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    16.2.1913, ricordando Giuseppe Palumbo

    a cura Antonio Cimmino

    (Napoli, 31.12.1840 – 16.2.1913)

    Giuseppe Palumbo nasce a Napoli il 31.12.1840.
    Fra i suoi incarichi principali segnaliamo:
    – Comandante del regio cantiere navale di Castellammare di Stabia (1873 – 1874) dove il 10 ottobre 1874 fu varata la regia supercorazzata Caio Duilio;

    – Con il grado di Capitano di vascello fu al comando della regia pirocorvetta Vettor Pisani (1882- 1885) ed eseguì spedizione nello Stretto di Magellano per rilievi idrografici;

    – Comandante dell’Accademia navale di Livorno (1893 – 1895);
    – Deputato del Collegio elettorale di Castellammare di Stabia (1897 e 1901);
    – Ministro della Marina (1898 -1899);
    – Presidente del Consiglio superiore di Marina (1903 – 1904);
    – Senatore del Regno.
    Congedato con il grado di Vice ammiraglio salpò per l’ultima missione, dalla sua Napoli, il 16.2.1913.

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    16.2.1942, regia nave Carabiniere è colpita da siluro

    a cura Pancrazio”Ezio” Vinciguerra, Lanfranco Sanna, Carlo Di Nitto, Antonio Cimmino

    …a Riva Trigoso.

    Il cacciatorpediniere Carabiniere e i 38 rubini
    di Lanfranco Sanna
    segnalato da Roberta – ammiraglia88

    Ciao Ezio,
    ho letto un interessante articolo; c’è una cosa particolare successa e da segnalare!
    Ti invio un estratto dell’articolo:
    “Il Ct. Carabiniere e i 38 rubini” di Lanfranco Sanna”.
    I più moderni Cacciatorpediniere della Regia Marina, al momento dell’inizio della II Guerra Mondiale erano i 12 della classe “Soldati” che furono ordinati ed impostati nel 1937 ed entrarono in servizio tra il 1938 ed il 1939.  (…) l’impiego a livello di squadriglia e flottiglia come grosse siluranti d’altura nei gruppi di battaglia durante gli scontri diurni e per la ricerca notturna di navi nemiche. (…) quello che invece è rimasto sconosciuto per anni è un fatto non di eroismo o di sacrificio ma di immensa umanità.
    Alla fine delle ostilità l’Ammiraglio Power, Comandante in Capo della Fleet East Indies, come ringraziamento per l’aiuto ottenuto dalle navi delle marine alleate, decise di conferire un’ onorificenza ai comandanti, onorificenza che però non appariva opportuno assegnare al comandante di una marina ex nemica, quale era quella italiana. Optò per un omaggio di valore: un orologio d’oro con 38 rubini.
    Il Comandante Fabio Tani rifiutò con garbo il dono e chiese in cambio la liberazione di 38 prigionieri italiani, detenuti nei campi di lavoro a Ceylon, uno per rubino, richiesta che fu accettata con stupore e apprezzamento (…).
    Il tutto è tratto da una lettera, pubblicata nel medesimo articolo; un estratto:
    Così terminarono le attività belliche anche per il Carabiniere. Un episodio legato a quegli anni però mi è rimasto profondamente scolpito nella memoria. Al momento di ripartire per l’Italia, il Comandante del Carabiniere, Fabio Tani, venne convocato al Comando della Flotta Inglese dell’Oceano Indiano per ricevere il ringraziamento per l’opera svolta. Come premio al Comandante era destinato un orologio d’oro con 38 rubini, in ricordo delle 38 missioni svolte nell’Oceano Indiano da parte del CT Carabiniere. Il Comandante Tani, replicò che avrebbe preferito, a titolo di apprezza mento dell’opera svolta dalla propria nave, rimpatriare 38 prigionieri italiani allora detenuti in campi di lavoro inglesi sull’isola di Ceylon, uno per ogni rubino contenuto nell’orologio. L’Ammiraglio Power, Comandante in Capo della flotta alleata, accettò lo “scambio”. Fu così che il Carabiniere intraprese il viaggio di ritorno in Patria, portando con sé anche i 38 ex prigionieri. L’altruismo dimostrato dal Comandante Tani con quel gesto credo si commenti da solo. La lunga guerra contro tutto e contro tutti del CT Carabiniere ebbe così finalmente termine. E per quanto riguarda il Marinaio Lino Trestini, arruolato volontario il 4 dicembre 1941, la guerra era finita. Rientrato a Taranto con il Carabiniere, ottenne la tanto sospirata licenza. (…)

    I 12 cacciatorpediniere della classe Soldati Livorno - giugno 1939) - www.lavocedelmarinaio.com

    Link all’articolo completo:
    http://www.arsmilitaris.org/pubblicazioni/Cacciatorpediniere%20ultimo.pdf

    REGIO CACCIATORPEDINIERE “CARABINIERE” (2°)
    Motto: “Nei secoli fedele”
    di Carlo Di Nitto

    Il Regio Cacciatorpediniere CARABINIERE (2°) Classe “Soldati” dislocava 2460 tonnellate a pieno carico.
    Costruito nei Cantieri Navali del Tirreno di Riva Trigoso, fu varato il 23 luglio 1938 ed entrò in servizio il 20 dicembre successivo.
    Partecipò intensamente alle operazioni belliche del secondo conflitto mondiale totalizzando 159 missioni per scorta forze navali, scorta convogli, ricerca e caccia antisom, percorrendo 53.700 miglia.
    Numerosi furono gli episodi significativi della sua attività bellica. Tra questi: 1940, partecipazione alla Battaglia di Punta Stilo; 1941, partecipazione alle Battaglie di Capo Matapan e Prima della Sirte. Il 16 febbraio 1942 fu colpito da un siluro ed ebbe la prua completamente asportata. Nell’evento persero la vita venti suoi Marinai.
    Rimase fermo ai lavori per quasi un anno per riprendere subito dopo azioni di scorta convogli.
    Il 9 settembre 1943 raccolse i naufraghi della Corazzata Roma e diresse per le Baleari, ove venne internato fino alla conclusione del conflitto.
    Dopo la guerra, rimasto alla Marina Italiana, nel 1957 fu riclassificato “fregata” con la sigla D 551 . Nel 1960 divenne nave per esperienze con la sigla A 5314. Radiato dal servizio attivo il 14 gennaio 1965, fu impiegato per le esercitazioni degli Incursori al Varignano.
    Venduto per la demolizione nel 1978, durante il trasferimento affondò in un basso fondale. Nei mesi successivi il relitto fu recuperato e definitivamente demolito.
    ONORE AI CADUTI!

    Aniello Palumbo
    di Antonio Cimmino

     

    Nasce a Lettere il 27 marzo 1920, arruolato nella Regia Marina fu imbarcato sul regio cacciatorpediniere Carabiniere.

    Il 16 febbraio 1942, la nave mentre rientrava a Taranto dopo una missione, fu attaccata dal sommergibile britannico P36 che, con siluro, gli asportò la prora.

    Angelo Palumbo morì nell’esplosione e il suo corpo venne scaraventato in mare.
    L’unità navale rimase però  a galla e fu rimorchiata a Messina.
    Di Aniello Palumbo non abbiamo nessuna foto…

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    16.2.1921 Basso Ragni

    di Vincenzo Campese

    (Termoli, 16.2.1921 – Livorno 7.2.1979)

    Basso nasce a Termoli il 16 febbraio 1921 e muore prematuramente a Livorno il 7 Febbraio 1979 a soli 58 anni. La sua passione per l’arte si manifesta sin da tenera età. A soli 12 anni frequenta a Termoli la scuola di disegno diretta dal Prof. Federico Orlando. Imbarcato come cannoniere su di un cacciatorpediniere prende parte al 2° Questo lo porta a navigare in tutto il Mediterraneo e fino al lontano Oceano Indiano, ha così modo di conoscere e prendere coscienza di realtà talvolta profondamente diverse dall’Italia conflitto Mondiale. Preso prigioniero viene internato in Spagna. Nel 1939 si arruola volontario nella Regia Marina. Giunto nelle Isole Baleari, ed in particolar modo a Majorca, resta colpito dal folklore locale, fattore che condizionerà profondamente il suo modo di disegnare e dipingere.
    La guerra e gli avversi avvenimenti di quegli anni non gli impediscono tuttavia di continuare a coltivare la sua passione, tanto che nel periodo di internamento partecipa ad una collettiva a Barcellona nella quale ottiene il 2° premio.
    Nel 1944, a guerra finita, si stabilisce a Livorno dove lavora, si sposa e rimane per il resto della sua vita. Affronta con intelligenza e tenacia gli anni assai difficili, per tutti gli italiani, del periodo post-bellico fino a trovare un buon lavoro da impiegato presso l’Hotel Palazzo di Livorno.

    Nel corso degli anni si perfeziona e frequenta altre scuole, tra le più importanti I’Ecole de Dessin di Parigi.
    Il suo carattere schivo lo porta – ogni qual volta gli è possibile – ad estraniarsi ed a raccogliersi con se stesso, assecondando così il suo smisurato desiderio di dipingere. Indaga tutto quanto gli interessa, si reca nelle campagne di Livorno e ne cattura ogni possibile sfumatura, non disdegnando di dipingere particolari della città vecchia e dei paesini circostanti.
    Dopo tanti anni di continuo studio e di ricerca, nel tentativo costante di migliorarsi, organizza la sua prima “personale” nel 1958 presso la galleria d’arte LECCA di Livorno. Da questo momento in poi la sua attività artistica è sempre in pieno fermento. Aderisce definitivamente alla linea dei post-macchiaioli ed in particolare alla corrente definita dei “labronici”. Ama dipingere, con forti pennellate pregne di colore, persone ed animali.
    La sua “crescita” artistica è costante negli anni: tantissime le sue personali e le collettive cui partecipa, impossibile farne un elenco dettagliato.
    Dall’essere conosciuto solo a Livorno, nel breve volgere di qualche anno, la sua pittura e apprezzata in tutta Italia, tant’è che le sue mostre vengono organizzate anche a Milano, Roma e Venezia.
    La notorietà non lo porta ad essere pago, soddisfatto di quanto realizzato. Continua dunque a confrontarsi con altri artisti e critici nel tentativo di ottenere sempre di più da se stesso ma, una cosa è certa, non si lascia condizionare e non accetta di snaturare il suo modo di dipingere. Migliorare si, stravolgere il suo modo di disegnare e dipingere mai!
    Raggiunta la notorietà artistica e la maturità economica tra la metà degli anni sessanta ed i primi anni settanta del secolo passato decide che i suoi orizzonti devono ampliarsi; inizia così il suo periodo parigino, vi si reca infatti alcune volte tra il 1971 ed il 1973.

    A Parigi viene rapito dal fascino della “ville lumière” e ne ritrae ogni angolo: i boulevards, Montmartre, i Lungo Senna, Trocadéro, Notre-Dame, insomma tutto quanto lo colpisce ed attira la sua attenzione. Assai intensa e la sua pittura di questo periodo ma lui, nonostante l’enorme successo, considera questi anni solo come una parentesi, come fosse un periodo ben definito e a se stante della sua carriera artistica.
    Le esperienze non si interrompono, decide infatti di recarsi anche in Russia, in particolar modo a Mosca e Leningrado. Il suo sguardo non è però per le grandi metropoli.
    Rivolge le sue attenzioni agli aspetti naturali e paesaggistici. Rimane impressionato dalla grandiosità e dalla maestosità di fiumi, boschi e montagne e ne inizia a ritrarre ogni minimo particolare.
    Giunto all’apice della notorietà gode anche di altre gioie che la vita gli riserva e tra un quadro e l’altro riesce, con amore, a fare anche il nonno grazie ai tanti nipoti nati dai suoi tre figli.
    Di Basso, come pittore e come termolese, avrei potuto e, forse, dovuto dire tanto di più ma vorrei lasciare a voi, visitando la mostra, la gioia ed il piacere di vivere le stesse emozioni che ho provato io quando, per la prima volta, ho visto le opere del Maestro Roberto Crema Presidente Associazione Culturale “Andrea Di Capua Duca di Termoli ”.

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    Raduno Corso Furieri 1977

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    Ezio Vinciguerra (www.lavocedelmarinaio.com)Nel percorso della nostra vita talvolta si è costretti a dover affrontare  momenti che hanno la parvenza di essere tristi quando una persona a noi cara sembra allontanarsi. E qualcuno, purtroppo assente, è salpato per l’ultima missione…
    “Amico” è qualcosa di solito riservato a quelle persone a cui  piace interagire con il prossimo e chi ha avuto l’onore ed il piacere di conoscermi sa che per me è un cardine della mia filosofia di vita come del resto per altre persone di buona volontà. Questa predisposizione a relazionarci e confrontarci con gli altri, anche se più volte è celata dai limiti del nostro carattere, può suscitare talvolta antipatie ed invidia. Ma non è il caso nostro che ci incontriamo e continuiamo a cercarci: sempre!
    Utilizzare al meglio i mezzi di comunicazione, per primo la parola e quindi il dialogo interpersonale per una maggiore e giusta visibilità e per la logica conseguenza di una “rispettabilità” da parte del cosiddetto “mondo civile”, contribuisce nel Sociale, specie il nostro, di stare bene e fare stare bene, senza mai chiedere nulla in cambio…proprio come abbiamo fatto noi!
    La voglia di ben figurare come membro della grande famiglia della società civile, si può e si deve perseguire specialmente durante il colloquio diretto e al buon esempio che si da e ma i si deve pretendere di ricevere.
    I marinai di una volta sono più che amici e, per questo, ci cerchiamo e ci chiamiamo ancora Frà.

    (I partecipanti al Raduno Corso Furieri 1977  – Roma, 15.2.2020)

    Da sinistra in piedi: Raffaele Alessi, Luigi Costa, Giovanni Mucelli, Antonello Roccasalva, Michele Cherella, Ferdinando Del Gaudio, Cesare Zevini, Giovanni Mobilio, Gianfranco Iannetta, Salvatore Capuzzimati, Alessandro Cerrone, Enzo Cinque, Antonio Falco.
    Da sinistra in basso: Alberto Viola, Franco Serrao, Fabio Angeletti, Antonio Santoro, Francesco Olivieri, Enzo Orazzo, Ciro Barba.

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    Alessandro D’Aste (Albenga, 6.7.1814 – Genova, 15.2.1881)

    a cura Francesco Carriglio (*)
    http://www.augusta-framacamo.net

    (Albenga, 6.7.1814 – Genova, 15.2.1881)

    D’Aste Alessandro, nato il 6 luglio 1814 ad Albenga, dopo avere seguiti i corsi regolari presso la R. Scuola di Marina di Genova, percorse i gradi inferiori della carriera prendendo parte alle campale del 1848-1849. Nel periodo dal 1843 al 1845, come sottotenente, di vascello, compì sull’« Eridano » una lunga campagna nell’Oceano Pacifico, prima navigazione di tanta durata compiuta da legno sordo in quelle lontane regioni. Nel 1853, essendo capitano di corvetta, ebbe il comando della Scuola di Marina che tenne fino al 1856, data con la quale venne inviato in missione a Costantinopoli per prendere parte, con la commissione internazionale, ai lavori per la definizione delle norme di navigazione sul Danubio.
    Rientrò in patria nel 1859, per imbarcare come capitano di fregata sulla «Vittorio Emanuele» che doveva, insieme con la squadra francese, operare in Adriatico durante la guerra contro l’Austria. Ma la pace di Villafranca troncò ogni preparativo.
    Nel marzo 1860, promosso capitano, di vascello di 2^ classe, fu destinato al comando del « Governolo » col quale operò ad Ancona, riportando, con decreto del 4 ottobre 1860, la medaglia d’oro, con la motivazione:
    Pel modo ardito e sotto ogni aspetto commendevole con cui si comportò nell’assedio di Ancona (1860)”. Sempre sul «Governolo», pure essendo stato promosso di grado, prese attiva parte alle operazioni svoltesi sul finire del 1860 e sull’inizio dell’anno seguente, per la presa di Gaeta.
    Nel novembre ’60, con la sua nave, ed avendo sotto di sé anche il «Fieramosca», il «Tancredi» e la «Veloce», protesse la gittata di un ponte sul Garigliano eseguito dai marinai, per il quale passarono le truppe del generale Cialdini. Nei giorni successivi le stesse navi, con altre della squadra, bombardarono i borbonici a Mola di Gaeta, concorrendo a far capitolare la fortezza.
    Nell’aprile 1861 il D’Aste fu promosso contrammiraglio, e nel novembre 1865 collocato a riposo per infermità.
    Morì a Genova il 15.2.1881.

    (*) per conoscere gli altri articoli, digita sul motore di ricerca del blog il suo nome e cognome.

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    15.2.2012 – 15.2.2020: quanto tempo bisogna aspettare ancora per conoscere la verità?

     a cura Marinai di buona volontà

    Otto anni di bugie sul caso dei due fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone
    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    …cos’è la colpa, cos’è la pena? E soprattutto cos’è la Verità!

    A volte in noi si genera un senso di colpa che spesso comporta una pena. Colpa e pena vanno a braccetto: la colpa è il nostro peccato e la pena è la sua conseguenza. Colpa e pena sono paragonabili ad una ferita che anche dopo aver smesso di sanguinare continua a darci dolore. Il peccato è la ferita dell’anima e anche dopo il pentimento e l’assoluzione sacramentale rimane una debolezza perché siamo fragili e, come tale, rischiamo che la ferita non rimarginata, si riapra.
    Le cicatrici a tal proposito ci confermano di non rinnegare il peccato e Dio, con la sua capacità di amare, non chiede vendetta ma purificazione dell’anima, la nostra.
    Lui non è venuto per curarci le ferite del corpo ma quelle dell’anima facendoci comprendere, con la sua crocifissione, il suo amore per tutti noi creati da Lui a sua immagine e somiglianza.
    Il pentimento è il segno del cambiamento, è l’Agnello di Dio, e la Croce è la caparra del perdono.
    Dio ci fa comprendere proprio in questo giorno, vivendo senza complessi e senza traumi, insieme agli altri fratelli e sorelle, che se anche ci mancano le persone a noi più care, Lui ci ha donato la Grazia che è l’amicizia nel prossimo e l’amicizia nel prossimo è la Sua Grazia, in una parola sola: l’amore.

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    15.2.1919, Giorgio Natale

    di Antonio Cimmino

    banca-della-memoria-www-lavocedelmarinaio-com(Vitulazio, 15.2.1919 – Mare, 1.12.1942)

    Nasce a Vitulazio il 15.2.1919 ma la famiglia si sposta a Pignataro (Caserta).
    Arruolato giovanissimo nella regia Marina viene imbarcato sul regio cacciatorpediniere Da Recco con il grado di Sottocapo elettricista. La sua brevissima storia è collegata alla nave, infatti il cacciatorpediniere il 1° dicembre 1942, salpò da Palermo per scortare fino a Tripoli un convoglio di quattro piroscafi di truppe unitamente alle regie torpediniere Procione e Clio ed ai cacciatorpediniere Folgore e Camicia Nera. Durante la notte, aiutati dal radar e dai bengala lanciati dagli aerei, tre incrociatore e sei cacciatorpediniere inglesi piombati all’improvviso sul convoglio, aprirono intenso fuoco contro le nostre navi. Le unità di scorta, dopo aver cercato di coprire con cortine fumogene i mercantili, si gettarono all’attacco contro le navi nemiche aprendo il fuoco e lanciando siluri.

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    Il regio cacciatorpediniere Folgore venne affondato ed il Da Recco venne fermato da due colpi a prora che provocarono l’esplosione del deposito munizioni con conseguente gravissimo incendio nella parte prodiera. I mercantili furono colati a picco mentre il Da Recco, in preda alle fiamme, rimase fermo e fortunatamente non venne più attaccato.
    Durante la notte l’equipaggio riuscì a circoscrivere ‘incendio e, rimesse in moto le motrici, poté dirigere lentamente verso Trapani, aiutato anche dai regi cacciatorpediniere Da Noli e Pigafetta usciti in loro soccorso.
    Nel combattimento persero la vita 2.200 italiani:
    – 124 sul Folgore;
    – 118 sul Da Noli;
    – 3 sul Procione;
    – 41 marinai della Regi Marina sull’Aspromonte;
    – 1.527 soldati trasportati dall’Aventino e dal Puccini;
    – 200 marittimi dei mercantili.

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