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    Il ritratto della vita mia

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    Quando si spezza il sottile filo della vita, in ognuno di noi si stacca una scheggia della nostra anima. Qualcosa va perso: può essere un sentimento, oppure qualcosa in cui abbiamo creduto fino a quell’istante. Se si spezza il filo della vita di un bambino o di un giovane, la scheggia che si stacca in noi è grande ed è una sensazione dolorosa e sconvolgente, anche per persone che lavorano come professionisti in ambienti nei quali la morte si incontra più frequentemente. Nessuno rimane indifferente di fronte ad un decesso di una persona in giovane età. Spesso è il confronto con l’immenso dolore dei famigliari che resta più impresso, e che ci fa sentire inutili, incapaci di dare sollievo a chi soffre così tanto. Sono momenti che ci toccano in profondità, momenti che mettono in discussione decisioni che sembravano certe. Nascono dubbi sui propri valori, sulle scelte fatte, persino sulle scelte professionali.
    Davanti al dolore della famiglia e senza nessuna possibilità di poter moderare la loro immensa tristezza nascono emozioni sconvolgenti che isolano e a volte ci fanno sentire inutili …a meno che qualcuno abbia fatto un’esperienza simile.

    Ed allora ho imparato che crescere non significa solo fare l’anniversario e che il silenzio è la miglior risposta quando si sente una stupidaggine. Che lavorare non significa solo guadagnare soldi e che gli amici si conquistano mostrando chi realmente siamo perché i veri amici stanno con noi fino alla fine. Le cose peggiori spesso si nascondono attraverso una buona apparenza e quando penso di sapere tutto ancora non so niente. Allora un solo giorno può essere più importante di molti anni perché quel giorno ti ha fatto sognare.
    Giudicarsi non è importante quando realmente ciò che importa è la pace interiore, e finalmente ho appreso che non si può morire ma imparare a vivere!


    SE SEI COMPETENTE IN QUALCOSA, CERCA DI SBAGLIARE QUALCHE VOLTA, PERCHE’ LA GENTE NON TI RITENGA INFALLIBILE.

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    Ma cosa c’è da cambiare se non i nostri italici difetti?

    di Pancrazio “Ezio Vinciguerra
    (articolo già pubblicato in data 29.4.2011)

    In merito alle cosiddette ideologie, in nome di queste, quante persone sono perite? Tante.
    Se il Popolo è ancora sovrano e la legge è uguale per tutti allora sono necessari brevi e chiari punti fermi.
    Finiamola con la violenza e con la strategia del terrore (e non mi riferisco solo all’italico suolo). È oramai evidente che le rivendicazioni degli attentati non ci imbrogliano più, per cui la violenza è inutile.
    Finiamola con le ideologie “sono tutte più o meno antidemocratiche”. Il comunismo, in Italia, non ha mai governato ma il fascismo si, e comunque sono due brutte “bestie” che stiamo ancora pagando a caro prezzo di vite umane nel mondo.
    Finiamola (e non mi riferisco solo all’italico suolo) con i Giudici politicizzati, “nessuno è libero di compiere nefandezze”. Chi viene incriminato su prove oggettive, si difenda nei modi legali.
    Finiamola col “federalismo” perché scavare fossati fra noi quando ormai dobbiamo occuparci dei problemi del mondo globalizzato? …è ridicolo.
    Finiamola col confronto pittoresco delle idee e restituiamo alla “Politica” con la “P” maiuscola, la dignità che le compete.
    Finiamola col parlare sempre al passato ed addossare le colpe agli altri. Se siamo nella merda è perché ci siamo adagiati troppo vicini ad essa e adesso ne sentiamo l’inconfondibile puzza.

    Finiamola di parlare come se fossimo solo spot (elettorali) e ragioniamo con la nostra testa.
    Finiamola con i cittadini “super partes”, tutti siamo uguali di fronte alle “norme” di convivenza civile
    Finiamola, siamo tutti uguali senza “se” e senza “ma”… non c’è niente da capire e non c’è niente da cambiare.
    L’unica cosa da cambiare sono i nostri “italici difetti”, il nostro smisurato “ego” e, soprattutto, non fidarsi di chi parla di “cambiamento” in nome del “Popolo sovrano” o, ancora peggio, di chi è censore della parola altrui. Agere non loqui, intelligenti pauca…

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    19 marzo, a mio padre Giorgio

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra
    tratto da Emigrante di poppa (diritti riservati)

    L’ultima partita di campionato mi riservò gioia e dolore. La gioia per aver segnato il primo gol della mia vita in un torneo ufficiale. I compagni mi sostennero, mi abbracciarono, gioivano per “Ricciolino” che finalmente aveva segnato un gol. In quella partita ricevetti un calcio al volto, piú esattamente nella guancia destra, dove ancora oggi porto una cicatrice che sembra avermi scolpito, quando rido, una fossetta. Ma non fu il vero dolore, per me che aspettavo la fine dell’incontro di calcio per rientrare a casa e dare la bella notizia ai miei familiari. Ma l’uscio era spalancato. La casa piena di vicini con aria mesta, triste e sconsolata. Le donne piangevano, percepivo le voci dei vicini che esclamavano:
    – “Ecco è arrivato il figlio, povero bambino”.
    Capii. Corsi verso la ringhiera del balcone per nascondere le lacrime, mi accartocciai su me stesso in posizione fetale per covare il dolore. Piangevo, singhiozzavo e mi soffiavo ripetutamente il naso. Se ne era andato troppo in fretta: non avevo fatto a comunicargli che suo figlio aveva fatto finalmente “goal”, che aveva vinto qualcosa di importante e che adesso l’avrebbe fatto felice anche studiando la musica.
    Giorno triste, per quel bambino che si apprestava a diventare ragazzo. Senza un fratello, senza un confidente.
    Nell’immediatezza non ebbi il coraggio di guardare mio padre sul letto di morte. Volevo ricordarlo da vivo, mi parve. Solo l’insistenza di parenti e conoscenti mi convinsero a vederlo prima che fosse chiuso nella sua povera bara di legno di ebano liscio lucidato. Giaceva fermo e rigido sul talamo nuziale al centro della stanza con due enormi candelabri ai piedi del letto, una coroncina del rosario fra le mani e l’immaginetta di San Giorgio, il suo santo protettore, adagiata su quell’esile corpo ridotto a pelle ed ossa.
    La messa ed il funerale furono maggiormente strazianti. Il dolore di mia madre, la disperazione delle mie sorelle, specialmente di mia sorella Angela, ricordo; e l’interminabile omelia funebre del sacerdote che, pur esaltando i pregi in vita di mio padre, non esitò a dire che la vita, seppur nel dolore, continua. Continua un corno, pensavo io.
    Il rientro a scuola fu ancora piú difficile per Ricciolino, anche se erano gli ultimi giorni di lezioni. Alla vista dei compagni scoppiai in lacrime. Avvertivo come un senso di vergogna. L’insegnante di matematica, la professoressa Sozzi, mi venne subito incontro, il suo alunno prediletto aveva perso il genitore: l’unico della classe con tale lutto. Lei non era sposata ma ci sapeva fare con i ragazzi. Aveva modi spiccioli, decisi e atteggiamenti quasi maschili. Mi disse di non piangere e di comportarmi da uomo. In effetti non aveva torto.
    Il bambino che era in me, invece di diventare ragazzo, divenne uomo. Tra poco iniziavano le vacanze estive e si ritornava a Castelmola.
    Ma di quell’estate non ricordo nulla!

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    18.3.2015, Mario De Luca

    di Mario De Luca

    Quelli di seguito sono i link dove Mario De Luca ha lasciato una scia del suo passaggio in questo diario di bordo. Mario carissimo, adesso riposa in pace fra i flutti dell’Altissimo, sono certo che questo nuovo mondo è ancora più bello di quello di un marinaio, emigrante di poppa, con il cuore rivolto a Napule.
    (Pancrazio “Ezio” Vinciguerra)

    https://www.lavocedelmarinaio.com/2014/03/sabotaggio-e-incendio-del-fella-30-marzo-1941/
    https://www.lavocedelmarinaio.com/2013/06/paolo-emilio-thaon-di-rivel-il-duca-del-mare/
    https://www.lavocedelmarinaio.com/2013/02/a-proposito-dei-18-000-prigionieri-italiani-in-australia/
    https://www.lavocedelmarinaio.com/2013/05/il-conte-rosso/
    https://www.lavocedelmarinaio.com/2013/01/i-mercantili-in-guerra/
    https://www.lavocedelmarinaio.com/2011/12/tu-puoi-diventare-uomo-di-mare/
    https://www.lavocedelmarinaio.com/2011/06/napoli-10-giugno-1940-2/
    https://www.lavocedelmarinaio.com/2010/11/era-napoli-la-mia-citta-4-dicembre-1942/
    https://www.lavocedelmarinaio.com/2013/02/le-promesse-da-marinaio/
    https://www.lavocedelmarinaio.com/2015/03/18-3-2015-addio-mario-de-luca/

    Era Napoli, la mia città (4 dicembre 1942)
    Pubblicato il 29 novembre 2010
    di Mario De Luca (*)

    “Caro Ezio,
    sono molto commosso. La mia storia e molto lunga e complicata, penso che non c’è abbastanza spazio per raccontarla nei dettagli. Qualcuno potrebbe ricordare, sentirsi male, ed io non voglio.
    Posso però riassumerti a grandi linee quello che accadde quel giorno per noi indimenticabile…purtroppo!…
    Si fu una brutta esperienza da quel lontano 10 giugno 1940, io avevo solo 12 anni.
    Come ogni giorno, ormai da troppo tempo, verso le ore 16.00 e per sei o sette ore, andavamo giù al ricovero. Il ricovero era un posto squallido, puzzolente, dove già da tempo si rifugiavano i più poveri della città anche quando non c’era la guerra.
    Io abitavo al primo piano del palazzo con la mia famiglia.
    La RAF, sorvolava tutta Napoli per cercare bersagli da bombardare e le incursioni aeree continuarono per circa due anni. Anche gli americani, due anni più tardi, incominciarono con le loro incursioni aeree a bombardare quello che era rimasto della mia città.
    Mi ricordo quel giorno per ché mi trovavo al porto e l’incrociatore Nunzio ATTENDOLO fu affondato proprio li, ed io vidi tutto.
    Loro, gli americani, si stabilirono nella mia città fino alla fine della guerra,mentre i “germanesi” cercavano di bombardare il porto pieno di navi alleate. E’ una lunga storia. La città era in rovine ed io abitavo fuori al porto al centro dell’azione.”
    Oggi non abito più lì …vivo in Florida.
    P.s. QUEL GIORNO 4 DICEMBRE 1942 ERA LA FESTA DI “SANTA BARBARA”. Mario

    Tu puoi diventare uomo di mare
    Con ciò non voglio dire che i ragazzi nati e vissuti nei paesi del retroterra non possono, al pari, dedicarsi alle arti marittime. Solamente intendo far risaltare la tua posizione di privilegio rispetto a quelli a tale riguardo, in quanto tutti gli elementi materiali e spirituali necessari ad infondere nei giovani l’amore per il mare, se per te sono a portata di mano, sono forse sconosciuti o quasi ai ragazzi che vivono, per esempio, nel cuore del Piemonte o della Lombardia.

    Poiché tu, ragazzo del litorale, di qualunque punto del litorale, sei circondato indubbiamente da una infinità di segni, piccoli e grandi, che ti parlano delle nostre glorie marinare antichissime, antiche e recenti. Lo stesso porto o porticciolo a pochi passi dalla tua abitazione o dalla tua scuola, può essere stato, un tempo, famoso per approdi o partenze. Può essere stato sede di arsenali marittimi importantissimi. Può avere ispirato a qualche tuo lontano concittadino ardimenti ed audacie navali che sono passate alla storia.
    Dimmi, di quale paese se tu della costa? Di quale paese che non sia uno di quelli come Genova, Venezia, Napoli, Amalfi e tanti altri la cui tradizione marittima è fin troppo nota in tutto il mondo? Sei di Rimini, di Fano, di Molfetta, di Civitavecchia, di Messina, di Sorrento? Ebbene, sappi che Rimini fu una importantissima base di operazioni navali durante la seconda guerra punica; che Fano fece parte della Pentapoli marittima ai tempi dell’Impero d’Occidente; che Molfetta ha posseduto e possiede i più audaci pescatori
    …il volere è potere, nulla è difficile volendo, non chi comincia ma chi persevera, sono motti di celebri italiani del passato.
    Tu puoi diventare uomo di mare.
    Una piccola storia della mia gioventù trascorsa a Napoli durante la Seconda Guerra Mondiale. Allo scoppio della guerra, il 10 giugno 1940, avevo solo 12 anni e abitavo in un appartamento locato fuori al porto. Per sei mesi la RAF faceva incursioni aeree sulla città quasi ogni giorno. Solo di notte non bombardavano alcun bersaglio. Ogni incursione durava circa sei o sette ore alla volta io andavo giù al primo piano che si usava come ricovero.
    Sei mesi più tardi la RAF incominciò a bombardare il porto e le fattorie industriali. Queste incursioni aeree sono durate per quasi due anni. Napoli era diventata la base della Regia Marina Militare dove scortavano i convogli delle navi mercantile dirette in Nord Africa. Quel tragico giorno, 4 Dicembre 1942, il giorno della festa di Santa Barbara, parecchie navi erano in porto con tutti i marinai a bordo per festeggiare la Santa protettrice di tutti noi.
    Era quasi mezzogiorno; tutto d’un tratto, senza nessun preavviso di sirene, circa 90 aerei americani cosiddetti “liberator” lanciavano i loro siluri in un incursione sul porto e nelle vicinanze della città.
    L’incrociatore Nuzio Attendolo insieme ad altre navi furono colpite ed affondate, circa 900 i morti tra marinai e civili.
    Io stavo a casa le bombe cadevano a destra e sinistra non so come non sono morto anch’io quel giorno, la mano di Dio…
    Quando arrivarono gli alleati a Napoli la RAF faceva solo sporadiche incursioni ed il porto era pieno di navi americane da guerra e da carico. Le successive settimane i tedeschi effettuarono anche loro le incursioni aeree sulla città ormai ridotta in rovine.
    La mia città era ferita in ogni angolo solo macerie, morte e fame.
    Sono rimasto fino alla fine della guerra poi sono emigrato in Florida dove sono ritornato a vivere in pace ma mi manca Napoli, la mia città.

    Per saperne di più
    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra
    Mentre si trovava nella città partenopea il 4 dicembre 1942, giorno di Santa barbara, vi fu un bombardamento da parte dei B-24 americani partiti dall’Egitto che arrivarono indisturbati sulla città in quanto scambiati per una formazione di Ju 52 tedeschi, sganciando le loro bombe da oltre 6000 metri di altitudine, nel tentativo di colpire le navi da battaglia presenti in porto.
    Le bombe mancarono il bersaglio principale, ma vennero colpite altre navi militari presenti.
    L’Eugenio di Savoia ebbe 17 morti e 46 feriti e danni alla parte posteriore dello scafo in 40 giorni. Il Montecuccoli venne colpito da una bomba al centro nave proprio dentro il fumaiolo che venne disintegrato lasciando al suo posto un cratere, ma la protezione della corazzatura riuscì a salvare la nave che ebbe 44 morti e 36 feriti ed ebbe bisogno di ben sette mesi di lavori.
    Il Muzio Attendolo venne colpito al centro da una o due bombe e venne danneggiato sotto la linea di galleggiamento, mentre diversi incendi scoppiarono nella parte posteriore della nave. Quando gli incendi vennero domati la nave non era stata ancora messa in salvo, ma un allarme di un nuovo attacco aereo, rivelatosi poi falso, fece sospendere le operazioni di soccorso che quando ripresero era ormai troppo tardi, in quanto la nave si era inclinata affondando. Alla fine tra l’equipaggio si contarono 188 morti e 46 feriti. Anche tra l’equipaggio della corazzata Littorio vi fu un morto, mentre tra le 150 e le 250 vittime vi furono tra la popolazione.

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    Giacomo Di Tucci, un racconto di vita vissuta (Gaeta 4.2.1913 – 12.5.2006)

    di Salvatore Di Tucci
    https://www.facebook.com/salvatore.d.tucci

    Ciao Ezio,
    questo scritto è riferito a mio zio Giacomo Di Tucci. Spero che ti piaccia.
    Mi sono intestardito nella ricostruzione della sua vita e delle sue avventure. Ho chiesto anche al caro amico Carlo Di Nitto (1) che mi ha dispensato di suoi preziosi consigli. Questo perché dai suoi racconti mi parlava di tante cose, del Kernak e del Roma, dei suoi affondamenti…
    Sicuramente la sua vita è stata qualcosa di unico ed io cercherò di farlo rivivere.
    Chiedo scusa se ti ho causato fastidio ma caso mai sono a disposizione per tuoi eventuali consigli.
    Un caro saluto a te e per quello che rappresenti.

    Carissimo Ezio , ne sarei onorato se potessi condividere le memorie nella “banca della memoria” ricordando Giacomo Di Tucci che nacque a Gaeta il 4 di febbraio del 1913 e morì il 12 maggio del 2006.
    P.s. Ti ringrazio e saluti da Gaeta.

    Il protagonista di questo racconto è un marittimo gaetano che ha trascorso gran parte della sua vita sul mare, prima in Marina Militare durante la guerra, poi sui navi passeggeri in marina mercantile.
Durante la guerra, fu affondato due volte, restando in acqua per tante ore prima di essere soccorso, raccontava storie di salvataggi e di naufraghi.
Era imbarcato su navi ospedali, sempre in prima linea nei soccorsi e nell’aiuto ai feriti e ricerca dei dispersi. Mi parlava di “Toscana , Piave e Tevere le navi ospedali”, verniciate di bianco, navi con lo stemma della croce rossa che erano state requisite per esercitare questo nobile servizio. 
In seguito navigò su navi di linea tra la Guaira, Buonos Aires e New York erano le rotte degli emigranti… emigranti di poppa come li definisci tu nel tuo bellissimo libro (2).


    Solo adesso mi rendo conto che la sua vita e le varie vicissitudini sarebbero state testimonianze importanti da tralasciare alle future generazioni. Un grosso rimpianto, ma ero troppo giovane per prestargli la mia attenzione…
Fu decorato ed insignito di attestato di lunghissima navigazione.
    Era da poco terminata la guerra che vide la nostra città rasa al suolo.
    La popolazione sofferente cercava di reagire ai lunghi periodi di fame, miseria e tribolazione, le campagne erano tutte abbandonate, i litorali impraticabili a seguito di presenze di mine. La pesca perciò stentava a ripartire anche perché tutto il nostro naviglio era inutilizzabile e parte affondato per non essere utilizzato dai tedeschi.
    Pero c’era un grande fermento, gran voglia di fare, di produrre, una grande smania e positività…
    Anche Giacomo si dava da fare.

    Il libretto di navigazione era pronto. Fece diversi imbarchi e in uno di questi, bordo di un mercantile mi capitò un episodio che ricorderò sempre.
    C’era un gran brutto mare, una violenta tempesta che faceva rizzare i capelli a lupi di mare più incalliti, un mozzo con la sua ramazza cercava di pulire i corrugetti.
    Si notava dal colore olivastro della faccia il suo malessere, soffriva il mare che gli impediva di fare il suo lavoro con il dovuto impegno.
    Il nostromo, osservandolo, invece di confortarlo, lo redarguì severamente.
    A questo punto intervenni, “vergognati”, gli dissi, “è solo un ragazzo, potrebbe essere vostro figlio”.
    Dopo quell’episodio, con grande discrezione seguivo i suoi passi, perché avevo preso a cuore quel ragazzo che cosi giovane lottava ogni giorno la sua battaglia.
    Passarono quasi 15 anni da quel giorno…

    Anni duri, non si trovavano imbarchi e si poteva attendere diversi mesi.
    Partii da casa per il porto di Napoli il 23 di dicembre, un passeggero era in banchina pronto per partire in serata.
    Grande fu il mio stupore nel sentire il mio nome, qualcuno mi chiamava.
    Un ufficiale sulla scala mi invitava a salire.
    Mi chiese cosa facessi nel porto e se ero disponibile ad imbarcare subito essendo un componente dell’equipaggio sbarcato per malattia. Non capivo perché sapeva il mio nome ma lui ricordò quanto avvenuto circa 15 anni prima, quel mozzo che puliva i ponti ora era il primo ufficiale. Mi ringraziò e con grande commozione, mi abbracciò…

    Note
    (1) Per saperne di più, digita sul motore di ricerca del blog Carlo Di Nitto;
    (2) Per saperne di più, digita sul motore di ricerca del blog o sugli argomenti Emigrante di Poppa.

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    Io Francesco Ruggieri, emigrante di poppa e profugo istriano

    di Francesco Ruggieri e Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    Ciao Ezio,
    grazie per le foto ricordo complimenti, condivido il tuo operato su internet, W la Marina Militare Italiana orgoglioso di aver servito con onore come il Marinaio Fumarola di cui io ti ho già scritto tempo fa e il tuo sito mi ha dato le dritte nella ricerca storica.

    Hai ragione da vendere quando affermi “Marinai per sempre”.
    Io ero profugo a Fiume (Croazia ex Istria ), avevo 5 anni nel ’43. Questa foto l’ho avuta in eredità da mia madre Fumarola Isabella sorella del defunto. Nei miei ricordi, nella mia mente lo chiamavano Angelo, ma il vero nome è Paolo come l’Apostolo perciò il discorso fila … (*)

    Caro Ezio ti ringrazio anche perché io vivo a Milano, come emigrante di poppa, i miei parenti sono di Martina Franca.
    Ho letto il tuo libro e me lo sto divorando ancora una volta. Anch’io ho passato la guerra, i titini, l’Istria, le foibe di Fiume, proprio come il tuo papà Giorgio.
    E poi quei sapori dei dolci plumachelle che ti faceva la zia Sara, e il bottegaio che vi voleva fare u “culu russu”, la tua Sicilia la hai nel cuore…
    Ti chiamavano “u canterinu catanese”, lo sto rileggendo mentre mi imbarco per la Sardegna per doveri di famiglia (mia moglie è sarda).
    Sei veloce come un proiettile cal.6,5/ 91.
    Grazie a Dio di averti conosciuto solo mi devi scusare se sbaglio perché ho fatto le scuole Italo-Croate perché eravamo profughi giuliani. Mio padre era militare aggregato all’11° Reggimento Bersaglieri di Gradisca, poi ti racconterò la mia odissea: scappai dal campo profughi per venire in Italia ma al confine di Sezana i titini mi arrestarono. Avevo 12 anni eravamo nel 1950, poi se non ti stanco ti racconterò.
    Certo che per un meridionale come me aver fatto il profugo giuliano…
    Ciao Ezio, ti sono riconoscente a risentirci.

    Ciao Francesco,
    come ogni anni, ho deciso di pubblicare la tua mail il 10 febbraio… scusa per il ritardo ma sono certo di essere compreso e perdonato.
    La tua storia “giuliana”, le sensazioni di un marinaio di “confine come me” che ha provato col linguaggio del cuore il vero senso di “Emigrante di poppa”, si assomigliano.
    Quando scrivevo il libro, sotto la Sua dettatura, pensavo che gli emigranti di poppa siamo noi marinai reali e virtuali … soprattutto quelli di confine o confinati.
    Caro Francesco, io ti esorto a scrivere un libro autobiografico che può far comprendere, qualora ce ne fosse ancora di bisogno, di che cosa è capace la belva umana.
    Abbiamo parecchi amici istriani che non hanno dimenticato cosa è accaduto a loro e ai loro parenti… abbiamo il dovere “Sacrosanto” di raccontarlo a figli e nipoti.

    (*) https://www.lavocedelmarinaio.com/2014/08/angelo-fumarola-marinaio-a-tripoli/