesso in servizio, è inquadrato nella Delegazione Trasporti Militari e destinato a Napoli dove, nonostante il martirio dei feroci bombardamenti alleati, si organizzano i trasporti navali sulle rotte della morte… da e per l’Africa, ormai quasi tutta persa.
Proprio da Napoli, il 28 aprile 1943, il tenente richiamato D’Alessandro scrive una cartolina a suo figlio Modesto, carabiniere alla stazione di Pola: “Ti assicuro che godo ottima salute. Poco fa abbiamo avuto una visita dagli americani. Un bacio. Tuo papà”. La cartolina oltre alla data indica anche l’orario, annotato con la precisione puntigliosa del carabiniere rimasto sempre tale: ore 15.50. In fondo alla cartolina poi, con un inchiostro diverso, un’annotazione sottolineata con un tratto indeciso: “Parto domani ore 8”.
E così partì, per mare, come forse era nel suo destino di appartenente alla gloriosa marineria di Manfredonia. Senza fare mai più ritorno.
Partì, diretto a Pantelleria, su un rugginoso piroscafo della Società di Navigazione “Adriatica”, carico di carbone (ne consumava una tonnellata per ogni ora di navigazione) e di acqua per generare il vapore, stracolmo di uomini e materiali bellici, tra cui esplosivo a non finire. Questa nave, al comando del Capitano di Lungo Corso Stanislao Leoni, si chiamava “CAMPOBASSO”, in onore della nostra città.

In mare aperto si accodò alla gloriosa Regia Torpediniera Perseo, vanto della Regia Marina e terrore delle unità inglesi del Mediterraneo che, nonostante la loro schiacciante superiorità tecnologica, nutrivano timore e rispetto per il coraggio e per l’arte marinara degli italiani. Dopo tre giorni trascorsi alla fonda nella rada di Pantelleria, le due unità ricevettero l’ordine di partenza per Tunisi in chiaro, non cifrato: chiunque si fosse trovato sulla frequenza radio della Regia Marina avrebbe potuto ascoltarlo. E sicuramente lo intercettano gli inglesi! Intorno alle 19, “…l’ora che volge il disio ai navicanti e ‘ntenerisce il core…” il piccolo convoglio prese il largo ad una velocità di circa otto nodi: il motore affannato e sbuffante del CAMPOBASSO non ne sviluppava di più. Quando il buio stava per avvolgere completamente le due navi, alcune ombre all’orizzonte indussero il comandante della Perseo ad ordinare POSTO DI COMBATTIMENTO: nel massimo ordine e silenzio tutti indossarono i salvagente, i serventi corsero ai pezzi, i siluristi si disposero accanto ai tubi di lancio, gli ufficiali assunsero i loro posti in plancia: erano le 21.20. L’allarme perdurò fino alle 21.40 perché in effetti sii trattò di un falso allarme: tutto rientrò nella “normalità”. Lo stesso ordine venne impartito di nuovo alle 23.20 e di nuovo l’allarme cessò dopo cinque minuti. Alle 23.35 esatte, infine, un bengala illuminò il tratto di mare e ben quattro unità inglesi aprirono il fuoco sul Campobasso. Il Comandante della Perseo ordinò al mercantile di aumentare al massimo la velocità ma il Comandante Leoni rispose che non poteva andare oltre i dieci nodi… Non finì neppure il colloquio radio che le prime cannonate inglesi centrarono il Campobasso che prese fuoco. Iniziò la fine. La Perseo manovrò per l’attacco e puntò la prora contro il nemico. Il comandante Saverio Marotta ordina MACCHINE AVANTI MASSIMA e subito dopo SILURI PRONTI AL LANCIO… FUORI UNO …. FUORI DUE. Gli inglesi, alla luce dei bengala, notano le scie ed evitano i siluri. Nuovo attacco italiano: ACCOSTA A DESTRA – LANCIO DI CONTRO BORDO – BETA 40 GRADI… PRONTI AL LANCIO ATTENTI… FUORI TRE… FUORI QUATTRO… Ancora a vuoto… Alle 23.48 il Campobasso, colpito ripetutamente, esplose come un’immensa santabarbara ed illuminò a giorno lo scenario della battaglia. La Perseo venne così inquadrata dai cannoni delle quattro navi inglesi… La nave fu colpita al timone, poi alla piazzola di uno dei tre cannoni, poi in caldaia, poi in sala macchine a prora, in sala radio… L’incendio divampò dappertutto. Cinquanta marinai di leva destinati a Tunisi, tutti alla loro prima esperienza di guerra, concentrati nei locali di prora, morirono tra urla terribili, aggrediti dal vapore bollente che fuoriusciva dalle tubature squarciate. Alle 23.55 il comandante Marotta ordinò SI SALVI CHI PUO’ proprio un attimo prima che un proiettile di cannone gli staccasse di netto un braccio tra la spalla e il gomito. Il Guardiamarina Soldati gli strinse il moncherino con un laccio di fortuna e lo trascinò su una scialuppa di salvataggio: qui il Comandante chiese di tornare a bordo. Ubbidirono e Marotta, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria, andò a morire con i suoi marinai rimasti sulla loro nave: affondarono tutti insieme con la Perseo, affondarono anche Rinuccio Santopuoli da Riccia, diciotto anni e quattro mesi, e Bruno Barbieri da Ripabottoni, più grande solo di un anno.
Mezzanotte era passata da poco: la tragedia si era ormai compiuta. Inizierà l’odissea per i soli 48 superstiti della Perseo. Nessuno superstite della CAMPOBASSO.
Da quei relitti, da quegli scafi violentati dalle raffiche e accartocciati dalle bombe, riuniti per l’eternità sui fondali del Canale di Sicilia, tra decine e decine di carrette del mare cariche di povera gente in cerca di pane e di libertà, ogni tanto riemergono… i ricordi. Sono riemerse  prima le lettere dei due siluristi della Perseo, così tenere e così distanti tra loro in termini e significati, sono riemerse poi le memorie dei quarantotto superstiti della stessa nave, la loro odissea dopo l’affondamento, l’orrore della guerra, ed infine, l’avventurosa vita dell’Ufficiale Commissario di Bordo del CAMPOBASSO, il tenente appunto D’Alessandro. Un ricordo in più che lega la nostra città a quella di Manfredonia, luogo di nascita di questo valoroso ufficiale, e rafforza il legame con Trieste, la città dove si era trasferito e da cui era partito, volontario, per partecipare anche alla seconda guerra mondiale dopo avere combattuto come carabiniere prima e come ardito poi nella Grande Guerra.
Questa storia è emersa dal profondo del Mediterraneo, da poche miglia dalla costa libica, dove giacciono i due relitti pieni di marinai gloriosi che hanno trovato sepoltura in mare. Gli elementi nuovi per narrarla ed illustrarla mi sono stati generosamente offerti dalla signora Maria Patrizia Bevilacqua, una nipote del vicebrigadiere e poi tenente D’Alessandro, alla quale va tutta la mia riconoscenza. Una storia che unisce al destino di due navi quello di tre cittadini di Trieste, due di nascita ed uno di adozione: infatti il Comandante del piroscafo CAMPOBASSO, Stanislao Leoni, era di Trieste come il suo ufficiale in seconda, il capitano Roberto Paolini, classe 1897. Proprio quel 29 aprile, durante il feroce bombardamento a cui accenna lo sfortunato tenente D’Alessandro, triestino di adozione,  il Paolini ed il suo Comandante diretto avevano cercato protezione dalle bombe in un rifugio antiaereo stracolmo di persone. I due erano rimasti in prossimità dell’ingresso ed alcune schegge avevano raggiunto alla testa il povero Paolini, uccidendolo sul colpo.

 

Titolo: Nave Campobasso – Marinai molisani in guerra;
Autore: Gennaro Ciccaglione;
Editore: Il Faro – IBN Editore;
ISBN (10) 88-7565-176-0
ISBN (13) 9788875651763
Anno: 2013;
Pagine: 201;
Prezzo: 16 euro.

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