Il Bounty

di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

Sulle vicende della fregata britannica Bounty sono stati scritti fiumi di parole e realizzati numerosi films e sembrerebbe perciò ad un primo esame che nulla di nuovo si potesse dire in proposito. A parte le molte inesattezze e le interpretazioni più o meno logiche che si sono date al famoso ammutinamento, si è sempre o quasi sempre perso di vista la mentalità ed i regolamenti di quel lontano ‘700. Il comune denominatore di tutte le opere sul Bounty, quello che consente di parteggiare più o meno velatamente per gli ammutinati, è la perfidia del luogotenente di vascello William Bligh.  Per la quasi totalità degli autori si tratta di uno scontento, di un uomo non più giovane che ritiene di ricoprire un grado inferiore a quello che gli compete, di un comandante insomma che sfoga il suo livore maltrattando senza motivo apparente un equipaggio da oratorio parrocchiale. Bisogna innanzitutto tenere presente che nella marina britannica del XVIII secolo le punizioni corporali erano applicate a norma di regolamento e secondo una scala di valori che prevedevano un certo numero di staffilate per ogni infrazione. Quindi Bligh non faceva che applicare rigidamente il regolamento. Lo stesso Cook che pure era ritenuto il più umanitario dei comandanti inglesi, non esitava ad applicare il famigerato passaggio sotto la chiglia, sovente mortale, quando se ne presentava la necessità. Circa poi le qualità di navigatore di Bligh basta considerare che era già stato in Pacifico al seguito dello stesso Cook, che fu scelto per comandare il Bouty perché ritenuto elemento assolutamente idoneo, che dal Capo di Buona Speranza puntò decisamente su Tahiti  percorrendo un immenso tratto di mare allora ancora poco conosciuto e giungendo alla meta con una notevole precisione e che, infine, dopo  l’ammutinamento, percorse con la lancia di bordo e un equipaggio di 18 uomini, i 5.800 chilometri che lo separavano dall’isola di Timor. Tutto ciò dovrebbe essere sufficiente per valutare le capacità professionali di Bligh che alla luce dei fatti risultano notevoli. Che le vere cause dell’ammutinamento risiedano altrove è dimostrato anche dal comportamento degli stessi ammutinati. Analizziamo la storia nei dettali.

La storia della fregata britannica Bounty inizia  nel gennaio del 1987 quando l’ammiragliato inglese decise di intraprendere una spedizione in Polinesia per raccogliere un certo quantitativo di giovani piante del pane. Questa pianta, scoperta pochi anni prima da Cook, sarebbe stata poi acclimata in Giamaica dove avrebbe costituito un ottimo cibo a buon mercato atto a risolvere i problemi alimentari di quelle popolazioni. A questo scopo fu acquistata dai piantatori di Giamaica la “Bethia” che venne successivamente ribattezzata “Bounty” (bottino). Il Bounty era lungo 27,50 metri fuori tutto, pescava 3,50 metri ed aveva una stazza di 228 tonnellate. Il comando fu affidato al Luogotenente di vascello William Bligh in quanto era già stato in Polinesia al seguito di Cook. L’itinerario prevedeva la traversata fino a Tahiti doppiando il Capo Horn e di li, con le preziose pianticelle del pane, fino alla Giamaica toccando Giava ed il Capo di Buona Speranza.

Date le dimensioni della nave sarebbe stata una impresa difficile anche senza avvenimenti imprevisti. Si trattava infatti di effettuare un vero e proprio periplo del mondo. Il 15 ottobre 1787 il Bounty si porta da Londra a Spithead di dove, ultimati i preparativi, inizia il viaggio il giorno 23 dicembre 1787. Il primo scalo è Santa Cruz nelle Canarie dove giunge il 5 gennaio 1788. Nell’aprile dello stesso anno troviamo il Bounty alle prese con il famigerato Capo Horn. Dopo vari tentativi di passare e considerando che i viveri cominciavano a diminuire in maniera preoccupante, Bligh inverte la rotta decidendo di arrivare a Tahiti per oriente. Nel maggio infatti il Bounty fa sosta alla baia di Simon, nei pressi del Capo di Buona Speranza e, il 26 ottobre 1788, da finalmente fondo alla baia di Matavai a Tahiti.

La sosta a Tahiti durò cinque mesi. I marinai passavano il tempo nella raccolta e stivaggio delle pianticelle del pane e nella lieta compagnia delle ospitali donne polinesiane. Il contrasto con la faticosa vita del mare è fin troppo evidente e forse è  proprio questo l’appunto maggiore che si può fare a Bligh e cioè di non avere tenuto nel giusto conto le possibili reazioni dei suoi uomini ritornando alle durezze della vita di bordo. Il 4 aprile 1789, terminato il carico, il  Bounty riprende il mare verso Giava. Pochi giorni dopo, il 28 di aprile, al comando del nostromo Fletcher Christian, l’equipaggio si ammutina.

Durante il lunghissimo viaggio di andata sopportarono i maltrattamenti del capitano, la mancanza di viveri freschi, le notevoli fatiche di bordo senza per questo provocare seri incidenti. Giunti a Tahiti praticamente poltrirono per cinque mesi trascorrendo il tempo nella lieta compagnia dei polinesiani. Il 4 aprile 1789 ripresero il mare verso Giava, ben nutriti, riposati ma con la mente all’incantevole ricordo della baia di Matavai. Solo 14 giorni dopo scoppiò l’ammutinamento. Dopo aver abbandonato Bligh, l’ufficiale in seconda John Fryer ed altri 17 uomini nella lancia di bordo, gli ammutinati si affrettarono a tornare a Tahiti.

Christian ben presto si rese conto del pericolo che correvano restando nell’isola e, con altri undici uomini, riprese il mare e si portò nella sperduta isola Pitcairn dove dette fuoco al Bounty ad evitare che l’alta alberatura ne facilitasse l’avvistamento. Dieci uomini nonostante il pericolo rimasero ad Tahiti. Questi dieci uomini vennero in seguito catturati dallo stesso implacabile Bligh e nel processo clamoroso che ne seguì solo in quattro si salvarono dalla forca. Degli altri, nonostante l’abilità e la perseveranza di Bligh, non se ne ebbe più notizia per moltissimi anni.

Nel 1799 restava nell’isola Pitcairn un solo bianco, Adams che venne trovato nel 1809 dalla nave americana Topaz e potè perciò raccontare la fine dei suoi compagni, quasi tutti uccisi in risse per il possesso delle belle isolane. Attualmente la presenza a Pitcairn di polinesiani dai capelli biondi ci testimonia che la vicenda del Bounty, pur spogliata dei fronzoli cinematografici, fu realmente uno degli avvenimenti più clamorosi della storia del mare.

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2 risposte a Il Bounty

  1. mario d'imporzano dice:

    assai improbabile il giro di chiglia che secondo la maggior parte degli storici sarebbe stato diffuso anche se non codificato sulle le navi inglesi del XVI secolo e sarebbe stato vietato nel 1720

  2. franz marie dice:

    A tre voci (2004)

    – O Capitano, mio Capitano Bligh,
    dopo cinquemila miglia di tribolazioni
    Timor è in vista! Quale lupo di mare
    ce l’avrebbe mai fatta solo con un sestante
    in questa dannata scialuppa?
    – La Regia Marina Britannica, però,
    dovrebbe dargli caccia spietata:
    si nascondessero pure
    sotto larghe gonne tahitiane,
    meritano solo la forca.
    – Questa non era una passeggiata
    romantica a spese di Sua Maestà.
    Forse un dì avremo l’onore di vederli
    faccia a faccia mordersi la lingua.

    [L’ammutinamento del Bounty fu accolto da Lord G. G. Byron con entusiasmo, poiché la marina militare di allora era ineccipibilmente severa e qualcosa doveva cambiare. Tre sono le versioni cinematografiche sul tema: una con Clarke Gable, un’altra con Marlon Brando, una terza con Mel Gibson, ma pur evidenziando un aspetto romantico della vicenda, essendo ambientate in luogo esotico, esse peccano di non veridicità. Secondo gli Atti del processo che, secoli fa, si tenne in Gran Bretagna, si evince che William Bligh e Fletcher Christian avevano una relazione gay, cosa non rara tra uomini di mare, e che quest’ultimo aveva capeggiato l’ammutinamento perché indignato dalle vessazioni subite come passivo. Ci sarà mai una quarta versione filmica che rispetti la scomoda verità?].

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