I segnalatori

a cura Antonio Girardi

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Marinai napoletani scampati al naufragio

a cura Sergio Pagni

PER GRAZIA RICEVUTA

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I mulini natanti

di Mario Veronesi (*)

Se guardiamo con attenzione il dipinto del Lanzani, si intravedono sul lato destro del dipinto due barche che portano una casetta di legno, risultano abbastanza nascoste, una dalla porta e una si intravede appena sulle mura della città. Bene posizionati sulle barche sono due “mulini natanti”. Vale a dire due mulini che macinavano le granaglie con l’aiuto dell’acqua dei fiumi.
Non sappiamo quanti mulini ci fossero in età medioevale, ma la prima menzione di un mulino sul Ticino risale al 901, quando Lotario III (1075-1137) concesse al monastero di S. Teodote di Pavia di tenerne uno. Un altro è menzionato in un diploma di Ottone I (912-973) del 972, con il quale concesse al monastero di Bobbio la libera navigazione sul Po e sul Ticino, ed il diritto di tenervi un mulino.

Un cronista della metà del Trecento dopo aver notato che sulla roggia Carona, lavoravano undici mulini tutti doppi, cioè a due ruote, non sa essere altrettanto preciso per quelli sul Ticino, e si limita ad annoverare: “Oltre a quelli che in gran numero si trovano sul Tisino”, solo alla metà del Cinquecento una carta precisa che in quell’epoca sono 26.
Tuttavia il nostro sconosciuto cronista ci fornisce un altro dettaglio prezioso: “Sopra il Tisino galleggiano navi di varie maniere, e mulini parecchi”; si tratta infatti non di mulini in terraferma, ma mulini di legno galleggianti sull’acqua e perciò detti natanti o a barca. La loro presenza doveva essere considerevole, come ci conferma il fatto che se dovettero rimuovere un discreto numero nel Naviglio Grande, quando alla fine del Duecento questo fu ampliato per renderlo navigabile, è l’epoca in cui il monaco Bonvesin de la Riva (1240-1315) scrisse stupito che sui fiumi lombardi sono in attività 900 mulini con oltre tremila ruote, ed aggiunge: “Che dirò poi del fatto che oltre al numero suddetto di mulini e delle loro ruote, ve ne sono moltissimi altri, di cui non posso calcolare con esattezza l’elevato numero”.


I mugnai pavesi godevano dell’autonomia corporativa essendo associati ad un paratico retto da cinque consoli. Questo (corpus) normativo approvato da otto mugnai che rappresentavano quelli del Po, Ticino, Gravellone e Carona, regolamenta l’attività degli associati e fra l’altro stabiliva le misure d’ingombro di un mulino, e altre norme disciplinari, che dovevano essere rigorosamente applicate. Interessante è la notizia che il mugnaio non può tenere più di un maiale, sei galline e un gallo, questo per il timore che un numero maggiore venga allevato a spese di chi porta i grani a macinare.
Ogni mulino recava di solito il nome di un santo: S. Giuseppe, S. Marco, S. Giacomo, S. Alessandro ecc.. In questo modo si poneva un opificio facilmente soggetto ai rischi di incendio e alle calamità naturali, sotto la divina protezione. Questa era cercata anche con l’apposizione di scritte dipinte quali I.N.R.I., o l’invocazione (Dio ti salvi). E come ogni attività produttiva avevano i lori santi patroni: Sant’Antonio Abate (17 gennaio) e Santa Caterina d’Alessandria (25 novembre).
Nel 1902 la Commissione della Navigazione Interna nella Valle del Po registrò nei suoi atti 266 mulini (25 nel pavese, 1 nel piacentino, 13 nel cremonese, 10 nel parmense, 4 nel reggiano, 92 nel mantovano, 30 nel ferrarese, 91 nel rodigino), che funzionarono fino agli anni 40′ del secolo scorso. Questo stesso documento, ci permette di conoscere anche le loro varie disposizioni: a corrente, a pettine, a schiera, a scalare e a sfalso.
L’ultimo mulino sul Po, fu distrutto da un bombardamento aereo il 2 gennaio 1945.

(*) per saperne di più sull’autore, digita il suo nome e cognome sul motore di ricerca del blog.

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26.6.1916, secondo forzamento della Baia di Durazzo

di Giuseppe Longo e Virginio Trucco
giuseppelongoredazione@gmail.com
@longoredazione

La notte del 26 giugno 1916 i Motoscafi Armati Siluranti (M.A.S.) della Regia Marina si resero protagonisti, forzando nuovamente la baia di Durazzo in Albania. Infatti, dopo l’esiguo bottino messo a segno diciannove giorni prima (1) i Tenenti di Vascello Gennaro Pagano di Melito e Alfredo Berardinelli, vollero ripetersi nell’ardua impresa, sperando, questa seconda volta, in un efficace risultato. I due ufficiali, giunti con i rispettivi M.A.S. 5 e 7 in prossimità della baia e appurato che vi erano ancorati nel porto due piroscafi, intrapresero le manovre di avvicinamento per dare inizio all’attacco simultaneo.
Tuttavia, sulle prime, dovettero rinunciarvi, poiché da uno scafo semiaffondato e apparentemente inerme, furono sparati due razzi luminosi che illuminarono a giorno il porto. In realtà per precauzione, erano stati spenti tutti i fanali e i fari, rendendo buia la costa. Il bagliore scaturito dai razzi bengala, facilitarono le batterie costiere austriache, a individuare e a far fuoco sui motoscafi italiani che zizzagando schivarono i colpi dell’artiglieria. Il “Michael”, così si chiamava il piroscafo semiaffondato che fungeva da vedetta, era stato utilizzato intenzionalmente dagli austro-ungarici per evitare l’effetto sorpresa a favore del nemico.
Ciò nonostante I M.A.S. non rinunciarono alla loro missione, ritornarono all’attacco separatamente e lanciando i loro siluri colpirono un piroscafo carico di munizioni che saltò in aria, centrarono il Piroscafo misto “Sarajevo”, danneggiandolo, mentre un altro piroscafo, il “Galizia”, rimase integro grazie alla protezione delle reti anti-siluro. Abbiamo chiesto allo storico navale Virginio Trucco (2) di parlarci della seconda incursione effettuata dai Motoscafi Armati Siluranti, cento anni fa, nella baia di Durazzo.
«Dopo il forzamento della rada di Durazzo, i TV Pagano di Melito e Berardinelli, non rimasero inoperosi, con i loro MAS 5 e 7 la notte del 15 giugno penetrarono nella rada di S. Giovanni di Medua, dopo una veloce ricognizione, non trovandovi naviglio nemico rientrarono alla base di Brindisi. Il giorno 25 la ricognizione aerea italiana del porto di Durazzo segnalò la presenza di due piroscafi intenti a scaricare rifornimenti per l’esercito austriaco, a Brindisi ci si mise all’opera per preparare un’incursione, i MAS 5 e 7 lasciarono il porto nel pomeriggio del 25 al rimorchio delle torpediniere 34PN e 36PN, scortati dai cacciatorpediniere “Abba”, “Pilo” e “Mosto”, mentre a Nord si schieravano a protezione l’esploratore “Marsala”, con i caccia “Impavido”, “Insidioso”, “Irrequieto” e “Audace”. Alle 0.15 del 26 i due M.A.S. furono sganciati ad una distanza di circa 2 miglia e mezzo dal porto, in prossimità di questo i due comandanti si accorgono che gli austriaci hanno preso le loro precauzioni, i fanali sono spenti ed il porto e la costa sono oscurati, ridotta la velocità, si approssimano al relitto semiaffondato del piroscafo Michael, nell’incerto chiarore lunare scorgono due piroscafi ormeggiati e si dirigono verso di loro, quando sono già nel porto improvvisamente dallo scafo semiaffondato, si alzano due razzi bianchi che illuminano a giorno la scena, gli austriaci, avevano approntato un posto di vedetta sul “Michael”, immediatamente si accendono i proiettori che sciabolano le acque del porto ed un fitto fuoco di fucileria assieme ai colpi delle batterie costiere si abbatte sui MAS, i due comandanti ben lungi dal desistere nell’attacco iniziano a zizzagare a tutta velocità nel porto, sperano che eventuali torpediniere presenti nel porto appaino sulla scena, dopo alcuni minuti non vedendo apparire navi militari vanno all’attacco dei due mercantili, verso il più grande vengono lanciati tre siluri, ma solo uno colpisce il bersaglio, gli altri rimangono impigliati nelle reti parasiluri, il piroscafo “Sarajevo” da 1111tsl, viene gravemente danneggiato, l’ultimo siluro viene lanciato verso il mercantile più piccolo, che affonda con una tremenda esplosione causata dalle munizioni trasportate.
È l’1.45 i due MAS escono a tutta forza dal porto con lo scafo crivellato di colpi ma nessun uomo colpito, dopo un’ora si ricongiungono con la scorta ed iniziano la navigazione di rientro alla base».

Note
(1) G. Longo 2016 “Prima Guerra Mondiale: il primo forzamento della Baia di Durazzo” cefalunews.net
(2) Virginio Trucco è nato a Roma, ha frequentato l’Istituto Tecnico Nautico “Marcantonio Colonna”, conseguendo il Diploma di Aspirante al comando di navi della Marina Mercantile. Nel 1979, frequenta il corso AUC (Allievo Ufficiale di Complemento) presso l’Accademia Navale di Livorno, prestando servizio come Ufficiale dal 1979 al 1981. Dal 1981 è dipendente di Trenitalia S.p.A. Lo storico navale Virginio Trucco è membro dell’Associazione Culturale BETASOM (www.betasom.it).
Testi consultati da Virginio Trucco: Le audaci imprese dei MAS di Ettore Bravetta casa editrice Giacomo Agnelli 1930. La grande Guerra in Adriatico di Lucio Martino, Il Cerchio iniziative editoriali. Genesi e sviluppo dei MAS attività operativa in Adriatico. F. Prosperi, bollettino d’archivio settembre 2008 USMM. Foto a corredo dell’articolo, M.A.S. 95, tratta dal sito: navyworld.narod.ru

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26.6.1809, Giovanni Bausan

di Carlo Di Nitto

Il gaetano Giovanni Bausan avrebbe poi avuto occasione, in altre e diverse circostanze, di umiliare i superbi inglesi con la sua perizia marinaresca. Di seguito il quadro, conservato nella Reggia di Caserta; raffigurante il re Gioacchino Murat che, sul ponte della fregata Cerere, si congratula con il Bausan e i suoi marinai, vittoriosi sui “figli di Albione, dopo la seconda battaglia del “Canale di Procida” del 26 giugno 1809. Il dipinto è opera del pittore Guillame – Desirè Descamps.

Gioacchino Murat sulla fregata Cerere – f.p.g.c. Carlo Di Nitto

Per ulteriori notizie, digita Giovanni Bausan sul motore di ricerca del blog.

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Luigi Delliponti (20.12.1974 – 25.6.2012)

di Mary La Grotteria

Il Fuciliere di Marina ed Assaltatore del Battaglione San Marco di Brindisi, 2°C° (Secondo Capo) Luigi Delliponti, nato a Taranto il 20/12/1974 è volato, tra la schiera degli angeli di San Marco, per vegliare su tutti i suoi commilitoni e sorreggerli nelle loro missioni il 25/06/2012.
Aveva operato in diversi teatri di guerra ed è deceduto a causa di un edema polmonare, vittimA dell’uranio impoverito.
Oggi alle ore 19.00 sarà celebrata la Santa Messa in suffragio nella chiesa Santissima Maria Immacolata di Leporano (TA).

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25 aprile 1944, la guerra è finita

di Filippo Amato
Piombino – Batteria Sommi Picenardi – Parco di Punta Falcone

In una calma serata di inizio estate di oltre settant’anni fa, 24 giugno 1944, la Città di Piombino viveva uno dei momenti più drammatici della sua storia millenaria. La nostra gente viveva le ultime ore dell’occupazione tedesca, il delicato momento del “passaggio del fronte”. Ore concitate, in bilico tra il timore di una resistenza ad oltranza dei tedeschi ed il desiderio e la speranza di vederli andare via senza combattere.
Grandi esplosioni squarciarono quella notte insonne di lacrime e preghiere, di terrore e speranza: erano i guastatori della Wehrmacht che applicavano l’ordine di lasciare terra bruciata. Saltarono in aria i pontili del porto, gli impianti chiave delle acciaierie e le batterie costiere, tra cui la Sommi Picenardi. Erano macerie che andavano a sommarsi alle macerie delle bombe degli aerei alleati.
Ferite che si sommavano ad altre ferite… Ma era il segnale tangibile della ritirata.
L’alba della liberazione trovò una città deserta e spettrale, immersa in una calma irreale. Poche ore dopo le prime jeep americane della V Armata USA raggiunsero la periferia di Piombino attraversando quartieri devastati e sconvolti. Dopo nove mesi di duri combattimenti avevano raggiunto una cità in ginocchio, ferita al cuore… ma viva e determinata a rinascere.
Era il 25 giugno del 1944 e la guerra era finita!

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