Essere sospesi

di Gianfranco Jannuzzo
Partire, restare, prendere un treno e andare via oppure fermarsi per sempre in questo strano incrocio triangolare di vita che è la Sicilia.

A tredici anni mi sono ritrovato a Roma, troppo piccolo per rivendicare la paternità di questa scelta, ma sicuro che ci fossero buoni e nobili motivi in chi ha deciso allora anche per me.

Forse ha ragione chi dice che noi siciliani siamo assuefatti a fuggire, quasi si trattasse di una specie di vocazione, una spinta a liberarsi di tutti i miti che ci circondano ed essere pronti così ad andare dove si vuole andare, aspettare il momento in cui si spicca il volo verso chissà dove, per poi dire con orgoglio di esserci nati in questa terra. Una sospensione tra quello che abbiamo qui e quello che, ben chiuso nel nostro animo, ci possiamo portare altrove, tra la contemplazione della nostra identità e il bisogno di sentire il fiato di nuovi mari o nuove terre. Difficile da capire, è come se, stretto tra i confini naturali che separano terra e mare, si sia calato in queste contrade millenarie, tra queste zolle aspre di secoli, nelle eco lontane di imbarcazioni antiche. Un esorbitante carico di destino, un privilegio certo, ma anche un peso e così viviamo sospesi senza scampo.

Ci ferisce la luce violenta di questo sole che fa germogliare istinti, passioni, pulsioni vitali, ma questa luce porta in sé la consapevolezza, dolorosa certo, di quanto immediata possa svelarsi la caducità del tutto.

Com’è irragionevole che tutto possa finire anche sotto questa luce intensa, come può il sole prima brillare e poi ridurre in pezzi lo specchio su cui ha brillato? E allora fuggire,fuggire lontano per non scorgere nello scintillio quello che c’è di opaco, ma poi tornare, tornare ancora e sempre per lasciarsi sedurre dagli dei.

Ci sono strade,in questo mio paese, che voltano al mare le spalle e si perdono in gole profonde, qui lungo queste vie crucis ognuno di noi ha perduto brandelli di carne che, mescolati all’argilla, hanno dato radici, prima tenere poi sempre più forti.
Partire da questa mia terra è lacerare radici senza estirparle, è sentire il distacco in tutto il suo penoso lutto e, accanto ad esso, il lussuoso vincolo dell’appartenervi…

…tratto dall’opera teatrale “Girgenti amore mio”
di Gianfranco Jannuzzo e Angelo Callipo
per la regia di Pino Quartullo

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