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    16.2.1923, disarmo regia nave Regina Elena

    di Carlo Di Nitto

    La regia nave da battaglia di 1a classe “Regina Elena”, classe omonima era una bella e possente unità che dislocava 13804 tonnellate a pieno carico. Costruita nei cantieri dell’arsenale Marina Militare di La Spezia, fu varata il 19/06/1904 ed entrò in servizio l’ 11/09/1907.
    Nei primi anni svolse intensa attività di squadra e di rappresentanza. Nel corso della guerra Italo – Turca, scortò i convogli diretti a Bengasi ed appoggiò gli sbarchi e l’occupazione delle città libiche. Contribuì all’occupazione di Rodi e delle altre isole del Dodecaneso, effettuando numerose crociere nel mar Egeo.
    Durante la Prima Guerra Mondiale, essendo ormai tecnicamente superata, svolse attività bellica assai limitata, prevalentemente in Adriatico. Dopo il conflitto passò in disponibilità e usata come nave scuola per sottufficiali e allievi torpedinieri.

    Nel 1921 venne declassata a “Corazzata Costiera”; posta in disarmo il 16/2/1923, venne radiata il 15 marzo successivo.
    Il suo motto fu “Pro Patria et Rege”.

    REGIA NAVE DA BATTAGLIA REGINA ELENA – Una suggestiva immagine da prora della prora


    CONSEGNA DELLA BANDIERA DI COMBATTIMENTO ALLA REGIA CORAZZATA “REGINA ELENA”

    Domenica 21 aprile 1907, a La Spezia, il re Vittorio Emanuele III dopo aver presenziato in arsenale al varo della nave da battaglia Roma (2^), nel corso di una solenne cerimonia consegnò la Bandiera di combattimento alla regia corazzata “Regina Elena” (comandante, capitano di vascello David Gerra). L’artistico vessillo, racchiuso in un elegante cofano e benedetto dal vescovo di Luni – Sarzana (poi La Spezia), monsignor Giovanni Carli, era stato eseguito e ricamato dalle allieve della Scuola professionale di Roma sopra tessuti serici di produzione italiana.

    Dopo i discorsi di rito, e la firma del verbale di consegna, il comandante affidò la Bandiera ai guardiamarina Zina e Grana che l’alzarono al picco di maestra tra le salve delle artiglierie di bordo ed il saluto dell’equipaggio.Nella foto è ripreso questo momento della cerimonia.
Una curiosità: la Regina non poté presenziare alla cerimonia per un malore dovuto all’appena iniziata gravidanza della futura principessa Giovanna.
La Regia Nave da Battaglia “Regina Elena” entrò in servizio nella Regia Marina il successivo 11 settembre. Fu radiata nel 1923.

    a cura Fernando Antonio Toma


    Questa cartolina commemorativa d’epoca illustra il varo della regia nave Roma. A La Spezia il re Vittorio Emanuele, dopo aver presenziato in arsenale al varo della nave da  battaglia Roma (classe Vittorio Emanuele), nel corso di una solenne cerimonia consegnò la bandiera di combattimento alla nave da Battaglia Regina Elena. Per l’occasione fu coniata una medaglia commemorativa con il motto “Pro Patria et Rege” scelto proprio dalla stessa regina.

    Dello stesso argomento sul blog:
    https://www.lavocedelmarinaio.com/2019/04/21-4-1907-consegna-bandiera-combattimento-alla-regia-nave-regina-elena-e-varo-regia-nave-roma/
    https://www.lavocedelmarinaio.com/2015/10/augusta-li-13-10-1907-saluti-dalla-regia-nave-regina-elena/

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    16.2.1893, entra in servizio regia nave Lombardia

    di Antonio Cimmino e Carlo Di Nitto

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    Incrociatore corazzato LOMBARDIA
    Progettato: Edoardo Masdea (Ingegnere generale)
    Classe: Regioni (Calabria, Elba, Etruria, Liguria, Puglia, Umbria)
    Impostato: 19 novembre 1888
    Varato: 12 luglio 1890
    In servizio: 16 febbraio 1893
    Dislocamento: 2.800 tonn (a pieno carico) – 2.389 tonn (normale)
    Lunghezza: 84,80 metri (fuori tutta) – 80 metri (fra le perpendicolari)
    Larghezza: 12,03 metri
    Immersione: 5,20 metri
    Apparato motore: 4 caldaie; 2 motrici alternative verticali a triplice espansione; 2 eliche
    Potenza: 7.000 cavalli vapore
    Combustibile: 500 tonnellate di carbone
    Velocità massima: 17 nodi
    Autonomia: 2.500 miglia a 10 nodi
    Protezione: 50 mm sul ponte e torrione
    Artiglieria: 4 cannoni a tiro rapido da 152/32; 6 cannoni singoli tipo Elswick Pattern da 120/40 mm; 8 cannoni singoli tipo Hotchkiss Mk a tiro rapido da 57 mm; 8 cannoni singoli a tiro rapido tipo Hotchkiss da 37 mm; 2 mitragliere; 3 tubi lanciasiluri da 450 mm
    Alberatura: 2 alberi a vela trasformati in alberi militari nel 1905
    Equipaggio: 257 uomini
    Radiata: 4 luglio 1920.

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    REGIO ARIETE TORPEDINIERE “LOMBARDIA”
    di Carlo Di Nitto

    Il regio ariete torpediniere (incrociatore) “Lombardia”, classe omonima o classe “Regioni”, dislocava 2800 tonnellate a pieno carico. Era stato varato il 12 luglio 1890 nei Cantieri di Castellammare di Stabia ed era entrato in servizio il 16 febbraio 1893. Come le altre unità della classe di appartenenza, la costruzione di questo incrociatore fu più ispirata ai servizi stazionari oltremare piuttosto che ad un impiego di squadra, a causa della sua scarsa velocità e protezione.
    Dal 17 ottobre 1895 all’8 aprile 1896 fu inviato in Brasile con la missione di proteggere in quelle acque gli interessi nazionali. Il 17 dicembre 1895 si trovava a Rio de Janeiro dove imperversava una epidemia di febbre gialla che stava mietendo migliaia di vittime tra la popolazione. Con autentico spirito di generosità, eroismo e fratellanza l’equipaggio della nave si impegnò per soccorrere gli ammalati, ma ben 137 marinai morirono per aver contratto il morbo. Tra i primi morti il Comandante, C.F. Antonio Olivari. Alla memoria del loro sacrificio, nel cimitero di Cajù, venne eretto un bel monumento che ancora oggi testimonia la nobiltà di questi splendidi Marinai italiani.
    Rientrato in Italia, il “Lombardia” svolse prevalentemente attività di squadra. Nel 1901 venne inviato nei mari della Cina dove soggiornò lungamente cooperando alle operazioni dei reparti da sbarco per la difesa delle delegazioni a Pechino.
    Nel periodo dal 1903 al 1905 operò in Mar Rosso per missioni di servizio coloniale, anti rivolta e di rilievi idrografici. Rientrato nel Mediterraneo fu destinato brevemente nelle acque di Creta. Dopo il rimpatrio, fino al 1908, subì lavori di trasformazione in nave appoggio sommergibili. In questo ruolo partecipò alla guerra italo – turca e alla prima guerra mondiale, continuando tale attività sino al 18 aprile 1920, quando venne posto in disarmo.
    Il 4 luglio 1920 fu radiato e venduto a privati per la demolizione.
    ONORE AI CADUTI DI NAVE “LOMBARDIA”, non soltanto “uomini di mare e di guerra” ma anche generosi “uomini di pace”.

     

    Centinaia di marinai muoiono di febbre gialla in Brasile (19.11.1888).
    L’articolo è dedicato ai Marinai Lombardi che navigano su questo blog.

    antonio-cimmino-per-www-lavocedelmarinaio-com_1Nel 1887 l’Italia, per incrementare più velocemente la sua flotta militare, acquistò dal cantiere americano Armstrong-Elsiwick una nave con scafo in acciaio classificata come “ariete-torpediniere”. Denominata Dogali, l’unità possedeva uno sperone a prora, sotto la linea di galleggiamento, nonché una compartimentazione interna di tipo cellulare che assicurava la galleggiabilità anche in caso di falle alle murate sotto il ponte corazzato.
    Lo sperone, nonostante il rapido mutamento della tattica navale che cominciò ad adottare cannoni a retrocarica di potenza e portata mai viste fino ad allora, fu eliminato dalla costruzione navale solo dopo la guerra russo-giapponese (1904-5) che dimostrò che non erano più possibili combattimenti ravvicinati con speronamenti della carena della nave avversaria.
    Il Generale Ispettore del Genio Navale, il napoletano Edoardo Masdea (che fu Direttore anche del regio cantiere di Castellammare di Stabia), sulla scorta delle caratteristiche del Dogali, progettò una serie di navi, sempre classificate come “ariete-torpediniere” ed inquadrate nella classe Regioni o Lombardia e cioè: Lombardia, Umbria, Etruria, Liguria, Elba e Puglia.
    Il Lombardia e l’Elba furono costruite nel cantiere navale di Castellammare di Stabia. La prima nave della serie, fu il Lombardia.. L’apparato motore era costituito da 4 caldaie alimentate a carbone e 2 motori alternativi che sviluppavano, sulle due eliche, una potenza di 7.000 cavalli per una velocità di 17 nodi.
    In origine, unitamente alle altre unità della stessa classe, il Lombardia possedeva 2 alberi velici trasformati, poi, in alberi militari. Le unità della classe Regioni risultarono poco protette avendo solo il ponte corazzato, ma dotate di buona stabilità in quanto riuscivano a tener bene il mare in condizioni meteorologiche difficili. Tale caratteristica era molto importante sia per la manovrabilità e sia soprattutto per la precisione dei tiri di artiglieria.

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    Consegnato alla Regia Marina il 16 febbraio 1893 a Napoli al comando del Cap. di fregata Michele Zattera, dopo una crociera in Marocco e nei Dardanelli, il Lombardia salpò, il 17 ottobre 1895 per l’America Meridionale e arrivò a Bahia il 18 novembre ed a Rio de Janeiro il 17 dicembre. Qui si trovò nel bel mezzo di una epidemia di febbre gialla che mieteva migliaia di vittime tra la popolazione. Spinti dalla solidarietà e da altruismo, caratteristiche di tutti i marinai,l’equipaggio della nave si adoperò per soccorrere gli ammalati. Ma ben 137 marinai contrassero la pestilenza e morirono. A ricordo del loro sacrificio, il Circolo Operaio e la Società Italiana di Beneficenza e di Mutuo Soccorso di Rio, nel 1901 eressero nel cimitero di Cajù, un monumento. Un obelisco sormontato da una statua rappresentante l’Italia con alla base un’altra statua di un marinaio con la bandiera ammainata, da più di un secolo testimoniano l’eroismo dei marinai del Lombardia.
    Alcuni marinai furono insigniti di onorificenze.
    Medaglie d’Argento al Valor Militare “alla memoria” furono concesse al 2° Capo Cannoniere Vittorio Grassi ed al 2° Capo Timoniere Antonio Ortolani con la seguente motivazione:” Sin dal primo infierire dell’epidemia, stante le deficienze di infermieri, si offerse, con grande spontaneità, di accorrere nell’assistenza di molti ammalati, essendo di esempio agli altri che lo seguirono tanto che finì, dopo aver durato lungo tempo, di cadere vittima del proprio dovere”.
    Medaglie di Bronzo furono concesse al Cannoniere Francesco Colantonio, al Sottomaestro Veliero Gaetano Montera ed al Sottocapo Torpediniere Francesco Pepeperché, ognuno di loro, “ Si offrì volontariamente per assistere i compagni colpiti a bordo da una epidemia di colera, mostrandosi zelantissimo e sprezzante del gravissimo pericolo cui andava incontro. Stessa medaglia anche al Marinaio Infermiere Gaetano Ricciardi perché:” Durante tutta la lunga durata che ebbe l’epidemia compì il suo ufficio in modo inappuntabile, giorno e notte, dimostrando, oltre che coraggio, intelligenza, tanto da destare l’ammirazione generale”.

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    Dopo una quarantena nell’Isola Grande, l’unità fece ritorno a La Maddalena il 15 maggio 1896. dopo alcune crociere nel Mediterraneo, il 15 ottobre 1902 salpò per la Cina ove era scoppiata la cosiddetta rivolta dei Boxer, stazionando in quelle acque fino al 1903. I Boxer, letteralmente “pugilatori” e in cinese “ pugni patriottici”, faceva parte di una società segreta che si prefiggeva di contrastare l’infiltrazione e l’espansione degli occidentali in Cina. Dopo rivolte ed eccidi, le potenze occidentali ed il Giappone, inviarono numerosi contingenti militari e debellarono, nel sangue, la rivolta e costrinsero la Cina a svantaggiose condizioni di pace. L’Italia inviò numerosi navi ed un contingente di marinai del Battaglione San Marco; i marinai si distinsero per coraggio e molti furono decorati con numerose onorificenze. Nella città di Tien Tsin l’Italia ottenne una concessione perpetua che fu restituita ufficialmente alla Cina solamente nel 1947 in virtù del Trattato di Parigi.
    Al rientro dalla Cina, il Lombardia si recò diverse volte nel Mar Rosso, dal 1903 al 1905, presso il Comando della Stazione Navale del Mar Rosso e Oceano Indiano, sempre per tutelare gli interessi nazionali. L’Italia, infatti, imitando le altre potenze europee, alla fine dell’800 costituì sue colonie nel Corno d’Africa. Basi commerciali, accordi, protettorati ed occupazioni militari resero sempre più massiccia la presenza italiana in tale settore, favorita anche dall’apertura, nel 1869, del canale di Suez. Nel 1905 con un accordo con la Gran Bretagna fu proclamata la colonia italiana di Somalia.
    L’11 maggio 1905 il Lombardia assumerà il comando della Forza Navale del Levante (al comando del Capitano di Vascello Onorato Buglione di Monale), stazionando a Creta assieme alla corazzata Sardegna (Capitano di Vascello Enrico Nicastro), all’ariete torpediniere Giovanni Bausan (Capitano di Vascello Arturo Rolla), incrociatore torpediniere Minerva (Capitano di Fregata Antonio Nagliati). Tale decisione fu presa in occasione della rivolta antiturca guidata dal greco Eleutero Vinizélo.
    L’intervento italiano in questa zona “calda” del Mediterraneo, già oggetto di invii di altre unità, fu causata da una sanguinosa rivolta a Candia – 800 cristiani massacrati e il viceconsole, un ufficiale, 4 marinai e 8 soldati inglesi uccisi, una quarantina di feriti – comportò l’invio a Creta di altre navi delle Potenze. Dall’Italia salpò il Lombardia con il II btg. (644 soldati) del 49° rgt. Fanteria, agli ordini del maggior Pisanelli di stanza a Napoli.
    Tra il 1905 e il 1908 il Lombardia fu adattato a nave appoggio sommergibili in considerazione che anche l’Italia si stava dotando di tale arma subacquea. Negli anni seguenti stazionò nelle basi del Tirreno e durante la guerra italo-turca e la 1° guerra mondiale, svolse sempre tali funzioni nelle basi dell’Adriatico e del Tirreno. La nave fu radiata e demolita nel 1920 dopo quasi trent’anni di variegate attività in pace ed in guerra.

    Marinai decorati con Medaglia d’Argento al Valor Militare (Brasile gennaio-marzo 1896 “….per essersi distinti nell’assistenza ai malati colpiti da epidemia…”)
    – 2° Capo Cann. Vittorio Grassi “ alla memoria”;
    – 2° Capo Timon. Antonio Ortolani “ alla memoria”.

    Marinai decorato con Medaglia di Bronzo al Valor Militare
    – Cannn. Francesco Colantonio;
    – Sottomaestro veliero Gaetano Montera;
    – Sottocapo torp. Francesco Pepe;
    – Sottocapo Infer. Gaetano Ricciardi.

    La febbre gialla bordo del Lombardia nella versione brasiliana
    Antonio Mottin e Enzo Casalino nel loro libro” Italianos no Brasil: contribuibuicones na literatura e nas ciencias, seculo XIX e XX” (Edilpucrs, Port Alegre,1999) a pag 245 così raccontano l’episodio dell’epidemia a bordo del Lombardia:” Nel 1896 l’equipaggio del regio incrociatore Lombardia, fu inviato dal governo italiano, ufficialmente per trasportare il pluripotenziario De Martino, ma in realtà come strumento di pressione sull’andamento delle trattative con il governo brasiliano per il problema delle compensazioni per i danni arrecati ai coloni italiani. Si erano verificate manifestazioni contro gli immigrati italiani a Sao Paulo e in altre zone del Brasile da parte delle popolazioni locali contrarie alla politica dei risarcimenti. Ebbene, l’equipaggio dell’incrociatore rimase vittima di una epidemia di febbre gialla già al suo arrivo a Bahia. Quando giunse nella Baia di Rio, non più di una dozzina di uomini non erano ancora sani. Dovettero essere curati, oltre che dal medico di bordo, dai sanitari della Accademia militare di Rio de Janeiro e vennero confinati nello speciale lazzaretto del’Isola Granda. Lì furono assistiti per oltre un mese (dal 21 febbraio al 25 marzo) da don Antonio Varchi, un sacerdote salesiano italiano messo a disposizione dall’Internunziatura. Si dovette attendere l’arrivo di un’altra nave, il “Piemonte”, espressamente inviata dall’Italia, con un doppio equipaggio per riportare i superstiti e l’incrociatore in patria”.

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    I salesiani assistono i marinai del Lombardia
    Il Bollettino Salesiano n.7 del luglio 1896 riporta un’ampia descrizione dell’assistenza prestata ai marinai del Lombardia colpiti da febbre gialla e ricoverati nel lazzaretto dell’Isola Grande nella Baia di Rio de Janeiro. Don Antonio Varchi, il sacerdote inviato dalla Internunziatura, così scrisse al suo superiore il maggio del 1896:” Per obbedire al mio Direttore, le do relazione di quanto è passato tra noi Salesiani ed i poveri Italiani attaccati dalla febbre gialla sull’incrociatore Lombardia e confinati nell’ Isola Grande. Già le è noto come quest’ incrociatore, su cui stavano parecchie centinaia di persone, per un caso più unico che raro, venne talmente colpito dalla febbre gialla che, eccettuati forse quattro o cinque soldati, tutti gli altri che componevano l’equipaggio, dal primo all’ultimo, furono assaliti dalla terribile epidemia. Per le diligenti e sollecite cure dei medici e degli infermieri in buon numero guarirono; tuttavia la maggior parte morirono, e fra questi si contano il Comandante Olivari, che fu dei primi a soccombere, varii capitani ed ufficiali e quasi tutti i sotto-ufficiali, macchinisti e fochisti”. Recatosi al consolato italiano per ottenere il visto per il lazzaretto, don Varchi incontrò il ministro italiano che lo esortò a portare il suoi conforti agli sventurati marinai. Imbarcatosi sul vaporetto e dopo 9 ore di viaggio, giunse a destinazione. “Alla vista della grave condizione, in cui si trovavano quei poveri infermi, tosto cominciai ad esercitare il mio sacro ministero. facendo loro coraggio e disponendoli a ricevere i SS. Sacramenti. Era per me di sollievo vedere come in generale si arrendevano alle mie esortazioni, confessandosi con belle disposizioni e con grande loro consolazione. Frattanto il numero degli infermi cresceva ogni dì più, ed anch’io il giorno 24 febbraio mi sentii la febbre in dosso; tuttavia continuai fino a notte nell’esercizio del mio ministero”. Tra le sue braccia spirò anche Fermo Zannoni, medico di bordo, campione di scacchi in Italia, considerato nel gioco “ Freddo, impassibile, tenace, prudente, avveduto, profondo analizzatore, si trincera nel fondo della scacchiera e aspetta. È forse il solo giocatore italiano che possa aspirare con qualche fondamento di rappresentare fra qualche anno con onore l’Italia all’estero” Il sacerdote descrisse con dovizia di particolari le condizioni di salute dei marinai ivi ricoverati: ”La notte dal 28 al 29 febbraio fu la più terribile e desolante. In una piccola infermeria mi pareva di trovarmi su un campo di battaglia dopo il combattimento. In ciascun letto vi era un morto o almeno un moribondo. Varie volte mi trovai dubbioso e perplesso, se dovevo prestare i soccorsi religiosi prima a questo che a quello, perché chi moriva di qua, chi soccombeva di là, e succedeva che quando assisteva un moribondo in una infermeria, morivano altri in altra infermeria, senza poter prestare loro l’estrema assistenza. Vi fossero stati anche cinque o sei Sacerdoti, avrebbero trovato lavoro tutti. Era veramente uno spettacolo raccapricciante veder spirare in così breve spazio di tempo tanti giovani, pieni di vita e nel fior degli anni! Procedendo il male di tal passo, in pochi giorni furono assaliti quasi tutti.

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    Il caso viene discusso in Parlamento
    Nella seduta della Camera dei deputati del 28 aprile 1896, il caso della morte della maggior parte dell’equipaggio del Lombardia, trovò vasto eco ed il Ministro della Marineria on.le Benedetto Brin, così rispose ad un delle numerose interrogazioni:” La Camera riconosce i dolorosi fatti accaduti a bordo dell’incrociatore Lombardia, che era di stazione a Rio de Janeiro. L’equipaggio fu colpito dalla febbre gialla e più della metà ebbe a soccombere al feral morbo. L’onorevole Santini vorrebbe dedurre da questi fatti dolorosi una misura generale, che sarebbe quella di disciplinare il numero dei medici a bordo di tutte le navi che abbiano più di cento uomini di equipaggio. Ora dalle notizie che questi fatti dolorosi non sono succeduti dalla mancanza di cure mediche, perché si sono chiamati, oltre quello di bordo, quattro medici distinti di Rio de Janeiro, i quali sono più pratici di di quel genere di malattia speciale a quel paese. Dunque le cure mediche non sono mancate all’equipaggio del Lombardia, ma sarebbe grave, per un fatto isolato, adottare le misure di disciplinare il personale medico a bordo dei bastimenti, mentre il numero attuale è stato determinato da lunghissima esperienza e corrisponde a quello che tutte le marine militari hanno a bordo dei bastimenti rispetto agli equipaggi relativi”. Brin assicurò che, per particolari missioni, era possibile imbarcare più medici e riferì, inoltre, che il comandante Olivieri era morto a casa del ministro italiano a Petropolis e che, su 25 uomini, ben 135 rimasero vittime. L’unico rammarico è quello che, alla notizia dell’epidemia, non siano stati inviati in Brasile due o tre medici di marina, che seppur in ritardo di 15-20 giorni, avrebbero potuto supportare il lavoro degli altri sanitari. Brin fa presente che il comandante del Lombardia avrebbe voluto allontanarsi da Rio dopo le prime avvisaglie, per evitare la diffusione del morbo, ma il ministro italiano a Rio desiderava che fosse presente in rada una regia nave per appoggiare i reclami dei connazionali.

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    16.2.2017, nel ricordo di Maffeo Quirino ucciso dall’amianto

    di Pietro Serarcangeli (*)
    https://www.facebook.com/pietro.serarcangeli?fref=nf

    Il 16 febbraio 2017 , è venuto a mancare all’affetto dei Suoi cari, il Maresciallo di 1^ Classe El. MAFFEO Quirino, Socio A.F.E.A..
    Maffeo era un Reduce di numerosi imbarchi sulle navi americane donate all’Italia. Era stato imbarcato sull’Aldebaran, sull’Altair e sull’Intrepido. Era del Corso 1959. Maffeo era stato lungamente esposto all’amianto ed era gravemente malato.
    Addio caro Amico che Tu possa Riposare in Pace e avere quella Giustizia che, su questa terra, gli uomini ti hanno negato.

    Si consiglia la lettura del seguente link
    https://www.lavocedelmarinaio.com/2015/08/pratica-amianto-le-daremo-tutta-lassistenza-possibile/

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    Raduno Corso Furieri 1977

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    Ezio Vinciguerra (www.lavocedelmarinaio.com)Nel percorso della nostra vita talvolta si è costretti a dover affrontare  momenti che hanno la parvenza di essere tristi quando una persona a noi cara sembra allontanarsi. E qualcuno, purtroppo assente, è salpato per l’ultima missione…
    “Amico” è qualcosa di solito riservato a quelle persone a cui  piace interagire con il prossimo e chi ha avuto l’onore ed il piacere di conoscermi sa che per me è un cardine della mia filosofia di vita come del resto per altre persone di buona volontà. Questa predisposizione a relazionarci e confrontarci con gli altri, anche se più volte è celata dai limiti del nostro carattere, può suscitare talvolta antipatie ed invidia. Ma non è il caso nostro che ci incontriamo e continuiamo a cercarci: sempre!
    Utilizzare al meglio i mezzi di comunicazione, per primo la parola e quindi il dialogo interpersonale per una maggiore e giusta visibilità e per la logica conseguenza di una “rispettabilità” da parte del cosiddetto “mondo civile”, contribuisce nel Sociale, specie il nostro, di stare bene e fare stare bene, senza mai chiedere nulla in cambio…proprio come abbiamo fatto noi!
    La voglia di ben figurare come membro della grande famiglia della società civile, si può e si deve perseguire specialmente durante il colloquio diretto e al buon esempio che si da e ma i si deve pretendere di ricevere.
    I marinai di una volta sono più che amici e, per questo, ci cerchiamo e ci chiamiamo ancora Frà.

    (I partecipanti al Raduno Corso Furieri 1977  – Roma, 15.2.2020)

    Da sinistra in piedi: Raffaele Alessi, Luigi Costa, Giovanni Mucelli, Antonello Roccasalva, Michele Cherella, Ferdinando Del Gaudio, Cesare Zevini, Giovanni Mobilio, Gianfranco Iannetta, Salvatore Capuzzimati, Alessandro Cerrone, Enzo Cinque, Antonio Falco.
    Da sinistra in basso: Alberto Viola, Franco Serrao, Fabio Angeletti, Antonio Santoro, Francesco Olivieri, Enzo Orazzo, Ciro Barba.

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    15.2.1916, Maria Plozner Mentil

    di Antonio Cimmino e Gigi Rossi

    Le portatrici carniche
 furono quelle donne che nel corso della prima guerra mondiale operarono, lungo il fronte della Carnia, trasportando con le loro gerle rifornimenti e munizioni fino alle prime linee italiane, dove molto spesso combattevano i loro uomini nei reparti alpini. Erano dotate di un apposito bracciale rosso con stampigliato il numero del reparto dal quale dipendevano e percorrevano anche più di 1000 metri di dislivello portando sulle spalle gerle di 30-40 chilogrammi. 
La loro età variava dai 15 ai 60 anni.

    Motivazione della medaglia d’oro al valor militare
    Madre di quattro figli in tenera età e sposa di combattente sul fronte carsico, non esitava ad aderire, con encomiabile spirito patriottico, alla drammatica richiesta rivolta alla popolazione civile per assicurare i rifornimenti ai combattenti in prima linea. Conscia degli immanenti e gravi pericoli del fuoco nemico, Maria Plozner Mentil svolgeva il suo servizio con ferma determinazione e grande spirito di sacrificio ponendosi subito quale sicuro punto di riferimento ed esempio per tutte le “portatrici carniche”, incoraggiate e sostenute dal suo eroico comportamento.
    Curva sotto il peso della “gerla”, veniva colpita mortalmente da un cecchino austriaco il 15 febbraio 1916, a quota 1619 di Casera Malpasso, nel settore Alto But ed immolava la sua vita per la Patria.
    Ideale rappresentante delle “portatrici carniche”, tutte esempio di abnegazione, di forza morale, di eroismo, testimoni umili e silenziose di amore di Patria. Il popolo italiano Le ricorda con profonda ammirata riconoscenza”.

    Il mio incontro con le compagne della Plozner Mentil – Le Portatrici Carniche 60 dopo…
    di Gigi Rossi

    Per morire non occorre essere soldati in divisa, ma delle Portatrici Carniche, che portano rifornimenti ai nostri soldati schierati sulle prime linee. Una di loro, colpita a morte da un cecchino, mentre si inerpicava faticosamente con la sue pesante gerla, lasciò orfani 4 bimbi in tenera età, ma ricevette la Medaglia d’Oro al Valor Militare, si chiamava Maria Plozner Mentil…

    La storia continua a luglio del 1977.

    Col mio plotone (Reparto Comando e Trasmissioni – Julia) sono impegnato in una marcia dalle parti del confine con la Jugoslavia. Verso le 12 ci fermiamo nella piazza di un paesino (di cui purtroppo non ricordo il nome) ci rifocilliamo e ci apprestiamo a consumare il rancio, grazie anche alle solerti cucine da campo che talvolta ci seguivano se la sosta era prevista in luoghi facilmente praticabili dagli automezzi.
    Ci aspettano delle signore anziane, dignitose, vestite dei loro poveri abiti da montanare che portavano con una mal celata eleganza, accompagnate da uno stuolo di marmocchi (i loro nipotini) e, molto timidamente, si accostano a noi dicendoci nel loro dialetto furlano:
    vedendo vualtri alpins deventem de novo zovani, ne par de tornar indrio nel tempo, sentimo ‘i stessi odori che in zoventù sentivimo quando i se acampava i soldati ‘taliani…suor, grasso de fusil e profumo de sugo de pastasiuta, nialtre sperem che anca i nostri nevodi i possa diventar alpini…“.
    Ebbene, quelle donne, non più giovani, tutte prese dalla nostalgia dei loro ricordi d’un tempo che fu, erano le superstiti delle famose portatrici carniche…(nella foto, il sottoscritto in marcia in primo piano).