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    16.2.1888, completamento regio incrociatore Goito

    di Carlo Di Nitto

    Il regio incrociatore Torpediniere “Goito”, classe omonima, dislocava 985 tonnellate a pieno carico. Progettato dal Generale Ispettore del Genio Navale Benedetto Brin, fu varato il 6 luglio 1887 presso i Cantieri Navali di Castellammare di Stabia, fu completato il 16 febbraio 1888 ed entrò in servizio l’11 maggio dello stesso anno.
    Immediatamente inviato a Barcellona a rappresentare l’Italia in occasione della Esposizione Internazionale, al rientro in patria effettuò attività di squadra per essere inviato subito dopo nelle acque del Levante.
    Nel 1890 e nel 1897 fu sottoposto a importanti lavori di trasformazione sia nell’impianto di propulsione sia nell’armamento, che venne attrezzato per la posa di mine. Svolse quindi, negli anni successivi intensa attività di squadra.
    Durante la guerra italo – turca venne dislocato a Punta Maestra per posare campi di mine e svolgere attività di vigilanza.

    Nel 1916 fu assegnato alla scuola meccanici che era stata trasferita a Castellammare di Stabia. Negli ultimi mesi della Grande Guerra eseguì servizi di scorta e di difesa al traffico nazionale effettuando anche missioni a Pola e Fiume.
    Nel 1919 tornò alle vecchie funzioni di nave scuola Meccanici svolgendo attività addestrativa e crociere d’istruzione.
    Passato in disarmo il 15 marzo 1920 e radiato ufficialmente il 4 luglio successivo, fu destinato alla vendita per demolizione dopo 32 anni di servizio.

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    16.2.1913, ricordando Giuseppe Palumbo

    a cura Antonio Cimmino

    (Napoli, 31.12.1840 – 16.2.1913)

    Giuseppe Palumbo nasce a Napoli il 31.12.1840.
    Fra i suoi incarichi principali segnaliamo:
    – Comandante del regio cantiere navale di Castellammare di Stabia (1873 – 1874) dove il 10 ottobre 1874 fu varata la regia supercorazzata Caio Duilio;

    – Con il grado di Capitano di vascello fu al comando della regia pirocorvetta Vettor Pisani (1882- 1885) ed eseguì spedizione nello Stretto di Magellano per rilievi idrografici;

    – Comandante dell’Accademia navale di Livorno (1893 – 1895);
    – Deputato del Collegio elettorale di Castellammare di Stabia (1897 e 1901);
    – Ministro della Marina (1898 -1899);
    – Presidente del Consiglio superiore di Marina (1903 – 1904);
    – Senatore del Regno.
    Congedato con il grado di Vice ammiraglio salpò per l’ultima missione, dalla sua Napoli, il 16.2.1913.

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    16.2.1942, regia nave Carabiniere è colpita da siluro

    a cura Pancrazio”Ezio” Vinciguerra, Lanfranco Sanna, Carlo Di Nitto, Antonio Cimmino

    …a Riva Trigoso.

    Il cacciatorpediniere Carabiniere e i 38 rubini
    di Lanfranco Sanna
    segnalato da Roberta – ammiraglia88

    Ciao Ezio,
    ho letto un interessante articolo; c’è una cosa particolare successa e da segnalare!
    Ti invio un estratto dell’articolo:
    “Il Ct. Carabiniere e i 38 rubini” di Lanfranco Sanna”.
    I più moderni Cacciatorpediniere della Regia Marina, al momento dell’inizio della II Guerra Mondiale erano i 12 della classe “Soldati” che furono ordinati ed impostati nel 1937 ed entrarono in servizio tra il 1938 ed il 1939.  (…) l’impiego a livello di squadriglia e flottiglia come grosse siluranti d’altura nei gruppi di battaglia durante gli scontri diurni e per la ricerca notturna di navi nemiche. (…) quello che invece è rimasto sconosciuto per anni è un fatto non di eroismo o di sacrificio ma di immensa umanità.
    Alla fine delle ostilità l’Ammiraglio Power, Comandante in Capo della Fleet East Indies, come ringraziamento per l’aiuto ottenuto dalle navi delle marine alleate, decise di conferire un’ onorificenza ai comandanti, onorificenza che però non appariva opportuno assegnare al comandante di una marina ex nemica, quale era quella italiana. Optò per un omaggio di valore: un orologio d’oro con 38 rubini.
    Il Comandante Fabio Tani rifiutò con garbo il dono e chiese in cambio la liberazione di 38 prigionieri italiani, detenuti nei campi di lavoro a Ceylon, uno per rubino, richiesta che fu accettata con stupore e apprezzamento (…).
    Il tutto è tratto da una lettera, pubblicata nel medesimo articolo; un estratto:
    Così terminarono le attività belliche anche per il Carabiniere. Un episodio legato a quegli anni però mi è rimasto profondamente scolpito nella memoria. Al momento di ripartire per l’Italia, il Comandante del Carabiniere, Fabio Tani, venne convocato al Comando della Flotta Inglese dell’Oceano Indiano per ricevere il ringraziamento per l’opera svolta. Come premio al Comandante era destinato un orologio d’oro con 38 rubini, in ricordo delle 38 missioni svolte nell’Oceano Indiano da parte del CT Carabiniere. Il Comandante Tani, replicò che avrebbe preferito, a titolo di apprezza mento dell’opera svolta dalla propria nave, rimpatriare 38 prigionieri italiani allora detenuti in campi di lavoro inglesi sull’isola di Ceylon, uno per ogni rubino contenuto nell’orologio. L’Ammiraglio Power, Comandante in Capo della flotta alleata, accettò lo “scambio”. Fu così che il Carabiniere intraprese il viaggio di ritorno in Patria, portando con sé anche i 38 ex prigionieri. L’altruismo dimostrato dal Comandante Tani con quel gesto credo si commenti da solo. La lunga guerra contro tutto e contro tutti del CT Carabiniere ebbe così finalmente termine. E per quanto riguarda il Marinaio Lino Trestini, arruolato volontario il 4 dicembre 1941, la guerra era finita. Rientrato a Taranto con il Carabiniere, ottenne la tanto sospirata licenza. (…)

    I 12 cacciatorpediniere della classe Soldati Livorno - giugno 1939) - www.lavocedelmarinaio.com

    Link all’articolo completo:
    http://www.arsmilitaris.org/pubblicazioni/Cacciatorpediniere%20ultimo.pdf

    REGIO CACCIATORPEDINIERE “CARABINIERE” (2°)
    Motto: “Nei secoli fedele”
    di Carlo Di Nitto

    Il Regio Cacciatorpediniere CARABINIERE (2°) Classe “Soldati” dislocava 2460 tonnellate a pieno carico.
    Costruito nei Cantieri Navali del Tirreno di Riva Trigoso, fu varato il 23 luglio 1938 ed entrò in servizio il 20 dicembre successivo.
    Partecipò intensamente alle operazioni belliche del secondo conflitto mondiale totalizzando 159 missioni per scorta forze navali, scorta convogli, ricerca e caccia antisom, percorrendo 53.700 miglia.
    Numerosi furono gli episodi significativi della sua attività bellica. Tra questi: 1940, partecipazione alla Battaglia di Punta Stilo; 1941, partecipazione alle Battaglie di Capo Matapan e Prima della Sirte. Il 16 febbraio 1942 fu colpito da un siluro ed ebbe la prua completamente asportata. Nell’evento persero la vita venti suoi Marinai.
    Rimase fermo ai lavori per quasi un anno per riprendere subito dopo azioni di scorta convogli.
    Il 9 settembre 1943 raccolse i naufraghi della Corazzata Roma e diresse per le Baleari, ove venne internato fino alla conclusione del conflitto.
    Dopo la guerra, rimasto alla Marina Italiana, nel 1957 fu riclassificato “fregata” con la sigla D 551 . Nel 1960 divenne nave per esperienze con la sigla A 5314. Radiato dal servizio attivo il 14 gennaio 1965, fu impiegato per le esercitazioni degli Incursori al Varignano.
    Venduto per la demolizione nel 1978, durante il trasferimento affondò in un basso fondale. Nei mesi successivi il relitto fu recuperato e definitivamente demolito.
    ONORE AI CADUTI!

    Aniello Palumbo
    di Antonio Cimmino

     

    Nasce a Lettere il 27 marzo 1920, arruolato nella Regia Marina fu imbarcato sul regio cacciatorpediniere Carabiniere.

    Il 16 febbraio 1942, la nave mentre rientrava a Taranto dopo una missione, fu attaccata dal sommergibile britannico P36 che, con siluro, gli asportò la prora.

    Angelo Palumbo morì nell’esplosione e il suo corpo venne scaraventato in mare.
    L’unità navale rimase però  a galla e fu rimorchiata a Messina.
    Di Aniello Palumbo non abbiamo nessuna foto…

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    16.2.1921 Basso Ragni

    di Vincenzo Campese

    (Termoli, 16.2.1921 – Livorno 7.2.1979)

    Basso nasce a Termoli il 16 febbraio 1921 e muore prematuramente a Livorno il 7 Febbraio 1979 a soli 58 anni. La sua passione per l’arte si manifesta sin da tenera età. A soli 12 anni frequenta a Termoli la scuola di disegno diretta dal Prof. Federico Orlando. Imbarcato come cannoniere su di un cacciatorpediniere prende parte al 2° Questo lo porta a navigare in tutto il Mediterraneo e fino al lontano Oceano Indiano, ha così modo di conoscere e prendere coscienza di realtà talvolta profondamente diverse dall’Italia conflitto Mondiale. Preso prigioniero viene internato in Spagna. Nel 1939 si arruola volontario nella Regia Marina. Giunto nelle Isole Baleari, ed in particolar modo a Majorca, resta colpito dal folklore locale, fattore che condizionerà profondamente il suo modo di disegnare e dipingere.
    La guerra e gli avversi avvenimenti di quegli anni non gli impediscono tuttavia di continuare a coltivare la sua passione, tanto che nel periodo di internamento partecipa ad una collettiva a Barcellona nella quale ottiene il 2° premio.
    Nel 1944, a guerra finita, si stabilisce a Livorno dove lavora, si sposa e rimane per il resto della sua vita. Affronta con intelligenza e tenacia gli anni assai difficili, per tutti gli italiani, del periodo post-bellico fino a trovare un buon lavoro da impiegato presso l’Hotel Palazzo di Livorno.

    Nel corso degli anni si perfeziona e frequenta altre scuole, tra le più importanti I’Ecole de Dessin di Parigi.
    Il suo carattere schivo lo porta – ogni qual volta gli è possibile – ad estraniarsi ed a raccogliersi con se stesso, assecondando così il suo smisurato desiderio di dipingere. Indaga tutto quanto gli interessa, si reca nelle campagne di Livorno e ne cattura ogni possibile sfumatura, non disdegnando di dipingere particolari della città vecchia e dei paesini circostanti.
    Dopo tanti anni di continuo studio e di ricerca, nel tentativo costante di migliorarsi, organizza la sua prima “personale” nel 1958 presso la galleria d’arte LECCA di Livorno. Da questo momento in poi la sua attività artistica è sempre in pieno fermento. Aderisce definitivamente alla linea dei post-macchiaioli ed in particolare alla corrente definita dei “labronici”. Ama dipingere, con forti pennellate pregne di colore, persone ed animali.
    La sua “crescita” artistica è costante negli anni: tantissime le sue personali e le collettive cui partecipa, impossibile farne un elenco dettagliato.
    Dall’essere conosciuto solo a Livorno, nel breve volgere di qualche anno, la sua pittura e apprezzata in tutta Italia, tant’è che le sue mostre vengono organizzate anche a Milano, Roma e Venezia.
    La notorietà non lo porta ad essere pago, soddisfatto di quanto realizzato. Continua dunque a confrontarsi con altri artisti e critici nel tentativo di ottenere sempre di più da se stesso ma, una cosa è certa, non si lascia condizionare e non accetta di snaturare il suo modo di dipingere. Migliorare si, stravolgere il suo modo di disegnare e dipingere mai!
    Raggiunta la notorietà artistica e la maturità economica tra la metà degli anni sessanta ed i primi anni settanta del secolo passato decide che i suoi orizzonti devono ampliarsi; inizia così il suo periodo parigino, vi si reca infatti alcune volte tra il 1971 ed il 1973.

    A Parigi viene rapito dal fascino della “ville lumière” e ne ritrae ogni angolo: i boulevards, Montmartre, i Lungo Senna, Trocadéro, Notre-Dame, insomma tutto quanto lo colpisce ed attira la sua attenzione. Assai intensa e la sua pittura di questo periodo ma lui, nonostante l’enorme successo, considera questi anni solo come una parentesi, come fosse un periodo ben definito e a se stante della sua carriera artistica.
    Le esperienze non si interrompono, decide infatti di recarsi anche in Russia, in particolar modo a Mosca e Leningrado. Il suo sguardo non è però per le grandi metropoli.
    Rivolge le sue attenzioni agli aspetti naturali e paesaggistici. Rimane impressionato dalla grandiosità e dalla maestosità di fiumi, boschi e montagne e ne inizia a ritrarre ogni minimo particolare.
    Giunto all’apice della notorietà gode anche di altre gioie che la vita gli riserva e tra un quadro e l’altro riesce, con amore, a fare anche il nonno grazie ai tanti nipoti nati dai suoi tre figli.
    Di Basso, come pittore e come termolese, avrei potuto e, forse, dovuto dire tanto di più ma vorrei lasciare a voi, visitando la mostra, la gioia ed il piacere di vivere le stesse emozioni che ho provato io quando, per la prima volta, ho visto le opere del Maestro Roberto Crema Presidente Associazione Culturale “Andrea Di Capua Duca di Termoli ”.

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    Alessandro D’Aste (Albenga, 6.7.1814 – Genova, 15.2.1881)

    a cura Francesco Carriglio (*)
    http://www.augusta-framacamo.net

    (Albenga, 6.7.1814 – Genova, 15.2.1881)

    D’Aste Alessandro, nato il 6 luglio 1814 ad Albenga, dopo avere seguiti i corsi regolari presso la R. Scuola di Marina di Genova, percorse i gradi inferiori della carriera prendendo parte alle campale del 1848-1849. Nel periodo dal 1843 al 1845, come sottotenente, di vascello, compì sull’« Eridano » una lunga campagna nell’Oceano Pacifico, prima navigazione di tanta durata compiuta da legno sordo in quelle lontane regioni. Nel 1853, essendo capitano di corvetta, ebbe il comando della Scuola di Marina che tenne fino al 1856, data con la quale venne inviato in missione a Costantinopoli per prendere parte, con la commissione internazionale, ai lavori per la definizione delle norme di navigazione sul Danubio.
    Rientrò in patria nel 1859, per imbarcare come capitano di fregata sulla «Vittorio Emanuele» che doveva, insieme con la squadra francese, operare in Adriatico durante la guerra contro l’Austria. Ma la pace di Villafranca troncò ogni preparativo.
    Nel marzo 1860, promosso capitano, di vascello di 2^ classe, fu destinato al comando del « Governolo » col quale operò ad Ancona, riportando, con decreto del 4 ottobre 1860, la medaglia d’oro, con la motivazione:
    Pel modo ardito e sotto ogni aspetto commendevole con cui si comportò nell’assedio di Ancona (1860)”. Sempre sul «Governolo», pure essendo stato promosso di grado, prese attiva parte alle operazioni svoltesi sul finire del 1860 e sull’inizio dell’anno seguente, per la presa di Gaeta.
    Nel novembre ’60, con la sua nave, ed avendo sotto di sé anche il «Fieramosca», il «Tancredi» e la «Veloce», protesse la gittata di un ponte sul Garigliano eseguito dai marinai, per il quale passarono le truppe del generale Cialdini. Nei giorni successivi le stesse navi, con altre della squadra, bombardarono i borbonici a Mola di Gaeta, concorrendo a far capitolare la fortezza.
    Nell’aprile 1861 il D’Aste fu promosso contrammiraglio, e nel novembre 1865 collocato a riposo per infermità.
    Morì a Genova il 15.2.1881.

    (*) per conoscere gli altri articoli, digita sul motore di ricerca del blog il suo nome e cognome.

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    15.2.1916, Maria Plozner Mentil

    di Antonio Cimmino e Gigi Rossi

    Le portatrici carniche
 furono quelle donne che nel corso della prima guerra mondiale operarono, lungo il fronte della Carnia, trasportando con le loro gerle rifornimenti e munizioni fino alle prime linee italiane, dove molto spesso combattevano i loro uomini nei reparti alpini. Erano dotate di un apposito bracciale rosso con stampigliato il numero del reparto dal quale dipendevano e percorrevano anche più di 1000 metri di dislivello portando sulle spalle gerle di 30-40 chilogrammi. 
La loro età variava dai 15 ai 60 anni.

    Motivazione della medaglia d’oro al valor militare
    Madre di quattro figli in tenera età e sposa di combattente sul fronte carsico, non esitava ad aderire, con encomiabile spirito patriottico, alla drammatica richiesta rivolta alla popolazione civile per assicurare i rifornimenti ai combattenti in prima linea. Conscia degli immanenti e gravi pericoli del fuoco nemico, Maria Plozner Mentil svolgeva il suo servizio con ferma determinazione e grande spirito di sacrificio ponendosi subito quale sicuro punto di riferimento ed esempio per tutte le “portatrici carniche”, incoraggiate e sostenute dal suo eroico comportamento.
    Curva sotto il peso della “gerla”, veniva colpita mortalmente da un cecchino austriaco il 15 febbraio 1916, a quota 1619 di Casera Malpasso, nel settore Alto But ed immolava la sua vita per la Patria.
    Ideale rappresentante delle “portatrici carniche”, tutte esempio di abnegazione, di forza morale, di eroismo, testimoni umili e silenziose di amore di Patria. Il popolo italiano Le ricorda con profonda ammirata riconoscenza”.

    Il mio incontro con le compagne della Plozner Mentil – Le Portatrici Carniche 60 dopo…
    di Gigi Rossi

    Per morire non occorre essere soldati in divisa, ma delle Portatrici Carniche, che portano rifornimenti ai nostri soldati schierati sulle prime linee. Una di loro, colpita a morte da un cecchino, mentre si inerpicava faticosamente con la sue pesante gerla, lasciò orfani 4 bimbi in tenera età, ma ricevette la Medaglia d’Oro al Valor Militare, si chiamava Maria Plozner Mentil…

    La storia continua a luglio del 1977.

    Col mio plotone (Reparto Comando e Trasmissioni – Julia) sono impegnato in una marcia dalle parti del confine con la Jugoslavia. Verso le 12 ci fermiamo nella piazza di un paesino (di cui purtroppo non ricordo il nome) ci rifocilliamo e ci apprestiamo a consumare il rancio, grazie anche alle solerti cucine da campo che talvolta ci seguivano se la sosta era prevista in luoghi facilmente praticabili dagli automezzi.
    Ci aspettano delle signore anziane, dignitose, vestite dei loro poveri abiti da montanare che portavano con una mal celata eleganza, accompagnate da uno stuolo di marmocchi (i loro nipotini) e, molto timidamente, si accostano a noi dicendoci nel loro dialetto furlano:
    vedendo vualtri alpins deventem de novo zovani, ne par de tornar indrio nel tempo, sentimo ‘i stessi odori che in zoventù sentivimo quando i se acampava i soldati ‘taliani…suor, grasso de fusil e profumo de sugo de pastasiuta, nialtre sperem che anca i nostri nevodi i possa diventar alpini…“.
    Ebbene, quelle donne, non più giovani, tutte prese dalla nostalgia dei loro ricordi d’un tempo che fu, erano le superstiti delle famose portatrici carniche…(nella foto, il sottoscritto in marcia in primo piano).