• Attualità,  Marinai,  Marinai di una volta,  Poesie,  Recensioni,  Un mare di amici

    E ti accorgi che tutti sanno

    di Enrico De Vivo

    E ti accorgi che tutti sanno tutto.
    Tu sai, ma loro sanno di più.
    Tu segui un tuo ideale, ma gli altri sono pronti a dimostrarti che il loro è migliore del tuo.
    Tu vedi la sincerità e gli altri dicono che è falsa.
    Tu vedi la falsità e loro dicono che quella è la verità.
    Allora ti metti in discussione, ti poni davanti ad uno specchio e ti guardi.
    Tu sei tu, gli altri hanno una maschera che indossano a seconda della situazione
    … e ti accorgi che tutti sanno.

  • Marinai,  Navi,  Recensioni,  Storia

    23.7.1938, varo regio cacciatorpediniere Carabiniere

    a cura Pancrazio”Ezio” Vinciguerra

    …a Riva Trigoso.

    Il cacciatorpediniere Carabiniere e i 38 rubini
    di Lanfranco Sanna
    segnalato da Roberta – ammiraglia88

    Ciao Ezio,
    ho letto un interessante articolo; c’è una cosa particolare successa e da segnalare!
    Ti invio un estratto dell’articolo:
    “Il Ct. Carabiniere e i 38 rubini” di Lanfranco Sanna”.
    I più moderni Cacciatorpediniere della Regia Marina, al momento dell’inizio della II Guerra Mondiale erano i 12 della classe “Soldati” che furono ordinati ed impostati nel 1937 ed entrarono in servizio tra il 1938 ed il 1939.  (…) l’impiego a livello di squadriglia e flottiglia come grosse siluranti d’altura nei gruppi di battaglia durante gli scontri diurni e per la ricerca notturna di navi nemiche. (…) quello che invece è rimasto sconosciuto per anni è un fatto non di eroismo o di sacrificio ma di immensa umanità.
    Alla fine delle ostilità l’Ammiraglio Power, Comandante in Capo della Fleet East Indies, come ringraziamento per l’aiuto ottenuto dalle navi delle marine alleate, decise di conferire un’ onorificenza ai comandanti, onorificenza che però non appariva opportuno assegnare al comandante di una marina ex nemica, quale era quella italiana. Optò per un omaggio di valore: un orologio d’oro con 38 rubini.
    Il Comandante Fabio Tani rifiutò con garbo il dono e chiese in cambio la liberazione di 38 prigionieri italiani, detenuti nei campi di lavoro a Ceylon, uno per rubino, richiesta che fu accettata con stupore e apprezzamento (…).
    Il tutto è tratto da una lettera, pubblicata nel medesimo articolo; un estratto:
    Così terminarono le attività belliche anche per il Carabiniere. Un episodio legato a quegli anni però mi è rimasto profondamente scolpito nella memoria. Al momento di ripartire per l’Italia, il Comandante del Carabiniere, Fabio Tani, venne convocato al Comando della Flotta Inglese dell’Oceano Indiano per ricevere il ringraziamento per l’opera svolta. Come premio al Comandante era destinato un orologio d’oro con 38 rubini, in ricordo delle 38 missioni svolte nell’Oceano Indiano da parte del CT Carabiniere. Il Comandante Tani, replicò che avrebbe preferito, a titolo di apprezza mento dell’opera svolta dalla propria nave, rimpatriare 38 prigionieri italiani allora detenuti in campi di lavoro inglesi sull’isola di Ceylon, uno per ogni rubino contenuto nell’orologio. L’Ammiraglio Power, Comandante in Capo della flotta alleata, accettò lo “scambio”. Fu così che il Carabiniere intraprese il viaggio di ritorno in Patria, portando con sé anche i 38 ex prigionieri. L’altruismo dimostrato dal Comandante Tani con quel gesto credo si commenti da solo. La lunga guerra contro tutto e contro tutti del CT Carabiniere ebbe così finalmente termine. E per quanto riguarda il Marinaio Lino Trestini, arruolato volontario il 4 dicembre 1941, la guerra era finita. Rientrato a Taranto con il Carabiniere, ottenne la tanto sospirata licenza. (…)

    I 12 cacciatorpediniere della classe Soldati Livorno - giugno 1939) - www.lavocedelmarinaio.com

    Link all’articolo completo:
    http://www.arsmilitaris.org/pubblicazioni/Cacciatorpediniere%20ultimo.pdf

    REGIO CACCIATORPEDINIERE “CARABINIERE” (2°)
    Motto: “Nei secoli fedele”
    di Carlo Di Nitto

    Il Regio Cacciatorpediniere CARABINIERE (2°) Classe “Soldati” dislocava 2460 tonnellate a pieno carico.
    Costruito nei Cantieri Navali del Tirreno di Riva Trigoso, fu varato il 23 luglio 1938 ed entrò in servizio il 20 dicembre successivo.
    Partecipò intensamente alle operazioni belliche del secondo conflitto mondiale totalizzando 159 missioni per scorta forze navali, scorta convogli, ricerca e caccia antisom, percorrendo 53.700 miglia.
    Numerosi furono gli episodi significativi della sua attività bellica. Tra questi: 1940, partecipazione alla Battaglia di Punta Stilo; 1941, partecipazione alle Battaglie di Capo Matapan e Prima della Sirte. Il 16 febbraio 1942 fu colpito da un siluro ed ebbe la prua completamente asportata. Nell’evento persero la vita venti suoi Marinai.
    Rimase fermo ai lavori per quasi un anno per riprendere subito dopo azioni di scorta convogli.
    Il 9 settembre 1943 raccolse i naufraghi della Corazzata Roma e diresse per le Baleari, ove venne internato fino alla conclusione del conflitto.
    Dopo la guerra, rimasto alla Marina Italiana, nel 1957 fu riclassificato “fregata” con la sigla D 551 . Nel 1960 divenne nave per esperienze con la sigla A 5314. Radiato dal servizio attivo il 14 gennaio 1965, fu impiegato per le esercitazioni degli Incursori al Varignano.
    Venduto per la demolizione nel 1978, durante il trasferimento affondò in un basso fondale. Nei mesi successivi il relitto fu recuperato e definitivamente demolito.
    ONORE AI CADUTI!

    Aniello Palumbo
    di Antonio Cimmino

     

    Nasce a Lettere il 27 marzo 1920, arruolato nella Regia Marina fu imbarcato sul regio cacciatorpediniere Carabiniere.

    Il 16 febbraio 1942, la nave mentre rientrava a Taranto dopo una missione, fu attaccata dal sommergibile britannico P36 che, con siluro, gli asportò la prora.

    Angelo Palumbo morì nell’esplosione e il suo corpo venne scaraventato in mare.
    L’unità navale rimase però  a galla e fu rimorchiata a Messina.
    Di Aniello Palumbo non abbiamo nessuna foto…

  • Marinai,  Marinai di una volta,  Navi,  Recensioni,  Storia

    Nave Canopo

    a cura Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    La nave fu costruita nei  cantieri navali di Taranto e fu varata il 20.2.1955. Consegnata alla Marina Militare il 4.5.1958, venne posta in riserva nel 1981 e radiata il 30.9.1982. Questa unità navale  faceva parte della classe Centauro, una serie di quattro fregate costruite all’inizio degli anni ’50 in conto M.D.A.P. (Mutual Defence Assistence Program) con concorso della NATO. Le quattro navi erano la Centauro, la Canopo, la Castore e la Cigno.
    Nave Canopo inizialmente avrebbe dovuto portare la sigla di identificazione D570, mutata in F551 nel 1957.


    La fregata Canopo (F551) qui ripresa in navigazione con mare agitato, mostra la particolare forma della prora a cutter ed ancora l’armamento originale con i 76/62 sovrapposti.

     

    Caratteristiche tecniche
    Dislocamento: 2137 tonnellate
    Lunghezza: 103,10 metri
    Larghezza: 12,00 metri
    Velocità: 26 nodi (48 km/h)
    Autonomia: 2860 miglia nautiche a 18 nodi (5300 km a 33,5 km/h)
    Propulsione: 22000 hp, 2 caldaie, 2 turbine a vapore Tosi  – 2 eliche
    Armamento:
    4 cannoni da 76mm in impianti binati, poi sostituiti da 3 cannoni da 76mm in impianti singoli
    4 mitragliere da 40mm (poi sbarcate)
    2 lanciarazzi illuminanti trinati
    1 mortaio antisommergibili Menon
    4 mortai Menon corti (poi sbarcati)
    6 tubi lanciasiluri da 533mm (poi sostituiti da 2 lanciasiluri trinati da 324mm)
    1 scaricabombe di profondità (aggiunto in seguito).     

    Dello stesso argomento sul blog:
    https://www.lavocedelmarinaio.com/2016/02/edoardo-bartolomei-di-nave-canopo-6-2-1940-25-1-2016-e-la-solitudine-che-reclama-la-pace-perche-la-vita-e-bella/

  • Curiosità,  Marinai,  Marinai di una volta,  Navi,  Recensioni,  Storia

    Quelle strane, antichissime, navi a ruote

    di Guglielmo Evangelista (*)

    In un precedente articolo, apparso su La Voce del Marinaio il 14 aprile 2019(1), ci eravamo occupati dei primi piroscafi mossi dalle ruote: sostanzialmente non si trattava di nulla di speciale essendo una storia che per sommi capi è piuttosto nota a tutti.
    Approfondendo l’argomento si deve considerare che tanto la macchina a vapore che la propulsione a ruote non furono qualcosa frutto dell’inventiva di tecnici del tardo ‘700, ma hanno origini lontanissime che risalgono all’antichità classica.
    Va però detto che, per secoli e secoli, il motore non andò oltre le affermazioni di principio e a qualche elementare realizzazione dimostrativa mancando, in primo luogo, le tecniche metallurgiche in grado di realizzare i meccanismi così che il getto vapore, costretto da un ugello, faceva girare solo qualche trottola: era  già il principio della turbina, ma tutto finiva lì.
    Furono invece diverse le vicende della propulsione a ruote con i cui concetti di massima, ispirati dalle ruote idrauliche, esisteva già una sufficiente familiarità.
    Se non si vedeva un’utilità pratica né si poteva concepire uno sviluppo dei piccoli giochi meccanici  basati sul vapore, la ruota appariva invece  il naturale espediente per affrancare una nave sia dai capricci del vento sia dall’impiego del remo, estremamente costoso indipendentemente dal fatto che vi fossero destinate persone libere o schiavi.
    Una prima sommaria trattazione la troviamo nel  libro “De rebus bellicis”  scritto fra il  IV  e il V secolo dopo Cristo da un autore rimasto anonimo che descrivendo le varie macchine da guerra usate dall’esercito romano si sofferma su un tipo di   liburna(2) sul cui ponte venivano fatti girare in tondo dei buoi aggiogati ad un meccanismo a ruote dentate che muoveva le ruote a pale esterne allo scafo.

    Era  l’epoca della decadenza dell’impero che ormai viveva un’irreversibile crisi, e quanto è scritto dimostra come ci si stesse preoccupando di escogitare qualche espediente per ridurre gli equipaggi, sempre più difficili d reclutarsi.
    Quale fosse la diffusione di queste navi è però tutta da dimostrare, e l’autorevolissimo Vegezio, nella sua celebre “Epitome de re militari” scritta nello stesso periodo non ne fa cenno pur non tralasciando di occuparsi delle cose navali.
    E’ quindi probabile che il successo di questa innovazione sia stato limitato considerando che  la velocità sviluppata doveva essere molto modesta e quindi proprio in contrasto con la filosofia di impiego delle liburne, adottate per la loro velocità e senza contare di come l’attrito, cosa della quale nell’antichità sembrava sembra che non si tenesse conto, riducesse ulteriormente il rendimento degli animali.
    Forse ebbero un proficuo  impiego come rimorchiatori o come traghetti, ma certo ad agguati, speronamenti od inseguimenti non si poteva pensare.
    Il concetto della ruota come mezzo di propulsione navale successivamente non fu mai abbandonato, sempre nell’ottica di una ricerca per economizzare sull’alto costo dei rematori.
    L’ingegnere militare tedesco Konrad Kyeser, vissuto nella seconda metà del XIV secolo, tornò alla carica progettando una nave a ruote, ma ancora una volta non si ebbero applicazioni pratiche mancando un motore vero e proprio né diverso destino ebbe la nave progettata circa un secolo dopo da Francesco Di  Giorgio, architetto militare ammiratore di Leonardo: anche lui si limitò a disegnare magnifici e complessi ingranaggi …..ma  farla navigare con profitto era un’altra cosa.
    Ormai eravamo alle soglie dell’età moderna e finalmente, anche se ancora profondamente imperfetta, cominciava ad apparire qualche macchina a vapore e  per applicarla alla propulsione navale, per la quale appariva particolarmente idonea, non si poteva che far ricorso agli antichi progetti mai dimenticati di navi a ruote che quasi per magia, con la potenza dei nuovi motori, finalmente potevano prendere vita.
    Tuttavia ci fu ancora chi pensava alla trazione animale: nel 1830 sul lago di Garda entrò in servizio contemporaneamente ai primi piroscafi un battello dal curioso nome di “Amico a prora”. Era stato rispolverato l’antichissimo progetto romano e la forza motrice era data da otto cavalli che giravano sul ponte .

    Questo tipo di propulsione rendeva l’imbarcazione molto sicura e si evitavano guasti o, peggio, esplosioni della caldaia, all’epoca piuttosto comuni ed era economica non richiedendo né costoso carbone di importazione né, in mancanza di maestranze italiane, un macchinista, quasi sempre inglese e pagato profumatamente. Sembrerebbe che il fattore della sicurezza abbia avuto una certa presa sul pubblico, tanto che questo concetto era il logo della ditta che campeggiava anche in lettere cubitali sulla bandiera.
    La nave rimase in servizio fino al 1839 fino a non poter reggere la concorrenza dei nuovi e più perfezionati piroscafi.

    Note
    (1) https://www.lavocedelmarinaio.com/2019/07/la-prima-nave-militare-ad-elica-costruita-in-italia/
    (2) La liburna era una  nave piuttosto leggera e molto veloce, che si dice sia stata inventata dai pirati della Dalmazia, idonea al pattugliamento e ai colpi di mano.


    (*) per conoscere gli altri articoli digita sul motore di ricerca del blog il nome e cognome dell’autore.