Dal Monarca al Re Galantuomo

di Antonio Cimmino


La Marina del Regno delle Due Sicilie, nell’ambito di un costante ammodernamento, confece costruire, su progetto dell’ingegnere navale Sabatelli,  nel cantiere navale di Castellammare di Stabia, un vascello denominato  Monarca in onore del Re Francesco II.

Il bastimento fu imposto inizialmente come vascello a vela a tre ponti; poi, con l’affermarsi della propulsione a vapore, gli  sistemarono caldaie e motrici alternative di fabbricazione inglese, nonchè un’elica, prima bipala e poi a quattro pale. Con il suo tonnellaggio, il Monarca fu la più grande nave da guerra di tutti gli Stati italiani dell’epoca, affiancandosi ai similari vascelli francesi ed inglesi.

Lo scafo lungo  58,40 per 15,50 metri di larghezza e con un’immersione di 7,1 metri, era il legno con carena ramata. Il suo dislocamento era di 3670 tonnellate, possedeva tre ponti e due batterie coperte. L’apparato motore, all’atto del varo, era composto, quindi,  da tre alberi a vele quadre con randa alla mezzana e bompresso.

Il suo armamento originale, tutto ad avancarica,  era composto da 50 cannoni da 30 libbre ad anima liscia, 28 obici Paixhans da 30 libbre ad anima liscia, 6 cannoni da 60 libbre a bomba Myllar, sempre a canne lisce. Gli obici lanciavano delle bombe incendiarie che si conficcavano nello scafo in  legno espodendo successivamente.

L’equipaggio, al comando di un Capitano di Vascello consisteva in: 1 Capitano di Fregata, 5 Tenenti di Vascello, 5 Alfieri di Vascello, 1 Cappellano, 3 Chirurghi, 2 Pratici di chirurgia, 3 Contadori,  3 Ufficiali di Reggimento R.M., 5 Piloti, 6 Nostromi, 12 Guardiani, 10 Timonieri, 342 Marinai, 1 Contestabile, 20 Sottufficiali cannonieri, 116 Cannonieri, 13 Sottufficiali Reggim. R.M., 4 Taburini, 93 Soldati Reggimento RM, 5 Macchinisti, 5 Alunni macchinisti, 3 Maestri d’ascia, 1 Maestro opera sottile, 4 Calafati, 2 Bottari, 5 Maestri di stiva, 1 Armarolo,  1 Maestro razione, 2 Dispensieri, 2 Cuochi, 1 Sonnotatore, 1 Fornaro, 6 Domestico per il Comando, 18 Domestici.

Il vascello fu impostato nel 1845 e varato nel 1850 alla presenza di Ferdinando II e di sua moglie Maria Teresa, nonché dell’intero Corpo Diplomatico. Dal Giornale del Regno delle Due Sicilie del 6 giugno 1850 si legge:”…All’una e un quarto il Vascello felicemente passava nel mare, e galleggiando sulle acque presentatasi ai riguardanti in tutta la sua sveltezza ad onta della sua mole, maggiormente ivi spiccando ogni bellezza della sua forma…la fregata Isabella, ancorata in quella rada, fece nel punto del varo una salva, alla quale si unirono i tiri a festa del Vascello Comandante la Stazione francese nella rada stessa; salutazione cui corrispose la medesima Reale Fregata”.

Nel 1858 ritornò a Castellammare per subire delle modifiche agli alberi e per l’installazione di 4 caldaie tubolari collegate ad una motrice alternativa Maudslay&Field da 450 cavalli. Tornato di nuovo in servizio  il 10 luglio 1860 fu teatro di uno dei tanti avvenimenti che caratterizzarono il passaggio della flotta al nascente Regno d’Italia.

Nella notte del 13-14 agosto 1860, i garibaldini imbarcati sulla pirocorvetta a ruote Turkery ( ex Veloce) al comando del Capitano di Corvetta. Burone Lercari, tentarono di impadronirsi del vascello. L’azione fu concordata con il comandante Capitano di Vascello Giovanni Vacca, segretamente legato alla Marina sarda. Nell’arrembaggio, il comandante non si fece trovare a bordo e l’operazione fallì per l’intervento del comandante in seconda, Capitano di Fregata Guglielmo Acton, pronipote del ministro della Marina Borbonica e futuro ministro del Regno d’Italia nel 1870. I marinai napoletani contrastarono l’arrembaggio con una nutrita scarica di fucileria. ( foto a dx: Acton)

Acton aveva riconosciuto nel Turkery, la vecchia nave Veloce della Marina borbonica che aveva disertato per unirsi alle forze garibaldine. Nel combattimento Acton rimase ferito.

Il Turkery, dal nome dell’ufficiale ungherese, amico di Garibaldi, che era morto nella presa di Palermo, con a bordo due compagnie di bersaglieri della brigata Medici, giunse a fanali spenti nel porto stabiese e cercò di affiancarsi al Monarca che, avendo cambiato la sua posizione all’ormeggio  qualche giorno prima, non si presentava più in modo favorevole all’abbordaggio. L’arrembaggio non riuscì ed la nave garibaldina, che aveva il motore funzionante solo con un cilindro, impiegò venti minuti per uscire dal porto e prendere il largo evitando, per un pelo, di essere affondata dal cannoneggiamento delle batterie del forte borbonico del cantiere.

Secondo il rapporto stilato dal Contrammiraglio Alessandro Piola Caselli, che guidava l’operazione, nella tarda serata del 13 agosto il Turkery entrava “nel porto di Castellammare ed al battere della mezzanotte, accostava al vascello. Per aver esso cambiato la posizione che teneva longitudinalmente al molo, non potei abbordarlo subito col traverso, onde mi fu d’uopo mettere in mare le imbarcazioni per mandare un cavo a poppa. Ma intanto, riconosciuti dalla gente del vascello col quale avevamo parlamentato, ci fu forza arrembarci con la prora. L’allarme generale fu dato a bordo ed il vivissimo fuoco di moschetteria si cominciò da ambo le parti. Al primo colpo d’occhio, vidi l’impossibilità di salire on una certa sicurezza, onde ordinavo tosto di dare indietro con la macchina, ma questa non ubbidiva per essersi fermata sul punto morto, non avendo che un cilindro in azione a causa della rottura succeduta in Milazzo. Dopo venti minuti, potemmo dare indietro per rivenire con un giro all’arrembaggio, prolungando il vascello col nostro fianco. Ma l’allarme era troppo generale. Sul molo s’avanzavano le truppe, e cominciavano a moschettare vivamente. Le batterie del vascello e del forte si fecero a sparare con palle e mitraglia: giudicai che se l’ardita impresa poteva avere buon esito con l’aiuto della sorpresa, non era più sperabile di accostare i fianchi d’un bastimento che già aveva armato le sue batterie, e che in altezza superava di due metri i tamburi delle ruote del Turkery. Per rispetto alle bandiere estere che stavano nel porto, non volli sparare artiglierie e ordinai la ritirata che fu eseguita con ordine e disciplina ammirabile”.

Per questa azione l’Acton divenne Capitano di Vascello onorario ed il Re Francesco II gli conferì la Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di San Ferdinando e del Merito.

Il giorno 18 agosto il governo borbonico inserì la notizia della mancata cattura del Monarca nella Circolare ai rappresentanti diplomatici all’estero: “ Non lascio inoltre d’informare l’E.V. che la notte dello stesso 13 andante un vapore che vuolsi il “Veloce” da noi disertato, entrò audacemente nel porto di Castellammare col disegno, che già metteva in atto, di tagliar gli ormeggi del vascello il “Monarca” ancora  in armamento ed impadronirsene; ma sorpreso dalle vigilanti scolte fu dopo breve e accanito combattimento respinto e forzato ad allentarsi dal fuoco del Forte e dalla valorosa resistenza della truppa ivi accorsa e dei marinai a guardia del vascello medesimo, fra i quali il distinto sotto comandante capitano di fregata Guglielmo Acton essendo però caduti molti degli oppressori”.

Durante lo scontro, nell’abbordare il Monarca, cadde in mare e morì il garibaldino Giovanni Croce. Il suo corpo fu legato ad una tavola e rimorchiato fino alla spiaggia antistante lo stabilimento dell’AVIS e lì sepolto. Successivamente fu riesumato e sepolto nel locale cimitero.

Da ricordare che la ex nave Veloce, il 5 luglio 1860 al comando del C.F. Amilcare Anguissola, al ritorno da una missione per il trasporto di 800 uomini del 1° reggimento borbonico da Messina a Milazzo, invece di rientrare nel porto di Messina, proseguì per Palermo ove consegnò la nave al contrammiraglio piemontese Carlo Pellion di Persano. Questi la cedette a Garibaldi che la ribattezzò Turkery. Dei 144 uomini dell’equipaggio originario, solo 41 accettarono di cambiare bandiera.

Aderirono, tra gli altri,  al cambio d bandiera: il Tenente di Vascello Matteo Luigi Civita, gli Alfieri di Vascello Cesare Sanfelice, Carlo Turi e Carmine d’Afflitto, il Tenente della. Real Marina Guglielmo Fallino de Luna, il Pilota Giuseppe Cacace.

A queste notizie, il Re Francesco ordinò al Capitano di Vascello Rodriguez, al comando della pirofregata Tancredi di catturare la nave, dandogli di rinforzo altre tre pirofregate, ma il Conte d’Aquila, parente del Re,  fece fallire tale decisione con contraddittorie e defatiganti disposizioni. Nacque, così, da questo ulteriore tradimento, il detto napoletano, ancora in uso oggi: “ Mannaggia ‘a Marina”.

Il 6 settembre 1860, al comando del Capitano di Vascello Giuseppe Flores, non obbedì al re Francesco II di portarsi a Gaeta per tentare l’ultima resistenza e fu aggregato alla squadra sarda con il nome di Re Galantuomo.  Fu sostituita anche la polena a prora con il busto di Vittorio Emanuele II.

Durante l’assedio ed il blocco navale di Gaeta, ultima roccaforte borbonica, il Re Galantuomo, al comando del Capitano di Vascello Giraud, il 3 febbario 1861 intervenne contro le batterie di Ponente del forte ed il 5 contro quelle della Trinità.

Per queste azioni  furono decorati con Medaglia d’Argento al Valor  Militare e con la seguente motivazione: Per essersi distinto durante il blocco e l’assedio della fortezza di Gaeta i seguenti componenti dell’equipaggio:

Luog.te di Vascello Gaspare Giuseppe Nicastro

Luog.te di Vascello di 1a classe Augusto Sarto

Luog.te di Vascello di 2a  classe Fortunato Capone

Luog.te d Vascello di 2a classe Paolo Cottrau

Luog.te d Vascello di 2a classe Carlo Turi

1° Timoniere   Domenico Chiarezza

Pilota di 3a classe Vincenzo D’Abundo

Cap.no Artigl. Real Marina    Salvatore De Simoni

Cap.no Fanteria Real Marina Antonio Due

Contro Ufficiale Aiutante Giovanni Errera

1° Commissario Antonio Pavone.

Le Medaglie di Bronzo al Valor Militare afferenti all’assedio della fortezza di Gaeta del 1861 furono le seguenti:

Sottotenente di vascello  Enrico Benedetti

Sottotenente di vascello Giustino Giuseppe Gonzaly

Sottotenente di vascello  Giuseppe La Via

Cappellano don Antonio Manca

Piloto di 2° Classe Giovanni Quenza

Luog.te Fanteria Marina Eugenio Romano

Medico di fregata  Enrico Uberti

Dopo la resa di Gaeta, si portò a Messina ove ancora resisteva una cittadella fortificata in mano ai Borboni e contribuì alla sua resa.

Iscritto nel naviglio da guerra del Regno d’Italia e classificato vascello ad elica  di 3° ordine,  rientrò a Napoli per poi portarsi, nel febbraio del 1862,  di nuovo nel cantiere navale di Castellammare di Stabia per la sostituzione dell’elica che portò un aumento della velocità a 8 nodi.

Dopo varie crociere nel Mediterraneo, il 1° febbraio del 1863 imbarcò di nuovo il suo antico comandante Giovanni Vacca, questa volta con il grado di Contrammiraglio e comandante della Divisione del Levante.

Il 5 settembre del 1863, al comando del Capitano di Vascello Ulisse Isola,  portò in America l’equipaggio della corazzata Re d’Italia costruita a New York nei cantieri Webb.

Durante la traversata di ritorno incappò in diverse tempeste e, solo l’abilità del suo equipaggio, gli permise di ritornare in patria.

Con determinazione Sovrana del 4 giugno 1864 e con la motivazione: per essersi maggiormente distinto per abnegazione, sangue freddo e coraggio, nei fortunali ai quali andò soggetto il pirovascello RE GALANTUOMO durante la traversata oceanica da New York all’Italia, furono conferite le seguenti Medaglie d’Argento al Valor Militare:

2° Pilota  Michele Alberti

Marinaio di 2° classe Antonio Astengo

Marinaio di 1° classe  Andrea Barberi

Marinaio di 1° classe  Giuseppe Bilè

Marinaio di 3° classe  Giuseppe Del Grosso

Timoniere Domenico Eboli

2° Nocchiere   Michele Franco

Mastro d’Ascia Giovanni Greco

Marinaio di 1° classe  Francesco Grosso

Marinaio di 1° classe  Benedetto Izzo

2° Nocchiere Giovanni Lupo

Operaio fuochista di 2° classe Vincenzo Napoletano

Mastro Veliero Nicola Nasti

1° Macchinista C.R.E. Nicola Padricelli

2° Macchinista C.R.E. Camillo Pisco

Marinaio di 1° classe  Vincenzo Scotto D’Aniello

Commesso viveri Luigi Vignes

2° Nocchiere Silvestro Zonza

Nel mese di maggio del 1864 tornò a Castellammare per essere rialberato e trasformata in nave scuola allievi cannonieri al comando del Capitano di Vascello Luigi Buglione di Monale. Dopo altre crociere nel mediterraneo al comando, questa volta, del Capitano di Vascello Enrico de Viry, nel maggio del 1866 si recò a Taranto ove fu oggetto di un nuovo armamento e cioè: 4 cannoni da 160 libbre a canne rigate, 6 cannoni da 200 libbre a canne lisce, 2 obici da 200 libbre a canne lisce, 24 cannoni da 160 libbre a canne lisce, 4 cannoni da 120 libbre a canne rigate e 7 cannoni in bronzo a canne rigate  da 8 libbre

Alla fine del 1866 passò al comando del Capitano di Fregata Simone di Saint Bon.

Il suo destino da nave scuola cannonieri a nave caserma, si compì nel 1875 quando fu radiato e posto in disarmo.

Nella sua breve vita, la nave fu protagonista di molti episodi importanti e, cosa ancora, più interessante, rappresentò l’antesignano dell’Amerigo Vespucci.

La nave, infatti,  presentava una straordinaria somiglianza con il Vespucci, costruito circa 80 anni dopo. Le analogie sono impressionanti: le navi presentano lo stesso numero di ponti e lo stesso profilo laterale eccetto una impercettibile diversa inclinazione dell’albero di bompresso.

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Una risposta a Dal Monarca al Re Galantuomo

  1. Don Gino Delogu dice:

    Cos’è il passato? esiste solo il futuro, grazie di cuore

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