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    23.2.1880, Giuseppe Garibaldi scriveva da Caprera

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    …ed altre curiosità sulla regia corazzata Caio Duilio.

    Questo ricordo è dedicato all’ammiraglio Egidio Alberti, “primo comandante della nave scuola Caio Duilio” che ha avuto sempre a cuore e sostenuto il suo equipaggio anche in momenti di estrema difficoltà. Agli amici Duiliani, Maddalenini e della Sardegna, ai Stabiesi (militari e dell’indotto) un ringraziamento per tutto il bene che mi hanno fatto sostenendomi in questa navigazione sin dai tempi non sospetti…
Grazie.
    Se vi dico che vi voglio bene, mi credete?

    Il 23 febbraio del 1880 Giuseppe Garibaldi così scrisse all’Ispettore del Genio Navale Felice Mattei:
    Illustre Mattei,
    La stupenda riuscita del Duilio onora grandemente voi ed i valorosi collaboratori, sul concetto e nell’attuazione. Io considero la nascita dei quattro colossi della nostra Marina militare, come un vero risorgimento nazionale, che ci porterà al livello delle grandi potenze marittime.
    Accogliete un cenno di ben meritata lode e tenetemi per la vita vostro.
    G. Garibaldi”.

    Dati tecnici
    Corazzata (nave da battaglia) Caio Duilio;
    – Varata 8 maggio 1876;
    – Completata il 6 gennaio 1880;
    – Radiata il 27 giugno 1909;
    – Dislocamento a pieno carico: tonn 12.267;
    – Dimensioni: 109,2 metri x 19,7 x 8,8;
    – Apparato motore: 8 caldaie ovali; 2 motrici verticali a doppia espansione per una potenza di 7.710 cavalli;
    – Velocità: 15 nodi;
    – Artiglieria: 4 cannoni da 450 mm ( i più grossi del mondo); 3 cannoni da 120 mm; 2 cannoni da 75 mm; 8 cannoni da 57 mm; 22 cannoni da 37mm; 3 tubi lanciasiluri; 1 torpediniere alloggiata in un vano a poppa;
    – Equipaggio: 26 ufficiali + 397 sottufficiali, graduati e comuni.

    
Notizie e curiosità

    In considerazione della stazza, quando la regia nave Caio Duilio scese in mare, lo scetticismo caratterizzato dalla frase “non riusciranno nemmeno a vararla”, si trasformò in entusiasmo. L’ammiraglio inglese Robinsondichiarò:
    l’Italia la la sua antica squadra corazzata composta di navi di second’ordine, ma ne ha due ultrapotenti, il Duilio e il Dandolo. Nella relazione al bilancio della marina francese del 1879 si legge:” L’Italia ha ultimato la Duilio che è la più forte macchina da guerra che l’arte navale abbia creato”. Il senatore americano Bonjean ammonì il Senato USA dicendo:” La sola Duilio della marina italiana potrebbe distruggere tutta la nostra flotta”.
    Umberto I e tutta la corte partecipò al varo unitamente ad ambasciatori ed ingegneri navali anche stranieri, molti dei quali abbastanza scettici della riuscita del varo. Si racconta che l’ambasciatore cinese, vestito tradizionalmente, al momento del varo si gettò bocconi a terra. Gli chiesero se si fosse sentito male e questi rispose, con le lacrime agli occhi:
    ”Ho ringraziato Budda per avermi chiamato ad assistere ad uno spettacolo così commovente e grandioso”.

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    23.2.1846, varo della pirofregata a ruote Carlo III

    di Antonio Cimmino

    …a Castellammare di Stabia c’era un arsenale che costruiva navi, e adesso?

    La pirofregata a ruote Carlo III, varata a Castellammare di Stabia il 23 marzo 1846, la sera del 4 gennaio 1857, mentre era in rada a Napoli in partenza per Palermo, improvvisamente prese fuoco e scoppiò il suo carico di munizioni e polvere da sparo, provocando la morte di 38 uomini dell’equipaggio.

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    21.2.1922, impostazione regia nave Quarnaro

    di Carlo Di Nitto

    La regia nave officina Quarnaro venne impostata il 21/2/1922 presso i Cantieri Scoglio Ulivi di Pola. Varata il 30/7/1924, fu completata e consegnata alla Regia Marina l’8/1/1927.
    Sia in tempo di pace che in periodo bellico, svolse notevole opera come nave di supporto logistico alle unità di squadra.
    Alla proclamazione dell’armistizio, la sera dell’8 settembre 1943, l’unità si trovava dislocata a Gaeta, ormeggiata all’interno del porto militare S. Antonio. Dopo aspri scontri con le truppe tedesche d’occupazione, l’equipaggio non riuscì ad impedire la cattura dell’unità che, qualche giorno dopo, venne affondata per ostruire le strutture del porto militare.
    Recuperata nel 1949, venne avviata alla demolizione.

    (Regia nave Quarnaro in rada a Gaeta)

    ATTIVITA’
    La Regia Nave Officina – Trasporto Nafta “Quarnaro”, sia in tempo di pace che in periodo bellico, svolse notevole opera come nave di supporto logistico alle Unità di Squadra. Venne dislocata nelle basi navali di Augusta, Napoli, Messina, Palermo, Napoli e Navarino (Grecia).
    Nei primi mesi del 1943 lasciò Navarino per far ritorno nelle acque metropolitane.
    Un testimone (Angelo De Angeli), racconta nelle sue Memorie:
     Al Comando della mia squadra navale fu ordinato di fare immediato rientro da Navarino, in Grecia alla madrepatria. Solo la nave officina di appoggio “QUARNARO”, sulla quale ero imbarcato, ritardò di un giorno in quella manovra. Alle 02.00 a.m. (non è stato possibile ricordare il mese e il giorno, l’anno era il 1943), il Comandante cap. di vascello Pietro Milella, diede l’ordine di partenza, proprio mentre sulle montagne vicine i partigiani greci accendevano falò per segnalare alla ricognizione aerea alleata la nostra posizione. La mia nave cominciò le manovre e riuscì ad uscire dal golfo di Navarino, sparando con i suoi pezzi in direzione dei falò. Dopo una navigazione abbastanza tranquilla, nonostante nel Mediterraneo incrociassero sottomarini alleati, giungemmo a Brindisi e poco dopo ci spostammo a Taranto. Infine, arrivammo a Palermo, nostra tappa finale, dove facemmo base. ”
    La Regia Nave Officina Nave “Quarnaro” dipendeva dal Comando Forze Navali.


    Alla proclamazione dell’armistizio, la sera dell’8 settembre 1943, il “Quarnaro” si trovava dislocato già da qualche tempo a Gaeta, ormeggiato all’interno del porto militare S. Antonio.
    Il Comandante, Capitano di vascello Pietro Milella, era in missione a Roma e della nave era responsabile il Comandante in 2a., cap. di corvetta Aniello Guida.
    Nelle acque di Gaeta si trovavano anche le corvette “Gru”, “Gabbiano” e “Pellicano”, il sommergibile “Axum”, la nave ospedale “Toscana”, le motosiluranti 55, 64 e 71, il MAS 544, oltre alcuni mezzi sussidiari minori.
    Quando, alle ore 19.45 circa, giunse via radio la voce del Maresciallo Badoglio che annunciava la proclamazione dell’armistizio, la prima reazione fu una prorompente euforia: sulle Unità i marinai correvano come pazzi da poppa a prua, saltando, urlando, abbracciandosi.
    Con il passare delle ore, attenuatosi l’iniziale entusiasmo, sorse la consapevolezza che Comandanti ed equipaggi si trovavano abbandonati a se stessi senza sapere se fuggire o se continuare ad attendere direttive dall’alto. Venne ordinato di distribuire le armi a tutti e di rinforzare i servizi di guardia, considerato che a Gaeta, oltre ad alcune motozattere, i tedeschi erano presenti in forze sulle colline circostanti.

    Nel frattempo automezzi tedeschi avevano cominciato a penetrare in città. Alle ore 2.20 del 9 settembre vi fu un attacco aereo tedesco e soldati germanici cominciarono ad affluire verso la banchina dove era ormeggiato il “Quarnaro”; altri penetravano di sorpresa nei locali della caserma del distaccamento Marina impossessandosi di armi automatiche e di fucili senza incontrare opposizione, perché il personale era ancora nel ricovero antiaereo.
    Quasi contemporaneamente i tedeschi tentavano anche la cattura delle tre corvette, ma per la pronta reazione degli equipaggi, queste unità riuscivano fortunosamente a prendere il largo. Sfuggivano alla cattura anche il sommergibile “Axum” e la nave ospedale “Toscana”.
    Il “Quarnaro” non era riuscito a partire come le altre unità perché disponeva di un apparato motore a vapore che abbisognava di molte ore per l’approntamento.

    Appena i marinai uscirono dal ricovero, si accese una furiosa lotta contro i tedeschi: con le armi individuali e qualche mitragliatrice gli italiani diedero battaglia, appoggiati dall’equipaggio e dalle armi di bordo del “Quarnaro”, contro il quale i germanici avevano aperto il fuoco. Per lungo tempo la zona del porto e quelle contigue furono teatro di accaniti scontri.
    I combattimenti durarono tutta la notte, con morti e feriti da ambo le parti, ma al mattino del 9 settembre la situazione era ristabilita: in mano italiana restavano la caserma e il “Quarnaro”. Verso le ore 09.00 i tedeschi, usciti sconfitti negli scontri notturni, riaprivano il fuoco con armi automatiche e cannoni leggeri contro il “Quarnaro”, colpendolo ripetutamente. Dalla nave i marinai risposero con maggior vigore ed accanimento.
    Alle ore 12.00 circa i tedeschi, rafforzati da soverchianti forze motorizzate e meccanizzate, a seguito di frenetiche trattative, riuscirono ad imporre il “cessate il fuoco” all’intero presidio di Gaeta, impossibilitato a continuare la resistenza al nemico. I combattimenti cessarono definitivamente verso le ore 14.00.
    Verso le 18.00 fu impartito l’ordine che i marinai, dopo aver consegnato armi e munizioni, consentissero che una pattuglia tedesca restasse a bordo per vigilanza, mentre Comando ed equipaggio avrebbero continuato a svolgere il loro servizio. Ovviamente, non potè non accadere che la pattuglia di vigilanza si trasformasse in reparto di cattura.
    Il “Quarnaro”, con poca acqua sotto la chiglia e notevolmente danneggiato dai colpi ricevuti, si trovò nella impossibilità di autoaffondarsi; fu così catturato dai Tedeschi.


    La Nave rimase abbandonata diversi giorni e dovette subire il saccheggio di sbandati, di detenuti evasi dal reclusorio militare, di civili che tentavano di risolvere problemi di approvvigionamento.
    Il 20 settembre una piccola squadra di genieri tedeschi, nell’intento di ostruire il porto militare, salì a bordo del “Quarnaro”, lo minò in punti vitali, appiccando anche il fuoco in diverse zone. Tagliati gli ormeggi, la nave fu mandata alla deriva. Percorsi un centinaio di metri, le cariche esplosero e la nave rovesciatasi immediatamente sul fianco sinistro affondò su un basso fondale.
    Come riferiscono diverse testimonianze, erano le ore 15.00 circa.
    Tutta la fiancata destra e le sovrastrutture rimasero in emersione e lo scafo, dopo aver continuato a bruciare per diverse ore, restò semisommerso a testimoniare i tragici eventi appena accaduti.
    Il relitto della Regia Nave Officina “Quarnaro”, venne recuperato nel 1949 e demolito. Al recupero partecipò un folto gruppo di maestranze locali.

    ONORE AI CADUTI E AI MARINAI DELLA REGIA NAVE OFFICINA “QUARNARO”, SIMBOLO DELLA RESISTENZA AI NAZISTI A GAETA.

    La regia nave officina “Quarnaro”, era stata impostata il 21/2/1922 presso i Cantieri Scoglio Ulivi di Pola. Varata il 30/7/1924, fu completata e consegnata alla Regia Marina l’8/1/1927.
    Alla proclamazione dell’armistizio, la sera dell’8 settembre 1943, la “Quarnaro” si trovava dislocata a Gaeta, ormeggiata all’interno del porto militare Sant’Antonio. Dopo aspri scontri con le truppe tedesche d’occupazione, l’equipaggio non riuscì ad impedire la cattura dell’unità che qualche giorno dopo venne affondata per ostruire le strutture del porto militare. Recuperata nel 1949, venne avviata alla demolizione.
    Dell’equipaggio della regia nave Quarnaro risultano caduti a Gaeta, nel settembre 1943:
    – CORINTO Benedetto, n. a Milazzo il 19/12/1921, marinaio cannoniere, disperso il 9/9/1943
    – MARGIOTTA Carlo, n. a il 12/3/1905, capo meccanico di seconda classe, deceduto il 9/9/1943
    – MORETTI Isaia G., n. a Villa d’Almè il 25/1/1920, marinaio fuochista, deceduto il 9/9/1943.

    Secondo una testimonianza orale raccolta diversi anni fa, furono fucilati all’interno della Base Navale “Sant’Antonio” (attuale Deposito POL – Nato) e si ha motivo di ritenere che, verosimilmente, vennero sepolti in forma anonima nel Cimitero di Gaeta dove tuttora riposano nell’ossario del Sacrario dei Garibaldini.
    ONORE ED ETERNA MEMORIA

    Caratteristiche tecniche

    Regia Nave QUARNARO (*) …

    Nella mia costante ricerca di fotografie relative alla Regia Marina e alle sue Navi, ho trovato questa immagine della Regia Nave Officina QUARNARO, affondata a Gaeta dai tedeschi il 22 settembre 1943 e diventata simbolo della resistenza ai nazisti nella nostra Città. Non è di grandissima qualità ma è originale. Paradossalmente l’ho trovata e acquistata, pensate un po’, proprio da un venditore tedesco…

    (*) Il nome assegnato all’unità navale è un vento che si forma sui monti del Quarnaro e una insenatura Istriana che sbocca sul mare adriatico e questo vento arriva da est/nord est.
    E’ un vento estivo di forma alba e arriva in coste del Mar Adriatico sul golfo di Venezia –  Chioggia al mattino.  Smette di soffiare a mezzogiorno perché poi arriva la brezza dello Scirocco.
    Questi venti girano d’estate e il Quarnaro porta molto caldo al pomeriggio.

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    21.2.1917, si narra il colpo di Zurigo

    di Luigi Bazzoli

    …fu il nostro controspionaggio navale a compiere l’impresa che smascherò i sabotatori della “Brin” e della “Leonardo”.

    Quindici minuti prima delle ore otto, il 27 settembre 1915, il sole era già alto sul mare davanti a Brindisi. La “Benedetto Brin”, bellissimo mostro di ferro alla fonda, inalberava l’insegna ammiraglia con una cerimonia sbrigativa ma austera. Sulla corazzata la vita ricominciava: gli ufficiali davano ordini secchi, i marinai correvano sulla tolda, sottocoperta le macchine ruggivano.
    Alle otto precise la tragedia, improvvisa, senza preavviso e perciò ancor più drammatica. Una esplosione tremenda, dal ventre profondo della nave, squassò il mare. Non ci furono contraccolpi, né la massa immensa di ferro fu minimamente sollevata: fu udito soltanto un rombo immane come se mille cannoni avessero sparato all’unisono e subito dopo la corazzata scomparve alla vista, avvolta da un fumo giallo rossastro che si alzò fino a cento metri. Sulle banchine del porto, sulle tolde delle altre navi la vita si fermò. Tutti puntarono gli occhi sulla nube rossa che galleggiava là dove prima dondolava la “Brin”. Pochi attimi di attesa e poi la tragedia apparve in una visione che l’orrore e il panico rendevano al rallentatore. Il mostro non tentò di reagire, scivolò di fianco, prima la poppa poi la prua.
    Si organizzarono i soccorsi dal porto e dalle navi. Sulla “Brin” si udivano soltanto i lamenti dei feriti, marinai imprigionati da lamiere contorte, altri bloccati nei boccaporti; i vivi dominavano il panico; nessuno lasciò la nave prima che fosse dato l’ordine.
    Rimorchiatore e scialuppe caricarono con ordine i superstiti. In un’ora l’operazione di salvataggio era completata. All’appello non risposero 21 ufficiali su trenta; 433 tra sottufficiali e marinai su 906. La corazzata si era portata in fondo al mare 454 uomini.
    In un primo momento la versione ufficiale parlò di esplosione della “santabarbara”. Una speciale commissione d’inchiesta si mise subito al lavoro.
    Sulla scia dei primi accertamenti si creò un’ondata di nervosismo. Comparvero sui giornali le prime critiche. La commissione d’inchiesta continuava i suoi lavori, lasciando intuire una nuova ipotesi: sabotaggio.
    La rete di spie che gli austro-tedeschi avevano teso in tutta Europa funzionava da anni. Era una guerra segreta, parallela a quella combattuta sui fronti, intessuta di intrighi e tradimenti. Un’arma invisibile che aveva già dato risultati efficaci, riuscendo a sabotare officine, fabbriche e arsenali.
    La commissione trasmise al nostro controspionaggio i propri sospetti, che erano anche quelli della gente comune. E il nostro servizio segreto si mise alla caccia dei traditori.
    Ma la strada era lunga e costellata da altre tragedie.
    La più spaventosa accadeva pochi mesi dopo, nell’estate del 1916.
    Quella sera, il 2 agosto 1916, il Mar Piccolo di Taranto pareva una foresta, con gli alberi della prima squadra navale azzurrati dal mascheramento notturno. Era una notte senza luna e afosa; l’insegna ammiraglia sulla “Cavour” giaceva afflosciata, come le bandiere delle altre navi da battaglia: “Andrea Doria”, “Giulio Cesare”, “Duilio”, ” Leonardo da Vinci”, “Dante Alighieri”.
    I marinai erano rientrati dalla libera uscita, alle 22 il trombettiere aveva suonato il “brand’abbasso”. Alle 23, mancavano pochi minuti, la “Leonardo da Vinci”, fu scossa da un rombo sordo che saliva dal fondo. Lo scafo per un istante tremò e anche gli alberi di poppa e di trinchetto ondeggiarono violentemente.
    Poi tornò il silenzio.
    Alcuni ufficiali, corsi in coperta, notarono un filo di fumo rossastro uscire dai boccaporti della torre corazzata. Il pericolo di un incendio era serio: là sotto infatti si trovava la “santabarbara”.
    Esplosioni sempre più frequenti squassavano il ventre della nave, a prua e a poppa; le piastre del ponte si schiodavano; la luce mancò. Per parecchi minuti il panico sconvolse l’ordine delle operazioni che gli ufficiali stavano ordinando. Dall’ascensore delle munizioni una fiammata irruppe in coperta. Gli uomini ammassati a prua si gettarono in acqua, ma centinaia di marinai erano ancora ai loro posti sottocoperta.
    Alle 23:40 l’esplosione. La “Leonardo” si spaccò in tanti crateri, con un rombo che percorse l’aria per molte miglia attorno. Fiamme altissime illuminavano la notte; i marinai venivano inghiottiti nelle voragini prodotte dagli scoppi. Alle 23:45 la corazzata si capovolgeva: cominciava un’agonia che non sarebbe stata lenta.
    Persero la vita, con 249 marinai, 21 ufficiali; fu distrutta una delle nostre più belle e moderne corazzate.
    La catastrofe fu grave. Insieme con la perdita della “Brin”, quella della “Leonardo” decimava la potenza della nostra flotta; ma la sciagura gettava nello sgomento l’opinione pubblica, nella quale si diffondevano la certezza e la paura di essere in balia dei sabotatori.
    Non solo le due grandi navi “Benedetto Brin” e “Leonardo da Vinci” sono le vittime dei sabotatori.
    Un vasto incendio distrugge una intera calata del porto a Genova. Salta in aria a Livorno il piroscafo “Etruria”. Un hangar dei dirigibili della marina brucia ad Ancona. Salta il dinamitificio del Cengio. Gravi danni subisce per uno scoppio la centrale idroelettrica di Terni. Più terribile di tutti, un carro ferroviario carico di proiettili navali in partenza dalla fabbrica di munizioni di Pagliari (La Spezia), esplode con terrificante violenza: tra civili e militari muoiono 265 persone. Subito dopo, sabotaggio anche alla stazione di Vallegrande, per fortuna senza vittime.
    La guerra rischia di subire una svolta drammatica per l’Italia a causa di un piano terroristico abilmente ordito e che dispone chiaramente di diramazioni e di complicità all’interno del paese. Bisogna combattere subito questo pericolo gravissimo.
    Come al solito, é una fortuita e imprevedibile circostanza a mettere sulla buona pista le indagini.
    Un uomo viene arrestato dai carabinieri proprio mentre sta piazzando una potente carica di dinamite sotto la diga del bacino idroelettrico delle Marmore Alte, presso Terni. La cattura del sabotatore è importante anche perché conferma un sospetto già radicato nel controspionaggio: si tratta di un italiano, il nemico fa leva su gente disposta a tradire per denaro la patria in guerra. Quasi contemporaneamente altri due individui minano le centrali elettriche del Chiamonte e del Sempione, ma all’ultimo istante uno si pente, si costituisce e parla.
    Nella rete che gli austriaci stanno tessendo per colpire al cuore l’Italia, comincia ad aprirsi una falla.
    Chi si mette al lavoro per primo è il servizio di controspionaggio della Marina, anche perché la Marina è stata la più duramente colpita. Lo dirige il Capitano di Vascello Marino Laureati, i mezzi sono pochi, gli uomini meno ancora, ma adesso – di fronte alla gravità dei fatti – il Governo si scuote e qualcosa di concreto (in denaro e in specialisti) viene assegnato a Laureati.
    Il Capitano si muove bene. Dagli interrogatori dei sabotatori arrestati, e dalle confidenze strappate all’estero da nostri agenti segreti, oltre che dalle notizie fornite dagli informatori, riesce ad accertare che il centro organizzativo dell’azione terroristica si trova in Svizzera. Precisamente a Zurigo, nella sede del consolato austriaco in quella città. Chi tira le fila è il Console in persona, il quale in realtà è un Capitano di Corvetta della Imperial Regia Marina di Vienna.
    Il suo nome è Rudolph Mayer, la sua disponibilità di fondi pressoché illimitata, le sue offerte in cambio dei sabotaggi compiuti sulle navi, strabilianti. Per un sommergibile, 300 mila lire; per un incrociatore, 500 mila; per una corazzata, un milione. Denaro di allora. In cifre d’oggi, bisogna moltiplicare almeno per mille: ciò significa che l’affondamento della “Brin” ha reso al sabotatore un miliardo. Di fronte a quelle somme, il traditore si trovava sempre.
    La prima mossa di Laureati è di coinvolgere un abile ufficiale di Marina, il Capitano di Corvetta Pompeo Aloisi, diplomatico di carriera. Viene inviato in Svizzera, alla legazione di Berna, e si mettono a sua disposizione alcuni dei più abili seguaci italiani. Aloisi comincia a studiare la situazione e a far sorvegliare la palazzina dove ha sede il consolato austriaco.
    Il piano che prepara è arditissimo: entrare nell’ufficio di Mayer, aprire la cassaforte, portar via i progetti dei sabotaggi e le cartelle dei sabotatori, smascherando così l’intera organizzazione.
    Al ministero della Marina fanno sapere che non vogliono entrarci. Il “colpo” può suscitare complicazioni internazionali pericolosissime, nessun ufficiale della Marina deve esservi materialmente coinvolto. La cosa si faccia, ma senza compromettere nessuno.
    Laureati parla con Aloisi, gli dice che lui è d’accordo: si proceda.
    Comincia una delle più strabilianti imprese spionistiche di tutti i tempi.
    Si reclutano i partecipanti al “colpo”. In primo luogo l’avvocato Livio Bini, di Livorno, un rifugiato a Zurigo che è stato colui che ha segnalato il covo di Mayer. Poi due ingegneri triestini, ottimi agenti segreti: Salvatore Bonnes e Ugo Cappelletti. Infine, gli “uomini di mano”: il marinaio Stenos Tanzini, di Lodi, divenuto sottocapo per le sue doti di tecnico e di specialista torpediniere, già arruolato nel controspionaggio navale. Sarà lui il capo della pattuglia. Poi un meccanico profugo triestino, Remigio Bronzin specialista nel fabbricare chiavi. Ancora, un agente di Mayer che fa il doppio gioco, di cui non si saprà mai il nome e che agisce dall’interno del consolato. Infine, uno scassinatore professionista. Si chiama Natale Papini, è di Livorno, sono andati a pescarlo in carcere dove si trova per avere svaligiato una banca di Viareggio, è uno specialista nell’aprire casseforti. Lo convincono facilmente: o a Zurigo per l’impresa, e dopo libero e compensato o subito al fronte. L’équipe è pronta.
    Mentre si osserva dall’esterno tutto quanto si svolge nella palazzina (abitudine degli impiegati, orari, aspetto fisico, frequentatori, vie d’accesso, ronde di polizia, ecc.), l’agente del doppio gioco comincia a fornire le prime indicazioni preziose. Dice dove si trova la cassaforte e qual è, ma avverte anche che per giungervi bisogna passare attraverso ben sedici porte, di ognuna delle quali occorre possedere la chiave. Pensa lui a fornire le impronte e presto questa che sembrava una difficoltà insormontabile è superata. Gli uomini di Tanzini hanno le sedici chiavi in questione. Infine, si disegnano addirittura le piante degli uffici, si traccia la strada, si scelgono i tempi dell’assalto. Si stabilisce che si tenterà la notte del 22 febbraio 1917, perché è Carnevale e in quell’occasione la sorveglianza della polizia è rallentata, la gente ha altro da fare che interessarsi alla palazzina del consolato austriaco. Al giovedì grasso, mentre il resto d’Europa è in guerra, Zurigo impazza tra veglioni e coriandoli.
    Carichi di pacchi e di valigie (bisogna portare anche la fiamma ossidrica per Papini, i teloni di spesso panno blu per oscurare le finestre), si muovono a notte fonda in quattro: Tanzini, Papini, Bronzin e Bini. Entrano inosservati, si muovono sicuri, aprono una dopo l’altra le sedici porte. Si fermano davanti alla diciassettesima, non prevista da alcuno: l’agente doppio l’aveva sempre vista aperta e non pensava che anche quella fosse chiusa di notte. Bisogna desistere. La sorpresa è terribile. Si raccoglie il bagaglio e si torna sui propri passi.
    Si ricomincia da capo con assillante premura. Compiendo autentici miracoli, l’agente doppio fornisce lo stampo della diciassettesima porta a tempo di record. Bronzini fabbrica la chiave. Si decide di ritentare nella notte del ventiquattro, sabato grasso: i due guardiani del consolato saranno assenti, un grosso cane lupo che circola all’interno del giardino verrà addormentato col cloroformio.
    Alle ventuno in punto i quattro aprono la porta della palazzina del consolato austriaco e, una dopo l’altra, le sedici porte successive già aperte la volta precedente. Anche la diciassettesima cede e finalmente si arriva nell’ufficio di Mayer, dove si trova la cassaforte da svaligiare. Vengono subito oscurate le finestre con i panni neri per impedire che trapeli luce. Tanzini accende una grossa torcia portatile. Sotto, in strada, a far la guardia, restano Bonnes, Cappelletti e Bini. Dentro, Papini si mette all’opera con la fiamma ossidrica. Aloisi ha calcolato i tempi: se tutto andrà bene, l’operazione durerà poco più di un’ora.
    Ne durò quattro. Le pareti d’acciaio della cassaforte resistevano all’attacco, Papini dovette lavorare fino all’esaurimento della resistenza fisica. Quando riuscì a perforare la parete esterna, fuoriuscì un getto di gas venefico, perché gli austriaci avevano fatto ricorso anche a quel marchingegno per garantirsi al massimo contro gli assalti di eventuali scassinatori. Bisognò spegnere la luce, aprire le finestre per far uscire il gas, poi Papini si rimise all’opera coprendosi il naso e la bocca con un panno bagnato, bevendo ogni tanto lunghe sorsate dell’acqua d’un vaso da fiori per placare l’irritazione della gola.
    Era l’una passata del mattino quando si poté mettere le mani sul bottino: documenti, codici di cifratura, l’elenco completo delle spie austriache in Italia, il numero dei conti correnti della banca di Lugano dove venivano depositate le somme loro pagate per i sabotaggi, i piani per i futuri attentati (e fu così che si apprese che gli austriaci si stavano preparando a far saltare la “Giulio Cesare” nel porto di La Spezia: e si intervenne in tempo). Nella cassaforte vi era anche una grossa somma di denaro, 650 sterline d’oro e 875 mila franchi svizzeri che passarono al controspionaggio della Marina.
    Inoltre gioielli e una preziosa collezione di francobolli, subito depositati presso il ministero della Marina a Roma.
    Con tre valigie piene di materiale il “commando” esce dal consolato all’una e mezzo di notte. Nessuno se ne cura. Tanzini e Papini portano le tre valige in stazione. Bini va a casa. Bronzin invece si reca al consolato italiano ad avvisare gli agenti Cappelletti e Bonnes che tutto è andato bene. Poi Bonnes e Bronzin ragiungono Tanzini e Papini alla stazione e partono insieme con loro per Berna, dove Aloisi li attende distrutto dall’ansia. Arrivano alle otto del mattino, Bronzin e Papini proseguono per l’Italia. Per guadagnare tempo e impedire che lo scasso fosse scoperto troppo presto, Bronzin ha spezzato una chiave nella serratura dell’ufficio di Mayer, così che i custodi il mattino successivo dovranno avvertire il capitano austriaco che l’uscio non si apre, si ricorrerà a un fabbro, passerà del tempo e i nostri avranno agio di prendere il largo indisturbati.
    A Berna, Bonnes consegna le valigie ad Aloisi e subito fanno lo spoglio del bottino. Tocca a Bonnes stesso, che conosce il tedesco, tradurre i testi. Subito ci si rende conto dell’importanza del “colpo”. Basti dire che i due si trovano in mano la relazione completa dell’affondamento della “Leonardo” (con le iniziali del nome dell’affondatore, ing. I. F.) e i piani per far saltare la “Giulio Cesare”.
    Il giorno dopo Aloisi parte per l’Italia con i documenti più importanti e con i valori rinvenuti, mentre Bonnes prosegue a Berna lo spoglio e la traduzione: passati alcuni giorni, anche lui raggiunge il barone Aloisi nella capitale.
    E’stato un trionfo.
    Quali i risultati? Vennero fatte retate di spie. Si fecero due o tre processi, conclusi con un pugno di mosche. Alcuni nomi di colpevoli sparirono dalle carte, documenti interessanti vennero strappati o mutilati, personaggi grossi che avrebbero dovuto essere coinvolti restarono nell’ombra. La verità non giunse mai a galla e ogni cosa finì in un insabbiamento generale. I morti di Taranto e di Brindisi, morti per di più per mano assassina di traditori italiani, non ebbero giustizia.

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    21.2.1860, affondamento della regia nave Torquato Tasso

    di Antonio Cimmino

    …a Castellammare di Stabia c’era una volta un arsenale che costruiva navi, e adesso?


    La regia pirofregata a ruote Torquato Tasso fu costruita nel Real Cantiere Navale di Castellammare di Stabia e varata il 28 maggio 1856. Le sue caratteristiche tecniche principali erano le seguenti:


    – dislocamento: 1450 tonnellate;
    – scafo in legno con carena ramata;
    – dimensioni: 63,3 x 9,9 x 4,9 metri;
    – due ponti;
    – due alberi a brigantino – goletta con bompresso;
    – 4 caldaie Guppy e macchina alternativa da 300 cavalli costruita a Pietrarsa (Napoli);
    – armamento all’origine: 1 obice da 117 libbre con canna a ferro liscio, 1 cannone da 60 libbre a omba Myllar con canna a ferro liscio, 8 obici Paixans da 30 libbre con canna a ferro liscio, 2 cannoni da 12 libbre in bronzo su affusto (da sbarco);
    – equipaggio: 178 uomini.
    Affondò per fortunale il 21 febbraio 1860 al largo di Civitella del Tronto.

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    20.2.1971, disarmo (regio) incrociatore Giuseppe Garibaldi (3°)

    di Carlo Di Nitto

    … Il vecchio “Don Peppino”

    Il regio incrociatore leggero Giuseppe Garibaldi classe “Duca degli Abruzzi”, ultima evoluzione della classe “Condottieri”, fu la terza unità a portare il prestigioso nome dell’Eroe de Due Mondi. Dislocava 11262 tonnellate  a pieno carico. Costruito nei Cantieri C.R.D.A. di Trieste, fu varato il 21/4/1936 ed entrò in servizio il 29/12/1937.
    Nei primi tempi i svolse normale attività di squadra partecipando all’occupazione dell’Albania nell’aprile 1939. Durante il secondo conflitto mondiale, oltre che nella difesa del traffico, venne intensamente impiegato in numerose operazioni belliche durante le quali prese parte agli scontri navali di Punta Stilo, Matapan, Mezzo Giugno. Più volte danneggiato dalla reazione nemica, il 31 gennaio 1943, colpito durante un bombardamento mentre si trovava a Messina, dovette registrare diverse vittime tra i suoi Marinai.

    Alla proclamazione dell’armistizio dell’8 settembre 1943, si trasferì con il resto della flotta a Malta che si era consegnata agli Alleati in ottemperanza alle clausole armistiziali. Durante il periodo della cobelligeranza venne utilizzato nell’Atlantico centrale in azioni di pattugliamento contro le navi corsare tedesche e in Mediterraneo sempre per pattugliamento e trasporto di truppe nazionali e anglo – americane.
    Rimasto all’Italia, nel dopoguerra subì lavori di ammodernamento con modifiche all’armamento, alle apparecchiature e alle sovrastrutture. A bordo dell’unità venne anche eretta una piattaforma per elicotteri su cui un Bell 47 nell’estate del 1953 effettuò al largo di Gaeta le prime prove di appontaggio e decollo.
    Nel 1957 iniziò una radicale serie di lavori per essere trasformato in incrociatore lanciamissili. Nel novembre 1961 rientrò con la sigla 551. Il 20 febbraio 1971 fu posto in disarmo per radiazione.

    In questa bella foto l’unità è stata ripresa nel periodo della cobelligeranza. Notare, infatti, che la nave è ritinteggiata secondo le norme in uso tra gli Alleati con lo scafo grigio scuro e le sovrastrutture grigio celestino.
    ONORE AL “GARIBALDI” E AI SUOI CADUTI.

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    16.2.1923, disarmo regia nave Regina Elena

    di Carlo Di Nitto

    La regia nave da battaglia di 1a classe “Regina Elena”, classe omonima era una bella e possente unità che dislocava 13804 tonnellate a pieno carico. Costruita nei cantieri dell’arsenale Marina Militare di La Spezia, fu varata il 19/06/1904 ed entrò in servizio l’ 11/09/1907.
    Nei primi anni svolse intensa attività di squadra e di rappresentanza. Nel corso della guerra Italo – Turca, scortò i convogli diretti a Bengasi ed appoggiò gli sbarchi e l’occupazione delle città libiche. Contribuì all’occupazione di Rodi e delle altre isole del Dodecaneso, effettuando numerose crociere nel mar Egeo.
    Durante la Prima Guerra Mondiale, essendo ormai tecnicamente superata, svolse attività bellica assai limitata, prevalentemente in Adriatico. Dopo il conflitto passò in disponibilità e usata come nave scuola per sottufficiali e allievi torpedinieri.

    Nel 1921 venne declassata a “Corazzata Costiera”; posta in disarmo il 16/2/1923, venne radiata il 15 marzo successivo.
    Il suo motto fu “Pro Patria et Rege”.

    REGIA NAVE DA BATTAGLIA REGINA ELENA – Una suggestiva immagine da prora della prora


    CONSEGNA DELLA BANDIERA DI COMBATTIMENTO ALLA REGIA CORAZZATA “REGINA ELENA”

    Domenica 21 aprile 1907, a La Spezia, il re Vittorio Emanuele III dopo aver presenziato in arsenale al varo della nave da battaglia Roma (2^), nel corso di una solenne cerimonia consegnò la Bandiera di combattimento alla regia corazzata “Regina Elena” (comandante, capitano di vascello David Gerra). L’artistico vessillo, racchiuso in un elegante cofano e benedetto dal vescovo di Luni – Sarzana (poi La Spezia), monsignor Giovanni Carli, era stato eseguito e ricamato dalle allieve della Scuola professionale di Roma sopra tessuti serici di produzione italiana.

    Dopo i discorsi di rito, e la firma del verbale di consegna, il comandante affidò la Bandiera ai guardiamarina Zina e Grana che l’alzarono al picco di maestra tra le salve delle artiglierie di bordo ed il saluto dell’equipaggio.Nella foto è ripreso questo momento della cerimonia.
Una curiosità: la Regina non poté presenziare alla cerimonia per un malore dovuto all’appena iniziata gravidanza della futura principessa Giovanna.
La Regia Nave da Battaglia “Regina Elena” entrò in servizio nella Regia Marina il successivo 11 settembre. Fu radiata nel 1923.

    a cura Fernando Antonio Toma


    Questa cartolina commemorativa d’epoca illustra il varo della regia nave Roma. A La Spezia il re Vittorio Emanuele, dopo aver presenziato in arsenale al varo della nave da  battaglia Roma (classe Vittorio Emanuele), nel corso di una solenne cerimonia consegnò la bandiera di combattimento alla nave da Battaglia Regina Elena. Per l’occasione fu coniata una medaglia commemorativa con il motto “Pro Patria et Rege” scelto proprio dalla stessa regina.

    Dello stesso argomento sul blog:
    https://www.lavocedelmarinaio.com/2019/04/21-4-1907-consegna-bandiera-combattimento-alla-regia-nave-regina-elena-e-varo-regia-nave-roma/
    https://www.lavocedelmarinaio.com/2015/10/augusta-li-13-10-1907-saluti-dalla-regia-nave-regina-elena/