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    Pasquale Ammirati (Torre Annunziata, 3.3.1912 – Mare, 31.3.1941)

    a cura Antonio Cimmino

    (Torre Annunziata, 3.3.1912 – Disperso, 31.3.1941)

    …e la tragica fine del regio sommergibile Pier Capponi.

    Pasquale Ammirati nasce a Torre Annunziata (NA) il 3 marzo 1912. Arruolato nella Regia Marina, raggiunge il grado di Capo di 1^ classe motorista navale.
    Nel corso della sua carriera fu destinato presso le seguenti destinazioni:
    – regio cacciatorpediniere Intrepido;
    – regio cacciatorpediniere Bassini;
    – regio cacciatorpediniere  Ricasoli;
    – regio torpediniere Indomito;
    – regio torpediniere Nievo;
    – regio torpediniere Freccia;
    – regio sommergibile Tembien;
    – regio sommergibile Macallé;
    – regio sommergibile Ametista;
    – regio sommergibile Onice.

    Il 31.3.1941, imbarcato sul regio sommergibile Pier Capponi, in navigazione da Messina verso La Spezia, perse la vita unitamente  a tutti  38 uomini componenti l’equipaggio, per opera di siluramento da parte del sommergibile inglese HMS Rolqual.
    Fu decorato con Croce di Guerra la Valor Militare e Croce al Merito di Guerra. 

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    30.3.1913, varo regia nave Andrea Doria

    di Carlo Di Nitto

    La regia nave da battaglia Andrea Doria era una vera e propria fortezza galleggiante.
    Impostata il 24 marzo1912 nei Cantieri dell’Arsenale di La Spezia, era stata varata il 30 marzo 1913 ed era entrata in servizio il 13 marzo 1916, immediatamente operativa.
    A causa però delle strategie navali adottate dalla Regia Marina per l’utilizzo delle grandi navi di linea, fu poco utilizzata durante il primo conflitto mondiale. Nel dopoguerra venne impiegata durante le vicende di Fiume e nelle operazioni nelle acque di Corfù per l’incidente italo – greco, oltre alle normali attività di squadra.

    Nel 1937 ne fu decisa la trasformazione in nave da battaglia moderna e il 26 marzo1937 lasciò La Spezia per Trieste dove, presso i Cantieri Riuniti dell’Adriatico, subì radicali lavori di ricostruzione che ne mutarono completamente il dislocamento (dall’iniziale 25200 aumentato a 29000 tonnellate), l’aspetto e le caratteristiche originali.

    Il 26 ottobre 1940, terminati i lavori di trasformazione rientrò in squadra partecipando attivamente agli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale.
    Dopo la guerra, rimasta in servizio nella Marina Militare italiana, il 1° novembre 1956 passò in disarmo per la radiazione e la successiva demolizione avvenuta fra il 1957 ed il 1958.
    Il suo motto fu “Altius tendam” (Sempre più in alto).

    La possente unità  in una foto risalente agli anni del primo conflitto mondiale.

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    Raimondo Restivo (Savona, 30.3.1922 – 31.8.1943)

    di Raimondo Restivo (*)

    (Savona, 30.3.1922 – 31.8.1943)

    riceviamo e con immenso orgoglio e grande commozione pubblichiamo.

    Ciao Ezio,
    Raimondo Restivo, mio zio, era nato a Savona il 30 marzo 1922. Di lui sappiamo che è stato imbarcato sul regio sommergibile Barbarigo  in qualità di radiotelegrafista. Dopo varie missioni, perdeva la vita con il resto dell’equipaggio nel 1943 a causa dell’affondamento da parte di unità della marina britannica. 
    Caro Ezio ho omesso altre informazioni di carattere personale perché penso che siano comuni a molti giovani di quel periodo …fammi sapere se va bene.

    Ciao Raimondo carissimo e stimatissimo,
    innanzitutto grazie per averci reso partecipe di questa commozione “comune a molti giovani di quel periodo” ma che noi non dimentichiamo e li celebriamo nella banca della memoria per non dimenticare il loro sacrificio.
    Grazie anche per il tuo impavido e misericordioso cuore fraterno di Marinaio per sempre.
    Ezio


    Il regio sommergibile Barbarigo
    a cura Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    Sul tragico destino del regio sommergibile Barbarigo ci sono ancora tante cose da scrivere, che non si conoscono, che pongono quesiti…
    L’unica certezza è che con il sommergibile scomparvero il comandante De Julio, 6 altri ufficiali e 52 fra sottufficiali e marinai.
    Costruito presso i Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone, fu impostato il 6 febbraio 1937, varato il 12 giugno 1938 e consegnato il 19 settembre dello stesso anno
    Il Barbarigo faceva parte del secondo gruppo di battelli destinati al Giappone unitamente ai regi sommergibili Torelli e Cagni. Salpò il 16 giugno 1943 con a bordo tre militari italiani destinati alla base in estremo oriente, e 130 tonnellate di materiale bellico. Al ritorno, il carico avrebbe incluso 110 tonnellate di gomma e 35 tonnellate di stagno, costringendo il battello al rifornimento di carburante in mare.
    Alla fine della navigazione lungo la rotta di sicurezza in compagnia del Torelli, i due battelli si separarono. Il Barbarigo non diede più notizie e si può desumere che sia andato perduto a causa d’avaria, mina o forse azione bellica nemica, anche se quest’ultima ipotesi non può essere confermata dalla documentazione alleata.
    Terminò così la vita operativa di uno dei più famosi, anche se controversi battelli della flotta atlantica. (BETASOM).
    In base agli accordi con la Marina germanica, il Barbarigo fu destinato, nella primavera del 1943, ad essere trasformato in unita trasporto materiali strategici. Ultimata la trasformazione e al comando del tenente di vascello Umberto De Julio, il 16 giugno salpò da Bordeaux per Singapore con 130 tonnellate di materiali e 5 miliardi di Lire. Dopo la partenza, non diede più sue notizie. Si ritiene che l’unità sia affondata tra il 16 ed il 24 giugno, in un punto sconosciuto dell’Atlantico, per cause ignote. Non ci furono superstiti.
    E’ stato verosimilmente affondato il 19 giugno 1943 da aerei dell’USAAF.
    Fu radiato il 18 ottobre 1946.

    Bibliografia consigliata
    – I sommergibili negli Oceani, Ufficio Storico della Marina Militare – Roma 2002.
    – I sommergibili italiani, Ufficio Storico della Marina Militare – Roma 1963.
    – La Marina e l’8 settembre, Ufficio Storico della Marina Italiana – Roma 2002.
    – Storia della Marina – Fabbri Editore Milano 1978.

    (*) di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    (Savona, 18.12.1948 – Moncalieri, 27.3.2019)

    Ciao Raimondo,
    con la tua amicizia e la quotidiana compagnia, i tuoi commenti sempre pertinenti, mi/ci hai insegnato che l’ascolto è come fare un viaggio in mare.
    I marinai, è risaputo, amano viaggiare, e tu che oggi salpi per la tua missione, per attraccare la barca nel porto della misericordia dell’Altissimo, ci hai spronato ad interagire con altre culture, e grazie ai tuoi suggerimenti siamo diventati più tolleranti a tutto, tranne che alle inutili tentazioni.
    Ci hai insegnato ad osservare bene, in ogni latitudine e longitudine nel mondo, i nostri difetti, affermando che non ci sarebbe più tempo per trovare quelli degli altri e che non ci sarebbe più motivo per fare le guerre.
    Hai lasciato una scia indelebile in questa navigazione terrena e noi vogliamo ricordarti in quella banca della memoria dei Marinai di una volta, dei marinai per sempre, che tu hai sempre sostenuto.

    Adesso sono certo che ti incontrerai con tu zio Raimondo (*) e da lassù pregherete e veglierete su noi.
    Riposa in pace fra i flutti dell’Altissimo. Sentite condoglianze alla Famiglia.
    Ezio

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    30.3.1930, varo regio sommergibile posamine Corridoni

    
a cura Antonio Cimmino

    

…a Taranto c’era una volta un arsenale che costruiva sommergibili, e adesso?

    Il regio sommergibile posamine Corridoni fu varato a Taranto il 30 marzo 1930. Svolse in guerra 15 missioni di trasporto e 23 missioni offensive o di esplorazione. Dopo l’armistizio si consegnò agli Alleati a Palermo e successivamente fu ancorato a Malta.
    Fu radiato il 29 febbraio 1948.

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    30.3.1941, il sabotaggio e incendio sulla motonave Fella, la nave sconosciuta, il caso Lais e in mezzo il libro “Longanesi e Trizzino”

    di 
Mario DeLuca

 (*)

    Alcune immagini che abbiamo ricevuto mostrano la motonave Fella, di nazionalità italiana, in fiamme, abbandonata dall’equipaggio. Si vede l’incendio che prosegue e divora la nave. Altre navi in fiamme, riprese da un aereo. Secondo i testi ufficiali (USMM) il Fella fu sabotato e incendiato, per evitare la cattura, il 30 marzo 1941 a Puntarenas, insenatura sulla costa del Pacifico, nel Costarica, dove la nave si era rifugiata l’anno prima, al momento dell’entrata in guerra dell’Italia. Per evitare la cattura in acque internazionali da parte del nemico, la nave fu portata in acque allora neutrali e lì era rimasta bloccata. Ma la situazione sarebbe cambiata.
    Sorgono spontanee due domande:
    – In quei giorni del 1941 una ventina di navi, tra Usa e centro America, vennero catturate, o sabotate. Cosa era accaduto di nuovo?

    – Nelle foto si vede un’altra nave sabotata e in fiamme, ma non ci risultano altre navi italiane perdute a Puntarenas. Quale può essere l’altra nave sconosciuta?



    (*) Mario De Luca è venuto a mancare lo scorso 18.3.2015. 
    Prima di morire mi inviò questo articolo dove si poneva l’interrogativo di cui all’articolo.

    Per saperne di più su Mario De Luca digita il suo nome sul motore di ricerca del blog con particolare riconoscenza nei commenti dei suoi fratelli marinai evidenziati al link di seguito.
    https://www.lavocedelmarinaio.com/2015/03/18-3-2015-addio-mario-de-luca/

    Notizie integrative per il Piroscafo Fella

    di Claudio Confessore

    Incrociando alcuni dati con siti tedeschi posso confermare che la nave che si vede in fiamme nella fotografia, insieme al piroscafo italiano Fella, è il piroscafo tedesco da carico Eisenach unità della Classe Minden da 6515 tonnellate. Fu costruita in Germania nel 1921 nei cantieri Stettiner Vulcan in Stettino per la N.D.L. (North German Lloyd). La compagnia fu fondata a Brema il 20 febbraio 1857 da Hermann Meier Henrich e Eduard Crüsemann ed era una delle più importanti compagnie di navigazione tra la fine del 19° e l’inizio del 20° secolo.

    Il nome originario del piroscafo era Alda. Nel 1939 con la Roland Linie di Bremen prese il nome di Eisenach. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale la nave rimase bloccata a Puntarenas, in Costarica. Fu incendiata dall’equipaggio il 30 marzo 1941. Mentre il Fella subì ingenti danni che non consentirono il suo recupero, gli USA riuscirono a recuperare l’Eisenach che dal novembre del 1941 fu impiegata con il nome Oceania dalla Cia. Nel 1943 il suo nome è stato modificato in Ultramarino e nel 1951 è stata riconsegnata al primo proprietario la NDL che la impiegò con il nuovo nome di Traunstein. E’ stata demolita nel 1960 dalla Eisen & Metall a Wilhelmshaven, in Germania.

    La nave sconosciuta ed il caso “Lais”
    di Mario De Luca, Pancrazio “Ezio” Vinciguerra e Claudio Confessore

    Come già evidenziato sopra, Mario De Luca è venuto a mancare lo scorso 18.3.2015. Prima di morire inviò un articolo e delle fotografie relativi alla motonave Fella, di nazionalità italiana, in fiamme ed abbandonata dall’equipaggio
    https://www.lavocedelmarinaio.com/2013/03/30-3-1941-sabotaggio-e-incendio-del-fella/

    Abbiamo oggi tutti gli elementi per completare quell’ultimo articolo e riteniamo che sia giusto asserire che sia anche Mario l’autore del presente brano poiché, quanto messo in evidenza dal nostro caro fratello Marinaio che oggi ci guarda dai tranquilli mari del cielo, trova oggi risposte definitive e documentate.
    Il Fella fu sabotato e incendiato dal suo equipaggio il 30 marzo 1941 a Puntarenas, insenatura sulla costa del Pacifico, nel Costarica, dove la nave si era rifugiata l’anno prima, al momento dell’entrata in guerra dell’Italia per evitare la cattura in acque internazionali da parte del nemico.
    Mario si poneva i seguenti interrogativi:
    • in quei giorni del 1941 una ventina di navi, tra Usa e centro America, vennero catturate, o sabotate. Cosa era accaduto di nuovo?
    • nelle foto, del suo articolo, si vedeva un’altra nave in fiamme, ma non risultavano altre navi italiane perdute a Puntarenas. Quale poteva essere l’altra nave sconosciuta?
    Ad una delle due domande avevamo già risposto ma, per completezza di trattazione, riportiamo al punto 1quanto a suo tempo scritto sulla “nave sconosciuta”:

    Sabotaggio e incendio motonave Fella (30.3.1941)

    Per quanto attiene i sabotaggi dei mercantili italiani all’estero riportiamo di seguito al punto 2 il “caso Lais” relativo all’argomento.

    1.- La nave sconosciuta
    Incrociando alcuni dati con siti tedeschi portarono subito ad individuare con certezza che la nave che si vedeva in fiamme nella fotografia, insieme al piroscafo italiano Fella, era il piroscafo tedesco da carico Eisenach unità della Classe Minden da 6515 tonnellate, costruita in Germania nel 1921 nei cantieri Stettiner Vulcan in Stettino per la N.D.L. (North German Lloyd).
    La compagnia fu fondata a Brema il 20 febbraio 1857 da Hermann Meier Henrich e Eduard Crüsemann ed era una delle più importanti compagnie di navigazione tra la fine del 19° e l’inizio del 20° secolo.
    Il nome originario del piroscafo era Alda. Nel 1939 con la Roland Linie di Bremen prese il nome di Eisenach. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale la nave rimase bloccata a Puntarenas, in Costarica. Fu incendiata dall’equipaggio il 30 marzo 1941. Mentre il Fella subì ingenti danni che non consentirono il suo recupero, gli USA riuscirono a recuperare l’Eisenach che dal novembre del 1941 fu impiegata con il nome Oceania dalla Cia. Nel 1943 il suo nome è stato modificato in Ultramarino e nel 1951 è stata riconsegnata al primo proprietario la NDL che la impiegò con il nuovo nome di Traunstein. E’ stata demolita nel 1960 dalla Eisen & Metall a Wilhelmshaven, in Germania.

    2 – Il caso LAIS
    Quando nel marzo 1941, prima dell’ingresso in guerra degli Stati Uniti, l’Addetto Navale a Washington, Ammiraglio Alberto Lais, venne a conoscenza dell’intenzione degli americani, in coordinamento con il British Security Coordination, di sequestrare i mercantili italiani sia in territorio Usa che nelle nazioni alleate, per impiegarli sotto la bandiera americana per il trasporto di materiale civile e bellico verso la Gran Bretagna.
    Riferite tali informazioni in ambito riunione presso l’Ambasciata Italiana a Washington ed in accordo con l’Ambasciatore, il Governo italiano e Supermarina, l’Ammiraglio Lais mise a punto un piano che prevedeva, di attuare quando ordinato, il sabotaggio delle navi in porto mediante lo smontaggio dei motori oppure se la nave era alla fonda o in navigazione, renderla inutilizzabile per non farla cadere in mano nemiche (incendio, secca su bassi fondali, ecc…).
    Quando l’ordine divenne esecutivo le navi mercantili nei porti Usa e dei loro alleati erano 28 (di cui 26 erano negli USA, 1 in Portorico ed 1 a Panama) e gli americani vennero a conoscenza del piano quando nel porto di Wilmington, disponendo un cambio ormeggio alla motonave Villarperosa, della Società Commerciale di Navigazione di Genova (Compartimento Marittimo di Genova matricola 1758), il Comandante dell’unità chiese i rimorchiatori adducendo come motivo che aveva i motori in avaria. Dei 28 mercantili ben 26 vennero sabotati con successo.

    Il Presidente americano per il tramite del suo Segretario di Stato Hull, benché la loro nazione fosse ancora neutrale, con nota del 3 aprile 1941 dichiarò l’Ammiraglio Lais “persona non grata” per presunta complicità in atti di sabotaggio di navi italiane in porti americani e chiese il suo rientro immediato in Italia. L’ambasciata italiana rispose nel successivo 8 aprile che l’Ammiraglio aveva cessato il suo incarico e che avrebbe lasciato senza indugi gli USA. Nella stessa nota l’Ambasciata italiana, come da consuetudine diplomatica, dichiarava persona non gradita il Comandante William C. Bentley, Addetto per l’Aeronautica presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma.
    L’Ammiraglio, lasciò gli Usa il 25 aprile partendo con la nave di linea spagnola “Marques de Comillas”, rimasero negli Stati Uniti la moglie Leonor Sutton Evans, cittadina americana, e la figlia Edna che accompagnò il padre al porto alla partenza.
    Ai giornalisti dall’Ammiraglio fu consegnata una breve nota formale in cui si evidenziava che i Comandanti delle unità mercantili italiane avevano agito per evitare che le loro navi potessero essere utilizzate per trasportare bombe in Inghilterra che potevano essere successivamente usate contro l’Italia e che non avevano fatto nulla di male al popolo americano e che non era corretto parlare di sabotaggio.
    Durante il viaggio il mercantile spagnolo, in pieno Oceano, fu dirottato da navi inglesi alle Bermuda allo scopo di catturare l’Ammiraglio che fu costretto a scendere in porto. Iniziò un’intensa trattativa diplomatica con vibrate proteste della nostra Ambasciata a Washington, che si concluse sette giorni dopo con il rilascio di Lais che proseguì il viaggio verso la Spagna con il piroscafo americano “Exeter” (la motonave Marques era già ripartita) anch’essa diretta in Spagna.
    I Comandanti delle navi e gli equipaggi vennero perseguiti penalmente e condannati. Con l’entrata in guerra degli Stati Uniti dalle prigioni comuni, dove erano stati rinchiusi inizialmente, vennero trasferiti nei capi di prigionia.
    Nel 1962 lo scrittore britannico H. Montgomery Hyde pubblicò il libro “Il canadese tranquillo“, in cui scrisse la biografia di Sir William Stephenson capo dello spionaggio inglese negli USA durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel libro, la cui prefazione fu scritta da Antonino Trizzino, l’Ammiraglio Lais veniva accusato di tradimento verso l’Italia perché, secondo l’autore, prima della partenza dagli USA avrebbe consegnato alla spia britannica Elisabeth Pack, detta “Cinzia“, con cui avrebbe avuto una relazione, i cifrari italiani e che per tal motivo la Marina Italiana fu sconfitta nella battaglia di Matapan.

    La vicenda fu oggetto di una dura presa di posizione dello Stato Maggiore della Marina che fece un Comunicato Ufficiale (30 Ottobre 1962), pubblicato sui maggiori quotidiani italiani, nel quale si affermava che le accuse all’Ammiraglio Lais erano false e infondate. La notizia fu anche riportata a Londra sul “Times” l’11 Novembre 1962. Peraltro, lo stesso Ammiragliato Britannico fece una dichiarazione simile poi ribadita in una lettera – datata 8 Marzo 1965 – indirizzata all’Ammiraglio Ernesto Giuriati, Capo di Stato Maggiore.
    Il figlio Lucio dell’Ammiraglio Lais, anch’esso Ufficiale di Marina, non poté fare causa a Hyde in Gran Bretagna perché essendo morto il padre nel 1951 per la legge inglese “actio personalis moritur cum persona”. La causa giudiziaria fu però avviata in Italia nel 1966 che fu vinta in primo grado nel 1967, in appello nel 1969 ed in cassazione nel 1970.

    Hyde e Trizzino furono condannati dal Tribunale Penale di Milano rispettivamente a 18 mesi di reclusione Hyde e 14 mesi Trizzino e al pagamento di una multa che all’epoca era una notevole somma di denaro.
    L’editore Longanesi ritirò il libro dal commercio prima della sentenza e fece anche un comunicato ufficiale pubblicato sui giornali (molte copie erano state già vendute ed ancora oggi è facile trovare il libro nel mercato dell’usato).

    Successivamente, la storia venne anche rievocata nel 1988 nel libro “Washington goes to war” del noto veterano giornalista televisivo USA David Brinkley che chiede scusa dopo che, su sollecitazione dei figli dell’Ammiraglio Lais, su maggiori giornali degli Stati Uniti furo pubblicate smentite a cura dello Stato Maggiore della Marina.

     

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    30.3.1941, nel ricordo di Luigi Cadamuro, dei dispersi della Battaglia di Capo Matapan e altre inesattezze

    di Claudio Confessore

    …a proposito della battaglia di Capo Matapan

    Egregio sig. Ezio,
    il Sottocapo Specialista del Tiro Cadamuro Luigi nato ad Eraclea (fino al 4 novembre 1950 il paese si chiamava Grisolera) il 22.05.1920 è stato imbarcato sulla regia nave Fiume ed è morto il 30.03.1941.
    Nell’Albo d’Oro della Marina è riportata la nota 1 che significa che è certamente morto.
    Nella Banca Dati di ONORCADUTI si conferma tutto, anche la data di morte, ma viene indicato che luogo della morte e di sepoltura non è conosciuto.
    La morte risale alla battaglia di Matapan ed appare strano che la data sia 30.03.1941 e non il precedente 28/29.

    Sarà stato recuperato ferito ed è morto dopo ed in tal caso dove è il corpo? 
    Testimonianza di qualcuno che lo ha visto morire o il corpo è stato ritrovato?
    La realtà è che l’Albo d’Oro della Marina e la Banca dati di ONORCADUTI contengono molti errori e molte volte i dati riportati lasciano molto perplessi. In questo caso è bene chiedere l’estratto del foglio matricolare a PERSOMIL.

    E’ altresì vero che all’epoca la famiglia avrà ricevuto una comunicazione ufficiale a firma dell’Ammiraglio Comandante Superiore del Corpo Reali Equipaggi Marittimi (come da fac – simile recapitato alla famiglia del compianto 2°C° E. Rinaldi dove peraltro risulta una decretazione errata “Nato il 5/9/1930”).

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    30.3.2011, ma Giuseppe Nanula chissà se riposa in pace?

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    Giuseppe Nanula aveva 27 anni, era originario di Trani, ed era un marinaio esperto; è morto il 30 marzo del 2011 mentre era a bordo di un gommone, con una collega, durante un controllo di routine all’interno dell’Area Marina Protetta di Tavolara Punta Coda Cavallo. Il natante ha sbalzato i due marinai a bordo e di Nanula si sono perse le tracce fino al ritrovamento dei poveri resti avvenuto il 25 ottobre 2011. 
    Le indagini a che punto stanno?

    Il caso, in un primo momento, era stato archiviato come incidente, ma c’erano troppi lati oscuri, per questo la famiglia Nanula ha presentato una serie di esposti e dopo 4 anni la Procura ha riaperto il caso.
    In questi anni i colleghi di Giuseppe Nanula non si sono mai recati dalla famiglia e questo può essere considerato come un atteggiamento irrispettoso se non addirittura sospetto.
    Il giorno della tragedia il mare era calmo, forse Giuseppe Nanula perse il controllo dell’imbarcazione per un ostacolo. In quel tragico episodio, solo la collega Valentina Muscarnera, di Sciacca, venne salvata, era in ipotermia, ma del corpo di Giuseppe Nanula non c’era più nessuna traccia. Dopo l’incidente la ragazza ha nuotato per ore, poi l’ha perso di vista. Queste sono le uniche parole che ha pronunciato, dopo si è chiusa nel silenzio.
    La mattina del 24 ottobre 2011 un pescatore avvisò la capitaneria del ritrovamento di alcuni resti umani. Erano di Giuseppe Nanula.
    Il padre di Giuseppe è convinto che Valentina stia nascondendo qualcosa perché nel suo racconto ci sono una serie di contraddizioni perché una persona che giunge in ospedale per ipotermia non può essere dimessa solo dopo 2 ore. Pochi mesi dopo la tragedia Valentina si è congedata ma la sua testimonianza potrebbe essere fondamentale per capire se Giuseppe Nanula indossava il braccialetto di sicurezza a bordo che stacca i motori in caso di caduta accidentale. Il perché non è mai stato spiegato.

    Giuseppe Nanula era molto conosciuto ad Olbia. I colleghi della Capitaneria lo ricordano come un ragazzo allegro, solare, tranquillo e molto apprezzato in città, anche per la sua bravura nel lavoro. Il Sottocapo di Marina Nanula era infatti un esperto nei controlli della filiera della pesca, in particolare per quel che riguarda il tonno rosso e il pesce spada: due specie sottoposte un particolare regime normativo.

    La famiglia Nanula chiede alla magistratura competente di riaprire il caso, di cercare la verità. Solo così Giuseppe Nanula potrà riposare in pace.

    https://youtu.be/7LvkYrioFQM