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    21.9.1973, nave Pietro De Cristofaro

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra


    La corvetta Pietro De Cristoforo è stata una unità della Marina Militare che  fu impiegata per il controllo della vigilanza della pesca nel Canale di Sicilia.

     

    Il 21 settembre 1973 la nave fu colpita da attacchi da parte di forze aeree libiche e più precisamente alle ore 14.20 da parte di un Mirage. Si riscontrarono danni di modesta entità e feriti lievi (il marinaio Luigi Fiorbello e il sergente Nicola Garofalo); un secondo attacco fu sferrato alle ore 16.50 da due Mirage che provocarono il ferimento del marinaio Domenico Di Giorgio e del silurista Giuseppe Ornato di guardia alle protezioni antiaeree colpito in maniera grave dalle schegge di lamiere. 

    Il giorno successivo furono mandate in soccorso, dal comando di Marisicilia, due unità navali (Geniere e Todaro) per vigilare sull’accaduto e scortare nave De Cristoforo in porto ad Augusta.
    La corvetta De Cristofaro venne mitragliata a 33 miglia dalla costa libica, e quindi in acque internazionali. Il premier libico dell’epoca Jalloud espresse rammarico per l’accaduto.
    La nave era al comando del Capitano di corvetta Barbalonga.

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    21.9.1943, Michele Scalone lettere alla Mamma dall’Accademia Navale di Livorno

    di Ottaviano De Biase (*)

    Michele Scalone, Aspirante Guardiamarina, superati gli esami di fine corso ottiene una breve licenza che decide di trascorrere nella sua Solofra; ed è durante questa sua breve visita alla madre che cade sotto il bombardamento del 21 settembre 1943.

    Tempo fa, presso la Sala Congressi di S. Chiara, in Solofra, è stato presentato il libro “Lettere alla Mamma, dall’Accademia Navale di Livorno”. Sono intervenuti il Sindaco Antonio Guarino; il Consigliere Delegato alla Cultura e Pubblica Istruzione Dr.ssa Orsola De Stefano, il Capitano di Corvetta della Marina Militare Luigi Nappa, attuale Vice Comandante del Distaccamento di Napoli; la Prof.ssa Mimma De Maio, Direttrice Onoraria Biblioteca Comunale  nonché responsabile del Centro Studi di Storia Locale di Solofra; i signori Lucia Petrone e Alfonso Santoro, coautori; ha fatto da moderatore Lello Venezia, giornalista de Il Mattino. Ha fatto da cornice una nutrita rappresentanza delle Associazioni Nazionali: Marinai d’Italia, Gruppo di Avellino e Famiglie dei Caduti e Dispersi in Guerra di Solofra. Un momento di alta commozione si è avuto con la recita della Preghiera del Marinaio e del Silenzio. Un plauso all’Ufficio Storico della Marina Militare per aver dato la possibilità al folto pubblico presente di ammirare e di apprezzare immagini delle nostre migliori navi sul mare e di alcune pubblicazioni attinenti sempre alla vita sul mare.

    Il 21 settembre 1943 Solofra (Av) subì un pesante bombardamento da parte degli Alleati. Uno dei circa 200 caduti quel giorno era appunto Michele Scalone. Solofra gli aveva dato i natali nel 1922, Solofra lo accolse nel suo grembo il 21 settembre 1943.
    Il grande sogno di diventare ufficiale della Regia Marina di questo giovane irpino si lega dunque ad un temporaneo quanto tragico evento bellico. Le bombe sganciate su Solofra dagli Alleati distrussero completamente i rioni di Caprai, Balsami, Sorbo Soprano e Cappuccini, provocando una moltitudine di morti e circa 400 feriti. La storia è fatta di tante storie di uomini e di donne ma la storia di questo giovane Cadetto, teneramente chiamato Tittino, scrive in proposito Lucia Petrone, assume significati di grande spessore antropologico ed umano per cui riproporla a distanza di un sessantennio consente di aprire per la famiglia ferite mai del tutto rimarginate, ma per i giovani d’oggi un’inedita finestra sulla città di Solofra di quegli anni difficili e di guerra. Un insieme di lettere che Michele, stando all’Accademia Navale di Livorno, scriveva ripetutamente alla madre Maria Grazia, da cui emergono non solo spaccati di vita in accademia e familiari quanto quelli della stessa Solofra con i suoi toponimi, con i suoi uomini migliori, con i suoi luoghi tradizionali di lavoro e della concia.

    Michele giunge a Solofra pochi giorni prima del bombardamento del 21 settembre. Il Prof. Alfonso Santoro ricostruisce quei tragici momenti, arricchendoli di particolari: è mezzogiorno circa quando la tragedia colpisce imprevedibile e disumana. Giunge improvvisa, materializzandosi nel rombo assordante dei motori di uno stormo di aerei alleati che si staglia minaccioso contro l’azzurro impassibile del cielo. E’ un attimo. La gente capisce immediatamente quello che sta per accadere e qualcuno, nonostante la concitazione del momento, ricorda quel duello di pochi giorni prima tra un aereo alleato e un altro tedesco, e i frequenti bengala che illuminavano a giorno le notti illumi della conca solofrana. Non è più tempo di pensare, ma di correre, di ripararsi nei rifugi approntati per tempo o in quelli di fortuna, di confidare nella buona sorte per salvare se stessi ed i propri cari.
    Gli aerei sganciano sulla città il loro carico di morte e distruzione. Orribili vampate, miste a spruzzi di terriccio, di calcinacci, di oggetti cari custoditi nelle case si sollevano in alto e ricadono al suolo con un fragore più terrificante delle bombe. E la gente muore! Tittino è alla ricerca disperata della propria famiglia. Ha saputo che si è diretta verso Ponte della Passatora e vuole riunirsi ad essa. Percorre velocemente la Cupitella, la strada che dal rione Toppolo conduce in località Soccorso, passa davanti alla casa colonica dei Giannattasio, raggiunge la Chiesa della Madonna del Soccorso. All’improvviso una tregua che lascia sperare, ma una seconda ondata di bombardieri spegne ogni illusione. Ricomincia la letale pioggia.
    Tittino, affretta il passo, giunge presso a preta ra Maronna, una roccia a forma di trono nella quale la pietà popolare individuava il seggio dove si era assisa Maria. Il Ponte della Passatora è vicino. Sta quasi per ricongiungersi ai suoi.
    Ad un tratto si sente chiamare. E’ Alfonso Ferrandino, un suo amico convalescente da una malattia. E’ solo, lo prega di fermarsi, di aiutarlo, di fargli compagnia. Tittino è indeciso, poi dà ascolto al suo cuore generoso e lo raggiunge. Proprio allora la bomba esplode a poca distanza da loro. E li uccide! Entrambi! Poi, finalmente, gli aerei vanno via, e mentre il loro rombo si attutiva in lontananza, sulla città ritorna una calma, quasi spettrale, frenetica.
    Tittino è morto, compianto da tutti! A recuperarne il corpo il fratello Antonio che, presolo delicatamente tra le braccia come se temesse di svegliarlo, lo riportò a casa affinché, per l’ultima volta, la mamma lo stringesse al petto e gli accarezzasse il volto “faccia a faccia, stretti stretti l’uno all’altra”. Mamma Maria Grazia, impietrita dal dolore, non versò una sola lacrima di fronte ai suoi concittadini. Rifugiatasi sotto la galleria ferroviaria insieme ai superstiti, rimase per tutto il tempo a pregare nel suo assoluto silenzio, terrea in viso e rifiutando il cibo che le veniva offerto. Pochi giorni dopo, il 29 settembre, festività del nostro Santo patrono, cessato del tutto ogni allarme, ritornò nella sua casa del Toppolo ormai vuota e silente. E solo dopo averne varcato la soglia, al riparo degli sguardi altrui, invocando il nome del suo Tittino, dette libero sfogo al dolore, fino ad allora represso nell’anima, piangendo le sue lacrime più amare.”

    Però, la sua Accademia di Livorno non l’aveva dimenticato. Il Vice Comandante, Capitano di Vascello Candito Bigliardi, trasmetteva alla “Signora Petrone Scalone Maria Grazia”, il seguente comunicato.
    Prosecuzione del mio Foglio 12917 del 20 Luglio u.s. Le comunichiamo che nel Foglio d’Ordine del Ministero della Marina  n° 41, in data 8 agosto 1946 è stata pubblicata la promozione di suo figlio Michele ad Aspirante Guardiamarina con decorrenza nel grado dal 7 settembre 1943.”
    L’ultima parte contiene l’epistolario di un intero anno ed altri documenti, a testimonianza di un legame sentimentale fortissimo tra un figlio e una madre, improvvisamente interrotto a mezzogiorno circa del 21 settembre 1943.

    (*) per conoscere gli altri suoi scritti digita il nome e cognome dell’autore dell’articolo.

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    21.9.1912, Danilo Stiepovich

    a cura Antonio Cimmino

    (Trieste, 21.9.1912 – Oceano Atlantico 14.1.1941)

    Danilo Stiepovich, nato a Trieste il 21 settembre 1912, fu un Tenente di Vascello della Regia Marina.
    Chiamato alle armi, per l’assolvimento dell’obbligo di leva, nel 1933 ed ammesso alla frequenza del Corso Allievi Ufficiali di complemento, nel giugno 1934 ottenne la nomina ad Aspirante Sottotenente e nel dicembre dello stesso anno la promozione a Sottotenente nel Corpo del Genio Navale (Direzione Macchine).
    Nel 1935 fu rinviato dalle armi per fine ferma e nel settembre del 1935 richiamato, per esigenze eccezionali, ed imbarcato sul sommergibile Corridoni con il quale partecipò ad alcune missioni sia durante il conflitto italo-etiopico, sia durante la guerra di Spagna. Trattenuto in servizio a domanda, imbarcò sul sommergibile Cappellini con il quale, dall’inizio del 2° conflitto mondiale, eseguì numerose missioni di guerra con l’incarico di Direttore di Macchina.
    Passata l’unità ad operare nella Base Atlantica di Bordeaux, il 14 gennaio 1941 in missione nelle acque dell’Oceano Atlantico essa sostenne un aspro combattimento contro un incrociatore ausiliario inglese. Durante il combattimento Danilo Stiepovich prese volontariamente il posto di un mitragliere ferito e, ferito egli stesso da scheggia di granata e gravemente mutilato, rifiutò ogni soccorso per non distogliere il personale dal proprio posto di combattimento, che terminò vittoriosamente per l’unità italiana.
    Spirò serenamente in navigazione dopo lunghe ed atroci ore di sofferenze sopportate stoicamente a con serenità d’animo.

    Fu insignito con la Medaglia d’Oro al Valor Militare con con la seguente motivazione:
    Imbarcato su di un sommergibile atlantico, durante aspro e lungo combattimento contro un incrociatore ausiliario, prendeva volontariamente il posto di un puntatore di mitragliere ferito.
    Gravemente mutilato dallo scoppio di una granata nemica, rifiutava ogni soccorso per non distogliere dal suo compito il personale impegnato nel combattimento e chiedeva soltanto di poter assistere all’affondamento della nave avversaria.

    Ultimata vittoriosamente l’azione, mentre l’unità era fatta segno a violento attacco aereo, continuava ad incitare l’equipaggio e spirava serenamente dopo lunghe sofferenze sopportate stoicamente.
    Magnifico esempio di altissime virtù militari”.
    (Oceano Atlantico, 14 gennaio 1941).

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    21.9.1943, Carmine Crupi

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra


    (New York, 19.2.1917 – Santeramo in Colle (BA) 21.9.1943) adesso riposa in pace.

    Il 19 marzo del 2010 ricevetti dal signor Giovanni Tritto la segnalazione che il marinaio Carmine Crupi (e non Gruppi) era stata intitolata, erroneamente, una via del comune di Santeramo in Colle.
    Nella fattispecie si chiedeva all’allora Amministrazione Comunale di voler disporre il cambio del nome della via come da segnalazione del seguente link:
    https://www.lavocedelmarinaio.com/2010/03/storia-di-un-marinaio-dimenticato/

    Nel corso di questi anni, abbiamo reiterato anno dopo anno, unitamente al Tritto e alla locale sezione dei Marinai d’Italia, questa richiesta. Finalmente il 24 ottobre 2017 Carmine Crupi non solo avrà la sua via col nome corretto ma l’attuale Sindaco, Prof. Fabrizio Baldassarre, ha accettato la donazione di un dipinto del nostro Eroe che ha voluto mettere in esposizione proprio nella sala consiliare della cittadina pugliese.

    L’emozionante e commovente cerimonia della consegna del dipinto raffigurante l’Eroe, che salvò la cittadina durante l’invasione tedesca nella seconda guerra mondiale, a cui poi il destino volle togliere comunque la vita, facendolo saltare su una mina mentre rientrava dalla stessa azione eroica si è svolta proprio nella Sala Consiliare del Comune di Santeramo in Colle, alla presenza di numerosi soci della Sezione Marinai d’Italia di Gioia del Colle, del gruppo di Bari, del gruppo di Monopoli, innanzi al labaro del Gruppo Nazionale “LEONI DI SAN MARCO” di Puglia e Basilicata e di numerosi ospiti e cittadini santeramani.


    Il dipinto, commissionato dal socio Giovanni Tritto, raffigurante Carmine Crupi, Sottocapo del Battaglione San Marco, che, grazie al suo coraggio, durante il II conflitto mondiale scongiurò una sicura strage nel Comune di Santeramo in Colle, disinnescando gran parte delle cariche esplosive collocate nei depositi di munizioni della Regia Marina dalle truppe tedesche in ritirata, ora è lì, nella sala più autorevole della cittadina, in buona mostra, quasi a vegliare nuovamente, a distanza di tanto tempo, sui santeramani.
Al termine della cerimonia è stato consegnato al Sindaco il tradizionale Crest che ha accettato di buon grado.
    La libera cerimonia, unione di coloro consapevoli dei propri doveri verso la Patria, è stata l’occasione per porre fine ad ogni inutile e futile diatriba che il giovane, ma grande eroe Carmine Crupi, morto a Santeramo in Colle nel 1943 da lassù si aspettava dagli abitanti del comune di Santeramo in Colle.
    Adesso finalmente riposa in pace fra i flutti dell’Altissimo.

    N.d.R. Per saperne di più sull’argomento digita sul motore di ricerca del blog Carmine Crupi.

    Carmine Crupi, la missione è stata portata al termine
    Pubblicato il 

    di Pasquale Mastrangelo, A.N.M.I. Gioia del Colle e Marinai di buona volontà, Pancrazio “Ezio” Vinciguerra
    foto Nino Difilippo

    Il 21 febbraio 2018, nel Comune di Santeramo in Colle (Bari), alla presenza del Sindaco, Prof. Fabrizio Baldassarre, del Presidente e Vice Presidente del Gruppo A.N.M.I. di Bari, di una rappresentanza del Gruppo di Puglia e Basilicata dei “LEONI DI SAN MARCO”, di rappresentanze dell’A.N.M.I. di Bari e della Sezione di Gioia del Colle, e delle quinte classi della locale Scuola Elementare, ha avuto finalmente luogo la cerimonia dello scoprimento della targa della strada intitolata al Sottocapo del Battaglione San Marco Carmine Crupi, Medaglia di Bronzo al Valor Militare per aver salvato la città da sicura distruzione disinnescando gran parte delle mine posizionate dai tedeschi al deposito di munizioni della Marina Militare situato vicino all’abitato.

    La famiglia onesta e i marinai onesti – Supplica a Dio
    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    Dio, in questo nuovo anno, l’ennesimo dalla Tua venuta, poche cose sono cambiate perché non sappiamo ancora leggere, nella Luce del tuo volto, nello splendore di ogni bambino non ancora nato, nello sguardo triste di chi è colpito da malattia e dal dolore, dalla solitudine e dall’emarginazione, nel viso solcato dell’anziano e di chi sta per morire, nei dimenticati della società globalizzata e industrializzata (come Carmine Crupi o i nostri fratelli Massimiliano Latorre e Salvatore Girone), negli stranieri e negli emigranti di poppa onesti che sovente rifiutiamo. Ti preghiamo di trasformare tutti i nostri limiti in capacità del dono della “lettura del cuore” ripartendo proprio da dove tu ci hai insegnato: in una grotta prima e sulla Croce dopo.
    Le ideologie e i vagheggiamenti ideologici sono morte e gli italiani hanno aperto gli occhi perché incominciamo ad avere i crampi allo stomaco. Non basta più schierarsi, e neanche  che ognuno di noi si adoperi per rendere vivibile il nostro orticello, perché non c’è più seme da piantare, nessun orizzonte, nessun futuro.
    L’arroganza e il menefreghismo (di alcune istituzioni politiche, inquirente, religiose e militari) hanno avuto il sopravvento sulle persone oneste.


    Fatichiamo a dire di essere italiani e a riconoscerci sul primo degli articoli della Costituzione perché manca la materia prima, perché manca il lavoro.
    Fatichiamo a dire che siamo cristiani e a riconoscerci in Cristo perché manca la materia prima: la fede e a seguire la preghiera.
    Fatichiamo a non percepire più il comune senso di appartenenza a questo amato paese, semplicemente perché alcuni individui, che ci hanno mal governato e derubato (Politici, Magistrati, Religiosi e Militari),  hanno portato il paese sull’orlo del baratro e, ancor peggio, hanno deciso di non decidere: vigliacchi!
    Per ricostruire, per riedificare, bisogna assolutamente spezzare la corruttela tra poteri forti (Politici, Magistrati, Religiosi, Militari) che ci cercano solo per legittimare i loro scopi ed interessi fondati sull’unico credo di questo mondo globalizzato: il denaro!


    Il potere economico, gestito da pochi banchieri eletti, ha vinto questa battaglia.
    La “guerra” non è ancora persa, se prendiamo esempio da politici, inquirenti, religiosi, militari e società civile onesta, proprio come è successo a Santeramo in Colle con questo piccolo gesto di mettere la “burocrazia” in un angolo e farsi trascinare dalle emozioni e dai buoni sentimenti.
    Ci chiamiamo frà, fratelli d’Italia, dimostriamolo di esserlo non legittimando cialtroni politici, inquirenti, religiosi e militari corrotti nel corpo e nello spirito.
    Nessuno indietro, specie se è considerato ultimo perché come ci hai insegnato Dio: gli ultimi, nel Regno dei Cieli, saranno i primi. Ti supplico Dio che questo accada anche su questa terra di peccatori. Converti i nostri cuori induriti rendendoli simili ai cuori e agli occhi dei bambini (… come quelli di Santeramo in Colle presenti). Amen!

    P.s. Dio ti aiuta, missione compiuta!
    Per saperne di più si consiglia ai lettori di digitare sul motore di ricerca del blog Carmine Crupi.