Sommergibile Leonardo da Vinci – Pericolo a Bordo – Capitolo IV – L’epilogo

di Sergio Avallone
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Questo episodio di vita vissuta a bordo del sommergibile Leonardo Da Vinci è dedicato al marinaio Agostino Sommella.

Capitolo IV – L’epilogo
sergio avallone per www.lavocdelmarinaio.comDi tanto in tanto si sentivano le bombette da esercitazione che scoppiavano, ma non producevano veri scoppi, solamente il rumore come se un oggetto di metallo battesse sullo scafo.
La navigazione in immersione procedeva lenta  e calma, senza nulla da segnalare.
Ma il pericolo era in agguato.
Il battello procedeva nel mare infinito e nell’incognita oscurità.
Mentre parlavamo, una lampadina tra i due motori, si spense e Capo Zecca, mi chiese di cambiarla. Salii sulla pesante cassa, posta proprio sotto la lampadina  e, reggendomi al maniglione saldato al soffitto che serviva per sollevare le testate dei motori, presi a svitare la protezione di vetro. Svitai la lampadina fulminata, e dopo avergliela data, lui mi passò quella funzionante. Mi trovavo in  una posizione precaria e cercavo di posizionarmi meglio. Non ebbi il tempo il pensare e per mia fortuna non lasciai il maniglione. Quando il battello improvvisamente mise la prua in giù, la pesante cassa sotto i miei piedi, benché fosse appoggiata sopra un telo imbottito, scivolò via, lasciandomi sospeso in aria, a più di tre metri di altezza e,  con un’inclinazione simile e da quell’altezza, se mi fossi lasciato andare, sarei finito sulla cassa, che si era fermata contro la paratia stagna. La lampadina, mi scivolò dalle mani, e finì contro la paratia frantumandosi. Le altre casse più piccole scivolarono anch’esse via, andando ad ammassarsi su quella più grande, capovolgendosi e lasciando uscire il loro contenuto.
Anche Capo Zecca, dovette attaccarsi ad una delle colonnine che fungevano da sostegni della pedana, e facendo forza sulle braccia, sollevò i piedi, appoggiandoli sugli avviatori ad aria  del Motore 3. Intanto le braccia, cominciavano a dolermi. Era ora che escogitassi qualcosa, mentre capo Zecca, mi urlava, di non lasciare la presa. In tutta sincerità non ne avevo nessuna intenzione, però dovevo fare qualcosa…
Iniziai a farmi dondolare e, dopo vari tentativi, riuscii ad aggrapparmi con un piede alla ringhiera ai lati della passerella, e pian piano riuscii a mettere un piede sui collettori di scarico, del motore 4 potendo cosi, riposare le braccia.
Mi trovavo nella stessa posizione di Capo Zecca. Eravamo l’uno di fronte all’altro, ci guardavamo senza capire cosa fosse successo. Restammo in quella posizione per circa mezzora, quando l’inclinazione, cominciò a diminuire.  Lo scafo perse un po’ della inclinazione iniziale e  noi potemmo finalmente appoggiare i piedi sulla pedana.
Volevamo spostare la cassa grande dalla porta stagna, per facilitare il passaggio, ma era troppo pesante, e non riuscimmo a spostarla neanche di due dita. Non ci restava altro da fare che attendere il passaggio di qualcuno.
Finalmente dalla porta stagna di poppa, che era restata chiusa per tutto il tempo, sbucò   l’elettricista Muraro, la scavalcò e la agganciò in modo semiaperta. Arrivò alla seconda, dove trovò noi, alle prese con quella pesantissima cassa.
Ci  facemmo aiutare, il pericolo era scampato.
Dopo che la cassa fu rimessa al suo posto, raccolsi i pezzi di vetro sparsi  alla  base della paratia e, quando finalmente tutto ritornò in ordine, andai a sedermi proprio su quella cassa anche se l’assetto non era ancora regolare e un po’ di inclinazione ci rendeva l’equilibrio precario.
Capo Zecca, sulla cassa più piccola, con una gamba sul sedile e una a penzoloni sull’altra, aspettava che qualcuno portasse qualche informazione.
Ero preoccupato, ma non pensavo affatto a quello che stava succedendo.
Chiesi a capo Zecca, se potevo fumare. Lui mi rispose, che non avevano diramato nessun divieto. Mi accesi una sigaretta. Mentre tiravo la prima boccata di fumo, dalla porta stagna sbucò il  Direttore  di bordo che frettolosamente si dirigeva verso poppa. Passando mi diede un’occhiata veloce e sparì dietro la porta stagna del locale Quadri Elettrici.
Passarono appena una manciata di minuti che lo vidi rispuntare. Era arrivato alla porta stagna che divideva la sala macchine di poppa con quella di prua. Forse ebbe un ripensamento, ritornò sui suoi passi, e si fermò di fronte a me. Io feci per alzarmi, per una forma di rispetto, ma lui mi appoggiò una mano sulla spalla, trattenendomi. Il suo viso era cereo e i suoi occhi arrossati. Capii subito che la situazione era molto seria. Il suo sguardo gelido e penetrante, mi fissava, poi urlando mi ordinò di spegnere la sigaretta mentre io, stando seduto sulla cassa, vidi le dita delle sue mani stringersi, fino a che le nocche diventarono bianche, per la stretta nervosa. Pensai che volesse colpirmi. Restò immobile, ancora qualche istante, mentre i suoi occhi continuavano a fissarmi. Poi ricomponendosi  si girò verso prua e velocemente sparì oltre la porta stagna del locale macchina di prua.
Capo Zecca, aveva assistito alla scena muto e con gli occhi sbarrati.
Devo confessare, che il direttore, in quei momenti mi fece paura.  Anche se  quando mi capitava di incontrarlo,  lo vedevo come un uomo molto serio, legato al suo lavoro. Forse il suo atteggiamento era dovuto alla sua grande responsabilità.
Intanto io e capo Zecca restammo muti e ignari di quello che stava succedendo…
Mi alzai e andai verso il portacenere. Tenni ancora la rimanenza della sigaretta tra le dita, mentre nella mia mente si faceva strada la domanda di cosa poteva essere accaduto. Certo doveva essere successo qualcosa di grave, pensai tra me. I nostri sguardi si incrociarono diverse volte, senza commentare. Sembrava che le nostre lingue, in quella strana attesa, si fossero incollate al palato. Aspettavamo qualche buona notizia…

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Il silenzio regnava sovrano e il cuore cominciava a battere con un ritmo più veloce.
Io ero arrabbiato e ripensando all’episodio avvenuto, mi domandavo cosa aveva reso così iroso il Direttore.
Era a causa della sigaretta accesa, oppure per la mia indifferenza per quello che stava succedendo. Non mi sentivo in colpa, ero solo uno spettatore che aspettava la risoluzione del caso.
Il  silenzio plumbeo  ci dominava.
Andai in direzione del portacenere contenente dell’acqua e  con rabbia vi buttai  dentro il mozzicone della sigaretta, mentre capo Zecca osservava silenziosamente.
In quei brevi momenti, quando ormai la rabbia stava impossessandosi anche di me, mi vennero in mente le parole di mio padre, quando prima di partire mi raccomandò di non scegliere reparti pericolosi. Ma era tardi per i ripensamenti, oramai mi trovavo ad un passo dal baratro più profondo del nulla. Cosa fare?  Mi dissociai dai miei pensieri più oscuri e ritornai a riconquistare la calma perduta. In quei pochi ma lunghissimi e tragici momenti,  pensavo egoisticamente e solamente che  non potevo finire i miei giorni, in un modo così banale. Cercai di scrollarmi di dosso la paura, pensando  ad altro.
Cercavo di  scrollarmi di dosso quelle stupidaggini a cui, nella mia giovane esistenza, non avevo mai dato importanza…
Intanto sentii la  pedana vibrare e benché  i miei piedi poggiavano  su quel telo imbottito,  percepii un fremito. Anche capo Zecca lo avvertì e si girò subito a fissarmi. I nostri sguardi si incrociarono nuovamente senza parole.
La poppa si alzò di nuovo e noi due dovemmo aggrapparci nuovamente per non cadere nel vuoto che si era creato,  come era successo qualche attimo prima.
Le casse scivolarono nuovamente via,  terminando la loro corsa contro la stessa  paratia, con un tonfo sordo e, dopo un secondo le casse più piccole rotolarono e finirono sopra quella più grossa, ostruendo la base della porta stagna.

510 sommergibile L. Da Vinci - www.lavocedelmarinaio.com

Io ero aggrappato ad una delle colonnine di sostegno della pedana e fortunatamente questa volta accorgendomi del nuovo cambio di assetto, cercai di appoggiare i piedi su una delle testate del motore 4, restando in piedi, anche se in un equilibrio precario.
Capo Zecca avrebbe potuto lasciarsi scivolare sulla pedana, ma preferì restare dove si trovava. Dopo interminabili minuti, il battello si raddrizzò e, mentre cercavo di rimettermi sulla pedana, mi sembrò di capire che stessimo galleggiando. Sentivo il dolce dondolio sull’acqua, o forse non era così.
Non mi ero sbagliato. Capo Zecca, mi si avvicinò e sorridendo, mi abbracciò dicendomi:
– “ Siamo fuori!”.
Poco dopo udimmo la voce del Comandante dall’interfono, raccontando quello che era accaduto all’equipaggio…
Siamo nei pressi di una foce di un fiume, e per nostra iellata sorte, essendo l’acqua dolce più pesante di quella salata, l’assetto del battello è cambiato. Si è appesantito ed ha cominciato ad affondare. Per fortuna abbiamo trovato delle colline di fango altrimenti avremmo picchiato di prua sul fondale, con chi lo sa quali risultati. Abbiamo provato con i Motori elettrici, ma senza risultato. Abbiamo svuotate le casse  di assetto e di immersione, ma senza esito. Alla fine abbiamo provato a mandare aria dai tubi lancia siluri. In questo modo il fango si è sfaldato e il battello, si è liberato, emergendo di poppa”.
Poi come, ultima notizia che fu quella che ci rese felici, disse:
– “E  adesso rientriamo agli ormeggi”.
La voce del comandante si interruppe e il telefono interno fece risentire quel suo suono che sembrava l’abbaiare di un cucciolo di cane. Capo Zecca rispose e quando riagganciò la cornetta, mi impartì l’ordine, di avviare i motori, 3 e 4.
I motori ripresero a  farci sentire il loro amato rombo e aumentarono i giri, mentre il battello, con una piccola vibrazione, si mosse.
Rientrammo ad Augusta.

modellino sommergibile Da Vinci (f.p.g.c. Sergio Avallone a www.lavocedelmarinaio.com
Durante le operazione di routine, notai Capo Zecca che mi guardava in un modo strano. Nella mente mi passò un pesante pensiero. Intuii che dietro di me ci fosse qualcuno e, di istinto, mi voltai.  Quando vidi chi era, ebbi un tonfo al cuore. Era il direttore. In quel momento era l’ultima persona che avrei voluto avere davanti. I miei occhi si incontrarono con i suoi e non fu una bella vista. Stavo gelando per il timore di quello che mi sarebbe capitato.
Però notai subito che i suoi occhi non erano più arrossati, ma brillavano. Non capivo il perché di quella presenza. Forse era ritornato per infliggermi una punizione, o chi lo sa cosa altro. Scattai sull’attenti  e attesi la mia sorte.
Il direttore, si limitò solo a guardarmi poi, con uno scatto si girò verso poppa, andò oltre, verso la sala quadri.
Io mi rasserenai anche perché il mio pensiero volò verso casa mia, esattamente a mio Padre, ed ero contento per due ragioni:
– la prima perché avevamo scampato il pericolo;
– l’altra perché  mio Padre, non avrebbe avuto modo di dire “Io lo avevo detto”.
Il Direttore si ripresentò davanti a me, abbozzò un sorriso e proseguì verso la camera manovra, dove lui operava. Io, quasi soggiogato nella mente, continuai a tenere lo sguardo su di lui, intanto  che oltrepassava la porta stagna della sala Macchine di prua fino in mensa.
Capo Zecca era ritornato a sedersi e, mentre mi guardava, sorrideva.
Io ritornai a svolgere il mio compito, mi venne da sorridere.
Capo Zecca allegro mi disse:
– “Dai, dai, non darti troppe arie!” e ci rise sopra.
Arrivammo all’interno del porto.
Dall’interfono venne dichiarato “POSTO DI MANOVRA; POSTO DI MANOVRA”.
Nei locali ci fu come sempre il solito via vai, mentre io mi sedetti al mio posto, alla cuffia, e risposi. “LOCALE MACCHINA ADDIETRO, RICEVUTO. Dopo di me dalla sala macchine di prua, sentii la voce di Agostino che dava il (RICEVUTO).
Alle 22.00 il posto di manovra terminò. Fermammo i motori e alla spicciolata, ognuno uscì dai portelli, avviandosi alla passerella.
Mi arrampicai sulla scaletta del portello  della sala macchine e fui all’aperto.
La brezza fresca mi fece rabbrividire. Il cielo era sereno e pieno di stelle. Per un momento guardai il cielo e,  tra me e me, ringraziai Dio, di poterlo osservare ancora quel cielo trapunto di stelle. Poi scrollai le spalle e sospirando, mi dissi. “E questa é la vita del sommergibilista.”
Scesi a terra, raggiunsi Agostino e Ruggiero, che mi stavano aspettando, e insieme ci avviammo verso la caserma. Eravamo lieti di  poter respirare l’aria fresca della sera, e di avere un’avventura in più, da  poter raccontare.
FINE

Sergio Avallome e i ragazzi del sommergibile Da vinci - www.lavocedelmarinaio.com
PER I LETTORI DE LAVOCEDELMARINAIO.COM
Nella speranza che il mio racconto sia stato gradito, approfitto per mandare a te carissimo Ezio e alla redazione, i miei più sinceri saluti. Permettimi di aggiungere che sono stato felice di avere calpestato le pedane del sommergibile Da Vinci, regalandomi così una parte di quei ricordi, che avevo lasciato a riposare nel tempo ormai passato.
Volevo sottolineare che nel lontano 67/68, mentre camminavo per la strada, fui fermato da un ragazzo di Gaeta, la mia città, che non conoscevo e che mi domandò:
– “Sei tu Avallone  Sergio?”.
– “Si” risposi. Scusami ma quale è il motivo?” Gli domandai.
Lui sorrise, e poi mi disse.
“Sono imbarcato sul sommergibile Leonardo Da Vinci, e datosi che sono motorista, un giorno scendendo in sentina per controllare il pozzetto dell’olio, sul motore elettrico di destra, sotto il motore numero tre, ho visto scritto il tuo nome e cognome, e la città”.
Aggiungo un caldo saluto, e un augurio di buon proseguimento di vita.
Sergio Avallone
Via Monte  Rosa 7
04024 GAETA ( LT)

Sergio Avallone per www.lavocedelmarinaio.com (f.p.g.c. autore)

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20 risposte a Sommergibile Leonardo da Vinci – Pericolo a Bordo – Capitolo IV – L’epilogo

  1. salvatore dice:

    Con infinita stima a questo mio compaesano a cui sono sicuro avrò il piacere di stringere la mano.DiTucci Salvatore

  2. EZIO VINCIGUERRA dice:

    Queste sono emozioni allo stato puro. Grazie Sergio Avallone per avermi commosso. Un abbraccio a te, ai tuoi cari e ai caetani grande come il mare e come il tuo cuore.
    Ho pubblicato la parte finale facendola coincidere con lo stesso giorno dell’affondamento del regio sommergibile Da Vinci avvenuta il 25.5.1943. Tutti persero la vita.
    Noi siamo invece qui a raccontare per non dimenticare mai e per dare “voce” a tutti i Marinai di Buona Volontà e di Misericordia come gli appartenenti a questo favoloso gruppo che mi onori e pregio di presiedere.

  3. Francesco Ortega dice:

    R.I.P.

  4. Roberto Tento dice:

    r,i,p,

  5. Marinaio di Lago dice:

    Un abbraccio a Sergio Avallone e un ringraziamento per averci raccontato questa sua storia e Onori agli equipaggi del sommergibili Da Vinci

  6. Ciro Laccetto dice:

    Ciao Luis

  7. Italo Monsellato dice:

    Ezio la storia è bellina, un po romanzata, questi sguardi continui molto lunghi e silenziosi ….. il Direttore che passa e ripassa guarda il Marinaio, lo guarda ancora, lo guarda più intensamente …. mi sembra molto poco autentica, Capo Zecca che potrebbe fare la cosa più semplice ossia chiamare la manovra e chiedere cosa stà succedendo, invece si attarda a guardare (sempre in silenzio) il Marinaio. No, francamente non mi piace, manca di realtà. Tutto ciò ovviamente secondo il mio personale parere.

  8. EZIO VINCIGUERRA dice:

    🙂 … forse erano altri tempi carissimo Italo Monsellato, a me è piaciuto l’epilogo che da un senso alla vita dei tanti “delfini” che hanno dato aria alla rapida. Spero di abbracciarvi presto.

  9. Giuseppe Rizzi dice:

    Ti ringrazio Ezio Pancrazio Vinciguerra del pensiero.

  10. EZIO VINCIGUERRA dice:

    grazie a te carissimo e stimatissimo Giuseppe che siete stati nella pancia del delfino … chissà quante storie avrai anche tu da raccontare ai posteri. Un abbraccio grande come l’immenso blu

  11. Carlo Di Nitto dice:

    condivido

  12. Enzo Arena dice:

    Ciao Sergio. Grazie per il tuo racconto di vita vissuta. Un fraterno abbraccio.

  13. Filippo Bassanelli dice:

    Sei grande Ezio Pancrazio Vinciguerra.

  14. EZIO VINCIGUERRA dice:

    buongiorno Capo Filippo Bassanelli, auguri di buon onomastico.
    p.s. non mi fare arrossire grazie per il complimento ma grazie soprattutto a te e alla vostra generazione di marini di una volta: i marinai per sempre!

  15. avallone sergio dice:

    Egregio signor monsellato. Quello che io ho scritto corrisposnde averità. Lei non c’era in quei momenti, e poi mi meraviglio di lei che non ha saputo capire cosa passava nelle nostre menti in quei momenti, Il direttore doveva passare per forza di cose, perché aveva delle mansioni e con la preoccupazione che lo divorava. Avrebbe dovuto esserci lei al mio posto.Comunque, Capo Zecca non aveva nessuna autorità per andare in camera manovra e chiedere cosa stava succedendo e se lei non se ne ricorda in quei casi, nessuno,dicoNESSUNO,poteva muoversi dal suo postole auguro buon proseguimento.

  16. Stefano dice:

    Bel racconto mentre lo leggo sembra di essere lì e poi si imparano cose nuove l’acqua dolce era più pesante dell’acqua salata non la sapevo!

  17. Sergio Avallone dice:

    Terrç strette al mio cuore queste tue parole dettate dal sentimento più nobile. (L’AMICIZIA.) un grande abbraccio da un delfino.

  18. EZIO VINCIGUERRA dice:

    Grazie a te Sergio per averci regalato queste tue personalissime emozioni che abbiamo felicemente condiviso, con la fraterna amicizia che contraddistingue noi marinai, con i naviganti del blog.

  19. Antonio Pascale dice:

    bel racconto, bello poterlo raccontare…
    Non dimentichiamo che in certo momenti gli attimi diventano interminabili e rimangono impressi nella memoria come fossero durati ore.

  20. Marco Pozzi dice:

    Ringrazio Sergio Avallone per avermi fatto conoscere questo episodio, a noi sconosciuto, della vita professionale di mio padre ..

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