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Prospero Tacca, marinaio di acqua dolce

Testo e foto di Franco Tosca
per gentile concessione Nuovo Sestante (*)
della Camera di Commercio del Comune di Novara
http://www.no.camcom.gov.it/

…il marinaio della Corazzata Roma salvatosi perché non sapeva nuotare.

Domenica 29 agosto dello scorso anno, nella sua abitazione di Cressa, è spirato Prospero Tacca, classe 1921. Era uno degli ultimi superstiti, oramai meno di trenta ancora in vita, dell’affondamento della corazzata “Roma”. Una delle più brutte pagine della storia del secondo conflitto mondiale e dei 150 anni di unità nazionale, scritta il 9 settembre del 1943. Esattamente il giorno dopo la dichiarazione di armistizio e contestuale alla precipitosa “fuga” della famiglia reale a Brindisi, lasciando il Paese allo sbando totale. Insignito della Croce al merito, Prospero Tacca si definiva, con autoironia, un “marinaio di acqua dolce”, accompagnando l’affermazione con il suo accattivante sorriso. Infatti, pedemontano di nascita, aveva più probabilità di fare la “naia” tra gli alpini che di finire nei ranghi della Regia Marina Italiana; invece no: marinaio e di quelli veri, cioè imbarcato, cannoniere armaiolo sulla più prestigiosa unità navale, la corazzata “Roma”.
Lui, che non sapeva nemmeno nuotare! Ma lui era un meccanico, lavorava alla “Tarditi & Gallone” di Borgomanero, e la Marina aveva bisogno di meccanici.
– “Ma Prospero non era l’unico della zona ad essere imbarcato sulla “Roma” – mi racconta il sottufficiale sommergibilista Bruno Gnemmi, anche lui di Cressa: –  “c’era un certo Zonca di Gattico, cannoniere pure lui, e un marinaio di Briga Novarese, altro superstite, di cui, purtroppo, non ricordo il nome”.
«Carlo Zonca, classe 1921 – mi precisa Franco Nicolazzi, per molti anni parlamentare e ministro ma, soprattutto, sindaco di Gattico – Carlo Zonca fu uno dei tanti giovani a non farcela, sembra sia stato travolto dall’esplosione della torretta in cui prestava servizio, appunto come cannoniere».
Ogni marinaio ha una storia da raccontare, una storia di vita vissuta, un ricordo inalienabile che lo accompagna e anche Prospero, protagonista unitamente alla corazzata “Roma” di questa rievocazione, pur restio ad aprirsi a quelle memorie, ogni tanto si lasciava andare ai ricordi e a raccontare.
«E’ un paradosso – mi disse un giorno – ma il fatto di non saper nuotare mi ha salvato la vita!».
Arruolato, come Carlo Zonca, non ancora ventenne, nel settembre del 1941, venne inviato a Pola per seguire un corso di 90 giorni alla scuola cannonieri. Fu quindi imbarcato sulla corazzata “Roma”, completata nel giugno del 1942, nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Trieste. Questa nave da battaglia rappresentò il meglio della produzione bellica italiana della seconda guerra mondiale: lunga poco più di 240 metri e larga quasi 33 metri, una potenza di 180.000 CV scaricati su quattro eliche che permettevano una velocità di 31 nodi (57,4 km/h); equipaggio di circa 2000 uomini tra ufficiali e marinai, al comando dell’ammiraglio Carlo Bergamini. Dotata di un possente armamento, equipaggiata con tre mezzi aerei, aveva una corazzatura che in verticale raggiungeva i 350 millimetri. Una regina del mare da oltre 46 mila tonnellate, che avrebbe dovuto tenere sotto controllo il Mediterraneo. Ma nonostante le caratteristiche di grande rilievo, la “Roma” non venne mai schierata in combattimento, nemmeno per contrastare lo sbarco degli Alleati in Sicilia, rimanendo ormeggiata a La Spezia per un lungo periodo, sino alle 3 di notte del 9 settembre 1943, quando salpò verso il suo tragico destino. Poche ore prima (alle 19,45 dell’8 settembre) il generale Pietro Badoglio aveva diffuso per radio l’annuncio dell’armistizio siglato con gli angloamericani. Ore caotiche e di ordini contrastanti: i vecchi nemici erano diventati alleati e viceversa. A testimonianza dello stato di confusione la celebre battuta di Alberto Sordi nel film “Tutti a casa”:
«I tedeschi se so’ alleati co’ gli americani!».
La “Roma” lasciò il porto seguita da altre due corazzate, tre incrociatori e otto cacciatorpediniere dirigendo verso La Maddalena. Ma intanto a Berlino era giunto l ’ allarme:
«La flotta italiana è partita nella notte per consegnarsi al nemico».
Poche ore dopo La Maddalena fu occupata dai tedeschi.
L’ammiraglio Bergamini, informato via radio, invertì immediatamente la rotta di 180 gradi. I ricognitori della Luftwaffe si misero a caccia della flotta italiana che venne individuata tra l’Asinara e le Bocche di Bonifacio e attaccata da alta quota, senza tuttavia che fosse colpita. Intanto da Istres (Marsiglia) si erano levati in volo 15 bimotori Dornier Do 217 KII casualmente armati di una bomba rivoluzionaria battezzata “Fritz X”: 1400 kg di peso (300 di esplosivo) con alta capacità di penetrazione. Vi erano state aggiunte quattro alette, un motore a razzo e piani di coda. Grazie a un radiocomando, l’aereo che l’aveva sganciata poteva guidarne la traiettoria sull’obbiettivo. Era la prima volta che venivano utilizzate!
« L’allarme aereo fu dato in ritardo – proseguì Prospero Tacca nella narrazione che mi fece – perché i tedeschi avevano adottato una nuova tattica di attacco. I nostri comandanti avevano ordine di rispondere al fuoco solo se attaccati e inizialmente le posizioni dei bimotori non davano adito a interpretazioni di intenzioni ostili. E questo ci fu fatale! Ho visto scenderci addosso quelle bombe volanti e l’inutilità della nostra tardiva reazione ».
Fuga dall’inferno: un primo colpo centrò la “Roma”, la bomba attraversò tutto lo scafo scoppiando in mare senza provocare gravi danni. Pochi minuti dopo, alle 15,50, un secondo colpo esplose nei depositi prodieri dei proiettili di grosso calibro: la Santabarbara. La nave ammiraglia fu ferita a morte. Una enorme fiammata salì a 400 metri di altezza formando il classico fungo delle grandi esplosioni.
«Ho visto la torre numero due saltare in aria (una massa di 1.600 tonnellate dove, forse, c’era proprio Zonca – ndr) e cadere in mare affondando in uno spaventoso tumulto. La torre corazzata di comando fu investita da una tale vampata che venne deformata e piegata dal calore. Vedevo sul ponte marinai trasformati in torce umane, altri gravemente feriti ed ustionati. In pochi minuti la nave si spezzò in due tronconi. La “Roma” stava affondando: bastarono dodici minuti. Fortunatamente mi trovavo in una posizione che non fu investita direttamente dall’esplosione, ma lo scenario era comunque apocalittico. Non avevo via di scampo se non di gettarmi in mare. Non c’era tempo per pensare e l’istinto che mi spingeva ad allontanarmi da quell’inferno, mi diede la forza e il coraggio di buttarmi: un salto di oltre dieci metri. Le onde in favore aiutarono ad allontanarmi dalla nave prima che affondasse, trascinandomi nel risucchio. Chi rimase a bordo fu condannato».
« Ero così angosciato dal fatto di non saper nuotare che, come la “Roma” salpò da La Spezia, indossai il giubbotto salvagente, non lo tolsi mai anche se punzecchiato dalle battute dei miei commilitoni. E’ stata la mia salvezza. Mi ha fatto galleggiare per le numerose ore trascorse in quel tragico mare di acqua e nafta, in attesa dei soccorsi che ci furono portati dalle scialuppe delle cacciatorpediniere di scorta».
«Intanto a Cressa, nella mia famiglia, si consumava un altro dramma. La radio aveva dato la notizia dell’affondamento del “Roma” e fui dato per morto. Solo parecchi giorni dopo furono informati del miracolo: ero un sopravvissuto».

I naufraghi vennero portati prima a Mahon sull’isola di Minorca e poi a Caldas de Malavella in Catalugna. Le navi internate e i superstiti trasformati in merce di scambio. La loro vita restò a lungo come sospesa, in difficile equilibrio tra gli opposti interessi di un’Italia spaccata in due, la Spagna e gli anglo-americani. Per il ritorno a casa dovettero attendere quasi due anni.
Prospero Tacca fu dunque testimone e protagonista dell’affondamento della nave più moderna e potente della flotta italiana, dello straordinario e beffardo epilogo della vicenda storica dell’Italia fascista nella seconda guerra mondiale, prima dell’occupazione tedesca e della guerra civile che si sarebbe combattuta nei 19 mesi successivi.
Segnato profondamente da quella vicenda, portava la “Roma” nel cuore ma, come tutti coloro che hanno fatto veramente la guerra, visto gli strazi e gli orrori che provoca e valutatane l’inutilità, preferiva non parlarne.
Il 9 settembre è stato celebrato il 68° anno da quando la corazzata “Roma” giace in fondo al mare, a circa 700 metri di profondità, tra l’Asinara e le Bocche di Bonifacio, con i 1.393 marinai che affondarono con lei: un’immane tragedia, un inutile sacrificio di tante giovani vite!

Si ringrazia  Mauro Gavin per aver segnalato l’articolo, il Direttore de il ”Nuovo Sestante” (*) di  Novara, Dott. Barlassina per avere concesso l’autorizzazione alla pubblicazione sul sito www.lavocedelmarinaio.com e la Camera di Commercio del Comune di Novara (http://www.no.camcom.gov.it/) per l’attenzione e la solidarietà rivolta ai propri concittadini e a tutti i marinai della Regia Corazzata Roma.

(*) “Nuovo Sestante” si può trovare, gratuitamente, sia nelle edicole di tutte le città e i paesi della provincia, sia negli esercizi commerciali che hanno sede nel centro di Novara, Borgomanero, Trecate, Arona e Orta. E’ possibile, poi, averlo in abbonamento a casa, pagando una minima cifra che va a coprire le spese di spedizione postale. Così chi vorrà abbonarsi o rinnovare, potrà farlo al costo di 20 euro per 10 numeri.
Per informazioni sulle modalità di abbonamento si può telefonare allo 0321-338223 oppure

inviare una mail a studi@no.camcom.it

19 commenti

  • ezio vinciguerra

    Non sogniamo più e non ci sono più vocazioni come …i marinai di una volta proprio come Prospero Tacca “marinaio di acqua dolce”.
    Grazie Ettore

  • Checco

    La vita è una favola…
    Chi si ferma e perduto. Volere e potere! Meglio sorridere ad alcuni eventi sgraditi della vita, che, ancora piangere! ” A volte si pensa di essere grandi eroi nella vita, ma poco tempo riserviamo al compiacimento di noi stessi e dei valori che navigano dentro il nostro essere. Sbircio questa mia vita e cerco di capire i suoi limiti e dove, ancora, limiti non tiene. Penso che l’Amore sia davvero sublime, ti porta a sorridere nel mondo che ti circonda. Cerchi di cancellare eventi avvenuti, ma rimane sempre un piccolo vuoto… i ricordi… che non si possono dissolvere, ma restano dentro il nostro cuoricino. Si, la vita è una favola, ogni attimo va vissuto sino all’estremo, poi ad ogni amarezza è meglio pigliare un raggio di sole e sorridere”.

  • Riccardo Graziosetto

    Auguri a tutti i Marinai, di ieri, di oggi e domani,
    a chi non c’è più, a chi ha sacrificato la propria vita in pace ed in guerra, a chi è vicino ai colori ed allo spirito della Marina Militare, ed anche alle compagne ed ai compagni della gente di mare…
    AUGURI !!!

  • VITO MECCA

    AUGURI A TUTTI I MARINAI D’ITALIA E A TUTTI QUELLI CHE SONO IN MISSIONE, UN AUGURIO PIU’ GRANDE VA A TUTTI MARINAI CHE OGGI NON SONO PIU’ CON NOI. BUON SANTA BARBARA A TUTTI.

  • GIUSEPPE VESTITA

    DAL GRUPPO NAVE IMPAVIDO ” DAL VARO AL DISARMO ” UN AUGURIO FRATERNO PER LA SANTA BARBARA A TUTTI I MARINAI

  • Nello Accame

    A PERENNE RICORDO….
    Quelli che ci hanno lasciato non sono Assenti, sono Invisibili, tengono i loro occhi pieni di gloria fissi nei nostri pieni di lacrime.

  • Dino Crasto

    sarete sempre nel mio cuore noi sentiamo la vostra mancanza con tristezza ma, con il sorriso e l’orgoglio ricordiamo i meravigliosi momenti trascorsi insieme.

  • Nuccio Bruno

    Ricordo perenne per tutti, in particolare per gli amici deceduti per servizio durante una esercitazione. ONORE A VOI

  • Franco Orlandini

    La bomba che colpì la Roma era la FX o Fritz-X (Lungh. m 3.26, Diam. mm 560, velocità di picchiata ca. 300 ms (circa 1000 Km/h), capacità perforante ca. 12 cm di acciaio). Pesava 1570 kg e per la velocità e il peso perforava lastre di 12 cm (di cui era lastricato il ponte superiore (altre corazzature erano di maggior spessore come le verticali dello scafo e le artiglierie pesanti di 35 cm o art. secondarie e torre comando 28 cm, ma per i colpi laterali). Il potere distruttivo della FX era però limitato dal peso dell’esplosivo di circa 320 kg e favorito dalla vulnerabilità degli ambienti interni della nave, colpiti (come nel nostro caso le cariche di lancio che scagliarono in alto la torretta da 381 del peso di 1500 tonn.). Era dotata di un piccolo motore a razzo con aletta, radiocomandata dal lanciatore, che poteva correggere la caduta (deviare di circa 400 m lateralmente e di 800 in avanti o indietro – un missile all’esordio? -) guidandola a vista. Dopo soli 15 secondi dallo sgancio della bomba mediante un collimatore, era possibile mantenere l’allineamento bomba/bersaglio attraverso impulsi radio trasmessi da una piccola “cloche” alla trasmittente Telefunken FuG.203 Kehl. . La maggior distanza di lancio (visibilità permettendo) permetteva al bombardiere di poter guidare meglio l’ordigno, dotato di una “codetta” fumogena luminosa, a mezzo di quella cloche fino all’impatto. Veniva di norma lanciata da una quota compresa tra 4000 ed i 7000 metri inarrivabili per l’artiglieria imbarcata. Normalmente una bomba che cada liberamente raggiunge velocità dell’ordine dei 200m/sec cioè circa 740 Km/h , quindi sganciata a 5000 m di quota, la bomba impiegherà 25 secondi per arrivare al bersaglio. Nel frattempo una nave che fa 30 nodi si è spostata dalla posizione che aveva al momento del lancio di 375m in avanti e dato un angolo di barra eventualmente messo, anche lateralmente di una certa quantità di metri.

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