Quale vita

di Giuseppe Pavich

…in memoria di mio padre.

Il caldo opprimente rende insopportabile la salita che mi tocca fare, a piedi, per raggiungere il cancello della villa. Ci arrivo madido di sudore: suono il campanello, il solito rumore metallico mi segnala che è aperto; attraverso il giardino, passo davanti al prato rasato di fresco ed entro nella sala, illuminata dal sole e profumata di pulito, dove una dozzina di anziani, prevalentemente donne, siedono uno accanto all’altro. Solo pochi conversano tra di loro; i più guardano il vuoto, silenti.
Mi avvicino. Lui è sulla solita poltrona, impegnato nella lettura dei titoli del giornale.
“Ciao, eccomi!”.
“Ah…sei tu?” mi dice, come svegliandosi da un profondo torpore. Accenna ad un sorriso e mi porge le guance. Mi vede poco, non solo perché sono in controluce.
“Anche stavolta ti ho portato i biscotti”, gli dico, posando il pacchetto sul tavolino accanto alla sua poltrona. Lui lo prende e ne guarda il contenuto con la solita gioia fanciullesca. Mi siedo vicino a lui.
“No, non qui, mettiti sulla sinistra, dalla parte dell’orecchio buono”. Obbedisco, anche per non rendere del tutto vana la mia conversazione. Non che da sinistra ci senta molto meglio; ma almeno, qualche parola la capisce.
E’ un po’ stanco: mi spiega che fino a pochi minuti prima la signora Marisa gli ha fatto fare una passeggiata in giardino con il girello. Come ogni volta, quando parla di queste passeggiate, ripensa a quando non aveva bisogno né di girello né di carrozzina, e camminava lungamente ogni giorno, da solo, non sospettando neppure di finire i suoi giorni su una sedia a rotelle. Colpa di quella maledetta caduta: si era rotto il femore; vallo a riparare, un femore di novantacinque anni; oggi lui ne ha novantotto.
“Eh…pensa come sarei oggi! Ho quasi cento anni, me ne mancano solo due, no?”. Lo dice trionfante, ridacchiando, ad alta voce, perché è sordo e, non sentendo ciò che dice, crede che non lo sentano neppure gli altri.
Allora le signore vicine fanno i loro commenti.
Alcune sono apertamente malevole, forse invidiose; fanno spallucce voltandosi stizzite dall’altra parte, nel vederlo così allegro, estroverso, in quel luogo di silenzio, di malinconia, di ricordi nei quali loro sono così angosciosamente immerse. Lui non le sente, ma intuisce il loro malanimo e, sempre ad alta voce, borbotta “Ah, quelle vecchiacce!”. E le inasprisce ancora di più. Forse lo fa apposta, perché poi ride compiaciuto.
Altre vicine di poltrona lo trovano simpatico, ne apprezzano la voce quando canta – il che accade ogni due minuti-, la memoria (ricorda a menadito tutte le parole delle canzoni di quando era giovane), la spontaneità. Qualcuna, a suo modo, gli fa la corte. Ma lui guarda – si fa per dire- solo le inservienti, che lo coccolano ed alle quali forse, se solo la cosa non fosse troppo sconveniente, metterebbe volentieri le mani addosso.
Dopo i soliti convenevoli, si abbandona ai ricordi della gioventù. Mi parla di quando eravamo in guerra assieme, e faccio molta fatica a spiegargli che sono nato dodici anni dopo che l’ultima guerra era finita.
Poi, come fa spesso, ripensa ad alta voce ai momenti in cui, in prigionia, rischiava di lasciarci le penne. E così, quasi inconsapevolmente, scolpisce nell’aria l’immagine della fortuna e del destino.
Ricorda spesso quella volta in cui, all’interno del campo di concentramento, percorreva un sentiero rettilineo, ai lati del quale vi erano due fossati. Gli aerei americani arrivarono bassi, e colpirono con bombe e raffiche di mitra l’interno del campo. Istintivamente lui si gettò in una scarpata al lato della strada; la bomba cadde esattamente alla sua altezza, ma colpì il sentiero e la scarpata che si trovava sul  lato opposto. “Vedi com’è il destino. Se mi fossi buttato dall’altra parte, o se fossi rimasto fermo, sarei rimasto fregato. Non ci sarei più io, non ci saresti mai stato tu, non ci sarebbe mai stato tuo figlio…Eppure, non avevo nessun motivo particolare per buttarmi da una parte o dall’altra!”.
Già. Pensando al gesto istintivo di mio padre che si buttò nel fossato giusto, non posso fare a meno di concludere che la mia stessa esistenza è dovuta a quel gesto,  che tutto, la mia infanzia felice, la mia adolescenza solitaria, gli splendori e le miserie della mia vita, le fortune e le sofferenze che l’hanno punteggiata, sono frutto di quella scelta tanto irrazionale quanto salvifica.
E’ stato davvero meglio così? Forse il mio spirito avrebbe vagato fino a penetrare in un altro vestito di carne, avrei vissuto un’altra vita, nei panni di qualcun altro. Una vita migliore? Peggiore? Figlio di chi? In quale paese? Sarei stato ricco o povero? Sano o malato? Chi può dirlo.
Fatto sta che, quale che sia stato il destino che mi ha preceduto, ora sono qui. E, mi piaccia o no, debbo il bello ed il brutto della mia esistenza – fra le tante altre cose- anche, se non soprattutto, a quel tuffo di mio padre in una lurida scarpata di un campo di concentramento tedesco.
I miei commenti, li tengo per me. Sarebbe troppo faticoso fare breccia nella sua sordità per spiegargli che mi viene da pensare ai tanti suoi commilitoni morti in prigionia, per le ragioni più disparate, spesso per un beffardo gioco del destino. Una pallottola è una pallottola; e, in certe situazioni che mio padre mi ha descritto, poteva avere un altro bersaglio, o nessun bersaglio, anziché colpire, che so, il suo commilitone cui quel miserabile pezzo di ferro ha sottratto non solo i molti anni che probabilmente avrebbe vissuto, ma anche la possibilità di mettere al mondo un figlio, e con essa l’intero destino esistenziale di costui. Se quel militare si fosse salvato, oggi suo figlio si abbandonerebbe a pensieri simili ai miei. Invece non può, semplicemente perché non esiste.
Io, invece, faccio i conti con la mia realtà, e con la casualità che l’ha resa possibile. Io esisto, e sono figlio di mio padre. Di un padre con i suoi pregi e i suoi difetti, che ha percorso la sua lunga vita facendo e dicendo sempre e solo quello che sentiva, incurante delle conseguenze, pane al pane, vino al vino. L’aveva fatta franca in collegio, da piccolo, reagendo a pugni ai soprusi degli adulti e dei compagni più grandi e prepotenti, lui che era un soldino di cacio, lo sguardo triste da cane bastonato. Era riuscito a vivere da solo ed a lavorare già da adolescente, poi aveva scelto la carriera militare, apprezzato da tutti, non solo per le sue qualità, ma  anche per la sua incrollabile e quasi irritante genuinità; si è portato appresso, per tutti i suoi cento anni, le sue proverbiali gaffes, le sue collere improvvise quanto effimere, la superficialità della quale si è sempre vantato, attribuendole anzi il merito del bilancio sostanzialmente attivo della sua vita (“Se non fossi stato superficiale, con l’infanzia che ho avuto, forse mi sarei ammazzato”). E infatti, eccolo lì, a cantare con voce ancora intonata le canzoni d’amore e di guerra degli anni quaranta, ridendo e mandando baci alle infermiere, e infischiandosene delle vecchie astiose che non lo sopportano, e godendo a farsi sentire mentre le apostrofa come “vecchie bagasce”.
Pensare che io, fin da piccolo ho fatto di tutto per distinguermi da lui. Guardavo con occhi critici a quel suo temperamento così estroverso; ne vedevo gli aspetti sgradevoli, eccessivi; forse, sentivo anche il peso della sua personalità e dei suoi errori, che attribuivo al suo carattere: il licenziamento per motivi politici (non ci pensava su a stare dalla parte sbagliata, e a dirlo anche nelle occasioni meno opportune), le leggerezze nella gestione dell’economia familiare, l’affetto acritico per parenti ed amici infidi. Non posso dire di non avere osservato i suoi principi morali; ma non l’ho mai considerato un modello, se non per discostarmene; magari a costo di guadagnarmi l’antipatia di chi mi stava intorno, e mi considerava musone, serioso, troppo austero. Solo allontanandomi da lui, in età adulta, mi sono ritrovato addosso, se non il suo carattere, alcuni aspetti di esso, che hanno temperato in parte la mia ritrosia e la mia severità. Non so dire se ciò mi abbia giovato; né posso dire se questo mi abbia attratto delle simpatie. Ho comunque trovato la mia strada, il mio posto, la mia dimensione. Poteva andare meglio, o peggio? Chissà.
Ciò che è certo è che non solo il fatto di vivere, ma anche quello che sono e quello che non sono, quello che non sono mai voluto essere, quello che ho e quello che non ho, le fortune che ho avuto e quelle che non avrò mai, tutto è dipeso da lui, ed anche da ciò che fece, quel mattino di oltre sessantatre anni fa, su una strada sterrata di quel lager.
Il colloquio con lui si protrae per una mezz’ora; ogni tanto gli dico qualcosa e lui ne capisce un’altra, ma non so se sia davvero per la sordità, o se il suo spirito burlone lo spinga fino al punto di scherzarci su. La direttrice della casa di riposo gli è molto affezionata; quando vado a regolare le pendenze amministrative, me lo descrive come uno spirito perennemente giovane, affascinante, e si domanda quante avventure galanti egli abbia avuto grazie alla sua personalità.
Lo saluto, promettendogli come al solito di tornare presto; lui mi porge nuovamente le guance, ormai per sempre sprofondato nella sua poltrona. Saluto i presenti, ed uscendo mi immergo di nuovo nella canicola dell’estate assolata, che avvolge il giardino della villa.
Appena varcato il cancello, mi incammino verso il ritorno, immergendomi nei miei pensieri, nella mia vita di ogni giorno.
Ma non posso fare a meno di chiedermi come l’avrebbe vissuta lui, mio padre; quel modello da cui ho sempre cercato di allontanarmi e che forse, invece, era lì a due passi ad indicarmi, con il suo modo di essere, un’altra strada possibile.

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5 risposte a Quale vita

  1. Antonello Scandurra dice:

    Che bel ritratto paterno, complimenti

  2. Santino Correnti dice:

    Mi sono commosso. Complimenti

  3. Flavio Lagioia dice:

    Vissuta pure io…ma per noi uomini di mare è parte della “normalità”…dell’essere cosi speciali per averla conosciuta

  4. Pietro Serarcangeli dice:

    “Caro Ezio quante volte ho vissuto questa situazione! Ma, per un marinaio, è un fatto normale
    nella vita meglio però mare forza “olio”…

  5. Domenico Anastasi dice:

    quando mi capita di raccontare ” ai miei amici le mie esperienze le vivo con emozione e ammetto anche un po’ di nostalgia, (visto che da 3 anni sono a terra) ma ricordo bene che nell’attimo in cui le vivevo più di una volta ho detto: chi me l’ha fatto fare…uscire dai passi d’uomo a spruzzo.
    Complimenti

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