L’ultima licenza

di Mario Veronesi (*)

Luglio 1971 l’ultima licenza, poi il 20 agosto mi sarei congedato, mai più immaginavo tutto quello che sarebbe successo. Per noi “polentoni” tornare a casa dalla Sicilia significavano 24 ore di treno, si partiva da Augusta verso le 17,00 con il Siracusa-Roma, oppure mi recavo a Catania per il Catania-Roma, nella capitale aspettando la partenza del Roma-Milano, di solito un paio d’ore, e all’ora uscivo dalla stazione per quattro passi nei dintorni. Quel giorno mi sentii chiamare: Visintini, ei Visintini”, mi girai e spontaneamente risposi “dica”, “senti sono un parente del sergente Visintin, lo conosci?” “certo che lo conosco è in AS con me” risposi. “Allora mi faresti un favore, gli porteresti questa lettera” e mi allungò una busta. “Sicuramente, ma io sto andando in licenza”, “Non fa nulla”, disse ringraziandomi.
Non immaginavo che gli avrei consegnato quella missiva il giorno prima del mio congedo. A Milano, altra attesa per il Milano-Genova, prima fermata Pavia dove sarei arrivato 17,00. Di solito, il tragitto dalla stazione ferroviaria a casa lo facevo a piedi, transitando per i due corsi “in” della città: Corso Cavour e Strada Nuova, passando poi davanti alla “dimora dei Visconti”, giungendo in circa 20 minuti nel mio quartiere di “Città Giardino”. Erano minuti da parte dei passanti di curiose occhiate, sorrisi e calorosi saluti, è il nome “Nave Visintini” indicava la mia appartenenza ad una unità navale. D’altronde vedere un marinaio in una città padana non era certamente una cosa comune, anzi. 

Il giorno dopo dovevo recarmi naturalmente in divisa, al distretto militare (oggi caserma della Guardia di Finanza) per la firma che avrei dovuto riporre anche alla partenza, poi libero per tutta la licenza. Quando mancava qualche giorno successe l’imprevisto, giunse al bar un amico con la sua macchia nuova appena ritirata, una FIAT 128 Rally. Così salimmo per un giro di prova volevamo raggiungere Salice Terme, ridente località termale sulle nostre colline. Ma appena fuori città, affrontando una curva l’amico al volante non riuscì a controllare la macchina che si ribaltò in mezzo ai campi a “pancia all’aria”. Non fu un grave incidente nessuno si fece male seriamente, i due amici si ruppero entrambi un dito, ed io avvertii un forte mal di testa. Per nostra fortuna passò in quel momento una pattuglia della polizia stradale, che intervenne chiamando le ambulanze che ci portarono al pronto soccorso del Policlinico San Matteo. Fummo ricoverati per la notte in osservazione, e quando nel compilare la cartella clinica mi chiesero “professione” risposi che prestavo servizio militare in Marina e che mi trovavo in licenza, “Da oggi la tua licenza è finita”, mi disse il medico. “Come finirà, ho ancora qualche giorno” risposi apprensivo. “Adesso sei in ospedale poi andrai in convalescenza.”
Così, tra visite mediche esami ed altro, passarono cinque giorni, poi con in mano il foglio di dimissioni che prevedeva 20 giorni di convalescenza, mi recai al distretto militare. Pensavo che, visto il referto ospedaliero mi avrebbero autorizzato per i restanti 20 giorni. Letto il foglio mi dissero: “Devi recarti subito all’ospedale militare di Baggio a Milano”, “A Milano?” risposi incredulo. Ricordo perfettamente era un venerdì mattina, così presi il treno e raggiunsi nel primo pomeriggio l’ospedale militare, dove mi fecero indossare un panno spesso e pungente che ti faceva sudare solo al pensiero d’indossarlo, era il pigiama!
Mi trovai in una grande camerata, eravamo una trentina di ragazzi di tutte le armi, io ero l’unico marinaio con 23 mesi di naia, quindi risultai il più anziano. Naturalmente essendo di venerdì le visite per confermare più o meno i giorni di convalescenza sarebbero iniziate il lunedì mattina. Due giorni in cui non sai cosa fare, il cibo pessimo, mangiavo solo il pane, non potevi uscire e il bar interno era chiuso, in aggiunta gli infermieri (militari anche loro) che continuavano a ripetere: “Lunedì arriva il colonnello e vi liscerà il pelo a tutti voi lavativi”. Non ho mai conosciuto quel terribile colonnello perché risultò in ferie e fu sostituito da un medico civile, che non mi degnò di uno sguardo, lesse il foglio di dimissioni e mi confermò i 20 giorni. Trascorsi la convalescenza in tranquillità ricevendo anche una telefonata da parte del TV Vassallo, il mio ufficiale di servizio che saputo dell’incidente (fonogramma dei carabinieri), volle assicurarsi personalmente del mio stato di salute, e devo confessare che mi fece piacere. Arrivo così il giorno della ripartenza per la Sicilia, era il giorno di Ferragosto. Arrivai ad Augusta il 16 ma la nave era a Cagliari. Cosa fare?, eravamo quattro marinai ad attendere le nostre navi, così decidemmo di “imboscarci” per i giorni successivi in una pensione. Il 18 arrivò la nave e con mio disappunto gli amici ECG che si dovevano congedare anche loro il 20, mi salutarono, avevano svolto le visite mediche di rito a Cagliari e cos’ì si congedarono qualche giorno prima. Io passai le visite mediche il 19 e mi congedai il 20 agosto. 

Già agosto mese di ferie per tutta l’Italia di allora, era il periodo dei rientri dal Sud, ci si muoveva verso Nord, per molti le vacanze erano terminate e si rientrava al lavoro. Così mi recai a Catania per riprendere il Catania-Roma, “nasce li” pensai troverò sicuramente un posto a sedere, ci crediate o no feci tutto il viaggio in corridoio seduto sul mio bagaglio. Giunsi a Roma in uno stato comatoso, ma non era finita, il Roma-Milano era strapieno così con altri militari conosciuti sul treno decidemmo di scendere a Bologna. Speravamo in qualche altro convoglio meno affollato, nel frattempo ci riposammo nel bar della stazione. Ma era il 20 agosto e tutti i treni si fermavano strapieni, non rimase altro che risalire sul primo convoglio che sarebbe arrivato, era un Rimini-Milano, dove proseguimmo il viaggio verso la città lombarda, naturalmente in piedi. Arrivai a Pavia molto stanco, per mia fortuna trovai fuori dalla stazione ferroviaria un amico con la sua “Vespa” che mi porto a casa, dormii per due giorni. In cinque giorni avevo percorso in treno tutta l’Italia per ben due volte.”


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3 risposte a L’ultima licenza

  1. EZIO VINCIGUERRA dice:

    Un abbraccio grande come il mare e grande come il cuore di Marinaio per sempre di Mario Veronesi

  2. Nicolò Meo dice:

    Sapessi quante volte negli anni 60/70 prendevo il treno da Chiavari Stelmilit per Taranto via Roma. Impiegavo 35 ore parti delle quali in corridoio.

  3. Massimo Laquinta dice:

    Bei ricordi. Io, sistematicamente, salivo a Taranto con tutti sul treno di notte, poi scendevo a Bari e facevo l’autostop, sempre in divisa, per Torino. Quelli che si fermavano erano i camionisti, che così avevano qualcuno per tenerli svegli

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