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    Quella greca che tanti sognano

    di Guglielmo Evangelista (*)

    …ma non si tratta di una leggiadra fanciulla di qualche isola del Mare Egeo, bensì di quel fregio che compare sui galloni degli ammiragli, cioè di coloro che hanno raggiunto gli ambiti vertici della carriera nella Marina Militare.

    Come sempre, per rendersi conto del perché è stata adottata sulle uniformi come distintivo di grado, bisogna scavare nel lontano passato.
    Nel ‘700, quando anche gli abiti maschili, sia civili che militari, erano ricchi di pizzi e ornamenti, era comune  decorare  gli ampi colletti e i polsi rivoltati, come voleva la moda dell’epoca, con ricami di svariati tipi.


    Nella metà di quel secolo compaiono sugli abiti degli aristocratici del Piemonte dei ricami a losanga, forse ispirati a quelli già molto in voga presso gli spagnoli della vicina Lombardia, e, in pochi anni, i ritratti di Vittorio Amedeo III (1726-1776) ci mostrano la loro rapida evoluzione in una forma standard già non troppo diversa da quella che conosciamo oggi ed il suo impiego esclusivo nelle  uniformi militari portate da coloro che rivestivano i gradi più elevati, a partire dal re.
    Tutto qui.

    La designazione comune di questo fregio, noto come “greca” viene spiegato dal vocabolario Treccani che recita:  Motivo ornamentale ininterrotto, composto di segmenti paralleli e perpendicolari fra loro, formanti angoli retti, ricamato direttamente o applicato su bande come guarnizione nell’abbigliamento femminili……. e più o meno variata, come distintivo di grado, in oro o in argento, portato sulle uniformi di tutti gli ufficiali generali e ammiragli.

    E’ intuitivo pensare che il nome derivi dagli antichi vasi greci dove tale motivo compare con frequenza.
    Va notato però che nel linguaggio burocratico e militare si trova sempre utilizzato un altro termine, più generico, quello di ricamo.
    Infatti nei Regolamenti relativi alle uniformi degli ufficiali della Marina Sarda, fin dal 1822, la descrizione della grande uniforme degli ammiragli comprende, tra l’altro, un “ricamo del grado corrispondente nell’armata di terra con un’ancora con corona a ciaschedun angolo inferiore del colletto”.
    E’ presumibile che il ricamo si trovasse anche ai paramani dato che a proposito della piccola uniforme si cita il ricamo al colletto e ai paramani.

    Ancora nel Regolamento del 1870 sono citati i ricami in oro distintivi del proprio grado.
    Possiamo anche aggiungere che al di fuori dello Stato Maggiore Generale della Marina e delle armi di fanteria, artiglieria e genio dell’Esercito a quei tempi la greca non esisteva per il semplice motivo che per le carriere  degli altri ufficiali era previsto, e neppure per tutti, un grado massimo equivalente a colonnello.
    Soltanto nel 1861, quando fu introdotto per il Genio Navale il grado di Ispettore delle costruzioni navali, parificato a maggior generale, l’uniforme corrispondente portava la greca, ma con un’ampia sottopannatura di velluto cremisi che ricopriva l’intero colletto e l’intera fascia paramani.
    Doveva trascorrere ancora una ventina d’anni per vedere i gradi corrispondenti di maggior generale medico, maggior generale Commissario e Capitano Ispettore di porto.
    In pratica la greca non ha ma avuto nel tempo nessuna sostanziale modificazione del disegno, se non qualche accorgimento per adattarla al variare della forma delle uniformi adottate. In una sola cosa, rispetto al più lontano passato, c’è una profonda differenza: oggi il ricamo porta in posizione mediana una riga orizzontale che non cambia qualunque sia il grado dell’ufficiale che la porta. Invece fino alla fine degli anni ‘70 dell’800  i tre gradi previsti per gli ammiragli (Contrammiraglio, Vice-ammiraglio e Ammiraglio) non venivano distinti da strisce, occhielli o stelle, ma proprio da questo fregio centrale del ricamo che quindi poteva consistere in una, due o tre righe.
    Abbiamo già ricordato che  l’origine della greca è spagnola, ed essa compare anche sulle uniformi di generali e ammiragli napoletani che peraltro, a differenza del Piemonte,  la imitavano quasi pedissequamente stanti gli strettissimi rapporti che a lungo intercorsero fra i Borboni del Regno di Napoli e quelli della Spagna.

    Così come in Italia il ricamo piemontese è rimasto fino ad oggi il distintivo degli ufficiali generali, anche in Spagna  è successa la stessa cosa.
    In Francia invece – con notevole semplicità – si portano come distintivo solo alcune stelle, ma è il caso di osservare che l’antico ricamo equivalente alla greca, consistente in un  complicato intreccio di rami e di foglie, che anche qui distingueva gli alti gradi, è “migrato” sul berretto.

    In conclusione possiamo notare che, mentre nella totalità dei paesi esteri  il distintivo di degli ammiragli è costituito, a parte stemmi o simboli propri di ciascuna nazione, da una riga molto larga, soltanto noi e i nostri vicini mediterranei manteniamo quello tradizionale e, dato che ogni regola ha la sua eccezione, una losanga abbastanza simile alla nostra distingue gli ammiragli polacchi

    (*) digita Guglielmo Evangelista sul motore di ricerca del blog per conoscere gli altri articoli.

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    17.12.1942, in ricordo di Edoardo Campana, Ignazio Castrogiovanni e quelle strane coincidenze

    
di Claudio Confessore

 e Michele Balducci

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    …riceviamo e con immenso orgoglio pubblichiamo.

    Salve dott. Vinciguerra,
    vorrei chiederle, se possibile, di ricordare nel gruppo de “La voce del marinaio” della ricorrenza odierna dell’affondamento, il 17 dicembre di 75 anni fa, della regia nave “Aviere” (silurata da un sommergibile britannico “Splendid”.

    Mi chiamo Michele Balducci, sono il pronipote del marò Campana Edoardo, uno dei duecento marinai periti nel naufragio. Della vicenda vi siete occupati più volte grazie anche alle informazioni di Lucio Campana, mio cugino. A distanza di tanti anni, finalmente, abbiamo potuto commemorare la memoria di questo nostro parente – eroe della patria.

    Di seguito le scrivo alcune righe sulla cerimonia di commemorazione e alcune foto. Grazie. Questa mattina si è svolta la commemorazione del caduto Campana Edoardo, ufficialmente disperso in mare, perito alla giovanissima età di 17 anni durante il secondo conflitto mondiale. Il giovanissimo marò era infatti imbarcato sulla regia nave Aviere, salpata da Napoli e affondata nel Canale di Sicilia da due siluri lanciati dal sommergibile britannico Spendid il 17 dicembre 1942.

    La breve cerimonia si è svolta presso la Stele dedicata “Ai Marinai molfettesi dispersi in mare” nel Cimitero di Molfetta alla presenza di Don F. de Lucia e dei familiari del caduto. A distanza di 75 anni, la vicenda della giovane vita spezzata nel fiore degli anni, sta ancora una volta a testimoniarci che in guerra non esistono vincitori, né vinti: in guerra, a perdere, è tutta l’umanità…

    …ricevemmo e con infinto orgoglio e riconoscenza pubblichiamo questo articolo anche in memoria di Edoardo Campana sollecitati e stuzzicati dalla memoria del nipote Lucio Campana che, a distanza di tanto tempo ricorda ancora con infinito affetto lo zio.

    Egregio sig. Ezio,
 confermo che nell’albo d’Oro della Marina è riportato che Campana Edoardo è deceduto il 17.12.1942 e viene indicato come disperso. La data coincide con il siluramento del regio cacciatorpediniere Aviere.
Consiglio a Lei e ai lettori del blog la lettura del secondo capitolo del libro “Guerra di Mare di Maffio Maffi del 1917” scritto a guerra ancora in corso in cui si narra del Guardiamarina Ignazio Castrogiovanni e del suo “primo siluramento”.
    Alla figlia di Castrogiovanni, deceduta recentemente, regalai  l’estratto del libro.
    Cordiali saluti
 Claudio Confessore

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    Il Marò Campana Edoardo nato a Molfetta l’8 febbraio 1925 è stato imbarcato sul regio cacciatorpediniere Aviere i qualità di Specialista Direzione Tiro. E’deceduto il 17.12.1942 disperso nel Canale di Sicilia a nord di Biserta in 38°00’ Nord – 010°05’ Est posizione dell’affondamento della suddetta unità navale.

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    Il Comandante Ignazio Castrogiovanni

    ignazio-castrogiovanni-foto-marina-militareTra i morti e dispersi anche il Comandante Ignazio Castrogiovanni, che, dopo aver radunato ed incoraggiato gli uomini, cedette il proprio posto su una zattera ad un marinaio sfinito e scomparve in mare. Alla sua memoria fu conferita la medaglia d’oro al Valor Militare con la seguente motivazione:
    Già valoroso combattente della guerra 1915-18, riprendeva il suo posto di combattimento nel conflitto 1940-43, confermando elevate doti di perizia e di ardimento.
Comandante di Squadriglia Cacciatorpedieri in ardue missioni ed in vittoriosi scontri navali, si distingueva per elevato spirito aggressivo e leggendario valore. Al comando di altra Squadriglia Ct. effettuava nuove, rischiose missioni di guerra, finché – durante scorta a motonave veloce lungo rotte aspramente contrastate dall’avversario – la sua unità veniva affondata in seguito ad insidioso fatale attacco subacqueo. Animato da nobile senso di altruismo e permeato dei più alti doveri di comandante, si preoccupava unicamente della salvezza dell’equipaggio. Naufrago in un mare gelido ed avverso, benché estenuato nelle forze cedeva con sublime altruismo il suo posto su zattera ai più bisognosi; e scompariva poi nei flutti suggellando con generoso sacrificio la nobile esistenza tutta dedicata alla Patria e alla Marina” (Canale di Sicilia, 17 dicembre 1942).

    Altre decorazioni

    • Medaglia d’Argento al Valore Militare (Basso Adriatico, novembre 1916);
    • Medaglia d’Argento al Valore Militare (Tobruk, luglio 1940);
    • Medaglia d’Argento al Valore Militare sul Campo (Mediterraneo centrale, giugno 1942);
    • Medaglia di Bronzo al Valore Militare (Africa settentrionale, marzo 1941);
    • Medaglia di Bronzo al Valore Militare (Mediterraneo centrale, gennaio 1942);
    • Medaglia di Bronzo al Valore Militare sul Campo (Africa settentrionale 1940 – Mediterraneo Centrale 1942);
    • Croce di Guerra al Valore Militare sul Campo (Mediterraneo centrale, 1941-1942);
    • Croce di Ferro tedesca di 2a Classe (ottobre 1942).

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    Ultima missione del regio cacciatorpediniere Aviere
    Il regio cacciatorpediniere Aviere, con il gemello Camicia Nera, salpò da Napoli il 16 dicembre 1942 di scorta alla motonave tedesca Ankara diretta a Biserta.
Giorno 17 dicembre 1942, alle ore 11.15 in 38°00’ Nord – 010° 05’ Est fu colpito da due siluri lanciati dal sommergibile britannico P.228 Splendid. La nave si spezzò in due ed affondò rapidamente.
A bordo dell’Aviere c’erano 250 uomini (secondo altre fonti 220): di questi, un centinaio fecero in tempo ad abbandonare la nave, ma nessuno dei superstiti fu raccolto dal Camicia Nera o dall’Ankara, che si allontanarono a tutta velocità. L’affondamento della nave era stato così rapido e violento che solo due zattere di salvataggio, oltre a vari rottami, si erano staccate dalle sovrastrutture. Quando, durante il pomeriggio, le torpediniere Calliope e Perseo raggiunsero i naufraghi, solo 30 erano ancora vivi, tra cui il Comandante in Seconda ed un Ufficiale di macchina che successivamente morì.
    Maggiori notizie sulla regia nave Aviere sono reperibili al seguente link:
    
http://it.wikipedia.org/wiki/Aviere_%28cacciatorpediniere%29



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    Le coincidenze
    Il 16 ottobre 1916 la regia torpediniera Nembo, con truppe a bordo, partì da Valona diretto a Santi Quaranta per scortare il piroscafo Bormida. Tra Valona e Saseno il convoglio fu attaccato dal sommergibile austroungarico U 16.
Il Nembo (stazza T. 340) fu silurato ed affondò rapidamente spezzato in due, nel punto 40°08’ N 019°30’ E, a poche miglia da Santi Quaranta nei pressi di una località conosciuta come Strade Bianche. L’U 16, Comandante Zopa, fu speronato dal Bormida
Su 55 uomini che formavano l’equipaggio del Nembo, 32 affondarono con la nave o scomparvero in mare (tra di essi il comandante Russo, il comandante in seconda, tenente di vascello Ceccarelli, ed il direttore di macchina, tenente del Genio Navale Meoli). I 23 superstiti furono recuperati da navi italiane o raggiunsero la costa a nuoto, come fece un gruppo di quattro naufraghi tra i quali il guardiamarina Ignazio Castrogiovanni, che rifiutarono di essere salvati da una zattera con a bordo alcuni superstiti dell’U 16.
Le coincidenze della vita vogliono che il Comandante Castrogiovanni che si era comportato eroicamente da Guardiamarina a seguito di un siluramento nella Prima Guerra Mondiale, eroicamente morì a seguito di altro siluramento nella Seconda Guerra Mondiale.
A lui la Marina Militare ha intitolato il centro addestramento reclute di Taranto (MARICENTRO).

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    Athos, un capitano di lungo corso

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    Era circa l’una di notte, quando la Jolly Amaranto, la nave italiana trainata dai rimorchiatori dopo un’odissea durata un paio di giorni, si è incagliata sul fondo del canale di accesso al porto. L’equipaggio è stato trasbordato su uno dei rimorchiatori. Con gli uomini era stato messo in salvo che Athos. Ma, improvvisamente, il cane si è divincolato e si è gettato in acqua per tornare sull’unica casa che conosceva, la Jolly Amaranto.
    Athos il cane mascotte della Jolly Amaranto, è morto come un capitano che affonda con la sua nave. L’animale che era stato tratto in salvo con tutto l’equipaggio del mercantile italiano colato a picco si è lanciato in mare per tornare sulla sua nave e ha perso la vita nelle acque del porto di Alessandria d’Egitto.
    Athos, come il protagonista de “ Il pianista sull’oceano” era sempre vissuto sull’imbarcazione e non voleva abbandonarla.
    Il membro dell’equipaggio era coccolato, viziato e protetto da tutti; aveva libero accesso in ogni locale di bordo senza chiedere permesso a nessuno: era la mascotte!
    La sera, come tutti i marinai, usciva in franchigia e rientrava all’ora prevista.
    Quando la nave usciva in mare, puntualmente si presentava all’accensione delle caldaie, forse riusciva a distinguere il particolare rumore emesso dai fumaioli. Quando la nave era pronta a muovere non scendeva dalla passerella, tranne che per i bisogni fisiologici. Nelle uscite in mare riusciva a trattenere i suoi bisogni fisiologici fino a un paio di giorni e così al rientro in porto era il primo a scendere e restava per un bel po’ con la zampa alzata vicino a una delle tante bitte della banchina torpediniere. In caso di navigazione prolungata era costretto a fare i propri bisogni in coperta, in luoghi discreti …
    E’ proprio vero quel detto che dice “…le parole sono pietre”.
    Ho constatato, e non sono il solo, che le continue definizioni trite ritrite, false e infamanti del tipo “…trattati come cani, comportamenti da bestie, uccisi come animali…” rimangono davvero sullo stomaco ed aggiungono dolore su dolore.
    Tutti siamo peccatori in questo senso, chi più e chi meno.
    Non fanno eccezione gli uomini di chiesa che peccano di “ignoranza” usando spesso come esempio, riferendosi agli stupratori, frasi del tipo “…uomini che si comportano come bestie” utilizzando pertanto paragoni non cristiani e diffamatori al riguardo di creature del Supremo, assolutamente estranee al reato di stupro.
    Non fanno eccezione neanche politici e giornalisti che entrano quotidianamente nelle nostre case attraverso i Media. Chi ha il delicato compito di fare “cultura ed informazione” dovrebbe essere  in prima linea nella lotta contro questa diseducativa consuetudine razzista che getta odio e discredito sui nostri “compagni di viaggio”.
    Gli animali sono assolutamente estranei alle nostre nefandezze, gli animali sono meglio di noi.
    Ciao Athos

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    14.12.1964, nave Cormorano

    di Egidio Alberti



    …riceviamo e con immensa commozione pubblichiamo.

    Caro Ezio, 
    ti trascrivo il messaggio che il mio equipaggio mi inoltrò alle ore 141400Z all’ arrivo della notizia:

    DA EQUIPAGGIO NAVE CORMORANO 
    A COMANDANTE NAVE CORMORANO 
    “UN’ATTESA !!! – UN MOMENTO. PENSAMMO…POI… LA NAVE SCIVOLO’ – LENTAMENTE. PORTAVA CON SÉ UN UOMO, IL COMANDANTE, UN MILITARE, UN ORDINE. 
    LA LIETA NOVELLA: E’ NATO. 
    NELL’ ORDINE: L’ORDINE, MENTRE LA NAVE, SCIVOLAVA REGOLARMENTE, PORTAVA CON SÉ UN UOMO, NEO PADRE”. 

    Conservo questo messaggio tra i miei ricordi più cari una vita.

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    13.12.1502, una credenza dei pescatori e il miracolo di Colombo

    di Carlo Di Nitto 

    Una credenza dei vecchi pescatori gaetani (e non solo di Gaeta) sosteneva che il più anziano di bordo poteva trarre in salvo la barca se inseguita da una tromba marina letteralmente “tagliandola” mediante un rituale a poppa fatto con un coltello. Questo stesso rituale eseguito con la spada in modo leggermente dissimile, si racconta fatto da Cristoforo Colombo e narrato nella poesia “IL MIRACOLO DI COLOMBO” di Giovanni Papini (1881 – 1956) che riporto:

     

    Buio compatto ricopre ogni stella
    e par che l’acqua in monti si converta.
    Il re della sfidata caravella
    trasogna in febbre sotto la coperta.

    La disperata vociferazione
    delle ciurme lo butta dal giaciglio.
    Sale alla tolda: l’orrido tifone
    alto torreggia in faccia al suo naviglio;

    un cono immenso unisce mare ed aria
    e di salvezza non brilla spiraglio.
    Ma tosto la sua tonaca terziaria
    indossa e lega il pallido Ammiraglio;

    la grande spada all’assassin capestro
    appende e fra la muta meraviglia
    issa a sommo dell’albero maestro
    il regio gonfalone di Castiglia.

    Poi le candele benedette accende
    nei fanali di prua — come esorcista
    del vecchio abisso – e dal cassone prende
    il libro di Giovanni Evangelista.

    E sullo spumeggiante turbinio
    lesse gridando: – In principio era il Verbo
    e il Verbo era in principio appresso Iddio
    e tutto quanto fu fatto dal Verbo.

    Ed il Verbo era luce ed era vita
    e sulla nostra terra s’incarnò…
    A quest’annunzio la bolgia infinita
    già quasi vinta la furia placò.

    Dopo che il portator di Cristo tutto
    ebbe scandito il prologo a gran voce,
    alzò la spada sull’enorme flutto
    e per tre volte lo segnò di croce.

    Subitamente la colonna nera
    al triplice baleno
    e incalzato da un vento di preghiera
    verso ponente il gran nembo piegò.

    Il fatto qui narrato è vero: accadde il martedì 13 Dicembre 1502, durante l’ultimo viaggio di Colombo in America.

    Marinai, superstizioni e riti scaramantici
    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    Ma i marinai sono superstiziosi? Proverbialmente sembra proprio di si e per menzionare tutte le loro superstizioni bisognerebbe scrivere un’enciclopedia. La storia della marineria è intrisa di riti scaramantici ancora oggi diffusi.

    Stregonerie, esorcismi, rituali pagani e religiosi erano e sono il pane quotidiano di capitani e marinai sempre attenti a non sfidare le regole della fortuna e ingraziarsi, con riti propiziatori, la benevolenza degli elementi naturali. Di natura irrazionale, le superstizioni possono influire sul pensiero e sulla condotta di vita delle persone che le fanno proprie. Il credere che gli eventi futuri siano influenzati da particolari comportamenti, senza che vi sia una relazione casuale, vengono da molto lontano. La paura dell’ignoto e dell’immensità degli oceani ha generato sin dagli albori della navigazione una fitta serie di credenze. Per secoli miti e leggende sono stati tramandati a colmare col soprannaturale, quel vuoto che la razionalità ancora non riusciva a riempire. In Grecia, per esempio, si compivano sacrifici umani per assicurarsi il favore degli dei. Così Agamennone, re di Argo, fece immolare sua figlia Ifigenia per ottenere nuovi venti  per le navi che dovevano lasciare Troia. I vichinghi invece versavano il sangue degli schiavi sgozzati in segno di benedizione prima del varo di una nave o prima di intraprendere la navigazione. I miti e le leggende che si narravano intorno al mare e alle terribili creature che lo abitavano assunsero tinte ancora più fosche con il diffondersi del cristianesimo, quando a fare degli oceani campi di battaglia, non furono più dei capricciosi spiriti malvagi, ma santi e satanassi. Alle tempeste opera del diavolo venivano contrapposti ed invocati i santi (tutt’ora i marinai invocano per esempio Santa Barbara durante i forti temporali). Sempre durante il cristianesimo non si potevano mollare gli ormeggi il primo lunedì del mese di aprile perché coincideva con il giorno in cui Caino uccise Abele oppure il secondo lunedì di agosto era meglio restare in porto: in quel giorno Sodoma e Gomorra furono distrutte; partire poi il 31 dicembre era altrettanto di cattivo auspicio perché era il giorno in cui Giuda Iscariota si impiccò.

    Gli agenti atmosferici come i “fuochi di Sant’Elmo” o come il passaggio di una cometa erano presagi buoni o cattivi a seconda dell’interpretazione che se ne dava; mentre una tromba d’aria in avvicinamento all’orizzonte poteva essere “tagliata” con una spada e deviata recitando una preghiera o una formula magica; le onde si placavano mettendo in mostra i seni nudi di una polena, o facendo scoccare in acqua dal più giovane dei marinai una freccia magica.
    Anche gli animali non erano (…sono) immuni dai preconcetti scaramantici. Il gatto, malgrado ami poco il contatto dell’acqua, ha trovato un posto di tutto rispetto sui vascelli. La ragione della sua presenza a bordo si collega alla sua naturale propensione a scovare i roditori ed era anche ritenuto capace di prevedere eventi climatici: se soffiava significava che stava per piovere, se stava sdraiato sulla schiena c’era da aspettarsi una bonaccia, se era allegro e baldanzoso il vento stava per arrivare; se un gatto inoltre andava incontro un marinaio sul molo era segno di buona fortuna, se gli tagliava la strada il contrario (oggi per alcuni se un gatto nero ti attraversa la strada è presagio di brutte notizie); se si fermava a metà strada c’era da aspettarsi invece qualcosa di sgradevole. Si riteneva infine che i gatti potessero invocare una tempesta grazie al potere magico delle loro unghie. Per questa ragione a bordo si faceva sempre in modo che fossero ben nutriti e coccolati. Tra gli uccelli gabbiani e albatros erano l’incarnazione dei marinai morti in mare e portatori di tempeste. Peggio ancora se un cormorano si posava sul ponte di una nave e scuoteva le ali, guai a fargli del male si era posato per rubare l’anima di qualcuno e avrebbe significato naufragio sicuro. Così se tre uccelli si trovavano a volare sopra la nave in direzione della prua, l’equipaggio si disperava per l’imminente disgrazia da questi annunciata. Se uno squalo per esempio seguiva la scia di una nave era di cattivo auspicio perché si credeva fosse in grado di fiutare l’odore della morte. Diversamente i delfini e le rondini erano di buon augurio.
    Ma le superstizioni colpiscono anche le persone e allora: “occhio, malocchio prezzemolo e finocchio” (come avrebbe recitato il principe De Curtis).
    Gli avvocati (categoria particolarmente detestata dai marinai inglesi che li apostrofano spregevolmente squali di terra) e i preti (averli a bordo rappresentava una aperta sfida a Satana) portavano male (…avvocati, preti e polli non sono mai satolli). Stessa sorte per la donna averla in barca portava male (ora non si dice più, forse per la parità dei sessi). Secondo alcune tradizioni però una donna nuda, o incinta poteva placare anche la più terribile delle tempeste. Poi non ci poteva essere cosa peggiore, prima di salpare, di incontrare una persona con i capelli rossi, con gli occhi storti o con i piedi piatti (…rosso malpelo sprizza veleno). L’unica modo per salvarsi in questo caso era parlargli per prima.

    C’erano e ci sono usanze che i marinai cercano assolutamente di evitare a bordo: indossare abiti di un altro marinaio, soprattutto se morto nel corso dello stesso viaggio; evitare di fare cadere fuori bordo un bugliolo o una scopa; imbarcare un ombrello, bagagli di colore nero, fiori e guardare alle proprie spalle quando si salpa); salire a bordo della nave con il piede sinistro; poggiare una bandiera sui pioli di una scala o ricucirla sul cassero di poppa (attualmente i marinai italiani nel ripiegare la bandiera lasciano il colore verde fuori in segno di speranza); lasciare le scarpe con la suola verso l’alto (presagio di nave capovolta); accendere una sigaretta da una candela (significava condannare un marinaio a morte); evitare il suono prodotto dallo sfregamento del bordo di un bicchiere o di una tazza; il rintocco della campana di bordo se non mossa dal rollio; pronunciare le parole: verde, maiale, uovo, tredici, coniglio; parlare di una nave affondata o di qualcuno morto annegato; indossare le magliette fornite dall’organizzazione di una regata; capi di abbigliamento nuovi; cambiare nome a una barca o battezzarla con un nome che finisce con la lettera “a”(in passato è stata sempre una eresia, soprattutto in Italia è ancora fonte di numerosi scrupoli. I francesi hanno risolto il problema cambiando il nome a ferragosto e mettendo in atto questo rituale: procedendo di bolina la barca deve compiere sei brevi virate e poi scendere in poppa piena tagliando in questo modo la sua stessa scia. In questo modo, secondo alcuni, si disegnerebbe un serpente che si morde la coda scongiurando la iella. Solo a questo punto la barca sarà pronta a un nuovo nome ) e tantissime altre superstizioni.
    E’ invece di buon augurio per un marinaio avere un tatuaggio; lanciare un paio di scarpe fuori bordo immediatamente dopo il varo di una nave, indossare un orecchino d’oro (usanza antica che serviva a coprire le spese di sepoltura qualora il marinaio fosse deceduto); toccare il solino o la schiena di un marinaio; dipingere occhi sul moscone delle barche.

    Oggi quando si vara una nave ci si limita a versare dello champagne sul ponte. Più raramente si lancia contro lo scafo l’intera bottiglia del prezioso vino: se questa si rompe è di buona sorte, altrimenti sono dolori.
    Il pallino della superstizione di chi va per mare non accenna a svanire neppure oggi e, se non è superstizione, è certamente scaramanzia. E’ bene ricordare a tutti che qualunque marinaio prima di salpare, come nella vita di tutti i giorni, non accetta di buon grado gli “auguri” o i “buona fortuna”.
    Meglio porgergli in “bocca al lupo” o “in culo alla balena”.

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    Il mitico Feuerspeier

    di Mario Veronesi

    Mario Veronesi per www.lavocedelmarinaio.comSi racconta che durante la II Guerra d’indipendenza (1859) giunsero a Stradella una quarantina di marinai dell’Imperiale Regia Marina, con il compito di assistere i pontieri nella costruzione e nel traghettamento delle truppe austro-ungariche sul Po. Più che occuparsi dell’acqua, i marinai si sarebbero però occupati di vino, tanto da risultare “dispersi” proprio all’inizio delle operazione belliche. All’inizio si pensò che la loro scomparsa fosse causata da uno scontro a fuoco con i piemontesi, o con i contrabbandieri numerosi in quella zona di confine. Pertanto lo Stato Maggiore austro-ungarico decise di iniziare le ricerche degli scomparsi, inviando reparti di Ussari a cavallo nei dintorni di Stradella. Infatti furono ritrovati sani, ma completamente ubriachi in una cantina dalle parti di Canneto-Castana, sulle cui botti era scritto; “vino Buttafuoco” che gli austriaci tradussero: “Feuerspeier”. Nel 1872 la Marina Imperiale varò la cannoniera “Erzherzog Albrecht” che dopo trent’anni di attività e ormai superata il 31 marzo 1908 venne radiato e, si racconta che in ricordo di quell’ottimo vino fu ribattezzato “Feuerspeier”, e registrato come pontone per essere utilizzato come alloggio per gli Allievi della Scuola di Artiglieria di Pola. Nel 1916 con l’incremento della Flotta Sommergibili venne adattato ad Acquartieramento Sommergibilisti dei numerosi U-Boote tedeschi operanti in Adriatico. Nel 1920 venne consegnato all’Italia che lo portò a Taranto e le diede il nome di “Regia Nave Buttafuoco”, continuando ad utilizzarlo come nave-caserma per alloggiamenti equipaggi sommergibili del IV Gruppo. In seguito le venne dato la sigla GM64. Nel 1947 era ancora nell’arsenale di Taranto, dove venne infine demolito nel 1955, dopo ben 83 anni dal varo.

    Nave  Feuerspeier - Buttafuoco - f.p.g.c. Mario Veronesi a www.lavocedelmarinaio.com