L’isola dei fantasmi

di Autori Vari

Racconto scritto a più mani dai pazienti del centro diurno psichiatrico “…E’ tempo di volare” A.S.L. N.9 di Trapani:Giuseppe Busetta, Roberto Giuffrè, Giacomo Laudicina, Rosa Villafiorita, Francesco Costa, Salvatore Ingrassia, Maurizio Savoia, Vincenzo Bruno, Pietro Zichichi, Nicola Sammartano. Coordinati dall’infermiera Carla Ficara.

Introduzione

Una novella scritta in gruppo: anche questa è cura. Da molti anni presso il nostro centro diurno psichiatrico, si porta avanti un laboratorio di terapia riabilitativa tramite la “costruzione di storie”. Nell’ottobre del 2000, è stata presentata la prima di queste storie: “La riviera dei sogni”.

“L’isola dei fantasmi” è una storia dura di abbandono e di trasgressione, di paura e di gioia, giocata sul filo della conflittualità costante, come quella che spesso è presente nella vita di ciascuno di noi. La storia non è stata “manomessa” onde evitare che perdesse la sua genuina spontaneità. Non può essere usata sicuramente di alta genealogia culturale, è scritta da persone che vivono nel disagio che con difficoltà si muovono “dentro il loro mondo emotivo”.

Dott. Giorgio Geraci (RESPONSABILE CENTRO DIURNO – Dipartimento Salute Mentale Trapani) giorgio.geraci@libero.it

C’era una volta un principe che nessuno conosceva con questo titolo ma che tutti chiamavano con l’appellativo di BURBERO. Viveva su un’isola molto lontana dalla terraferma chiamata ”L’ISOLA DEI FANTASMI”.

Quest’isola potrebbe suscitare paura dato il nome, invece era un vero paradiso terrestre con tanta vegetazione, tanti alberi, tanto verde. Il mare che la circondava assumeva il colore del cielo e gli animali che vi vivevano erano i sovrani. Non vi erano alture elevate, ma tante colline le cui sommità erano ricoperte da alberi da frutta. In quest’isola la vita si svolgeva a dimensione umana. Gli abitanti vivevano di agricoltura e di pesca per la quale usavano barche rudimentali da loro stessi costruite. Per le feste organizzavano grigliate e balli in riva al mare. I bambini giocavano normalmente sulla spiaggia, ma il loro luogo di giochi preferito era un castello con le torri smerlate che si trovava sulla collina più alta. Gli adulti raccomandavano di non andare a giocare in quel luogo poiché la leggenda diceva che da tanto tempo era abitato dai fantasmi. Nonostante le raccomandazioni i bambini vi andavano perché spinti dalla forte curiosità e dall’idea che un giorno avrebbero potuto trovarsi a tu per tu con i temuti fantasmi. Dentro il castello si divertivano a giocare a nascondino, chi perdeva veniva eliminato dal gioco e doveva uscire fuori dal castello. Tra i più fortunati c’erano due gemelli Marco e Paolo che avevano 10 anni. Il più sfortunato in assoluto era invece Vincenzino che era il più piccolo di tutti. I genitori di Marco e Paolo erano i gestori della locanda che si trovava in paese, proprio vicino la piazza. La loro era una famiglia tranquilla e felice. I genitori raccomandavano sempre a Marco e Paolo di non andare a giocare al castello, ma loro non potevano resistere e riuscivano sempre a trovare il modo per andarci di nascosto. Un giorno, che erano a giocare nel cortile come loro abitudine, cominciarono ad addentrarsi nelle segrete e furono attratti da un bagliore. Incuriositi, ma nello stesso tempo intimoriti, si fermarono ad osservare l’alone di luce che si avvicinava a loro. Presi dalla paura scapparono verso il cortile, ma la curiosità dopo un po’ riarmò il loro coraggio e decisero di ritornare dentro. Anche i fantasmi si erano impauriti sentendo il rumore di passi fatto dai ragazzi e, per farli andare via ed a loro volta farli spaventare, cominciarono a far sbattere le porte ed a muovere le panche di legno. I bambini, presi dal panico più di prima,si nascosero dietro un muro cercando di percepire da dove provenissero i rumori. Silenzio, improvvisamente calò il silenzio, ed i ragazzi si rincuorarono al punto che piano piano uscirono dal nascondiglio. Ma, all’improvviso, si trovarono davanti due grandi fantasmi, che avvicinandosi sempre più vicini a loro scomparvero nel nulla. Rimasero stupiti e questa volta uscirono fuori e scapparono via dal castello. Nel frattempo un uomo strano si aggirava nei pressi. Era un tipo trasandato e solitario che scendeva in paese solo all’imbrunire, quando tutti gli abitanti rientravano nelle loro case. La sua dimora era un casolare sperduto nel bosco. Uno dei bambini incitò gli altri a scappare perché il Burbero, per gli abitanti del paese, era considerato una persona da evitare. Ma il Burbero si avvicinava ancora di più a loro e mentre gli altri scappavano uno dei ragazzini rimase immobile per la paura. Il Burbero gli tese la mano dicendogli di non spaventarsi e, nello stesso tempo, tirò dalla tasca dei frutti che porse al bimbo. Marco esitò, ma dopo un po’ accetto i frutti e mentre assaporava quelle delizie il Burbero gli chiese se qualche volta poteva andare a trovarlo. Marco rispose titubante all’invito, in quanto sapeva già che i suoi genitori non lo avrebbero mai permesso. Il Burbero lo rincuorò dicendogli di ascoltare la voce del suo cuore, lui era convinto che Marco lo avrebbe voluto conoscere meglio. Se ne andò così per il sentiero del suo orto. Da quel momento per Marco iniziò un travaglio interiore che lo portò a chiudersi sempre più in se stesso. Si assentava spesso dalla scuola, si allontanava dagli amici, restava sempre più tempo chiuso in casa ed in silenzio. Era profondamente combattuto nel suo animo tra quello che avrebbe voluto fare e quello che per gli altri sarebbe stato giusto fare. Una mattina, nonostante fosse ancora profondamente tormentato, prese la decisione ed anziché imboccare il sentiero che portava a scuola, prese quello per la montagna. Mentre si avvicinava al casolare del Burbero venne attratto dal ricco ed inaspettato paesaggio che si apriva davanti ai suoi occhi. Incantato davanti a tanta bellezza naturale offerta da quel luogo, inavvertitamente mise un piede su un sasso che staccandosi dal terreno lo fece scivolare in un burrone. Fece in tempo ad aggrapparsi agli arbusti e tentò con le proprie forze di risalire. Amaramente si rese conto di non potercela fare e non gli rimaneva da fare altro che chiamare aiuto. Nell’orto il Burbero sente le grida e correndo per i sentieri si mette alla ricerca tentando di individuare da dove provenissero le invocazioni d’aiuto. Giunto ai bordi del precipizio si accorge che giù c’è un bambino aggrappato ad un arbusto. Si rende subito conto che il ramo a cui stava aggrappato Marco era in procinto di rompersi. Immediatamente ed affannosamente il Burbero si mette alla ricerca di quegli arbusti i cui rami se intrecciati diventano resistenti come delle corde. Li attacca insieme e forma una fune lunga tanto da potere arrivare fino a dove è Marco. Intanto che lega la fune ad un albero e la comincia a calare giù, grida a Marco di non muoversi, rassicurandolo rispetto alla riuscita dell’impresa. Lui stesso si cala per andare a prenderlo e con un balzo rieccoli entrambi su. Messo al sicuro il bambino si prende cura delle sue ferite e lo libera dai vestiti stracciati. Gli raccomanda di aspettarlo lì, perché lui vuole correre a casa a prendere un antico vestitino che ricorda di avere conservato e che gli era appartenuto. Era uno dei pochi ricordi che gli era rimasto dei suoi genitori. Nel frattempo in paese si era sparsa la notizia che Marco si era allontanato da casa e tutti gli abitanti, solidali con i genitori, cominciarono a cercarlo. Mentre il Burbero vestiva Marco, giunsero i genitori con altri amici del paese e si resero conto, per come il Burbero si stava prendendo cura del bambino, che l’opinione che si erano costruita su di lui era completamente sbagliata. Fu organizzata una festa, una grande festa dedicata al ritorno del Burbero tra i suoi paesani. Durante la festa che si svolse nella piazza del paese, il Burbero svelò il suo segreto: i due fantasmi del castello erano i suoi genitori. La festa si fermò, i balli e la musica fecero posto al racconto della storia del Burbero. Tanto tempo prima suo padre, che era il Re dell’isola, durante una invasione di pirati venne ucciso insieme alla madre. Lui, anche se molto piccolo, capì il pericolo e si nascose in un sotterraneo del castello, riuscendo così a salvarsi. Dopo alcuni giorni l’isola rimase disabitata poiché gli abitanti spaventati dai pirati scapparono via lasciandolo solo. Per alcuni anni fu l’unico abitante dell’isola, cresceva in mezzo ai boschi, mangiava ciò che riusciva a trovare, si vestiva come poteva. Poco per volta cominciarono ad approdare sull’isola dei pescatori, che via via presero a costruire le loro case sulla costa. La presenza di questi sconosciuti sull’isola aumentò la sua paura e non ebbe mai il coraggio di scendere in paese. Si chiuse in se sempre più, coltivando i suoi ricordi, belli o tragici che fossero, ma sempre da solo. Gli abitanti dell’isola, dopo avere ascoltato questo racconto, rimasero profondamente commossi. Furono tutti concordi nel proclamarlo Principe dell’isola, gli promisero che con i guadagni della pesca avrebbero ricostruito il castello e lo avrebbero fatto ritornare a vivere da principe. Il Principe volle esprimere un desiderio, che era quello che i bambini non si scordassero più di lui, che lo aiutassero a ritrovare la sua infanzia e che sopratutto continuassero a giocare nel castello.

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