Il comportamento collettivo in situazioni di emergenza

PREMESSA
Questa nota descrive brevemente alcuni aspetti del comportamento umano in situazioni d’emergenza che i volontari di protezione civile devono conoscere per minimizzare lo stress determinato dalla percezione di un disastro o di una minaccia e che permettano d’intervenire nei confronti di chi ne è soggetto. Il comportamento individuale che tutti noi possiamo avere in situazioni d’emergenza raramente si traduce in un comportamento collettivo somma dei singoli comportamenti. In particolari situazioni (disastri, cortei, sommosse) la folla, cioè una collettività legata ad una precisa situazione spazio-temporale, diventa una specie di “organismo autonomo” dotato di un proprio comportamento rispetto agli individui che lacompongono. Molto spesso i singoli individui assumono nella folla atteggiamenti imprevedibili e per essi inspiegabili, influenzati da qualcosa di “irrazionale” determinato dal comportamento degli altri. Nonostante numerosi studi non è possibile individuare una regola generale che sovrintenda al comportamento della folla, in quanto sono diversi i motivi che hanno portato all’assembramento delle persone, a loro volta diverse per caratteri sociali,religiosi, politici, ecc.

LA PAURA
La paura è una sensazione individuale presente, in modo più o meno accentuato, in tutti gli animali superiori. Consiste in un’emozione, spesso preceduta da un senso di sorpresa, provocata dalla presa di coscienza di un pericolo presente e imminente che avvertiamo come una minaccia contro la nostra incolumità. Costituisce una garanzia essenziale contro i pericoli, un riflesso condizionato che permette di sfuggire provvisoriamente alla morte. L’uomo ha ereditato numerosi tropismi (cioè comportamenti automatici) per reagire ad una minaccia imminente, meglio osservabili negli animali superiori. Il primo fra questi è il rizzarsi dei peli e dei capelli. Questo si manifesta negli animali di fronte ai predatori quando ogni altra via di salvezza è preclusa: il rizzarsi del pelo li fa apparire più grandi e minacciosi. Un altro tropismo usato per fronteggiare la paura è la catalessi, in conseguenza della quale chi è minacciato rimane assolutamente immobile e insensibile agli stimo sensoriali. Questo ha una rilevante importanza durante le emergenze perché rende le vittime di un disastro totalmente incapaci di muoversi. Nel mondo animale questo atteggiamento porta il soggetto predato a essere disdegnato dal predatore in quanto appare come morto. La terza e più diffusa reazione di fronte alla paura è l’iperattività, conseguenza della disponibilità di energie finalizzate alla fuga o alla lotta. L’ipotalamo, in seguito alla percezione della paura, lancia nel corpo impulsi che fanno scattare una reazione globale. Avviene l’emissione d’adrenalina, l’accelerazione cardiaca, la redistribuzione vascolare a vantaggio dei muscoli. A questa prima risposta, immediata e breve, ne segue una seconda costituita da scariche ormonali che permettono di assicurare il ricambio energetico necessario al proseguimento delle attività fisiche. Come ogni emozione la paura può provocare effetti contrastanti a seconda degli individui e delle circostanze, a volte persino alterne nella stessa persona: accelerazione rapida delle pulsazioni cardiache o un loro rallentamento, una respirazione troppo rapida o troppo lenta, stitichezza o diarrea, ecc. Una reazione estesa alla maggioranza delle persone di fronte alla paura è l’esteriorizzazione della tensione psichica attraverso grida e frenetici movimenti, spesso inconsulti, che costituiscono la prima risposta allo shock. Questa risposta è inevitabile, e compito dell’operatore di protezione civile è incanalarla verso un obiettivo non nocivo, e possibilmente utile, in quel momento, per l’individuo e la collettività. Chi volesse risolvere la reazione incontrollata alla paura con appelli a stare calmi o a non farsi prendere dal panico non solo non avrebbe alcun effetto positivo, ma perderebbe la credibilità datagli dall’essere stato il primo ad aver dato un ordine dopo la percezione della minaccia.


L’ANGOSCIA

L’angoscia è un sentimento di insicurezza globale vissuto come attesa dolorosa di fronte a un pericolo, tanto più temibile quanto meno identificato. Mentre la paura deriva da una situazione nota alla quale si può far fronte, l’angoscia si riferisce ad un pericolo ignoto. Molto genericamente si può dire che mentre il timore, lo spavento ed il terrore appartengono alla sfera della paura, l’inquietudine, l’ansietà e la depressione appartengono a quella dell’angoscia. I disastri che provocano angoscia sono quelli dove il pericolo o la morte sono viste come qualcosa di sfuggente che può colpire da un momento all’altro, senza la possibilità di visualizzare o percepire la portata della minaccia come ad esempio, in passato le epidemie o più recentemente l’emergenza Chernobyl o la crisi sismica dell’Umbria. La reazione degli individui sottoposti ad angoscia da disastri è quella di chiudersi in un isolamento carico di depressione, con conseguente accumulo di tensione che sfocerà nell’insorgere di malattie psicosomatiche o esplosioni di violenza collettiva. In passato, durante le epidemie, il compito d’incanalare queste tensioni spettava alle processioni religiose o all’esecuzione degli untori che davano la possibilità di visualizzare la fonte del male. Questa esigenza si può riproporre anche nelle emergenze dei nostri giorni quando è necessario uno “sfogo collettivo” che scarichi le tensioni per un pericolo percepito ma non visualizzabile.


IL PANICO

Mentre la paura e l’angoscia sono comportamenti individuali, il panico è un comportamento collettivo derivante dal fatto che, in assenza di precise informazioni o leadership, l’individuo adegua il proprio comportamento a quello degli altri che gli stanno accanto. Per panico s’intende un comportamento irrazionale della folla che si verifica quando ogni persona si convince che il suo comportamento immediato può garantirgli la sopravvivenza a scapito di quella degli altri. E’ il caso, ad esempio dell’assalto alle scialuppe di salvataggio durante un naufragio o dell’affollarsi verso le uscite di sicurezza in caso d’incendio. Le conseguenze del panico sono schiacciamenti, soffocamenti, blocchi delle uscite che si traducono in numerosi morti e feriti indipendenti dall’evento che ha provocato il panico. In realtà il panico, cioè un comportamento collettivo autodistruttivo, si manifesta solo in condizioni particolari, cioè quando si ha:·
–  un’ansietà diffusa precedente il disastro;
– la mancanza di un’informazione autorevole;
– la veloce e progressiva chiusura delle vie d’uscita;
– il verificarsi di un fattore di precipitazione.
Fra queste riveste una particolare importanza l’esistenza di vie di fuga. Secondo molti studiosi nello scatenarsi del panico è determinante la convinzione o il timore di un possibile intrappolamento che si manifesta quando viene avvertita l’imminente chiusura di una possibile via d’uscita. A conferma di questo vi è l’osservazione che non si manifesta panico quando la gente ritiene che non vi siano vie di fuga. Questo pone l’operatore di protezione civile nella difficile e singolare situazione di non comunicare l’esistenza di vie di fuga per non scatenare il panico che potrebbe ostacolare od impedire i soccorsi. Anche il verificarsi di un fattore di precipitazione può essere motivo di un comportamento collettivo di panico. Questo avviene dopo che si è creato uno stato d’ansietà diffusa, quando, senza un apparente motivo, avviene un movimento precipitoso in mancanza d’informazioni. In queste circostanze compito dell’operatore di protezione civile è isolare le persone che possono diventare fattore di precipitazione. Anche l’informazione è di grande importanza per “diluire” nel tempo il fattore di precipitazione.

da: www.casaleinforma.it/pcivile

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