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    Rocco Tavelli (Boffetto, 18.1.1921- Mare, 10.8.1942)

    Giorgio Gianoncelli

    (Boffetto, 18.1.1921- Mare, 10.8.1942)

    Sottocapo silurista Rocco Tavelli, croce al Valor Militare alla Memoria.
    Rocco nasce il 18 gennaio 1921 nel borgo di Boffetto, al piede delle Alpi Orobie sulla sponda sinistra del fiume Adda. Figlio dei fiori, e come Gesù Bambino, viene al mondo nel tepore della stalla. La madre, Caterina, è poco più di una bambina, presa da un uomo vuoto, per soddisfare i suoi istinti sessuali. Il bimbo, più che dalla giovane mamma è accudito dall’amorevole nonna Margherita, che vive nella santa miseria dell’epoca e per questo motivo è aiutata dalla famiglia Balbini, e Rocco, divide il letto con il coetaneo Pasquale. La mamma, dopo appena quattro anni dalla nascita del figliolo, se ne va nelle americhe in cerca di fortuna con un uomo del luogo e di loro si perdono le tracce. Il ragazzo frequenta i corsi scolastici regolari, ma cresce con il sogno costante di andare in cerca della mamma lontana. Per questa ragione, forse anche altre, nell’anno 1938 si arruola volontario nella Regia Marina Militare. Corso silurista, imbarchi, poi, la guerra.

    Il Sottocapo silurista Rocco Tavelli è parte del nuovo Equipaggio del Sommergibile Sciré affidato al Comandante Bruno Zelich. Il mattino del 6 agosto 1942, il battello lascia la base di Lero, ronfando si avvia verso il porto di Haifa (Israele), dove arriva la sera del giorno 10 e si posa sul fondo in attesa della notte per rilasciare gli operatori dei “Maiali”, scoperto, è vittima delle bombe di profondità delle Unità inglesi. È il sacrificio di 60 uomini, tra cui Rocco Tavelli, il figlio dei fiori, che ha spento il sogno di ritrovare la mamma lontana, nel giardino del mare.

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    18.1.1879, Gaetano Pesce

    di Antonio Cimmino e Claudio Confessore

    (Meta (NA), 18.1.1879 – 17.11.1917)

    Il Capitano di corvetta Gaetano Pesce e l’affondamento del pontone armato Cappellini nel primo conflitto mondiale.

    Gaetano Pesce di Luigi e di  Rosalia Petruzzelli, nacque a Meta (Napoli) il 18 gennaio 1879. Giovanissimo il 31 ottobre entrò nella reale Accademia navale di Livorno ove, il 6 agosto 1897 conseguì il grado di Guardiamarina.
    Promosso Sottotenente di Vascello il 16 marzo1899, si specializzò in Artiglieria e Balistica con l’ufficiale-scienziato Gregorio Ronca, anch’egli campano di Solofra. L’introduzione nell’artiglieria navale di armi di lunga gittata, fu oggetto di studi approfonditi del Ronca che, con l’aiuto del matematico Alberto Bassani, creò un nuovo sistema di  calcolo della traiettoria dei proiettili (Metodo Ronca-Bassani).
    Pesce si appassionò allo studio di questa nuova disciplina detta anche “tiro navale migliorato a salve (Tiro Ronca)” che permetteva di sparare con grande precisione, oltre cinque miglia di distanza. Tale metodo fu adottato da molte marine, tra cui quella giapponese che si modernizzò proprio sulla base delle tecniche sperimentate dalla marina italiana ad opera dell’Ammiraglio Togo, che usò la nuova tecnica di tiro durante la guerra tra il Giappone e la Russia (1905) ed a cui si deve la distruzione della flotta russa (35 navi) nei pressi delle isole di Tsun-Shima.
    Giovanissimo Tenente di Vascello dal 4 agosto1904, Gaetano Pesce divenne uno dei migliori direttori di tiro e nelle gare del 1908 portò la sua nave a vincere i migliori premi in palio.
    Per questi motivi fu nominato Cavaliere della Corona d’Italia, la prima onorificenza a carattere nazionale, istituita con Decreto Reale dal Re Vittorio Emanuele II il 20.2.1868 dopo la cessione del Veneto all’Italia da parte dell’Austria e il ritorno nella Cattedrale di Monza della Corona di Ferro con la quale furono incoronati tutti gli imperatori da Carlo Magno a Napoleone, come simbolo di potere sulla nostra penisola. Questo ordine era destinato a remunerare le benemerenze verso gli interessi della nazione da parte di italiani o stranieri. Gran Maestro dell’Ordine era il Re ed i successori al trono d’Italia.

    Allo scoppio della guerra italo-turca (guerra di Libia),  Pesce partecipò allo sbarco per la conquista di Tripoli, inquadrato nel Reggimento delle truppe da sbarco della Regia Marina della Divisione Navi Scuola. Per il suo comportamento, con R.D.19agosto 1912 gli fu conferita la Medaglia d’ Argento al Valor Militare con la seguente motivazione:” Comandante di una batteria da sbarco prese parte a tutti i fatti d’arme dall’ 11 ottobre al 3 novembre, dimostrando sempre grande calma e coraggio sotto il fuoco nemico, e abilità nell’impiego tattico  dei suoi pezzi” (Tripoli, ottobre-novembre 1911).
    Per tutte le azioni di valore dei marinai, il 26 novembre 1915, su proposta del ministro della Marina, contrammiraglio Pasquale Leonardi Cattolica, il Re concesse alle Forze da sbarco della Regia Marina la bandiera di guerra decorata con Medaglia d’Oro al Valor Militare “per l’ardire e l’eroismo dimostrato nelle varie azioni compiute nei mesi di ottobre 1911 per l’occupazione della Tripolitania e della Cirenaica”.

    Terminata la guerra di Libia, nel 1913 al Tenente di Vascello Gaetano Pesce fu assegnato il comando della torpediniere Clio inquadrata nella 3° Squadriglia di Gaeta per servizi in Sardegna, isole minori e Golfo di Salerno.
    Nel mese di novembre collaborò alle operazioni di disincaglio dell’incrociatore San Giorgio andato in costa nello Stretto di Messina. L’anno successivo, sempre al comando del T.V. Pesce, la piccola unità, con base a Taranto, fu adibita alla ricerca e distruzioni di  mine vaganti nello Jonio e nel Basso Adriatico. Allo scoppio della Grande Guerra il T.V., sempre al comando della Clio effettuò missioni di scorta e sorveglianza nel medesimo scacchiere. Quando la torpediniere andò in bacino a Palermo per manutenzione, al Pesce fu affidato il comando di un treno armato nella tratta del Basso Adriatico.

    La Regia Marina approntò una serie di treni armati, equipaggiati con cannoni navali di piccolo e medio calibro. Il servizio assicurava la difesa mobile della costa adriatica da Ravenna a Bari, in particolare nelle zone più esposte agli attacchi austro-ungarici tra Ravenna e Termoli e tra Barletta e Bari.
    Successivamente il T.V. Pesce fu inviato a Venezia come comandante in seconda della vecchia nave da battaglia Emanuele Filiberto, utilizzata come fortezza galleggiante a protezione della città. L’ammiraglio Thaon di Revel, infatti, lucidamente aveva individuato la città lagunare come l’unico valido baluardo per arginare la flotta austro-ungarica asserragliata nelle basi di Trieste e Pola che, altrimenti, avrebbe straripata facilmente in Adriatico e nello Ionio, essendo la munita base di Taranto troppo lontano. Venezia era importante anche perché la sua perdita avrebbe consentito all’esercito nemico di accerchiare le linee italiane e sbucare incontrastato, attraverso la Pianura padana, fino agli Appennini.

    Promosso Capitano di Corvetta il 2 giugno 1916, Gaetano Pesce ebbe il comando del pontone armato Alfredo Cappellini. La scelta fu dettata dalla sua competenza tecnica delle artiglierie navali di grosso calibro in quanto il pontone era armato con due cannoni Vickers Armstrong da 381/40 mm originalmente destinati alla corazzata Francesco Morosini (non più costruita) della classe Caracciolo in costruzione a Castellammare (anche questa unità, una volta varata anni dopo, non prese mai il mare e fu demolita); completavano l’armamento, 4 pezzi antiaerei da 76/40mm. I due grossi calibri, con brandeggio ed alzo rispettivamente di 15° e 20°, erano in grado di sparare proiettili sulle postazioni austriache del Carso, fino a 25.000  metri.  Con precisione il Comandante Pesce lanciò i proiettili da 884 chilogrammi contro le postazioni nemiche in terraferma a sostegno delle azioni della fanteria.

    Ma la rotta di Caporetto costrinse il Cappellini e l’altro grosso pontone il Faà di Bruno a ripiegare verso Ancona. Salparono da Venezia il  15 novembre 1917. Il Cappellini trovò mare grosso che causò la rottura delle rizze dei cannoni che fece sbandare l’imbarcazione ed imbarcare acqua dalle maniche a vento, dai boccaporti e dalla torre dei cannoni, nonostante i tentativi del comandante di otturare queste vie d’acqua e dar potenza alle pompe di svuotamento. Cna chiatta senza pescaggio non adatta per il mare aperto, costruita apposta per muoversi in laguna, l’assetto ormai era compromesso, il Luni, il rimorchiatore che lo trainava, dopo i tentativi di far arenare il pontone dirigendolo verso costa, mollò gli ormeggi. Il pontone era ormai in balia delle onde. I provvedimenti presi dal comandante  non riuscirono a vincere la furia del mare e a salvare il natante. Radunati gli uomini, fece loro indossare i giubbotti di salvataggio ed  ordinò l’abbandono nave. Le cause dell’affondamento del pontone sono elencate nel rapporto finale della R.M.:
    “Il naufragio del Cappellini è dovuto a causa di forza maggiore determinata dal mare tempestoso, dalla nessuna adattabilità del pontone ai mari cattivi, dalla debolezza della costruzione e permeabilità dei portelli e dall’essersi rotte le rizze dei cannoni che provocarono l’ingavonamento del pontone. Si può affermare che la maggior parte delle morti sia avvenuta per assideramento”. Riferendosi al comandante, viene scritto: “Egli col nostromo e tre o quattro marinai ammainò la lancia, ed egli ultimo vi scese: poco dopo il Cappellini si rovesciava: la lancia, traversata dal mare si rovesciava…Risulta che il Comandante fu ultimo a lasciare la nave e solo quando vide che nulla si poteva fare per salvarla”.

    Così la relazione d’inchiesta, che ne elogiò pure l’ammirabile contegno, il coraggio, la calma e propose la concessione della Medaglia d’Argento al Valor Militare. La motivazione delle decorazione così recita:
    “Alla memoria del cap. di Corvetta Pesce Gaetano, comandante in zona di operazione di una cannoniera semovente portò più volte la sua nave arditamente ed efficacemente al fuoco contro posizioni nemiche, superando notevoli difficoltà nautiche e tecniche e sostenendo con sereno coraggio e calma ammirevole il tiro aggiustato di controbatterie. Esempio di alte virtù militari, chiuse sul mare la giovine esistenza spesa nobilmente al servizio    della Patria”.

    Perirono il comandante ed altri 68 uomini dell’equipaggio, se ne salvarono solo quattro: il sottocapo cann. Fernando Aldrovandi, il cann. Filippo Dagnino, il torpediniere Domenico Lorusso ed il marinaio Gennaro Trulli.
    I corpi delle vittime vennero sepolti nel cimitero delle Grazie, a Senigallia
    Tra i 69 uomini dell’equipaggio morti nell’affondamento del Cappellini, due marinai appartenenti al Compartimento Marittimo di Castellammare di Stabia:
    – Marinaio scelto   Gaetano Lampo di Giovanni, nato a Meta il 2 febbraio1893
    – Cannoniere scelto   Giovanni Tramice di Pasquale nato a Castellammare di Stabia il 22 aprile 1890.

    ELENCO DEI 69 CADUTI DEL PONTONE ARMATO CAPPELLINI (in ordine alfabetico)

    Marinaio Accardo Ciro di Torre del Greco/Marinaio Addezio Vincenzo di Napoli/Sottocapo Cannoniere Amitrano Saverio di Scafati/Marinaio Ascione Francesco di Torre del Greco/Fuochista Scelto Baldan Giuseppe di Venezia/2° Nocchiere Baldassini Amedeo di Aulla/Marinaio Baldini Salvatore di Giulianova/Marinaio Barcio Nunzio di Siracusa/Torpediniere elettricista Beneduce Romeo di Milano/Fuochista Berta Vittorio di Genova/Torpediniere Bianchi Aristide di Milano/C° Cannoniere Bianchi Ulisse di Roma/Marinaio Boero Alessandro di Genova/Marinaio Bottiglieri Giuseppe di Torre del Greco/Sottocapo Cannoniere Brindisi Amatuccio di Trivigno/Fuochista Canciani Angelo di Venezia/Cannoniere Scelto Capuano Francesco di Napoli/Marinaio Scelto Cuciti Stefano di Milazzo/Marinaio Damonte Antonio di Arenzano/Fuochista Scelto Doria Antonio di Chioggia/Cannoniere Scelto Duro Stefano di Palermo/2° Capo Cannoniere Falco Giorgio di Marano di Napoli/Marinaio Fogli Raffaele di Comacchio/Marinaio Gallino Pietro di Sanremo/Cannoniere Scelto Gallo Giosuè di Caorle/Timoniere Galluzzi Armando di Torino/Marinaio Gambardella Vincenzo di Amalfi/Sottocapo Cannoniere Godani Angelo di Aulla/Sottonocchiere Graffigna Giuseppe di Genova/Marinaio Scelto Lampo Gaetano di Meta/Marinaio Macaluso Domenico di Palermo/Marinaio Maggio Francesco di Motta Camastra/2° Capo Cannoniere Manarola Marcello di Finalborgo-Finale Ligure/Marinaio Scelto Mannucci Amerigo di Livorno/Cannoniere Mantovan Galliano di Loreo/Sottocapo Fuochista Milanese Giovanni Battista di Genova/Marinaio Monterosso Vincenzo di Siracusa/Sottocapo Torpediniere Morana Pasquale di Palermo/C° 1 Cl Torpediniere Musesti Vittorio di La Spezia/Cannoniere Scelto Orlando Pietro di Borghetto S. Spirito/Sottocapo Cannoniere Paone Umberto di Napoli/Sottocapo Cannoniere Passanini Domenico di Augusta/C° 2 Cl Cannoniere Pastore Gaetano di Vieste/Marinaio Patania Sebastiano di Siracusa/C° 2 Cl Cannoniere Perrucci Achille di Caserta/Capitano di Corvetta Pesce Gaetano di Meta/Fuochista Petrucci Giuseppe di Rimini/Cannoniere Scelto Piccinni Vito di Tricase/Marinaio Pinedo Antonio di Buenos Ayres (Argentina)/Cannoniere Scelto Polacci Roberto di Pietrasanta/Cannoniere Quaranta Federico di Napoli/Sottocapo Cannoniere Quattrucci Giacomo di Castrocielo/Fuochista Scelto Ravegnani Giovanni di Rimini/Marinaio Scala Antonino di Torre del Greco/1° Macchinista Segre Lino Samuele di Casal Monferrato/Sottocapo Cannoniere Selo Antonio di Napoli/Tenente Spataro Francesco di Taranto/Marinaio Staiti Nicola di Genova/Sottocapo Cannoniere Sturni Luigi di Bitetto/Fuochista Tamburi Giuseppe di Asciano/Fuochista Scelto Taragno Giovanni di Torino/Marinaio Tarantino Salvatore di Torre del Greco/Marinaio Toscani Amedeo di Colonnella/Cannoniere Scelto Tramice Giovanni di Castellammare di Stabia/Marinaio Vecchio Ignazio di Licata/Sottocapo Torpediniere Vegnuti Ezio di Fivizzano/Fuochista Veschi Giustino di Ancona/Sottonocchiere Vitale Pasquale di Ravello/2° Capo Zara Salvatore di La Maddalena.

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    18.1.1968, ricordando Fernando Zaccarelli

    di Giuseppe Zaccarelli
    
fanobeppe@gmail.com

    Banca della memoria - www.lavocedelmarinaio.com

    …superstite a Capo Matapan
, ovvero quando le storie dei padri dei marinai si incrociano con quelle dei figli sulle rotte:
“virtuali” del web e “reali” degli umani sentimenti!

    Buongiorno Ezio,
    mi chiamo Giuseppe Zaccarelli, figlio di Fernando Zaccarelli maresciallo motorista imbarcato sul regio incrociatore Fiume.
    Anche mio padre è naufragato quella notte di marzo 1941 si è salvato miracolosamente e dopo 7 giorni passati su un relitto zattera, fu salvato dalla nave croce rossa Gradisca quando ormai era saponificato.

    Fernando Zaccarelli motorista navale f.p.g.c. Giuseppe Zaccarelli a www.lavocedelmarinaio.com

    Mio padre non c’è più, l’ha portato via una peritonite nel lontano ormai 18 gennaio 1968.
    Io son nato nel 1956 e se mio Padre rimaneva a Capo Matapan non sarei nato. Papà non mi ha mai raccontato molto di quell’episodio, non aveva piacere di farlo. Ricordo che ad ogni anniversario era come se andasse giù di testa…
    Ha vissuto un’esperienza che è indescrivibile e allo stesso tempo incredibile ma la volontà di vivere è stata superiore a tutto.

    Secondo capo di Marina Fernando Zaccarelli - f.p.g.c. Giuseppe Zaccarelli a www.lavocedelmarinaio.com

    Non so tanto di questa tragedia ma so che in pochi spiegano ai nostri giovani cosa hanno patito i nostri padri e i nostri nonni per la Patria, un sentimento di attaccamento che col tempo si è stemperato molto.
Non ho foto né della nave né di quei marinai.
    Volevo solo così portare la mia testimonianza per questi ragazzi mandati al macello, molti morti da Eroi,
    … loro sapevano ma non si sono mai tirati indietro.

    Questi sono i superstiti (o alcuni di essi a bordo della nave croce rossa Gradisca) se vuole di questa ne ho alcune copie potrei mandargliele per posta normale ma mi serve il indirizzo suo o della redazione…




    Foto di Giuseppe Zaccarelli- Probabili superstiti nell'affondamento di nave gradisca a Capo Matapan - www.lavocedelmarinaio.com

    Sig. Ezio le mando alcune foto che son riuscito a recuperare di mio padre. Lei ne faccia l’uso che meglio crede.
    Un abbraccio Beppe

    diploma 1^ concessione rilasciato al marinaio Fernando Zaccarelli f.p.g.c. Giuseppe ZaccarelliMarinaio Fernando Zaccarelli di rona f.p.g.c. Giuseppe Zaccarelli a www.lavocedelmarinaio.com

    Buongiorno signor Giuseppe,
    grazie per questa sua partecipata testimonianza che ci fa comprendere, qualora ce ne fosse ancora di bisogno, il sacrificio per la Patria di Marinai di una volta che hanno creduto, come giustamente anche Lei afferma nel finale della sua commovente testimonianza, e che nessun si tirò mai indietro.
    Sono io a nome di tutti coloro che scrivono o ci inviano testimonianze come la Sua a ringraziarla perché il cuore dei figli dei marinai è immenso come l’amore del mare dei propri Padri e la Sua testimonianza schietta, diretta e sincera ne é la prova più tangibile.
    Nel nostro piccolo, unitamente ad altri siti come questo, ci scambiamo informazioni per creare una “Banca della memoria” su internet in modo da ricordare ciclicamente il sacrificio di chi si è immolato per la Patria o l’ha servita con Onore e Rispetto…proprio come suo padre Fernando.
    Grazie Giuseppe, grazie davvero.
    Pancrazio “Ezio” Vinciguerra e la redazione de www.lavocedelmarinaio.com

    Casermetta Squadriglia M.A.S. - www.lavocedelmarinaio.comConcessione onorificienze a Fernando Zaccarelli f.p.g.c. Giuseppe Zaccarelli a www.lavocedelmarinaio.com

    Dello stesso argomento sul blog:
    
https://www.lavocedelmarinaio.com/2012/03/a-proposito-di-regio-incrociatore-fiume-e-capo-matapan/ oppure digita sugli argomenti del blog: La disfatta di Capo Matapan

    Marino-Miccoli-2014-per-www.lavoce-delmarinaio.com_2Gentile signor Giuseppe Zaccarelli,
    anch’io ricordo la riluttanza di mio Padre Antonio Miccoli nel raccontare la vicenda drammatica dell’affondamento dell’incrociatore Fiume; dopo poche frasi la narrazione dei fatti si interrompeva a causa della profonda commozione che il ricordo di quei tragici avvenimenti gli causava; soprattutto ricordare i suoi Colleghi caduti e dispersi rappresentava per Lui qualcosa di talmente lacerante per il suo animo che le parole non sono sufficienti a descrivere. 
Mi conforta il pensare che adesso, nel mondo dei più, Egli sia sereno, in compagnia di tutti coloro che con lui vissero la triste notte del 28 marzo 1941. Noi, da questa terra, nel ricordarli, al contempo ne onoriamo la memoria.
    Marino Miccoli




    Capo 3^classe Fernando Zaccarelli f.p.g.c. Giuseppe Zaccarelli a www.lavocedelmarinaio.com

    Caro Ezio,
    la ringrazio molto sinceramente oggi è l’anniversario della morte del babbo e sono contento che ne venga onorata la memoria con questo ricordo.
    Un pensiero va anche a tutti i militari della Marina che tutti i giorni fanno il loro dovere per la Patria, definizione dimenticata dai più, ma abbiamo ancora una Patria da amare e rispettare con umiltà e sacrificio.
    Quindi siete tutti nei miei ricordi in modo particolare l’arma della Marina Militare Italiana.
    Andiamo avanti così col nostro umile lavoro di memoria e testimonianza, io quando ne ho l’opportunità amo raccontare di vicende di guerra e pace della nostra Marina, faccio un lavoro di servizio publico e mi piace parlare ai giovani dei sacrifici che hanno fatto i nostri padri e i nostri nonni per onorare quel senso del dovere, del sacrificio,  che i giovani fanno fatica a comprendere ( per fortuna non tutti ).
    Non la voglio tediare ulteriormente, tanti e tanti auguri a lei e alla sua famiglia e spero ci sia l’occasione di incontrarci di persona.
    Giuseppe Zaccarelli
    (18.1.2020, ore21,28)

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    18.1.1945, noi a Zonderwater dichiarammo fedeltà

    di Marino Miccoli 

    Marino-Miccoli-2014-per-www.lavoce-delmarinaio.com_2Zonderwater è una vasta area situata a circa 40 km Nord Est dalla città di Pretoria ed è vicina alle note miniere di diamanti del Cullinan, nel Sud-Africa. L’altopiano (1500 mt. s.l.m.) in cui si trova è incluso nella Provincia del Transvaal. Nel 1941 è stato realizzato un grande campo di prigionia, suddiviso in blocchi, dove sono stati raccolti moltissimi prigionieri di guerra italiani e tedeschi. Dalle navi mercantili dove erano stati stivati, i prigionieri erano sbarcati nel porto di Durban; da qui in treno in due giorni di viaggio arrivavano a Zonderwater. I primi prigionieri italiani arrivarono alla fine dell’inverno del 1941 e tra questi vi era mio padre Antonio Miccoli (maresciallo capo-cannoniere stereotelemetrista della Regia Marina, uno dei pochi sopravvissuti all’affondamento del Regio Incrociatore Fiume, avvenuto a largo di Capo Matapan – Grecia- nella tragica notte del 28 marzo 1941). Egli era stato prima internato in un campo di prigionia ad Alessandria d’Egitto, laddove dopo aver subito un primo interrogatorio gli fu assegnato il numero di matricola: n. 123415.
    ingresso-cimitero-italiano-Zonderwater-CopiaZonderwater, che in lingua Afrikaans significa senza acqua (anche se in realtà l’acqua era presente e abbondante nel sottosuolo), è una località costituita da una pianura arida con alcune ondulazioni. La flora è rada e bassa. L’orizzonte è costituito da modeste colline. La vasta zona riservata ai prigionieri (dall’aprile del 1941 al marzo del 1947 furono accolti nel campo più di 100.000 prigionieri italiani) era situata da un lato sulle colline e dall’altro si apriva verso il piano. Il clima è quello continentale del nord est del Sud Africa. Possiamo affermare che le stagioni sono essenzialmente due: estate e inverno. L’estate va da novembre ad aprile e l’inverno da maggio a ottobre. Il vento regna, anzi impera nella zona di Zonderwater: infatti le tempeste di sabbia, le trombe d’aria fanno volare tetti, coperture, lamiere, tende, staccionate e recinzioni; i venti hanno una forza e un’intensità tale da “togliere il fiato”. Dopo il vento arrivano quasi sempre i temporali e con essi i fulmini. Sì, quei tremendi fulmini di cui mio padre (che fu detenuto a Zonderwater dall’aprile del 1941 al maggio 1946) aveva un terrificante ricordo. Infatti egli narrava che:

    – “Le tende erano fatte a forma di cono. In ogni tenda eravamo in otto prigionieri; si dormiva distesi sul terreno con i piedi rivolti al palo di sostegno e la testa verso l’esterno. A Zonderwater i fulmini erano un concreto pericolo per le persone… al tempo della tendopoli, dal 1941 al 1943 (a partire dalla fine di questo ultimo anno si iniziò la costruzione delle prime baracche), le punte dei pali di ferro che reggevano le tende si trasformavano in vere e proprie calamite per i fulmini; così i prigionieri che si trovavano a contatto o vicino ai pali metallici morivano fulminati”.
    Lapide-Caduti-Italiani-ZONDERWATER-CopiaEgli riferiva che a decine i prigionieri italiani rimanevano vittime dei numerosi fulmini che si scatenavano durante i temporali, forse a causa di una composizione particolarmente ferrosa del suolo, e ogni temporale era vissuto da loro con terrore. A testimonianza di quanto sopra, a Zonderwater per commemorare i non pochi prigionieri folgorati è stato poi edificato un monumento che è possibile visitare ancora oggi, così come il cimitero dei prigionieri italiani.
    Ma torniamo alla narrazione di mio padre sulla sua vita in prigionia; i prigionieri si dividevano fondamentalmente in tre “fazioni”:

    1) “irriducibili”
    ovvero i prigionieri fascisti convinti e memori delle cruente battaglie sostenute per difendere le colonie, i quali minacciavano e mettevano in atto azioni punitive contro quei traditori che collaboravano con gli inglesi.

    2) “non cooperatori”
    che non erano fascisti, ma militari delle varie armi, che non intendevano lavorare per il nemico. Questi credevano che collaborare significava dare segno di anti italianità e di slealtà al Re e alla Patria.

    3) “cooperatori”
    che aspiravano alla libertà, anche se parziale; essi volevano migliorare la loro difficile condizione di vita e pertanto acconsentivano ad andare a lavorare per molti datori di lavoro sudafricani, soprattutto nelle varie fattorie del Transvaal. Qui si fecero notare ed apprezzare per la loro perizia nell’edilizia e nella costruzione di strade. Ma al loro rientro nel campo di prigionia, dopo un periodo di lavoro all’esterno, i “cooperatori” venivano accolti malamente, subivano ceffoni ed erano sottoposti alla cosiddetta «coperta», una punizione corporale solitamente inflitta loro di sorpresa da un gruppo di prigionieri.

    Giuseppe Polimeno - www.lavocedelmarinaio.com

    Mio padre non mi ha mai detto a quale di questi tre gruppi di prigionieri appartenesse ma, avendolo conosciuto, mi sento di affermare che era un prigioniero tra i tanti “non cooperatori”. Ciò anche in considerazione del fatto che a causa delle sue conoscenze tecniche riguardanti il telemetro italiano e del suo reiterato diniego a rivelarne l’esatto funzionamento, fu più volte maltrattato dagli inglesi. Collaborò con un prigioniero di cognome Santoro ed altri per la realizzazione di un cimitero dove poter dare una degna sepoltura agli internati che morivano nei vari blocchi del campo di Zonderwater.

    – “Un cucchiaio di lenticchie in poca brodaglia” questo egli riferiva essere il suo pasto nel campo di prigionia… sì, i prigionieri italiani con e come lui provavano la fame, una maledetta fame tanto che mia madre afferma che nei primi tempi della sua liberazione, quando nell’estate del 1946 fu rimpatriato e reintegrato nella neonata Marina Militare, mio padre pesava 46 kg. e non riusciva a domare l’istinto di afferrare nel pugno le mosche che gli svolazzavano vicino per portarsele alla bocca. Passò un po’ di tempo prima che egli riuscisse a trattenersi da simile abitudine evidentemente acquisita durante la prigionia per sopravvivere; non vi nascondo che oggi anch’io, nel rinnovare il ricordo di quei tristi avvenimenti, provo sincera commozione.
    Delle vicende di guerra e delle vicissitudini della prigionia egli scrisse un diario, che purtroppo gli fu requisito a Napoli, il giorno del rimpatrio, nel maggio 1946. Ciò era inspiegabile per mio padre perché gl’inglesi erano a conoscenza del fatto che egli ne possedeva uno e consapevolmente gli permisero di tenerlo fino al termine della prigionia.
    Il maresciallo Antonio Miccoli fu pluridecorato e nominato Cavaliere al Merito nel 1959 dall’allora Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi; si congedò il 28 marzo 1962 con il grado di sottotenente del C.E.M.M..
    A conclusione di questo mio modesto ricordo scritto riguardante i 5 anni e 2 mesi di prigionia di mio padre, allego l’immagine di un raro documento: si tratta della DICHIARAZIONE DI FEDELTA’ che gl’inglesi gli fecero sottoscrivere il 18 gennaio 1945, quasi un anno e mezzo prima della sua liberazione che avvenne con il rimpatrio a MARIDEPO Napoli il 20 maggio 1946. In essa si richiedeva l’impegno e la collaborazione con gli Alleati nel combattere contro il comune nemico: la Germania.
    Desidero inoltre qui riportare un significativo brano del discorso tenuto dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi quando si recò in visita di Stato in Sud-Africa e rese omaggio ai Caduti al Sacrario Militare di Zonderwater, il 15 marzo 2002:

    Dichiarazione di fedeltà del Maresciallo Antonio Miccoli - www.lavocedelmarinaio.com

    “ […] Non devono dimenticare, specie i più giovani, chi si è sacrificato per la Patria ovunque, in guerra e in pace; chi è caduto; chi ha vissuto in prigionia lunghi anni della più bella stagione della vita e che, tornato, ha ricostruito l’Italia in un’Europa concorde e unitaria […]”

    Sento il dovere di ricordare inoltre alcuni dei nomi di coloro (conterranei e commilitoni) che condivisero con mio padre la drammatica esperienza della prigionia: Giuseppe Salvatore Polimeno (mio zio), Donato Carlo, Antonio Corvaglia, Luigi Cutrino, Attilio Rini, tutti militari originari di Spongano (LE).
    Mi inchino riverente dinanzi al sacrificio di tutti prigionieri di guerra morti durante la prigionia, tra stenti e indescrivibili patimenti, lontano dalla loro Patria e dalle amate famiglie; onoro la loro memoria e mi auguro che mai più, ripeto mai più l’umanità debba patire simili sofferenze a causa di quell’assurda follia costituita dalle guerre.

    Antonio Miccoli - www.lavocedelmarinaio.com

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    18.1.2013, è un giorno che non dimentichiamo mai

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    La sconfitta del Diritto Internazionale e il trionfo della miseria.

    18 gennaio  2013,  è una data che  marinai e gente di buona volontà non dimenticheranno facilmente.
    Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due marinai del Reggimento San Marco della Marina Militare, non sanno ancora se essere giudicati in India o in Italia per l’incidente avvenuto in acque internazionali il 18 febbraio 2012 …verrano giudicati da un tribunale arbitrario, fuori giurisdizione, forse nel 2019.
    Lo stato indiano del Kerala, che non aveva giurisdizione per intervenire nell’incidente che ha coinvolto i due marinai, si è affidato alla decisione della Corte Suprema indiana a New Delhi, che per l’occasione ha istituito un Tribunale speciale appositamente creato con la collaborazione dello stesso governo. La Corte Suprema indiana sebbene abbia ribadito che l’incidente sia avvenuto in acque internazionali ha:
    – sentenziato che l’incidente era avvenuto fuori dalle acque territoriali indiane;
    – negato la giurisdizione del caso al Tribunale del Kerala;
    – sentenziato che i due marinai, adesso, non avranno più alcuna restrizione di movimento in India e saranno liberi di spostarsi in tutto il paese ma non godono dell’immunità sovrana spettante  nell’esercizio delle loro funzioni (con compiti di protezione e sicurezza a bordo del mercantile Enrica Lexie emanati da Governo Italiano). Il riconoscimento dell’immunità sovrana dei due fucilieri del Reggimento San Marco avrebbe comportato da parte della Corte la contemporanea applicazione della giurisdizione italiana del caso ma non esclude il riconoscimento, per la prima volta, formalmente e ad il più alto livello, che l’incidente dell’Enrica Lexie è avvenuto in acque internazionali, di conseguenza si applica il diritto del mare e la convenzione di Giamaica. Insomma un non giudicare…
    Per quanto precede, i nostri militari sono ancora tutelati dalla nostra Giurisprudenza e dal Diritto Internazionale?
    La pirateria è  una delle minacce che il mondo globale dovrà affrontare, forse la più tradizionale, ma il mondo cambia, come cambia la tecnologia. La natura umana invece è sempre la stessa e il fenomeno della pirateria, come lo è sempre stato, è sempre figlio dello stessa madre: la miseria.

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    18.1.1893, Emilio Bresciani

    a cura Antonio Cimmino

    (Chiavari, 18.1.1893 – Brindisi, 27.9.1915)

    Il Guardiamarina Emilio Bresciani nasce a Chiavari il 18 gennaio 1893, da Maria Sartori e di Paolo.
    Entra in Accademia il 20.2.1912. Fu nominato Guardiamarina il 27.8.1914 e partecipò alla Guerra di Libia.
    Trovò morte, unitamente a 454 uomini dei 797 facenti parte dell’equipaggio, a Brindisi a sulla regia nave Benedetto Brin per esplosione della santa-barbara.