Brioni, 8.9.1943

di Mario Casalinuovo

Ancora un ricordo, della nostra piccola grande storia dell’8 settembre 1943, che ci colse mentre frequentavamo il IX° Corso preliminare Navale nell’isola di Brioni (Pola), dove, per gli allievi ufficiali di complemento, l’Accademia navale si era trasferita da Livorno, in seguito ai bombardamenti che avevano già colpito quella città. Per gli allievi ufficiali effettivi, si era trovata, invece, altra soluzione a Venezia tra il collegio Morosini e gli alberghi requisiti.
Quando Carlo Azeglio Ciampi, Presidente della Repubblica, celebrò l’anniversario della Liberazione il 25 aprile 2003, avendo letto che era suo desiderio raccogliere quanto era stato pubblicato sia su quella ricorrenza sia sull’altra dell’8 settembre, gli mandai il mio volumetto dal titolo: “8 settembre 1943, un episodio poco conosciuto della Marina italiana. Il corso allievi ufficiali di Stato Maggiore chiuso dopo trenta anni: Brioni, luglio 1943 – Roma, dicembre 1973” (Rubettino Editore, Soneria Mannelli, 1999).

La scuola così ci consegnò alle forze armate. Per una guerra alla quale, fino agli ultimi momenti che precipitarono, forse nessuno aveva creduto, considerando che già da quasi un anno l’alleato nazista aveva aperto le ostilità, invadendo la Polonia, con il pretesto del conteso corridoio di Danzica e poi, mano a mano, volgendosi ad occidente, aveva invaso il Belgio, l’Olanda e, superando la famosa linea Maginot come se non fosse esistita, la Francia, fino ad arrivare alle porte di Parigi. Fu proprio quella incredibile avanzata dei tedeschi il motivo della dichiarazione di guerra dell’Italia perché Mussolini pensò che ormai la vittoria era stata raggiunta ed egli non poteva rimanere assente e, da vincitore, al tavolo della pace. Ci fu così l’attacco alle spalle o la pugnalata alla schiena della Francia. Le giovani generazioni, per tre anni, andarono allo sbaraglio, dalla Francia all’Albania e alla Grecia, dall’Africa alla Russia e tanti, tanti non tornarono.
Il dibattito degli ultimi anni sull’8 settembre 1943 ha visto anche confrontarsi posizioni opposte. “La patria morì” in quei due anni in cui gli italiani si trovarono da una parte e dall’altra, oppure “non morì” considerando che l’Italia legittima e la maggioranza degli italiani, anche con le forze partigiane, si trovavano schierate dalla parte giusta e contro chi aveva provocato l’immane e così tragico conflitto?
Più che gli avvenimenti è difficile, ora, riassumere i sentimenti di quei giorni.
Nati con l’avvento del fascismo e cresciuti negli anni della dittatura, alcuni di noi avevano avuto l’occasione di apprendere la verità nelle famiglie o a scuola e di aprire così, a poco a poco, gli occhi: eravamo stati, forse, dei fortunati. Certo, per me non ci fu alcun dubbio su come schierarmi dopo avere ascoltato, la sera dell’8 settembre 1943, il proclama del maresciallo Badoglio che annunziava l’armistizio. Ero anche io a Brioni, avendo chiesto volontariamente il trasferimento dalla leva di terra a quella di mare: il mare, fin dalla fanciullezza, era stato la mia grande passione. E non ebbi dubbi, soprattutto per la fine di una guerra ingiusta che in quel momento colpiva duramente anche il territorio nazionale, la stragrande maggioranza dei settecento allievi ufficiali del mio corso che seppero resistere, catturati dai tedeschi e nella prigionia, alle insistenti lusinghe fasciste per l’adesione alla repubblica di Salò.
Ha scritto Arrigo Petacco: “Vorrei chiedere a quei ragazzi del’43 che furono sorpresi in grigio verde dall’annuncio dell’armistizio: cosa ti spinse a scegliere da che parte stare: il senso dell’onore, l’opportunismo, il caso?”.
Per noi fu certamente il senso dell’onore.
Ha aggiunto Petacco: “D’altronde, non si trattava di scegliere tra il diavolo e l’acqua santa, ma fra il Duce e il Re, e l’uno non era tanto meglio dell’altro”.

E’ vero, anche se in quel momento il comportamento conclusivo e la fuga ignominiosa del re da Roma a noi erano sconosciuti. Scegliemmo secondo coscienza e secondo la nostra concezione dell’onore. Eppure, avevamo già sofferto le durissime circostanze della cattura all’arrivo, all’alba del 12 settembre, dei tedeschi nell’isola che non aveva consentito la partenza, con noi già imbarcati, del “Vulcania”, il grande transatlantico che il comando dell’Accademia aveva mandato a Brioni da Venezia, mentre gli allievi ufficiali effettivi da quella città erano riusciti a partire con l’altro transatlantico gemello, il “Saturnia”, che arrivò a Brindisi, dove i corsi continuarono a svolgersi e si svolsero anche per alcuni anni successivi. Eppure avevamo sofferto, ancora, le pene di un viaggio per mare fino a Venezia nella stiva di una vecchia petroliera e per terra stipati fino all’inverosimile in carri bestiame da Venezia a Markt Pongau (Salisburgo), dove in piena notte fummo rinchiusi in un immenso campo di concentramento con migliaia e migliaia di prigionieri di tante nazionalità. Ed avevamo, poi, maggiormente sofferto le pene del primo campo di lavoro, dove rimanemmo a lungo, costretti a turni massacranti di dodici ore di giorno e di notte, a settimane alterne, in un fabbrica di munizioni già distrutta dai bombardamenti a Norimberga e ricostruita a Imst quasi scavata nella montagna. Ed in momenti diversi di quel nostro peregrinare avevamo conosciuto per la prima volta nella nostra vita la sete (cosa tremenda!), la fame ed il freddo, vestiti come eravamo da marinai con i panni estivi dell’Accademia navale. Quindi: è certo che non sbagliammo. Ed a trenta anni di distanza, ne arrivò ufficialmente la conferma: caso unico ed eccezionale, con legge 18 dicembre 1973, n. 858, ci fu riconosciuto il grado di guardiamarina che significò il pieno riconoscimento del dovere compiuto.
La conclusione della nostra lunga avventura, che mi è particolarmente gradito qui ricordare, fu entusiasmante e commovente. Il 23 marzo 1974 ci ritrovammo a Roma, nell’Hotel Parco dei Principi di villa Borghese, per celebrare l’avvenimento: la legge che avevamo atteso per anni era finalmente arrivata, con il riconoscimento che ritenevamo di averci meritato. Fummo in tanti. Anche se preso dai miei impegni politici ed istituzionali del tempo, feci in modo di non mancare.
La Messa fu celebrata da Giorgio Battisti, toscano, compagno di corso e di prigionia, ingegnere e poi sacerdote, secondo la sua vocazione che avevamo conosciuto fin dai tempi dei campi di concentramento. Furono presenti alte autorità militari e gli esponenti politici che avevano particolarmente seguito la legge in Parlamento. Ma la presenza di maggior rilievo fu per noi quella dell’Ammiraglio Enrico Simola già, da Capitano di Vascello, comandante del nostro Corso.
La nostra storia, del tutto speciale e pur modesta a confronto degli eccezionali avvenimenti del settembre 1943, è rimasta, così, nella storia della Marina italiana.

8 settembre 1943 (Mario Casalinuovo)
di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

… un episodio poco conosciuto della Marina italiana.

Il libro di Mario Casalinuovo si legge d’un fiato ed è uno spaccato degli stati d’animo di quei giorni vissuti all’interno dell’Accademia Navale di Livorno.
Dopo l’Armistizio i vertici dell’Accademia organizzarono l’evacuazione e il trasferimento al sud di allievi e ufficiali, sia da Venezia che da Brioni. Infatti i bombardamenti su Livorno (luglio 1943), costrinsero a trasferire i corsi del ruolo normale a Venezia e quelli di complemento per lo Stato Maggiore a Brioni (Pola).
L’autore denuncia con pacatezza il ritardo e il tempo sprecato nelle operazioni di imbarco e le sofferenze patite durante la prigionia in un campo di lavoro tedesco.
Ci sono voluti trent’anni perché a questi allievi venisse riconosciuto, con la legge n. 858 del 18 dicembre1973, il grado di Guardiamarina.
Un libro che parla anche del ruolo assunto in questa vicenda da parte del Comandante l’Accademia dell’epoca ammiraglio Bacci di Capaci e del Capitano di Vascello sommergibilista Enrico Simola.

Titolo: 8 settembre 1943 – Un episodio poco conosciuto della Marina italiana;
Autore: Mario Casalinuovo;
Casa editrice: Rubbettino;
Anno di edizione: 1999;
Pagine: 55;
Dimensioni: 21×13;
Prezzo: € 6,20;

All’argomento si consiglia anche il libro di Gino Galuppini “L’Accademia Navale 1881-1981”.

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