di Stefano Zecchi
«Contagio» è la parola che spiega come oggi stiamo vivendo la nostra decadenza. E, come accadeva oltre un secolo fa, quando il termine «decadenza» entrava a vele spiegate nella nostra cultura, anche adesso si utilizza un vocabolo adoperato dalla medicina per spiegare il decadimento fisico della persona.
Leggiamo i giornali, seguiamo i telegiornali e ascoltiamo sempre più di frequente e in contesti assolutamente diversi tra loro la parola «contagio» ed evoca una terrorizzante pandemia, cioè un’infezione che non si riesce a circoscrivere, di cui si è perso il controllo e contagia senza che se ne conoscano le cause e senza possibilità di rimedio. Insomma, la pandemia come malattia simbolo del contagio distruttivo dell’umanità.
Un contagio che infetta l’economia, la politica, la società, la vita stessa. Una parola che è il segno evidente della paura, dell’ansia di perdere il controllo su ciò che ci appartiene che è proprio nostro e che viene minacciato nella sua integrità dall’esterno. Siamo allarmati da ciò che accade al di fuori della nostra piccola realtà e ne temiamo il contagio, così ci chiudiamo in noi stessi e ci difendiamo dal pericolo che arriva proprio da quel mondo esterno di cui in altri tempi avevamo cercato alleanze e reciproche relazioni.
La paura, l’ansia o il terrore del contagio sono sentimenti regressivi rispetto al desiderio, alla speranza, all’entusiasmo che esprimono il bisogno di utopia, di progettualità. Una società che crede nella propria cultura si apre al mondo, si inventa nuove possibilità di rapporti e non si chiude nel timore di perdere il controllo su ciò che le appartiene. Proprio per questo il contagio (sia esso economico, politico, sociale) non è l’effetto della malattia, ma è ciò che causa la malattia. Una malattia occidentale che sta provocando la perdita di idealità, di progettualità, di voglia di credere nel futuro. Questo accade perché l’Occidente sta pervertendo l’ordine della struttura sociale che dovrebbe avere a suo fondamento una cultura che comanda la politica, la quale, a sua volta, regola l’economia.
Oggi è esattamente tutto a rovescio: è l’economia che controlla la politica, la quale non si preoccupa minimamente di definire la propria base culturale. È come pensare di poter costruire una casa a cominciare dal tetto. Ecco allora un disastro dietro l’altro, da cui cerchiamo affannosamente di rimanere immuni: temiamo il contagio, abbiamo paura di perdere il controllo su ciò che ci resta di sano chiudendoci regressivamente, nichilisticamente in noi stessi. Senza capire che dall’ansia del contagio ci si libera cambiando il modello di sviluppo, restituendo alla cultura il fondamento della politica, e alla politica il comando sull’economia.