L’opera della Marina Militare dopo l’8.9.1943

di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

Ezio-Pancrazio-Vinciguerra-www.lavocedelmarinaio.com_10All’atto dell’armistizio, la Marina eseguì l’ordine di trasferire tutte le navi a Malta, come stabilito nell’accordo concluso con gli anglo-americani.
Durante i giorni immediatamente successivi, andarono perdute 49 unità, tra cui la nuovissima Corazzata Roma, salpata la notte tra l’8 e il 9 settembre da La Spezia con le altre navi delle Forze Navali da Battaglia. L’unità, attaccata da aerei tedeschi il 9 settembre durante il transito della formazione navale al largo dell’Asinara, fu colpita da due bombe a razzo di nuovissima concezione ed affondò nel giro di pochi minuti. Tra il 9 e il 10 settembre furono affondati dai Tedeschi, sempre nelle acque della Sardegna settentrionale, i Cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi e Antonio Da Noli.
La Regia Marina si presentava allora come la Forza Armata italiana più unita e compatta, disponendo ancora di 5 Corazzate, 9 Incrociatori, 33 navi tra Cacciatorpediniere, Torpediniere e unità di scorta, 19 Corvette, 36 Sommergibili, 42 Motosiluranti e circa 400 navi ausiliarie e di uso locale. Nei giorni che seguirono l’arrivo delle navi italiane a Malta iniziò la cobelligeranza con gli alleati: a metà ottobre le Corazzate più recenti, Italia (già Littorio) e Vittorio Veneto, furono trasferite ai Laghi Amari, nel Canale di Suez, ove rimasero internate per i successivi tre anni; le altre Corazzate (Andrea Doria, Caio Duilio e Giulio Cesare) furono inviate a Taranto e destinate all’addestramento, mentre per le rimanenti unità il principale impegno fu costituito da attività di scorta di ben 1.525 convogli, sia nazionali sia alleati, fra la Italia, Malta e i porti africani; a questo si aggiungeva il trasporto di truppe alleate, il recupero di truppe italiane dalla Dalmazia, Albania e Grecia, il rimpatrio di prigionieri italiani, le azioni di infiltrazione e esfiltrazione di sabotatori e informatori, per un totale di 335 missioni.
La Marina svolse anche attività di trasporto di personale civile a vario titolo, di pattugliamento delle coste, rifornimento idrico e trasporto valori.
Durante la Guerra di Liberazione, in regime di cobelligeranza, la Marina Italiana eseguì 63.398 missioni, percorrendo 4.518.175 miglia, pari a 209 volte la lunghezza dell’Equatore.
Nel corso della Guerra di Liberazione il naviglio perduto ammontò a 24 unità, per un totale di 6.959 tonnellate, senza contare i mezzi requisiti dai tedeschi e le 199 unità da guerra in allestimento che furono sabotate affinché non cadessero nelle mani del nemico.
Fin dal novembre 1943 i militari della Marina presero parte ad azioni contro le forze germaniche a Roma, Genova, Livorno, Bastia, La Maddalena, Piombino, Portoferraio, Napoli, Castellammare di Stabia, Bari, Spalato, Teodo, Cefalonia, Corfù, Rodi, Stampalia e Lero.
L’attività dei mezzi d’assalto, tra le più brillanti della storia della Marina, proseguì anche tra il 1943 ed il 1945; all’uopo fu costituito un apposito Reparto, denominato “Mariassalto”, che portò a compimento numerose azioni belliche.
La Marina diede il proprio contributo alla lotta non solo sul mare, ma anche a terra: uno dei primi Reparti ad essere ricostituito fu il Reggimento San Marco, che affiancò da subito l’Esercito nella Guerra di Liberazione. Subito impegnato al fronte con il neo-ricostituito Battaglione Bafile nella zona di Cassino, alle dipendenze della 4a Divisione del XIII Corpo d’Armata Britannico, dopo 50 giorni di guerra di posizione fu inviato sull’Adriatico per unirsi al Corpo di Liberazione Italiano a Lanciano e rincalzare il 183° Battaglione paracadutisti della Divisione Nembo. A fine giugno il Bafile, che rimase in prima linea alle dipendenze del Corpo di Liberazione Italiano fino al 24 settembre 1944, fu raggiunto dal Battaglione Grado. A settembre il Corpo si riorganizzò nei Gruppi di Combattimento Folgore e Legnano. I Battaglioni Bafile e Grado continuarono la guerra alle dipendenze del Gruppo di Combattimento Folgore, dopo essere stati raggiunti anche da un terzo neo-ricostituito Battaglione: il Caorle.
Quando il 2 maggio i Tedeschi deposero le armi in Italia, il Reggimento San Marco era risalito fino a Faenza e contava una forza di 2.598 uomini, tra Ufficiali, Sottufficiali, Sottocapi e Comuni. Nel maggio del 1945, il Reggimento San Marco venne chiamato in Alto Adige a svolgere, insieme al Nembo, mansioni di presidio come il controllo dei valichi, la ricerca degli sbandati, il ripristino della legalità, l’individuazione di magazzini e depositi clandestini di vario genere, armi incluse. Poco dopo, la presenza del Reggimento fu richiesta in Puglia per far fronte a problemi di ordine pubblico.
Anche il Reparto Nuotatori-Paracadutisti (NP), ricostituito nel febbraio 1944 e aggregato alla 5a Armata Americana, partecipò attivamente alla Guerra di Liberazione, svolgendo azioni dietro le linee nemiche per individuare le posizioni dei cannoni a lunga gittata che stavano causando gravi perdite alle truppe anglo-americane operanti ad Anzio. Ai primi di giugno, il reparto iniziò ad intervenire lungo la costa adriatica, spostandosi continuamente tra il comando alleato e le retrovie tedesche, per infliggere danni agli avversari e fornire informazioni agli alleati. Tra la seconda metà di giugno e il dicembre successivo, gli uomini del reparto NP compirono 10 missioni di sabotaggio e osservazione nelle Marche e in Emilia, collaborando con i partigiani del ravennate fino alla liberazione della città. Le quattro missioni successive portarono alla liberazione di Chioggia e allo sbarco a Venezia dove, il 30 aprile 1945, il reparto NP fu il primo tra le truppe italiane ad entrare in città.
A Roma, 6 uomini della Forza Armata furono tra le vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatine del marzo del 1944.
Dopo la liberazione di Roma, nel giugno dello stesso anno, uomini della Marina presero parte alla Resistenza in Italia settentrionale come il Contrammiraglio Massimo Girosi che, designato Comandante della piazza di Alessandria, in Piemonte, il 28 aprile 1945 ricevette la resa delle locali forze tedesche del generale Hildenbrandt.
Tra l’8 settembre 1943 e l’8 maggio 1945 elevato fu il tributo di sangue pagato dalla Marina con oltre 10.000 uomini immolatisi sia a bordo sia a terra. Di questi, 846 avevano preso parte alla lotta partigiana. Migliaia di marinai furono fatti prigionieri dai Tedeschi a Venezia, Pola, in Francia, nei Balcani, in Grecia, a Creta e nelle isole dell’Egeo e successivamente internate in Germania, Polonia, Austria, Francia e Jugoslavia. Molti di essi parteciparono alla Resistenza degli Internati Militari Italiani nei Campi tedeschi e, all’arrivo dei Russi, alcuni proseguirono la loro detenzione in Unione Sovietica.
Il sacrificio del personale della Regia Marina è stato riconosciuto con la concessione di 52 Medaglie d’Oro al Valore Militare e di circa 3.000 decorazioni al valore.

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4 risposte a L’opera della Marina Militare dopo l’8.9.1943

  1. Gennaro Ciccaglione dice:

    I CADUTI NON VOTANO…I
    Vento, tuoni, scrosci violenti di pioggia ed all’improvviso, nel pomeriggio, il sole. Così a Campobasso sta trascorrendo il 9 settembre, la giornata dedicata alla Memoria dei Marinai, civili e militari, caduti e sepolti in mare. Scorrendo rapidamente una pagina di Google ne vedo la celebrazione a Brindisi, città delegata ufficialmente a ricordare quelle Vittime presso il Monumento al Marinaio, ma anche a Savona, a San Remo, a Grottaglie, a La Spezia, a Salerno, a La Maddalena, a Civitavecchia e chissà in quanti altre città che hanno il privilegio del… mare. Ho letto anche che ieri è stata celebrata la data dell’8 settembre (per me il giorno della farsa) e non ho letto alcuna celebrazione della data del 5 settembre: per ma la data della vergogna! Infatti proprio il 5 settembre, il generale di brigata del Regio Esercito italiano Giuseppe Castellano sottoscriveva a Cassibile, una frazione di Siracusa (la Sicilia era stata già occupata dagli Alleati) la resa senza condizione della povera Italia: un atto che divise in due non solo il nostro territorio nazionale ma anche le coscienze degli italiani, trovatisi a combattere l’uno contro l’altro. Perché ho detto prima il giorno della farsa?… perché quando giunse la notizia, portata dal Capo di Stato Maggiore Generale, il generale di C.A. Vittorio Ambrosio, al Consiglio della Corona presieduto dal re, che il generale Eisenhower aveva reso pubblica la resa italiana, l’intero consiglio assunse l’atteggiamento dei… bambini scoperti a rubare la marmellata alla mamma: la prima reazione fu “Sconfessiamo Castellano!”. Poi prevalse una linea di maggiore coerenza, se si può dire, e fu deciso di… fuggire, tutti insieme, purché di rango o quantomeno di grado elevato.
    Ed eccoci al 9 settembre. Mentre tanti fuggivano, per terra e per mare, da Roma a Pescara e da Pescara a Brindisi, ma anche dalla caserma al… portone a fianco, tanti impugnarono veramente le armi.
    Alle prime ore dell’alba, a Trieste, la Regia Corvetta Cacciasommergibili “Berenice” mollò gli ormeggi e si spinse al largo ma fu attaccata da mare e da terra dai tedeschi, ed a nulla valse l’eroismo dell’equipaggio: una delle tante cannonate ne bloccò il timone, per cui cominciò a girare in circolo, e divenne facile bersaglio fino ad essere affondata. Qualche ora dopo, nel primo pomeriggio, al traverso dell’Asinara, toccò alla Regia Corazzata Roma che non ebbe alcuna possibilità di difesa contro l’attacco aereo tedesco, condotto con estrema precisione con le nuove bombe Fritz X ed affondò, dilaniata, colando a picco e trascinando a fondo quasi 1400 uomini. Appena qualche ora prima, era ancora notte, in Calabria, l’VIII Battaglione del 185° Reggimento Paracadutisti “NEMBO”, forte (si fa per dire) di appena 400 uomini, ormai con pochi viveri, scarse munizioni ed assolutamente senza ordini, si scontrò con i due reggimenti di fanteria Edmonton e New Scotland, forti (loro sì) di circa 5.000 fanti canadesi che risalivano la Penisola dopo lo sbarco a Messina: gli italiani caddero quasi tutti. Ai Piani dello Zillastro, la località calabrese dello scontro, che diverrà più noto per gli esecrandi sequestri di persona dei nostri ultimi tempi, gli ultimi morti della guerra vecchia: contemporaneamente, o quasi, a Trieste e all’Asinara i primi morti della nuova guerra.
    Fin dal 2002 era stata promulgata la legge con cui l’Italia dedicava il 12 novembre (data del Bollettino della Vittoria sui Mari nella Grande Guerra) ai marinai deceduti e sepolti in mare. Dopo la strage di Nassiriya del 2003, quella stessa data fu riconosciuta anche quale “Giornata del Ricordo dei Caduti militari e civili delle missioni internazionali per la pace” e successivamente fu spostata al 9 settembre, giorno dell’affondamento della Regia Corazzata Roma, quella della memoria dei marinai che comunque riuniva il sacrificio dei marinai militari e civili.
    Ebbene, se la mia voce non fosse così flebile da non giungere ad alcun parlamentare, vorrei proprio chiedere al Legislatore chi ricorderà quanti pur non essendo marinai sono deceduti, rimanendo sepolti in mare, in operazioni di guerra? Ma ce ne sono?… potreste chiedermi, care amiche ed amici internauti che pazientemente mi avete letto! Certo che ce ne sono, e sono tanti, proprio tanti… Io ho scritto, altrove, Fanti per mare e Marinai per terra. Non si può non pensare a tutti quei soldati catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre nell’Egeo ed annegati sulle carrette del mare con cui gli ex alleati li stavano deportando in Germania, quelle carrette del mare che si chiamavano Sinfra (2.98 morti), Oria (4.078 morti), Petrella (2670 morti), Ardena (770 morti, erano i pochi sopravvissuti di Cefalonia) ed ancora Donizetti, Mario Rosselli, Maria Amalia, Alma. Non si può non pensare anche alla stessa Campobasso. Avete letto bene, Campobasso, quel logoro e scricchiolante piroscafo, affondato dagli inglesi la mattina del 4 maggio 1943, quell’ansimante piroscafo che aveva a bordo un equipaggio di marinai civili (un centinaio di uomini) una cinquantina di marinai di leva destinati alle basi di Tunisi ma anche soldati, soldati del Regio Esercito addetti alla difesa antiaerea e, solo da poco identificato, un ufficiale commissario di bordo, il tenente Vincenzo D’Alessandro, da Manfredonia, prima vicebrigadiere dei carabinieri e poi ufficiale dei Reparti d’Assalto, combattente della Grande Guerra, imbarcato proprio sul piroscafo che portava il nome della nostra città, del nostro capoluogo di regione, quella carretta del mare che, come ha scritto Daniela Inguerra “compì comunque il suo dovere fino in fondo”. Chi al proprio dovere, invece, si sottrae è l’amministrazione della città, ma anche quella della regione e della Provincia, che non si sono mai finora degnati di ricordare e di onorare in qualche modo quei Caduti.
    Del resto, si sa, i Caduti non… votano!

  2. Ciro Laccetto dice:

    “Volutamente non mi soffermo sui fatti e sulle vicende legati all’8 settembre 1943, credo che sarebbe il momento giusto a distanza di quasi 70 anni scrivere, con onestà, le vicende italiane legate alla partecipazione a quella guerra, senza alcun tentennamento di sorta legato ad eventuali pareri che provocherebbero le proteste ingiustificate dei soliti noti esponenti faziosi e, retoriche considerazioni che fino ad oggi riescono a dividere i pareri degli Italiani, cosa questa che in nessuna nazione coinvolta in quella guerra accade.�Può essere questo il segno che la tanto forte democrazia che si è instaurò dopo il 1945 tanto forte in effetti non fu, soprattutto se, ancora adesso, non si aprono gli archivi storici e si ha ancora la paura di dire la verità non celata da bugie, convenienze e tornaconti.”

  3. Salvatore Cagliari dice:

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  4. Gianluca Vallone dice:

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