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    8.7.1838, in ricordo di Enrico Accinni

    di Antonio Cimmino

    (Napoli, 8.7.1838 – Roma, 24.5.1908)

    Nasce a Napoli l’8 luglio 1838, vice ammiraglio della Regia Marina fu eletto senatore per Grosseto.
    Incarichi principali
    – Comandante regia corvetta a ruote Governolo (crociera in Estremo Oriente 1873-1877);
    – Comandante regio incrociatore Cristoforo Colombo (crociera Estremo Oriene 1883);
    – Comandante in Capo della Squadra Navale (1892);
    – Aiutante del Re Umberto I;
    – Presidente Consiglio Superiore Marina.
    E’ deceduto a Roma il 24.5.1908.

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    8.7.2008, RAINA JUNAKOVIC

    di Giacomo Vedda

    (Kazanluk, 15.12.1914 – Ariccia, 8.7.2008)

    12 ANNI FA MORIVA RAINA JUNAKOVIC, L’EROINA DELLE VITTIME DEL MARE; SI SPERA CHE A BREVE LE PROSSIME GENERAZIONI DI LICATESI LA POSSANO RICORDARE ATTRAVERSO L’INTITOLAZIONE DI UNA VIA NEL QUARTIERE MARINA

    A seguire un mio articolo\biografia pubblicato su “La Vedetta” dell’Agosto 2008.

    E’ morta Raina Dandulova Junakovic, la “piccola” grande donna. E’ spirata l’8 luglio 2008, all’età di 93 anni, ad Ariccia, comune in provincia di Roma, la signora Raina Junakovic, vedova di una delle vittime del naufragio della nave mercantile “Seagull” del 1974, e che, fino a quando la salute glielo ha permesso, è tornata spesso a Licata per partecipare alla manifestazione in ricordo dei dispersi in mare organizzata puntualmente nel mese di febbraio di ogni anno nella parrocchia di Sant’Agostino.
    Raina Dandulova nasce a Kazanluk, in Bulgaria, il 15 dicembre 1914, secondogenita in una famiglia benestante ed altolocata; vive la sua prima infanzia nell’interno della Bulgaria, tra le montagne, perché il padre, ufficiale di carriera, era di stanza nella “Valle delle rose”; successivamente soggiorna per un certo periodo nella città di Sofia, la capitale. In seguito lascia la sua terra d’origine e si trasferisce in Italia, dove consegue la Laurea in Lettere e si iscrive all’albo dei giornalisti; risiede quindi a Roma e nei successivi quarant’anni lavora alla Radio, all’Ansa, e presta servizio presso Radio Belgrado, Radio Vaticana ed Onde Corte. Nel 1942 sposa Frane Junakovic, ufficiale marconista di bordo e da quest’unione nascono due bambini: Ivan e Nikolaj.
    Dotata di spirito battagliero fin dalla giovinezza, affronta con fermezza e caparbietà i momenti terribili che la vita le offre in quel periodo: i giorni di clandestinità, dopo il settembre 1943, durante la seconda guerra mondiale e la strenua lotta durata dieci anni per uscire dalla Jugoslavia dove aveva seguito nel 1946, con i due piccoli figli, il marito dalmata tornato in patria.
    Ma è certamente la vicenda della “Seagull” a sconvolgerle la vita; il 17 febbraio 1974, infatti la nave mercantile “Seagull”, una vecchia “carretta del mare” di 6507 tonnellate di stazza lorda, con carico di 8800 tonnellate di fosfati, costruita nel 1947 e allungata nel 1961, viaggiante sotto “bandiera ombra” liberiana, scompare nelle acque internazionali al largo di Licata, portando con sé le 29 persone dell’equipaggio e la moglie del capitano. Anche lei sarebbe stata coinvolta nella sciagura se, per un caso fortuito, non fosse sbarcata da quella nave giorni prima. Per otto giorni nessuno indaga sulla vicenda, l’unica a preoccuparsi della ricerca della nave è lei, la moglie dell’ufficiale marconista di bordo, che però incontra negli armatori un muro di silenzio e di falsità.
    Determinata ed armata di una grande forza d’animo, raggiunge la Sicilia per meglio mantenere i contatti con “Marisicilia”, il comando per le operazioni di soccorso di Messina, ed Augusta, porto nel quale avrebbe dovuto essere sbarcato il carico della motonave, e da dove raggiunge Licata alla disperata ricerca della verità. Al porto incontra il personale della capitaneria, i pescatori ed i marittimi che intervista nella speranza di ottenere buone notizie circa la sorte del congiunto e dell’equipaggio; viene quindi indirizzata dal parroco del luogo, il Can. Michele Polizzi e grazie a lui avviene l’incontro con il prof. Giuseppe Cavaleri e la moglie. Al conforto morale e l’aiuto di queste persone e della gente locale si aggiunge ben presto la disperazione per i primi avvistamenti di relitti della motonave ed il ritrovamento, vicino ad una zatterina, della salma di un naufrago, Ivan Valic, secondo ufficiale di macchina, che secondo l’esame autoptico era sopravvissuto tre o forse quattro giorni in attesa degli aiuti, che non erano mai arrivati perché gli armatori non li avevano mai richiesti!
    Rimasta vedova a sessant’anni, con due figli giovani, priva di mezzi finanziari e senza una rete di conoscenze che contano, ma con tanta forza che lei stessa non sa spiegare, la signora Junakovic intraprende la sua “lunga battaglia” alla scoperta della verità sul naufragio e alla individuazione dei colpevoli e poi, con il “Comitato Seagull”, da lei stessa creato, avvia una lotta contro quella che lei stessa definisce “l’industria del naufragio” per l’affermazione dei diritti e della dignità dei lavoratori in mare. A Genova si celebra il processo e si arriva all’arresto degli armatori che fino alla fine rinnegano la proprietà della nave, perché, secondo loro, appartenente ad una società “ombra” di Monrovia: da un lato, quindi, rimane appagata per aver ottenuto giustizia ma da un altro si sente profondamente amareggiata, avendo appurato che per la “Seagull” erano stati assicurati lo scafo e il carico ma non il personale e che la navigazione procedeva tranquillamente nonostante si fossero riscontrate numerose avarie.
    A volte il suo aspetto di donna anziana, dimessa nel vestire, traeva in inganno un po’ tutti, tanto che qualche giornalista fantasticava su questa povera “vedova del mare” definendola “…di ambiente costiero e dunque segnata dal mare, donna semplice di poche letture, non troppo istruita…”, ma la signora Junakovic, nonostante le apparenze, matura grazie alle sue battaglie una profonda conoscenza in materia di navigazione, tanto da affrontare a viso aperto, con piena preparazione giuridica e con concrete argomentazioni, parlamentari, professori di diritto internazionale, avvocati, sindacalisti e magistrati dicendo loro “Io non ho fretta per i nostri morti annegati, loro ormai sono in pace: sono i vivi che hanno fretta, che hanno bisogno di giustizia da vivi!”.

    Una “piccola” donna perché di bassa statura ma che agiva con il coraggio di un gigante per scoprire dove si nascondevano le colpe, le omertà e le paure di contrastare gli armatori. Con il “Comitato Seagull”, costituito da collaboratori esperti, e di cui è stato presidente Falco Accame, ottiene molti risultati: la legge del quattro aprile 1977, che attribuisce piena responsabilità penale e civile agli agenti marittimi o raccomandatari che ingaggiano equipaggi italiani e stranieri; la proposta di modifica della legge 273 del codice di navigazione, sulla nomina e revoca del comandante da parte degli armatori; l’abrogazione e sostituzione di una circolare ministeriale del 1952 sugli Ispettorati per l’emigrazione; la presentazione di un disegno di legge per sostituire la vecchia legge del 1940 sugli agenti marittimi; l’avvio delle pratiche per la ratifica di vari trattati internazionali. Partecipa a Ginevra alle riunioni dell’organizzazione internazionale del lavoro, appendice dell’Onu, alle varie conferenze del mare, alle sedute dell’“Itf”, il più importante sindacato dei trasporti su scala mondiale. E’ anche grazie a lei se oggi esistono una legislazione nazionale ed internazionale come il MOU (Memorandum of Understanding di Parigi e di Tokyo) per il controllo delle navi straniere nei porti, un maggiore rigore nei regolamenti dei registri di classificazione navale, una più attenta verifica dello standard professionale degli equipaggi per la salvaguardia della vita umana in mare e una responsabilità collettiva sull’intera materia.
    Indomabile per la sua “causa”, dopo anni di battaglie e sacrifici, che la costringono a stabilirsi da Roma a Genova, riesce a farsi risarcire per assicurare un avvenire ai due figli: Ivan, già imbarcato sulla “Seagull”, è oggi un tecnico nel campo delle telecomunicazioni; Nikolaj invece è ricercatore presso il Cnr. Ma il suo profondo altruismo la spinge a collaborare con la moglie del comandante della “Esperia II” che tentava di scoprire, proprio in quel periodo, la verità sulla scomparsa della nave sulla quale era imbarcato il marito e a porsi a fianco dei familiari delle vittime della “Stabia”, della “Tito Campanella” che affonda nel 1981 al largo di Bari, e ancora della “Marina d’Equa”, della “Phoenix”, del “Brick 12”. In questo lungo cammino le sono di grande aiuto la stampa genovese, nazionale ed estera, che diffonde queste iniziative ed il Comitato che si allarga con nuove sedi e nuove competenze, entrando a far parte della “Stella Maris”, associazione di apostolato del settore marittimo, dove spesso la signora Raina trova ospitalità durante le permanenze a Genova.
    Anche a Licata, luogo della sciagura, nasce un “Comitato Seagull” che tra le varie iniziative istituisce un’annuale ricorrenza in ricordo delle 30 vittime del naufragio e di tutti i dispersi in mare e fa erigere a fianco al Santuario dell’Addolorata un monumento in ricordo delle “vittime del mare”, scoperto il 21 marzo 1982 dalla stessa signora Raina alla presenza del vescovo Bommarito, del ministro della marina mercantile Mannino e delle massime autorità civili e militari locali e nazionali.
    Pur stabilendosi definitivamente a Roma ritorna spesso a Licata per la commemorazione e per abbracciare gli amici; trova il tempo e la forza, all’età di ottant’anni di andare in India dove collabora al progetto “Mi dai mille lire?”, per aiutare le donne e i giovani del posto.
    Ma negli ultimi anni la sua salute non gli ha più permesso di ritornare a Licata anche se la signora Junakovic assieme al figlio Nikolaj ha mantenuto i contatti con i membri del locale comitato, mandando un suo messaggio di riconoscenza e di impegno perché si continui l’azione a favore dei marittimi.
    Gli ultimi anni della sua vita li ha trascorsi nella sofferenza e nella malattia presso un istituto vicino Roma; il suo corpo per sua espressa volontà è stato cremato il 10 luglio scorso e le sue ceneri ritorneranno li dove è iniziata la sua lunga ed avventurosa storia, in Bulgaria.


    La signora Raina lascia questa terra con il rammarico di non aver mai potuto deporre un fiore sulla tomba del marito, perché a distanza di trentaquattro anni dalla sciagura i corpi dei dispersi giacciono ancora sul fondo del nostro mare assieme al relitto del mercantile, ma nello stesso tempo ci ha anche lasciati ringraziandoci per quello che abbia fatto nel ricordo della sciagura e per quello che continueremo a fare, ne siamo certi, in sua memoria. La città del mare non dimenticherà la sua presenza costante a Licata, assieme alle sue testimonianze che rimangono per noi come un testamento; ci impegneremo a ricordarla come conviene ad un cittadino illustre, figlio di questa terra, e depositeremo anche per lei un fiore su quel monumento dove per tanti anni ha onorato il marito. La gente di mare saprà che da ora in poi una nuova stella polare brilla sul firmamento per indicarle il cammino. A febbraio, ricordando le vittime della “Seagull”, quando intoneremo l’inno alla “Stella del Mare”, guarderemo il volto della Vergine Addolorata di Sant’Agostino e il nostro pensiero andrà a questa “piccola” grande donna.
    Giacomo Vedda

    16.2.2014 Non è il mare il mio nemico

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    8.7.1943, affondamento della regia m/n Valfiorita

    di Sergio Cavacece (*)

    Motonave da 6200 tsl, lunga 144,47 metri, larga 18,65, velocità di 14-15 nodi.
    Impostata nel 1939 nei cantieri Franco Tosi di Taranto, viene varata il 5 luglio 1942
 e completata il 25 agosto 1942 dalle Industrie Navali Società Anonima.
    IL 
17 settembre 1942, la Valfiorita viene requisita dalla Regia Marina, per essere adibita al trasporto di rifornimenti in Africa Settentrionale.
In conseguenza a questo nuovo stato di fatto, la nave viene armata con un cannone da 120/45 e tre mitragliere contraeree Oerlikon da 20 mm. In funzione di difesa passiva, per ostacolare la localizzazione della Valfiorita da parte di unità nemiche, viene installato anche un impianto nebbiogeno a cloridrina.
    Il 20 settembre 1942 la nave inizia a Taranto il carico di rifornimenti destinati alle forze italo-tedesche a Bengasi, prendono parte al viaggio in AS anche un centinaio di militari del Reggimento Cavalleggeri di Lodi.

    Il 3 ottobre inizia il viaggio, ma nel corso della traversata viene attaccata da aerei della RAF, colpita da un siluro lanciato da un Wellington, la Valfiorita nonostante i gravi danni subiti, riesce a raggiungere Corfù il giorno successivo e a incagliarsi a pochi metri dalla costa.
    Sbarcati uomini e mezzi, solamente il 25 novembre 1942, dopo avere effettuato alcuni lavori, viene messa in condizioni di riprendere il mare, e raggiunge Taranto per i lavori di riparazione.
    Terminati i lavori in bacino, a fine giugno 1943 la Valfiorita, ultimò anche le prove in mare e tornò in servizio.
    Il 27 giugno 1943 il Comandante civile della motonave, il Capitano di lungo corso Giovanni Salata, chiede l’invio del materiale che mancava, specie delle 55 bombole di anidride carbonica dell’impianto antincendio, che erano state sbarcate per essere ricaricate dopo il siluramento dell’ottobre 1942 e non erano più state restituite. Furono inviate dieci bombole, ma il 7 luglio 1943 il Tenente di Vascello Giuseppe Strafforello, nuovo Comandante militare della Valfiorita dovette lamentare allo Stato Maggiore che le dieci bombole mandate erano inadatte all’impianto della Valfiorita, e che, come già aveva comunicato il comandante Salata il 2 luglio 1943, non c’erano altri mezzi antincendio a bordo della nave.
    Sempre in data 7 luglio 1943, la nave in tarda serata, parte da Taranto in direzione Messina, sprovvista di ogni mezzo per spegnere qualsiasi focolare d’incendio, carica di mezzi, tra cui camion Fiat 626, moto, autoblindo e altri veicoli. L’equipaggio civile era composto da 45 uomini, mentre quello militare era composto da italiani e tedeschi. Arrivata a Messina, intorno alle 20,50 dell’8 luglio 1943, lascia il porto messinese in direzione Palermo, alle 22,30 giunta nello specchio di mare tra Capo Rasocolmo e Mortelle, viene fatta oggetto di attacco nemico da parte del sommergibile della Royal Navy HMS Ultor (P53) agli ordini del Lt. George Edward Hunt DSC, RN. L’unità britannica lancia quattro siluri, due dei quali colpiscono mortalmente la motonave. Distrutto il carteggio di bordo, i due comandanti civile e militare, danno l’ordine di abbandono della nave. In soccorso dei naufraghi, oltre alla torpediniera di scorta “Ardimentoso”, accorsero da Messina le regie corvette Camoscio e Gabbiano.

    Su 45 civili e 22 militari (18 italiani e 4 tedeschi) che componevano l’equipaggio della Valfiorita, 13 civili persero la vita (dodici – soprattutto del personale di macchina – risultarono dispersi ed il direttore di macchina Pegazzano morì in ospedale) e 11 militari (7 italiani e 4 tedeschi) rimasero feriti.
    Il relitto del Valfiorita, spezzato in due tronconi, viene considerato a tutt’oggi uno dei più affascinanti relitti. Il troncone centrale-poppiero giace in assetto di navigazione, mentre quello prodiero giace piegato sul lato sinistro, entrambi ancora carichi di esplosivi, munizioni e vari mezzi, a circa 70 mt di profondità.

    Al centro della foto George Edward Hunt (4 luglio 1916 – 16 Aug 2011) DSC, DSO, RN, Comandante del HMS Ultor (P53). Al momento dell’affondamento della Valfiorita, rivestiva il grado di Lt (Lieutnant-Tenente) decorato con DSC.

    (*) Sergio Cavacece è deceduto il 24.11.2019. Per conoscere gli altri suoi articoli digita, sul motore di ricerca del blog, il suo nome e cognome.

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    8.7.1942, Giovanni Bona

    di Giorgio Gianoncelli

    (30.7.1921 – 8.7.1942)

    Giovanni nasce in una famiglia di agricoltori il 30 luglio 1921, a diciassette anni chiede e ottiene l’arruolamento nella Regia Marina da Guerra. Assegnato alla categoria Nocchieri, dopo il corso è destinato all’imbarco sui Sommergibili. Poco prima dello scoppio della guerra è destinato sul regio sommergibile “Zaffiro” con base a Cagliari. Per i giorni di Pasqua dell’anno 1940 ottiene un periodo di licenza a casa. Nel salutare la famiglia per il ritorno a bordo, rincuora i genitori, ma al fratello che lo accompagna alla stazione ferroviaria, gli confida:
    “Ho l’impressione che difficilmente ci rivedremo”. Un ultimo abbraccio e parte.

    Infatti, il freddo comunicato del Ministero della Guerra dice:
    Il Comando Supremo della Regia Marina ha segnalato a questo Ministero che il nominato Bona Giovanni figlio di Luigi e Zuccalli Ines nato a Talamona (Sondrio) il 30 luglio 1921 – Sergente Nocchiere – Matricola 45669 ascritto al Compartimento di Genova, in occasione della perdita dell’unità su cui era imbarcato avvenuta l’8 luglio 1942 per fatto di guerra, è scomparso in mare con l’Unità stessa”.

     

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    8.7.2005, in ricordo di Andrea Valcanover

    di Enrico Moizzi, Francesco Bianco, Vico Chiaverini, Raimondo Barrera 

    …riceviamo dai fratelli Marinai del rimorchiatore Titano e con commozione pubblichiamo sottolineando, qualora ce ne fosse ancora di bisogno, qual’è il legame d’amore che lega i Marinai per sempre. 

    Hai ragione,
    Andrea era un buono anche quando era sul Titano, eravamo amici.
    L’ho cercato per anni, senza riuscire a trovarlo.
    Poi con Facebook sono riuscito a contattare alcuni abitanti di Pergine che mi hanno dato la brutta notizia. Leggendo le pagine dei giornali, che mi ha mandato la cugina, ho visto che ha vissuto gli ultimi 12 anni della sua vita in Africa ad aiutare chi aveva bisogno.
    La sua è una bellissima storia, purtroppo finita troppo presto.
    Era proprio un Eroe Titanico.
    Mi piacerebbe che la sua storia fosse letta da qualcuno della <Voce del Marinaio>.
    Enrico Moizzi

    Bravo Enrico!
    Tutta la mia ammirazione per Andrea!
    Destino …
    Francesco Bianco

    Lo ricordo benissimo era il radiotelegrafista.
    Vico Chiaverini

    Siamo in pochi che l’abbiamo conosciuto….però faceva sempre parte del Titano e…
    Enrico Moizzi

    Gia’! Sfortunato
    Francesco Bianco

    Che la terra ti sia lieve Andrea!
    Riposa in pace Eroe Titanico.
    Barrera Raimondo

     

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    Giuseppe Pili

    di Frederic Erminio Todde

    (Tortolì, 8.7.1921 – Mare, 28.8.1943)

    …e la regia nave Lince.

    Vi racconto una storia di guerra, quella che parla degli ultimi giorni del regio cacciatorpediniere Lince, perché questa? Perché proprio questa? Perché tra le vittime vi era un “Ogliastrino”, Giuseppe Pili, 22 anni, fuochista ordinario, da Tortolì, figlio di Rosa Congiu e Francesco Pili.

     

    Dedico questo articolo ad una memoria storica Tortoliese, la splendida Assunta Pili, che porta ancora il ricordo del fratello Giuseppe.

    Regia nave Lince, l’ultima torpediniera silurata
    Dopo essere sopravvissuta a tre durissimi anni di guerra sulle rotte del Dodecaneso, dell’Egeo e dell’Africa, scortando convogli, attaccando navi nemiche, contrastando lo sbarco di Castelrosso ed assolvendo a molteplici altri compiti, sempre riuscendo a rientrare alla base, la Lince ebbe l’amaro primato di diventare l’ultima torpediniera italiana ad andare perduta nel conflitto contro gli Alleati.
    Il 4 agosto 1943, poco più di un mese prima dell’annuncio dell’armistizio, la Lince, al comando del capitano di corvetta Riccardo Papino, lasciò Taranto per raggiungere Genova, dov’era stata appena assegnata di base. Il giorno stesso, però, a causa di un errore di navigazione commesso dal comandante durante l’attraversamento di un banco di nebbia (per altra versione ciò avvenne durante un attacco aereo), la torpediniera s’incagliò un chilometro ad ovest del faro di Punta Alice, vicino al paese di Cirò Marina, nel Golfo di Taranto.
    Nonostante gli ordini giunti da Taranto, non risultò possibile disincagliare subito la nave, quindi i 160 uomini dell’equipaggio si dovettero accampare sulla spiaggia di sabbia e ciottoli nella quale la nave si era arenata, aspettando di poterla liberare. Per una decina di giorni gli uomini, alloggiati in tende sulla spiaggia, lavorarono per rimuovere la ghiaia e preparare lo scivolo che avrebbe dovuto permettere alla chiglia di tornare in acque libere, poi giunsero da Taranto due rimorchiatori di grande potenza. Allestiti i cavi per il rimorchio, i due rimorchiatori iniziarono a tirare, ma nell’operazione uno scoglio nascosto dalla sabbia aprì uno squarcio nella carena. Il tentativo di creare una certa inclinazione, legando anche una cima al cannone poppiero, si risolse in un ulteriore peggioramento della situazione: il cannone venne infatti strappato dal suo alloggiamento e trascinato in mare. Alla fine, risultato inutile ogni tentativo, i rimorchiatori tornarono a Taranto.
    Sulla nave incagliata vigilavano un aereo ed un treno armato.
    Durante la loro permanenza a Cirò Marina, gli uomini della Lince fecero rapidamente amicizia con la popolazione locale, scambiando generi alimentari (provviste del luogo in cambio di barrette di cioccolato e scatolame dai marinai) e dando anche luogo a qualche episodio curioso, come quando un inesperto marinaio del nord nascose dei fichi d’india sotto la sua maglia, il che richiese poi due giorni di sforzi, da parte di una donna del posto, per estrarre tutte le spine conficcatesi nel suo corpo.
    Dopo più di tre settimane e vari tentativi andati a vuoto, la Lince non era ancora stata disincagliata: e così la colse, immobilizzata ed indifesa, il sommergibile britannico Ultor, del capitano di corvetta George Hunt, il mattino del 28 agosto, mentre rientrava da un appostamento davanti a Taranto. Proprio quello sarebbe dovuto essere il giorno in cui – si sperava – la Lince sarebbe finalmente stata in grado di disincagliarsi: una nuova squadra incaricata dei lavori di disincaglio sarebbe dovuta partire da Taranto quella sera, come il comando della piazzaforte aveva già comunicato a quello della Lince, ed inoltre alle operazioni per liberare la nave avrebbero partecipato anche una draga, la Littorio, ed altri mezzi appositamente inviati dall’Arsenale di Taranto.
    Il comandante Papino, giustamente preoccupato che prima o poi qualche sommergibile od aereo nemico avrebbe potuto trovare la sua Lince bloccata ed inerme ed attaccarla, aveva già chiesto il 18 agosto, a Marina Taranto, di mandare dieci cariche esplosive per l’eventuale autodistruzione della torpediniera (dato che quelle in dotazione, tranne una, erano state rimosse per alleggerire la nave) e sul da farsi riguardo all’archivio segreto (se mantenerlo oppure mandarlo del tutto od in parte a Taranto via nave) nonché su cosa sarebbe stato dell’equipaggio in caso di abbandono nave. Ora i peggiori timori si sarebbero avverati.
    Sull’Ultor, il comandante Hunt notò che la Lince aveva la prua profondamente arenata nella spiaggia, ma la poppa libera e galleggiante, ed osservò una moltitudine di uomini intenti a scavare due grandi fosse ai lati della nave, per tentare di disincagliarla. Hunt ordinò quindi il lancio di un siluro, da 1500 metri di distanza.

    Sulla Lince, il comandante Papino stava scendendo in cabina per lavarsi. Nei pressi della torpediniera incagliata si trovava anche la barca da pesca di una famiglia di Cirò Marina, i Martino: Francesco Martino, il capofamiglia, ed i suoi figli Pietro e Vincenzo si trovavano a bordo. Con loro c’era anche un bambino del luogo, Francesco Salvatore Tridico, di dodici anni, che trovandosi sulla spiaggia quel mattino aveva chiesto di salire con loro sulla barca (capitava spesso che dei pescatori ospitassero dei bambini) per assistere e partecipare alla pesca con la tartana. La barca dei Martino affiancò la Lince, ed un ufficiale che passeggiava sul ponte – forse il sottotenente di vascello Enzo Rossi – rispose al saluto dei pescatori.
    Alle 8.15 il siluro dell’Ultor andò a segno, colpendo la Lince a poppa sinistra e provocando una duplice violenta esplosione (tanto che da parte italiana si pensò che i siluri fossero stati due), che spezzò in due la nave: la poppa della torpediniera, dalla sala macchine poppiera in poi, saltò in aria, si staccò dal resto dello scafo ed affondò nel punto 39°24’ N e 17°09’ E; il complesso numero 2 da 100 mm, con la sua piccola plancia e tutti i serventi, venne strappato dal suo alloggiamento e lanciato tra plancia e fumaiolo, mentre schegge e lamiere vennero proiettate ovunque, sul resto della nave e sulla spiaggia circostante. Oltre ad uccidere il comandante Papino ed altri otto membri dell’equipaggio, che si trovavano sulla nave, l’esplosione travolse anche la piccola barca da pesca della famiglia Martino, che si trovava a 20-30 metri dalla riva ed a pochi metri dalla torpediniera, proprio mentre i suoi occupanti stavano salutando l’equipaggio della Lince: perse la vita il piccolo Francesco Salvatore Tridico, ed il ventenne Pietro Martino ebbe una gamba maciullata da una delle lamiere della torpediniera. Dopo l’esplosione, vedendo la nave dilaniata, Pietro Martino chiese istintivamente al padre “Papà dov’é andato il comandante?”, poi, ancora stordito, ma resosi conto della ferita, esclamò “Papà, mi manca una gamba: mi ha colpito qualche lamiera”. Fu un altro peschereccio, appartenente alla famiglia Malena, a soccorrere Pietro Martino, che fu poi portato dagli stessi pescatori fino alla ferrovia e caricato su un treno merci che lo trasportò a Rossano, dove fu condotto all’ospedale e dovette subire l’amputazione della gambaTra i feriti gravi, il sottocapo meccanico Luciano Nicosia spirò il 30 agosto, portando a dieci le vittime tra l’equipaggio.
    Tra quanti, a bordo della torpediniera, ebbero miracolosamente salva la vita, vi fu il marinaio Angiolo Mascalchi, che si salvò perché poco prima del siluramento era salito sul ponte per scrivere una lettera alla famiglia: un suo commilitone, che gli aveva prestato la penna per scrivere e lo aveva preso in giro chiedendogli se non fosse stato meglio se si fosse messo a dormire, non fu altrettanto fortunato.
    Devastata ma non doma, la Lince riuscì ancora ad aprire il fuoco con il complesso numero 1 da 100 mm quando l’Ultor tentò di emergere – probabilmente credendo la nave abbandonata – e spinse la torretta fuor d’acqua: il cannone sparò ad alzo zero, ma il sommergibile era emerso così vicino che non fu possibile colpirlo (i proiettili lo sorvolavano e cadevano oltre), poi, vista la reazione, tornò ad immergersi e si allontanò. Per la torpediniera, comunque, era la fine: non c’era nessuna ragionevole probabilità di poter riparare quel che ne restava al di sopra della superficie.
    (Un’altra versione dell’attacco presenta varie differenze: l’Ultor avrebbe dapprima attaccato con il cannone, venendo costretto all’immersione dalla reazione del cannone di prua della Lince, che avrebbe sparato almeno due colpi; solo dopo avrebbe attaccato con il siluro. Il comandante Papino si sarebbe trovato, al momento del siluramento, a poppa ed intento a dirigere il tiro del cannone, e sarebbe stato disintegrato dall’esplosione del siluro. Tale versione indica in 12 o 13, invece che in 10, i morti tra l’equipaggio della Lince).
    Delle dieci vittime dell’equipaggio, il comandante Papino fu l’unico a non essere mai più ritrovato, nemmeno quando, anni dopo, ciò che restava della torpediniera venne demolito. Nemmeno del piccolo Tridico si poté mai più trovare il corpo. Dopo un funerale celebrato da don Ernesto Terminelli nella chiesa di San Cataldo Vescovo a Cirò (alla presenza del resto dell’equipaggio, che recitò la preghiera del marinaio), il marinaio Antonio Bagnato ed il sergente Renato Pedemonte vennero sepolti nel cimitero di Crotone, le altre vittime a Cirò Marina, da dove poi le salme furono trasferite nei paesi d’origine.

    Le vittime
    Antonio Bagnato, 23 anni, marinaio nocchiere, da Parghelia
    Mario Buccirossi, cannoniere
    Elio Buraschi, 22 anni, cannoniere armaiolo, da Milano
    Luigi Cravotta, 20 anni, cannoniere, da San Cataldo
    Ruggero Fioretti, 22 anni, fuochista artefice, da Foligno
    Luciano Nicosia, 21 anni, sottocapo meccanico, da Vittoria
    Riccardo Papino, 34 anni, capitano di corvetta (comandante), da Torino
    Renato Pedemonte, 26 anni, sergente torpediniere, da Genova
    Giuseppe Pili, 22 anni, fuochista ordinario, da Tortolì
    Enzo Rossi, sottotenente di vascello (direttore di tiro)
    Francesco Salvatore Tridico, 12 anni, civile di Cirò Marina (ucciso su una barca vicina dall’esplosione)

    Il resto dell’equipaggio smantellò l’accampamento di Punta Alice e partì, destinato a nuovi incarichi. Non tutti, però, se ne andarono: il marinaio Francesco Donnici, di Cariati, che ricevette il compito di fare la guardia al relitto semidistrutto della Lince, conobbe una ragazza di Cirò Marina ed in seguito la sposò e si stabilì nel paese, passandovi il resto della sua vita.
    Ad uno dei macchinisti della Lince, emigrato nell’immediato dopoguerra in Australia, toccò in sorte di avere come vicino di casa un ex membro dell’equipaggio del sommergibile britannico che aveva infruttuosamente attaccato la torpediniera al largo di Tripoli, nel gennaio 1943.
    Il cuoco di bordo della Lince, Bruno Lombardi, costruì un albergo a San Mauro a Mare (Forlì) ed ebbe l’idea, nel 1993, di organizzare presso il suo albergo un ritrovo per i sopravvissuti della Lince: insieme ad altri tre ex commilitoni, il medico di bordo riminese Falco Lazzari, il sergente torinese Antonio Chiabotto ed il sottocapo fuochista goriziano Agostino Tacchinardi, Lombardi riuscì a rintracciare i componenti del vecchio equipaggio.

    Il troncone prodiero della Lince rimase abbandonato sulla spiaggia ancora per diversi anni, visibile ricordo della tragedia, prima di essere definitivamente demolito in loco tra il 1949 ed il 1950. I resti dilaniati della poppa, invece, giacciono tutt’ora sparpagliati a diverse profondità su un’area piuttosto vasta; non si tratta di un troncone integro di nave, bensì di un gran numero di rottami, tra cui uno dei tubi lanciasiluri da 450 mm (che giace a soli quattro metri di profondità) ed uno dei pezzi da 100/47 mm, disseminati sul fondale.
    Diversi rottami della Lince (tra cui la campana, un elmetto e due delle lettere bronzee del nome) sono stati recuperati, nel corso degli anni, dal subacqueo di Cirò Marina Vittorio Papaianni, che li ha conservati per mostrarli a chi fosse interessato alla storia della nave; dovrebbero in futuro essere esposti nel Museo del Mare di Cirò Marina.

    Il settantesimo anniversario dell’affondamento della Lince, nell’agosto 2013, è stato solennemente commemorato alla presenza di alcuni sopravvissuti, di autorità civili (tra cui il sindaco di Cirò Marina Roberto Siciliani), militari (tra cui l’ammiraglio Domenico De Michele, comandante militare marittimo della Sicilia orientale) e religiose, di associazioni d’arma e della gente del luogo. Una messa è stata celebrata in memoria dei caduti, ed una corona d’alloro è stata gettata sul punto del siluramento, nel punto 39°24’8.66″ N e 17°8’53.16″ E, da una motovedetta della Guardia Costiera, mentre la sirena della motovedetta squillava ed i bagnanti a riva applaudivano con commozione (sulla spiaggia c’era anche un gruppo dell’A.N.M.I. che teneva una bandiera nazionale, mentre a gettare la corona sono stati altri membri dell’associazione); una targa commemorativa è stata posata sul relitto. Una banchina del porto è stata intitolata ai Marinai d’Italia. Il fratello di Francesco Salvatore Tridico, unica giovanissima vittima civile, e Pietro Martino, superstite mutilato dall’esplosione, hanno ricevuto delle targhe commemorative (alla cerimonia ha preso parte anche don Ernesto Terminelli, il sacerdote che aveva officiato i funerali delle vittime nel 1943). L’iniziativa ha compreso anche la lettura di documenti dell’U.S.M.M. relativi all’affondamento della nave, convegni, la mostra di reperti recuperati dal relitto e l’ascolto delle testimonianze di alcuni sopravvissuti (nel 2010 si era già tenuta a Cirò Marina, presso il Museo Civico, anche una mostra fotografica sull’affondamento della torpediniera.
    Segue la foto del Tortoliese Pili Giuseppe
    CON L’AUGURIO CHE IL SUO SACRIFICIO NON VENGA MAI DIMENTICATO.

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    Vincenzo Tancorre

    di Pasquale Mastrangelo

    (Gioia del Colle (BA), 7.7.1923 – Mare, 2.2.1942)

    Pasquale Mastrangelo per www.lavocedelmarinaio.comCarissimo Ezio,
    come promesso giorni fa, ti allego una scheda riepilogativa relativa al Meccanico Navale Tancorre Vincenzo (mio compaesano), perito a seguito dell’affondamento della regia nave Giovanni delle Bande Nere.
    Ti allego altresì un file contenente la foto da Allievo della Scuola Meccanici di Venezia, copia di una lettera inviata ad un suo amico nell’imminenza della fine del Corso da Allievo (prima di imbarcare) e della cartolina che è l’ultimo suo scritto prima dell’affondamento, praticamente sei giorni prima!
    Nel rileggere la lettera scritta al suo amico sono rimasto molto colpito dalle parole che un giovane di 19 anni sentiva di scrivere. Parole dettate dal senso di appartenenza, dallo spirito di corpo, dall’amore per le istituzioni ed il senso di Patria. Abbiamo tanto da imparare da queste frasi, soprattutto tanti giovani di questa epoca che si divertono a distruggere auto, vetrine e colpire nel cuore le Istituzioni.

    Lettera di Tancorre Vincenzo Marinaio (p.g.c. a www.lavocedelmarinaio.com)
    So’ per certo che saprai come tuo solito valorizzare questa grande testimonianza secondo i tuoi canoni e so’ di mettere “il tutto” nelle migliori mani possibili.
    Ho anche suggerito ad Aldo Capobianco cognato del TANCORRE (*) la tua amicizia su facebook. A lui puoi tranquillamente rivolgerti per eventuali altre informazioni al riguardo.
    Ti rinnovo i sentimenti di amicizia e stima e ti ringrazio per il privilegio di esserti amico.
    Pasquale Mastrangelo.

    Tancorre Vincenzo, nato a Gioia del Colle (Bari) il 7.7.1923. Frequentò la scuola per meccanici di Venezia. Perì a seguito dell’affondamento della regia nave Giovanni delle Bande Nere il 1° gennaio 1942. Fu dichiarato disperso il giorno successivo.

    (*)  https://www.facebook.com/aldo.capobianco.54


    Regia nave Dalle Bande Nere - www.lavocedelmarinaio.com
    Nota della redazione
    Giovanni Dalle Bande Nere
     era un incrociatore Leggero varato a Castellammare di Stabia il 27.4.1930. Partecipò alla Guerra dei Convogli e alla Seconda Battaglia della Sirte.
    Il mattino del 1° aprile 1942 lasciò Messina diretto a La Spezia scortato dal cacciatorpediniere Aviere e dalla torpediniera Libra.
    Alle ore 09.00, a undici miglia da Stromboli, le navi vennero intercettate dal sommergibile britannico Urge.
    Un siluro spezzò in due lo scafo e l’unità affondò rapidamente, trascinando con se 381 Marinai su 507 uomini dell’equipaggio. Fra di essi c’era anche Nicola Verdoliva nato a Castellammare di Stabia il 5.12.1916 che risultò disperso in mare. Di Lui non abbiamo nessuna foto a corredo di questo articolo ma siamo certi, ovunque si trovi con i suoi Frà che non fecero più ritorno all’ormeggio, che adesso riposano in pace fra i flutti dell’Altissimo.

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