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    Ubaldo Maffei (Massarosa (LU), 22.8.1923 – Viareggio, 15.2.2014)

    di Daniela Blu Maffei e Joseph Gorgone

    (Massarosa (LU), 22.8.1923 – Viareggio, 15.2.2014)

    …ricevemmo e con commozione pubblicammo questo dialogo nel giorno di San Valentino.



    Ciao Joseph, 
ti invio alcune foto di mio padre sul barchino e di mio nonno che era in Marina Militare.
Come potrai notare la foto numerata che noi abbiamo messo in cornice ritrae uno dei raduni di Sanremo. Mio padre si chiamava Ubaldo Maffei ed era nato nell’agosto del 1923, purtroppo è venuto a mancare il 14 febbraio del 2014. Era un grande uomo, ha sempre navigato.
    Dopo la guerra entrò nella Marina Mercantile ma il suo sogno era quello di rimanere nella Marina Militare. I tempi di cui parliamo erano tempi di guerra, tempi difficili, mio padre si arruolò a Salò, mentre mio nonno era prigioniero in Germania essendo stato catturato dopo l’8 settembre… è una storia lunga ma che penso debba essere raccontata
.
    Papà Ubaldo conseguì la “Croce d’Onore” per aver salvato un Paese durante la guerra:
In seguito nei primi anni ‘ 60dopo aver ottenuto il libretto di mare entrò a far parte della Snam Saipem raggiungendo in seguito in seguito l’incarico di direttore di macchina dei Castori.
    Lui ha avuto una vita avventurosa ma è stato un padre meraviglioso, un vero padre. 
Le foto se vuoi puoi ripubblicarle, le ho messe in privato perché non so se le condivido io le possano vedere altri. Un saluto e ops, stavo per dirti buona serata, ma da te, dall’altra parte del mondo, è ancora presto.
    Buona giornata quindi a te e alla tua famiglia.

    Ciao Daniela,
    ho guardato le foto ed ho visto il nome di tuo padre nel poster della lista dei Piloti M.A.S., il numero in calce a destra non si legge, non riesco ad interpretarlo. Guardando la foto di tuo nonno con la sposa ed il piccolo in carrozzella, mi sembra che fosse un Sottufficiale della Marina, me lo confermi? Quale era il suo nome? Che grado rivestiva? Il piccolo nella foto era tuo padre?
    Mi piacerebbe saperne di più di tuo nonno, perché è stato prigioniero in Germania, ecc. ecc.
    Quando hai un momento libero scrivimi tutto quello che sai, così faccio una bella storia con foto e la faccio pubblicare dal mio amico nel Gruppo “La voce del Marinaio” dove tanta gente lì legge, poi magari ti aggiungo io al gruppo così potrai leggerla e vedere anche i commenti che la gente farà.
    Un ultima domanda: sai per caso che grado rivestiva tuo padre in Marina Militare?
    Aspetto un tuo cenno di risposta quando hai tempo. Grazie e ciao.
    P.s. Maffei Ubaldo, Sottocapo X MAS, Gr.Todaro, 26/04/1945, zona di Milano (era questo tuo padre, dichiarato disperso il 26 Aprile 1945?).

    Ciao


 Ciao Joseph,
    No, non è mio padre. Lui era nato il 22/08/1923 a Massarosa Lucca – a quei tempi la mamma da Viareggio andò a Massarosa a partorire. Mio padre è morto il 15/02/2014 a Viareggio. Lui ha passato molte vicissitudini ma non è quello che è morto oppure ci sarà un errore bah mi informo…
    P.s. Se ingrandisci il quadro di Sanremo è il nome di mio padre.

    Ciao Daniela,
    la data del 26 aprile del 1945 non è quella di morte ma quella di quando fu dichiarato, cioè che non hanno saputo più niente di lui. Comunque leggi tutti i vari messaggi che Ti ho scritto e mi fai sapere se vuoi. Grazie e buona giornata.

    Si si grazie Joseph, ho letto tutti i messaggi.
    Si può essere perché mio padre non ha potuto continuare a far parte della Marina Militare anche se un personaggio importante della Forza armata si impegnò molto, ma il problema fu che dopo l’8 settembre lui andò via e si presentò con ritardo al Comando Generale.
    Come ti avevo già scritto a mio padre fu consigliato di andare a Salò a causa della prigionia di mio nonno, facendo così poteva salvargli la vita. In effetti la vita a mio nonno gliela salvarono i prigionieri più giovani che gli portavano le patate da mangiare. Mio nonno era diventato un’ombra che perfino mio padre che lo incontrò per caso per strada mentre tornava, non lo riconobbe. Tornando indietro, mio padre da Salò fu mandato a Milano per sciogliere i militari, erano in Piazza (mi pare Missori) e fu proprio Valerio Borghese, il quale, mi raccontava mio padre, salì tranquillamente sulla sua auto e tornò a casa sua, viveva a Milano.

    Pagarono tutti i Militari e tutti tornarono a casa. Mio padre era giovane e ingenuo, quando arrivò a Fivizzano (in Prov. MS) con la bicicletta, fu fermato da un gruppo di partigiani e gli chiesero:
    – “ragazzo da dove vieni e dove vai?”.
    Lui, che si misurava dal suo naso, rispose:
    – “vengo da Salò e torno a casa a Viareggio”.
    Fu così che lo picchiarono, gli sputarono addosso, gli fecero un processo e lo condannarono a morte.
    Lo salvò un Vescovo e un militare che presero la situazione in mano e dissero che erano dei matti:
    – “non vi rendete conto che è un ragazzo?”.
    Fu mandato via, ma gli rubarono i soldi e la bicicletta.
    Mio padre Ubaldo mi ha sempre raccontato che rimase scioccato e traumatizzato da quella esperienza, tanto che per anni rimase terrorizzato e traumatizzato. Quando arrivò a Viareggio, trovò un amico dei tempi di Mussolini, un missino, ma che dopo cambiò subito bandiera e quando vide mio padre, gli disse:
    – “vieni ti aiuto!” e lo portò in ufficio del Comune e lo presentò così:
    – “ve ne ho portato un altro!”.
    Molte persone dopo la guerra si aiutarono a vicenda.
    Mio padre da ragazzo era atletico ed era Capo Centuria e allenava i ragazzi (tra di loro c’erano molti nomi famosi della politica e del giornalismo) che gli offrirono aiuto, ma lui, come ti ho detto, fu talmente scioccato che non volle nulla, e per anni non ebbe il coraggio di raccontare la sua storia. Solo quando fu archiviata la storia della XMAS riprese forza in se stesso.
    Dopo questa parentesi, continuo a scriverti cosa successe finita la guerra.
    Per un periodo lavorò a Viareggio e per un periodo per gli Americani da cui ebbe grandi elogi. Furono anni difficili, poi si imbarcò, forse anche grazie a quella “Croce al valor militare” che gli aveva dato credito per aver salvato un paese durante la guerra. Non fece una bella vita…
    Lavorava con armatori parenti nostri, i Landi Bemi di Genova. Alcuni lo amavano e altri lo apostrofavano “il fascista”.
    Conobbe mia madre che apparteneva anch’essa ad una famiglia di naviganti, Vassalle e Ramacciotti. Si sposarono e nel tempo libero continuò a studiare. Poi nei primi anni ‘60, credo 62/63, ci fu la svolta in positivo. Come già detto lo chiamarono dalla Snam che era Agip e Saipem e lì fece un’ottima carriera ed ha lavorato molto nei paesi arabi, specialmente in Iran, allora Persia. Era direttore dei Castori, non propriamente navi, ma definite Posatubi. Insomma tutto legato alle perforazioni. E’ stato tanto anche in Scozia, Spagna e altri Paesi. Poi è arrivata la pensione ed ha potuto seguire la sua passione, la filatelia.
    A 90 anni se n’è andato, non ha sopportato che mia madre si allettasse e la mente s’è sconvolta, era un uomo sanissimo, ma il cuore, benché forte, ha ceduto.
    A me manca tanto, tantissimo, e non c’è giorno che lui non sia presente nella mia mente e nel mio cuore.

    Daniela, mi hai commosso con il tuo scritto!
    Parlami anche di tuo Nonno, se ne sai di più e che grado aveva in Marina. Mandami la foto della Croce di Guerra al valore di tuo padre e la foto del certificato quando glie l’hanno data se la trovi. Cercherò di fare un bell’articolo per ricordarli ambedue, vedrai …
    P.s. A proposito tuo nonno come si chiamava? Quando era nato? Grazie.

    Grazie Joseph. 
Cercherò la croce, da qualche parte mio padre l’avrà messa, ho anche tanti fogli, aveva uno studio che io ho liberato e messo in scatole, ma ti dirò che a volte li apro e li richiudo subito…
    Mio nonno si chiamava Paolo Maffei era del ‘800, era Maresciallo. So che aveva fatto un esame per passare ufficiale ma che poi non ne fece nulla perché accettare significava andare lontano dalla famiglia. Ora cerco dei dati più precisi, forse mia cugina che è molto più grande di me, sa più cose, purtroppo quando è morto io avevo solo 2 anni e non lo ricordo. So che era un tenore e qualcosa ho su questo. Ora porto mio nipote a far merenda al MC Donald, ha 9 anni ed ha voglia di patatine! A dopo.

    Joseph carissimo,
    mi son messa un po’ a scartabellare e non ti dico le cose che mio padre teneva. Tanta roba che parla anche della XMAS e di quando fu riabilitata come corpo militare Italiano a tutti gli effetti.
    Ho trovato anche la licenza del fucile di mio nonno Paolo e adesso so che era un cacciatore e che era nato a Viareggio il 9/12/1886. Lui è sempre stato in Marina e come ti ho scritto precedentemente rivestiva il grado di Maresciallo. So che negli anni che mio padre era piccolo, lui prestava servizio al faro di Porto Santo Stefano (GR) e che con lui stava mia nonna mentre mio padre fu messo in collegio per via che di scuole, nelle vicinanze, non ce ne erano.
    Frequentò i Salesiani a Soliera. Ti allego una immagine del conferimento della Croce.
    Poi la cercherò, ma ti confesso che negli ultimi anni mio padre, da essere uomo precisissimo, era diventato un po’ casinista. Cerco e magari trovo fogli della casa insieme a foto più recenti o ai vari passaporti. Dovrei catalogare tutto, ma non sono in grado attualmente di farlo, non ho la testa ne il tempo e poi cosa peggiore, ci sto male. Va beh questa è la vita!
    Un saluto a presto.

    Ciao Ezio
    scusami se ti ho mandato questa “patata bollente”, ma so che a Lei farebbe tanto piacere vedere pubblicata la storia di suo Padre Ubaldo, in special modo il prossimo 14 febbraio quando ricorre il suo anniversario di morte. Come hai potuto notate la Tradizione marinara si tramandava da padre in figlio…come dici tu da Marinai di una volta e quindi per sempre!
    Facci questo regalo Ezio, Tu sei bravo e sai usare parole e terminologia che io non so a mettere insieme. La storia della famiglia Maffei è una bella storia, magari qualcuno che legge lo riconosce e farà dei commenti per poterne completare il quadro delle notizie per poi inserirle nella “Banca della memoria”. Ti ringrazio assai, assai, poi magari aggiungiamo a lei nel tuo gruppo La voce del Marinaio. A presto!

    Ciao Daniela Maffei e ciao Joseph Gorgone. 
    Mi avete commosso.
 Ogni parola, ogni aggettivo in più da parte mia rovinerebbe questa pagina bellissima che avete volute regalare al mio e nostro blog. Sto piangendo ma sono lacrime di gioia perché sono testimone che la Misericordia Divina è fatta dalle lacrime di gioia di Dio che si posano su di noi attraverso lo Spirito Santo.
    Pancrazio “Ezio” Vinciguerra.

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    Commiato del volontario

    segnalata da Pasquale Biancospino

    Carissimo Ezio,
    di seguito una poesia, scritta da un vecchio Capo Inquadratore (non identificato), che veniva dedicata a tutti gli Allievi Volontari nell’atto di lasciare le Scuole per fine corso.
    Il titolo è

                                                        “COMMIATO DEL VOLONTARIO”
    1. Caro Allievo Volontario, or calato è il tuo sipario, e finita è la cuccagna che per molti fu una manna.
    2. A destinazione te ne andrai e buon ricordo porterai del tuo Capo Inquadratore che ti segue tutte l’ore.
    3. Vai lontano, caro Allievo che n’avrai gran sollievo, ma le Scuol non scorderai e col pensier vi ritornerai.
    4. Tu vedrai Capo Mazzola tutti i dì venire a Scuola fra D’Autilia e Capo Mazzini far lezione come aguzzini.
    5. Se pel mar tu te ne andrai e in prociel lo troverai converrai che dopo tutto stare a Scuol non è brutto.
    6. Il piè a terra metterai e un affetto troverai oblierai tutto quanto e del mar udrai il canto.
    7. Dopo tanto alle Scuole tornerai col fardello che acquisito avrai. Molte esperienze fatte pel mondo già girato in largo e in tondo.
    8. Ma le Scuol son sempre quelle, seppur vecchie, sempre belle perché danno al Volontario tutti gli anni un bel sipario.

    Ti abbraccio!

    Commiato col Volontario - www.lavocedelmarinaio.com copia

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    Venezia (ricordi, rimpianti, dolore)

    di Marcello Finocchiaro

    Venezia di sera è spettrale. L’odore d’acqua salmastra e di salsedine si insinua in ogni anfratto, in ogni crepa dei muri delle vecchie case e lo si può sentire in ogni parte della città. Quella sera Vanni lo percepiva ancora più del solito. L’umidità lo aveva avvolto appena fuori di casa e il freddo lo aveva costretto a chiudersi ancora di più nel mantello nero che indossava. La maschera che portava, bianca come il volto di un fantasma, offriva riparo al suo volto contro il vento gelido che soffiava dalla laguna. Si diresse velocemente, rasentando il muro, verso il ponte e lo attraversò rapidamente, in direzione della piazza. Lungo il cammino non incontrò quasi nessuno, solo tre o quattro passanti, anche loro in maschera, che si dirigevano come lui al centro del Carnevale. Poteva già sentire in lontananza le voci e i suoni che provenivano dalla piazza in cui la folla aveva già iniziato a far ressa. Attraversò un altro ponte e poi costeggiò il canale. I lampioni gettavano sul lastricato una luce gialla e ovattata per la leggera foschia, una luce assolutamente inutile. Vanni proseguì ancora per qualche decina di metri e poi la vide. Era riversa nell’acqua, a faccia in giù e il vestitino bianco, ampio e finemente decorato di pizzo, le galleggiava attorno come due grandi ali. Dapprima Vanni si arrestò per lo stupore, poi, realizzato che la bambina potesse essere ancora viva, si precipitò verso di lei e la trasse fuori dall’acqua, adagiandola sull’acciottolato. Non respirava e aveva gli occhi chiusi. Vanni, togliendosi la maschera, le aprì la bocca e comincio a soffiarle aria nei polmoni, con forza. Tra un presa d’aria e l’altra gridò violentemente aiuto, ma non c’era nessuno nelle vicinanze e in più, il frastuono del Carnevale adesso era molto vicino. La bambina non dava segni di vita e Vanni fu preso dal panico. Continuò a praticarle la respirazione forzata e di quando in quando le schiacciava il torace per rimetterle in moto il cuore. Non che avesse nozioni di medicina, ma aveva visto come facevano in televisione e sperava che si stesse comportando in modo corretto. Provò ancora per qualche istante e d’un tratto la bambina cominciò a tossire e a vomitare acqua. L’uomo ne fu tanto felice quanto sorpreso. Non avrebbe creduto di riuscire nel suo intento, quello di salvare la vita a quell’esserino gracile che poteva avere, sì e no, otto anni. Il viso di lei era pallido, stravolto, ma nonostante il pallore e le labbra cianotiche, Vanni si accorse che la bimba era carina, con due occhi grandi, blu come l’oceano, che sembravano brillare di luce propria. La bambina continuava a tossire e Vanni si tolse il mantello e la coprì. Poi, quando lei si fu calmata un poco, la sollevò, la prese in braccio e si diresse in tutta fretta verso la piazza. Adesso doveva cercare aiuto, un medico o qualcuno che potesse accompagnarla in ospedale, poiché aveva certo bisogno di cure immediate. Superato l’ultimo angolo, Vanni si trovò in piazza, in mezzo ad una grande ed incredibile confusione. Centinaia, probabilmente migliaia di persone in maschera affollavano la grande piazza già coperta di coriandoli e fettucce di carta colorata. Musica, canti e risa riempivano l’aria e la luce dei lampioni, riusciva in qualche modo a vincere le tenebre di quella notte senza luna. Venne spinto a più riprese in ogni direzione da personaggi surreali, indifferenti alle sue richieste di aiuto. Le maschere erano incredibili e assolutamente affascinanti. C’erano Arlecchini e Balanzoni, dame e cortigiane, animali, vampiri, guerrieri e cavalieri. C’era Luigi XVI e buona parte della sua corte, c’erano astronauti ed extraterrestri, personaggi fantastici e protagonisti dei cartoni animati. Vide anche una straordinaria Torre Eiffel che si faceva largo tra la folla, ondeggiando. C’erano poi musicisti con trombe e tamburi, che creavano un frastuono indicibile. Vanni non riusciva ad attraversare la piazza. La ressa era insuperabile e lui si ritrasse, tornando in qualche modo sui suoi passi. Si accorse che la bambina lo stava osservando con stupore e cercava anche di dire qualcosa. L’uomo si rintanò nell’ansa di un portone, per evitare di essere spinto dalla marea di gente in una direzione non voluta. Il portone era solo socchiuso e lui vi entrò. Una scala stretta e ripida portava agli alloggi dei piani superiori. Si sedette sul secondo gradino, sempre tenendo in braccio la bambina. Doveva asciugarla, in un modo o nell’altro, ma non osava toglierle il vestito. La adagiò accanto a sé. “Non aver paura. Vado di sopra a cercare aiuto.” le disse e lei gli fece un cenno con gli occhi, segno che aveva compreso. Vanni salì velocemente due rampe di scale fino al primo pianerottolo e bussò ad una delle due porte del piano. Non ebbe risposta. Allora provò all’altra e sentì, dopo qualche istante, i passi di qualcuno all’interno che si avvicinava. Sentì aprirsi lo spioncino e una voce di donna che gli chiese: “Chi è lei e che cosa vuole?” “Ho bisogno di aiuto” disse lui. “Ho ripescato una bambina nel canale ed è fradicia e infreddolita. La prego, mi aiuti!” supplicò. “Non vedo nessuna bambina” replicò lei. “E’ giù all’ingresso” ansimò. “Vado a prenderla”. Si volse e scese velocemente le scale.  “Vieni, ti prendo in braccio” sussurrò alla piccola e la afferrò con un braccio sotto alle ginocchia e un altro dietro le spalle, sollevandola.

    Salì nuovamente le scale e la porta si aprì prima ancora che lui fosse giunto al pianerottolo, non appena fu in vista. Sull’ingresso la donna lo accolse facendosi un po’ in disparte per lasciarlo passare e non appena fu entrato, richiuse la porta e gli fece strada fino ad una stanza in cui c’era un divano. “La metta sdraiata qui” gli disse. “Bisogna che si asciughi subito”:  Vanni uscì dalla stanza, mentre la donna cominciò a spogliare rapidamente la bambina che adesso aveva cominciato a tremare. L’uomo si sedette su una sedia nel corridoio e attese che la donna finisse di prestare aiuto alla piccola. Poco dopo lei uscì dalla stanza e lui vide alle sue spalle la bambina che era stata avvolta in una grande coperta di lana e che stava cominciando a riprendere colore. “Le preparo qualcosa di caldo, un brodo, magari” gli disse. “Sì” fece lui. “La ringrazio per avermi aiutato. Io mi chiamo Vanni” disse ancora, tendendo la mano. Lei la strinse con un mezzo sorriso: “Molto piacere, io mi chiamo Serena”. “Venga, parliamo mentre preparo il brodo”, lo invitò lei. Lui la seguì in fondo al corridoio fino alla cucina. La casa era antica, ma non vecchia, dalle pareti imponenti come se ne facevano una volta, per tener fuori l’umidità della laguna. Non era nemmeno molto grande, potè constatare Vanni, e arredata con gusto. La donna lo precedeva e solo allora lui la osservò con più attenzione. Vide che era graziosa, sui trenta, con un portamento elegante. Non era molto alta, ma assolutamente proporzionata. Portava i capelli, nerissimi, raccolti sulla nuca e fissati da un grosso fermaglio di legno lavorato. Le spalle dritte e una bella nuca. “Come si chiama la bambina?” gli chiese lei. “L’ho chiesto, ma non è riuscita a dirmelo. Non riesce a parlare”. “Non lo so. Era in acqua, a faccia in giù e priva di sensi”. “Beh, bisognerebbe saperlo. Sapere come rintracciare i genitori che magari stanno cercandola.” Lei prese un pentolino e lo riempì d’acqua, mettendolo poi sul fuoco. “C’è il Carnevale giù in piazza” fece lui. “La confusione è totale, bisognerebbe chiamare i carabinieri e segnalare loro il fatto.” aggiunse. Serena si voltò verso di lui. “Non c’è telefono qui. Bisognerà chiamare dalla piazza oppure andare direttamente in caserma”. L’acqua cominciò a bollire e la donna vi immerse un dado, rimescolando piano con un cucchiaio. Vanni si rese conto che lei era davvero bella. Aveva il naso piccolo e diritto, una bella bocca con denti bianchi e perfettamente allineati e gli occhi di un blu intenso, stranamente simile a quello degli occhi della bambina che era nell’altra stanza. Aveva mani piccole, proporzionate, con le unghie corte, molto ben curate. Il vestito azzurro era semplice, corto al ginocchio con la vita alta, di stoffa morbida che si adattava alle curve del corpo, non mettendole in risalto, ma lasciandole intuire. Le caviglie affusolate e le gambe ben tornite. Il tutto era assolutamente armonico. Davvero molto attraente, pensò Vanni. “Stava andando alla festa?” chiese lei, costringendo Vanni a distogliere lo sguardo dalla sua figura. “Sì. Lei non va?” “No. Troppa gente ed io non amo la confusione. E poi, il Carnevale mi inquieta. C’è sempre la possibilità di fare brutti incontri.”, disse. Si strinse un po’ nelle spalle con una grazia che fece sorridere Vanni. “Ecco, è pronto.” disse lei togliendo il tegame dal fuoco e versando in una tazza il brodo fumante. Si incamminarono, uno dietro l’altra, verso la stanza in cui la bambina li aspettava. Lei sorrise un po’ appena li vide entrare ed ebbe anche la forza di tendere le mani per prendere la tazza che Serena le porse prontamente, facendo attenzione a non far traboccare il brodo bollente. La piccola ne bevve un sorso. Era ancora troppo caldo e aspettò qualche istante prima di portare ancora la tazza alle labbra. Vanni e Serena la osservavano. L’uomo era ancora un po’ scosso dalla vicenda ed un po’ in apprensione. Serena sembrava tranquilla, invece. In un angolo della stanza una stufa a legna irradiava un bel calduccio e quel tepore, misto al brodo caldo, fece tornare un po’ di colore sul volto della bambina, mano a mano che beveva. Vanni cominciò a rilassarsi vedendo le gote di lei che stavano perdendo il pallore di prima. “Stai meglio?” chiese alla ragazzina. Lei fece un cenno con la testa e abbozzò un mezzo sorriso. “Sì, grazie.” disse poi in un sussurro. “Come ti chiami?” chiese Serena. “Dove sono i tuoi genitori?” La bimba la guardò negli occhi e si fece seria. Anche lo sguardo le si incupì. “Mi sono persa, credo” disse lei. “E poi sono scivolata in acqua”, aggiunse. “Volevo andare alla festa, nella piazza grande”. Vanni le chiese come mai fosse da sola. La piccola non rispose e si limitò a guardarlo negli occhi. Il suo sguardo era serio e indecifrabile. Vanni ne fu colpito. Quella bambina aveva un che di misterioso e, anche se non riusciva a definirne il motivo, lui sentiva di essere a disagio. Alla fine distolse lo sguardo e si rivolse a Serena. “Vado giù a cercare un telefono. Magari i genitori hanno denunciato la scomparsa della piccola e i carabinieri la stanno già cercando”. “D’accordo”, disse la donna. “Baderò io alla bambina, intanto che lei è via”. E lo accompagnò alla porta. Vanni uscì dall’appartamento, scese giù fino all’androne e si immerse nella folla. Aveva freddo. Aveva lasciato il mantello, comunque zuppo d’acqua, a casa di Serena. Si strinse nella giacca e ne alzò il colletto, cercando di ripararsi il più possibile. Quando si mosse per attraversare la piazza, nevicava. “Non è stata fatta alcuna denuncia di smarrimento” gli disse l’appuntato. “Non risulta che ci siano genitori che abbiano perso bambini”. Vanni era perplesso. Com’era mai possibile che una ragazzina di quell’età andasse in giro di notte, da sola, in una serata talmente fredda? Diede al carabiniere i suoi dati personale e gli comunicò l’indirizzo di Serena, indirizzo in cui avrebbero potuto trovarlo e, soprattutto, trovare la bambina. Dopo che ebbe ringraziato e salutato, uscì di nuovo in strada e si avviò verso la casa di Serena.

    Avrebbe dovuto attraversare ancora una volta la piazza, non c’era altra strada per tornare all’appartamento della donna. Aveva impiegato venti minuti buoni per andare da un capo all’altro della piazza e per giungere alla vicina caserma. Si fermò un attimo, come per prendere una rincorsa mentale, e si tuffò tra la folla. Tra spintoni e urti riuscì a giungere dall’altra parte e, costeggiando il muro, si avviò verso l’angolo in cui aveva infilato il portone poco più di un’ora prima. Alcune persone in domino, con maschere inespressive, lo circondarono ridendo e gli lanciarono sbuffi di coriandoli. Cercò di divincolarsi, ma quelli continuavano a bloccarlo, ridendo. Alla fine gli concessero di sgattaiolare con un ultimo lancio di carte colorate. Si fece largo a forza tra le maschere ed entrò rapidamente nel palazzo. Salì le scale e vide che la porta dell’appartamento di Serena era aperta. Entrò, sorpreso e guardingo. Dentro non c’era traccia della bambina, né della padrona di casa. Le chiamò, ma non ebbe risposta. Non riusciva a trovare una spiegazione al fatto che si fossero allontanate. Diede un’occhiata alle varie stanze, per sicurezza. Quindi decise di tornare fuori. Si voltò e sulla porta vide la bambina. “Ma dove siete andate?” chiese.  “Serena è dovuta uscire”, disse lei. “Mi ha chiesto di aspettarti e di accompagnarti da lei quando fossi tornato. Vieni, è qui vicino…”. Vanni la guardò, sorpreso e dubbioso. Aveva uno strano, vago senso di inquietudine e di allarme in testa. Non capiva, non si spiegava perché Serena avesse incaricato la bambina di venirlo a prendere per accompagnarlo poi chissà dove. Tuttavia decise di seguirla. Lei lo prese per mano e lo condusse giù per le scale fino al portone. Lo attraversarono uscendo nella piazza, misteriosamente deserta. Non più maschere, né musica, né coriandoli. L’unica cosa rimasta era il freddo e la neve che continuava a cadere. Solo allora si rese conto che la bambina indossava di nuovo il vestito bianco di pizzo, asciutto e vaporoso. Lei lo guidò a ritroso lungo la stradina da cui era venuto, quella che costeggiava il canale in cui l’aveva trovata quasi annegata. Fu allora che vide Serena. Galleggiava nel canale, con la faccia rivolta in giù e i bei capelli neri aperti a raggiera tutto intorno al capo. E d’un tratto, all’improvviso ricordò. Ricordò che ogni anno, una volta ogni anno, la sera di Carnevale, da lungo tempo, lui tornava lì e traeva la bambina esanime fuori dall’acqua, tutte le volte, nella vana, illusoria speranza di salvarle la vita, perché la piccola potesse diventare donna, perché diventasse Serena, sua figlia. Le lacrime gli rigarono il viso e tutta la tristezza e l’infelicità del mondo gli appartennero. La piccola gli sorrise, di un sorriso malinconico e si allontanò piano, svanendo nell’oscurità lasciandolo solo con i suoi ricordi, i suoi rimpianti ed il suo dolore.