Le navi dei Fenici

di Rosario Pinna

“Il migliore ed addirittura il modo più perfetto di ordinare gli oggetti che io abbia mai visto lo costatai in una delle grandi navi fenicie; che io vidi un enorme quantità di materiali per la navigazione così disposta da occupare separatamente il minor spazio possibile. Ed anche compresi che l’assistente del capitano, che chiamano l’uomo che cerca, conosceva talmente bene la posizione di ogni cosa che persino a distanza era in grado di dire dove si trovava”.

Questo passo di Senofonte – scrittore e storico greco discepolo di Socrate – tratto dall’Oeconom, può essere considerata la sintesi descrittiva del rapporto che legava i fenici al mare. La cura utilizzata nel disporre gli oggetti necessari alla navigazione, la sistemazione delle armi per difendersi dai pirati, la tecnica di stivaggio della mercanzia, stupirono Senofonte al punto di farne menzione, tramandandoci così notizia circa l’abilità e la maestria dei marinai fenici prima e punici poi. Maestria raggiunta con l’esperienza maturata ed accumulata nel corso di secoli, lo scorrere dei quali vide le barche dei fenici spingersi fino in Gran Bretagna, al di là delle colonne d’Ercole (che Greci e Latini non osavano oltrepassare) fino a circumnavigare l’Africa e, probabilmente, anche nelle Americhe.
L’avventura marinara dei Fenici nasce da esigenze prettamente geografiche: secondo la tesi più accreditata, essi discendevano dall’unione degli abitanti nomadi dei deserti del medio oriente con un non meglio identificato popolo del mare (Micenei?) e si insediarono attorno al 2000 a.C. in un’area delimitata a nord dall’odierna città di Tell Suqas (Siria), già conosciuta nell’antichità con il nome di Shukshu, ed a sud dal sito di Acco (Israele), corrispondente grosso modo all’odierno Libano. L’area descritta, che per comodità espositiva potremmo definire “Fenicia”, si presenta, tutt’oggi, come una terra stretta tra mare e montagne, ma su di essa sorsero città (Tiro, Biblo, Sidone) che ben presto divennero eccezionalmente affollate.
“Un paese striminzito, indipendente, condannato dalle montagne che lo limitavano, dai vicini e dalle abitudini di doversi accontentare di un territorio esiguo, qualche campo di grano, orti magnificamente curati, foreste e qualche zona di pastorizia.” (Fernand Braudel, Les Memories de la Mediterranèe, Parigi, 1997).
Le risorse non erano sufficienti per fornire cibo a tutta la popolazione e così i Fenici dovettero prendere la via del mare, inizialmente per sfamarsi, poi anche per commerciare, acquisendo con gli anni una vera supremazia marinara e venendo a contatto con popoli fino ad allora sconosciuti agli altri abitanti del mediterraneo: il mare si apriva davanti ai loro occhi come una moderna autostrada, l’unica per una naturale espansione. I cedri del Libano, di cui non vi era penuria nelle pendici dei monti che delimitavano la Fenicia, fornirono ottimo materiale per costruire le imbarcazioni anche se l’arte di navigare fu sviluppata ben prima dell’arte di costruire le navi.
“I fenici inventarono l’arte della navigazione. Impararono dai Caldei i rudimenti d’astronomia che applicarono alla navigazione” (Plinio, Historia Naturalis). Ma non solo dai Caldei: anche dagli Egizi e dai Babilonesi appresero di astronomia e ben presto conobbero l’arte di disegnare mappe non solo dei tratti costieri, ma anche del cielo e furono i primi ad applicare il rilievo topografico alla navigazione ed a comprendere l’importanza dei calcoli per stabilire una rotta. Tecniche che rimasero valide per molti secoli, tanto che il Mapa Mundi di Tolomeo si basa sulla cartografia fenicio-punica. Tale loro abilità fu di certo, almeno inizialmente, favorita dalla conformazione geografica del bacino mediterraneo che consente una navigazione a vista della costa: infatti, i tratti di mare in cui la navigazione non richiede riferimenti costieri sono essenzialmente due, e cioè la traversata del Canale di Sardegna e quella del mare balearico. Inizialmente la navigazione, proprio per la necessità di riferimenti costieri, si svolgeva essenzialmente durante le ore diurne, limitatamente alla navigazione commerciale, nel periodo ricompreso tra marzo ed ottobre, mentre la navigazione militare si svolgeva tutto l’anno per esigenze che ben si possono comprendere. La necessità di avere approdi sicuri per commerciare, effettuare piccole riparazioni, o anche solo per attendere il nuovo giorno, determinò la costruzione di piccoli insediamenti, utilizzati ben presto come mercati. Le coste del Mediterraneo si costellarono così di tanti fondachi – emporia – la cui distanza l’uno dall’altro era pari a quella che una nave oneraria poteva coprire nell’arco di una giornata di navigazione. Il sito in cui insediare il nuovo nucleo veniva scelto con cura: solitamente si trattava di promontori, di insenature molto riparate e possibilmente fiancheggiate da fiumi (Palermo), oppure di piccole isole prospicienti la costa (Mozia).
Scrive Tucidite che i Fenici “… abitavano su tutta la Sicilia, dopo averne occupato i promontori, e le piccole isole più vicine alla costa…”.
Quando i greci presero la via del mare alla ricerca di terre da colonizzare – dirigendosi in particolare verso la Sicilia – dovettero costatare, sicuramente indispettiti, che i Fenici li avevano preceduti di anni (recenti scoperte archeologiche hanno posto in luce che il primo nucleo abitativo della stessa Siracusa, per anni principale rivale dei cartaginesi in Sicilia, nel tentativo di un’unificazione delle genti siceliote, in realtà era stato realizzato dai fenici).Molti di questi insediamenti oggi sono vere e proprie città, alcune anche considerevoli per densità demografica: si pensi, ma solo a titolo esemplificativo, a Beirut, a Massalia (Marsiglia), la menzionata Panormus (Palermo), Drepanon (Trapani) e Caralis (Cagliari). In seguito, i Fenici impararono ad avvalersi delle stelle, in particolare della Stella Polare riuscendo, per primi, a navigare anche di notte: la scoperta venne utilizzata da tutte le marinerie, al punto che tale stella era meglio nota come “Stella Fenicia”. Ben presto questa abilità marinara, l’influenza economica determinata dal possesso di un’invidiabile flotta mercantile e militare, persino le caratteristiche somatiche dei fenici, suscitarono invidia e sospetto negli altri popoli, particolarmente in greci e romani: i primi non si fidavano di questi esseri dal profilo aquilino, dai corpi piccoli ed agili, quasi fatti apposta per muoversi sulle navi, mentre per i romani erano perfides punica (Catone era solito recarsi in senato con un cesto di fichi, raccolti nei pressi di Cartagine, da cui ancora colava la linfa volendo con ciò evidenziare che i cartaginesi erano molto vicini, troppo!).
Tanto i romani quanto i greci, mal tolleravano che i fenici, pur in assenza di uno stato vero e proprio e di una organizzazione militare degna di tal nome, avevano realizzato e mantenuto una sfera di influenza che si estendeva sul mondo allora conosciuto: dall’odierno Libano alla Cornovaglia, dalla Tunisia fino all’Africa centrale, percorrendo, dopo averle tracciate, invisibili strade sul mare, dialogando con le stelle e costruendo navi con una tecnica che per quei tempi era futuristica. Già nella Bibbia vi è un accenno alla costruzione delle navi: “O Tiro, che ti sei detta nave di perfetta bellezza, i tuoi domini sono nel cuore dei mari, i tuoi costruttori resero la tua bellezza perfetta; con i cipressi del Sanir costrussero tutto il duplice scafo; presero un cedro del Libano per farne l’albero; tornirono i tuoi remi dalle querce del Basan. Il tavolato fecero d’avorio intarsiato nel bosso delle isole Chittim. Di lino e ricami importati d’Egitto era la tua vela per fartene un’insegna”. Ma grazie al ritrovamento di un relitto affondato nel III secolo a.C. appena fuori Punta Scario (Isola Lunga – Stagnone di Marsala) ne sappiamo un po’ di più. Le imbarcazioni commerciali fenicie erano di forma rotondeggiante a causa del rapporto lunghezza/larghezza di quattro a uno. Tale forma ne determinò il nome: esse infatti erano chiamate “gauloi” (rotonde) dai greci, mentre il corrispondente termine fenicio era “golah” da cui probabilmente derivano l’italiano “goletta” e l’inglese “galley” e “galleon”. Lunghe, di norma, tra i venti ed i trenta metri e larghe tra i quattro ed i sette, avevano un pescaggio di circa un metro e mezzo, analogo all’altezza della fiancata emersa. Tali misure rappresentano la norma e non si può escludere che in alcuni casi venissero variate. La poppa terminava con un motivo decorativo a spirale o a coda di pesce, mentre nella parte anteriore la prua era ornata con una testa di cavallo (assieme al cane uno degli animali simbolo dei fenici), motivo per cui i greci le chiamavano anche “hippoi”, cavalli per l’appunto, oppure con un’ala di uccello (come se la nave potesse, metaforicamente, volare sulle onde).
In basso, sopra la linea di galleggiamento, quasi a voler dire che la nave fosse un essere dotato di umano sentire, vi erano disegnati due grandi occhi. Tali occhi avevano molteplici compiti: i fenici erano molto superstiziosi e tali occhi dovevano proteggere la nave e l’equipaggio dal malocchio garantendo una navigazione serena, ed incutere timore ai nemici, ma dovevano, altresì, vedere la rotta, senza smarrirsi. La carena, fortemente convessa, era protetta in tutta la parte sommersa, da una copertura di lamine di piombo, assicurato al fasciame con chiodi di rame, bronzo o anche di ferro: tra tale rivestimento ed il fasciame veniva distesa uno strato di bitume, grazie al quale si rendeva stagna la nave. Unico mezzo di propulsione delle navi onerarie era la vela, detta “quadra” anche se in realtà era più larga che alta. Varate in primavera, dopo la fine dei lavori di costruzione o di manutenzione, solcavano il mare fino all’inizio della stagione invernale: non è ipotizzabile, infatti, che le navi onerarie fossero tirate in secca ad ogni sosta considerato che il peso di una di esse doveva aggirarsi tra le trenta e le cinquanta tonnellate, senza comprendervi il carico.
Discorso diverso è da fare, invece, per le navi da guerra: di queste i fenici ne costruirono, nel corso della loro storia, di diversa tipologia, anche se, generalmente, presentavano tutte il medesimo rapporto di lunghezza/larghezza di sette a uno. La più semplice ed antica, in uso fin dagli albori della civiltà fenicia, fu la “pentecontera” lunga circa venticinque metri per quasi quattro di lunghezza.
La propulsione, oltre che dalla vela, era assicurata da cinquanta rematori (venticinque per lato); a questi sono da aggiungere gli uomini addetti alla vela (circa dieci), il capitano, il suo vice, il pilota ed un flautista che, con il suo strumento, assicurava il ritmo della voga.La naturale evoluzione della pentecontera fu la “trireme” o “triera”, considerata la regina del Mediterraneo tra il VII ed il IV secolo a.C. La novità fondamentale di questa imbarcazione stava nella dislocazione dei centosettanta rematori (ottantacinque per lato) disposti non in linea, bensì su tre linee sfalsate. La disposizione ora descritta era dovuta al fatto che la trireme non superava i trentasei metri di lunghezza, ed oltre ai rematori imbarcava anche un piccolo drappello di fanteria da sbarco, nonché il personale di comando e gli addetti alla manovra della vela.
L’evoluzione della trireme fu in parte dovuta alla necessità di ridurre l’altezza della fiancata delle triremi, dovuta alle tre file di rematori, al fine di assicurare all’imbarcazione maggiore stabilità: Nella “tetrera” e nella “pentera”, in uso dal IV secolo a.C., infatti, i rematori – quattro nella prima e cinque nella seconda a ciascun remo – sedevano tutti al medesimo banco ed in linea. Entrambe le suddette navi avevano una lunghezza di circa quaranta metri ed una larghezza di circa sei, con un pescaggio non superiore ai due metri: utilizzando entrambi i mezzi di propulsione (vela e rematori, in numero di duecentoquaranta nella tetrera e di trecento nella pentera) potevano raggiungere sei nodi di velocità. E’ necessario, tuttavia, specificare che tale velocità era ottenuta solo per piccole distanze, magari in prossimità dello speronamento della nave nemica mediante il rostro, mentre la velocità di crociera era di circa tre nodi.
Polibio ci da notizia di tale Annibale da Rodi che coprì la distanza tra Cartagine e Lilybeo (l’odierna Marsala) di centoventicinque miglia marine in ventiquattro ore, con una media di cinque nodi; ma si trattò di un impresa eccezionale, tanto che il Rodio rimase famoso per questo.
Fino alla scoperta del relitto di Punta Scario ben poco si sapeva della tecniche costruttive e della carpenteria delle navi da guerra fenicie e puniche. La nave, recuperata alcuni anni fa, giaceva a circa due metri e mezzo di profondità accanto ad un’altra imbarcazione (denominata sister ship, nave sorella): ha posto in luce un dato inaspettato: entrambe sono state costruite utilizzando pezzi lignei prefabbricati separatamente ed assemblati in un secondo tempo. Sul bordo di ogni pezzo sono individuabili – e tutt’ora visibili in quella esposta al Museo Baglio Anselmi di Marsala – lettere dell’alfabeto punico, che è sensibilmente diverso da quello fenicio, e linee-guida che avevano la funzione di guidare gli addetti al montaggio. In altri termini, tutto lascia supporre che i pezzi fossero realizzati separatamente con l’ausilio di modelli prestabiliti, di sagome, e magari trasportati in altri luoghi, a seconda delle necessità, ove venivano montati. Non volendo entrare nel merito della querelle circa la nazionalità di tali relitti, a chi scrive piace pensare che fossero due navi che facevano parte della flotta cartaginese attaccata e sconfitta dai romani di Caio Lutazio Catulo nella famosa battaglia delle Egadi del 241 a. C., che sostanzialmente pose fine alla prima guerra punica, in ciò confortato dall’esame del carbonio 14. Circa la tipologia, sembra prevalere l’orientamento che tali navi, più che da guerra, fossero degli avvisi-scorta, destinate più a funzioni di scorta/collegamento che propriamente belliche, e meglio note come liburne.

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