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    Dubai lì 14.2.1991, ricordando Cosimo Carlino

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra


    Il marinaio Cosimo Carlino di Siderno fu accoltellato il 14.2.1991 alle ore 18.00 (ora locale) a Dubai.

    Cosimo Carlino era imbarcato sulla nave Stromboli della Marina Militare, destinato presso il contingente italiano impegnato nella guerra del Golfo, aveva 19 anni quando fu barbaramente assassinato in una strada del pieno centro, ignote le cause.

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    11.2.1918, la Beffa di Buccari e Arturo Martini

    di Carlo Di Nitto (1)

    …il ricordo di un marinaio mai dimenticato.

    Eravamo ragazzi allora e vivevamo intensamente i favolosi anni Sessanta.
    Al cinema, Clint Eastwood faceva giustizia con la sua “colt” nei film di Sergio Leone ed i nostri miti erano i Beatles ed il mare.
    Eravamo ammalati di mare e per noi la pesca rappresentava il massimo del nostro rapporto con la natura.
    Quando andavamo a Gaeta vecchia, quasi sempre incontravamo a Punta della Sanità un vecchio signore intento a pescare. La sua canna da pesca era rigorosamente di bambù, non come quelle di oggi fatte in fibra o resina, e doveva essere anche abbastanza pesante; portava tutte le sue cose in un cestino di vimini che gli serviva pure da sgabello. Si diceva che i cefali tremavano quando lo sentivano arrivare.
    Nonostante l’età, era ancora un bell’uomo; ispirava una simpatia istintiva ed il suo portamento era caratterizzato da una fierezza che ci affascinava, anche se non sapevamo perché.
    Cercando di dargli il minor fastidio possibile, gli chiedevamo consigli che lui, ben volentieri, ci forniva con dovizia di particolari. Ci parlava del mare come di un grande amico, dei suoi segreti, dei suoi misteri, della sua poesia, del rispetto che gli è dovuto.
    Era conosciuto da tutti come il cavalier Martini, Arturo Martini.
    Negli anni successivi, appresi che il cavalier Martini durante la Grande Guerra era stato decorato più volte per il suo eroico comportamento. Nella sua modestia non aveva mai parlato di sé ed allora, cercando di saperne di più, scoprii molte cose della sua nobile e generosa vita, che oggi me ne rendono ancora più vivo ed entusiasta il ricordo.
    Era nato a Napoli nel 1881 e si arruolò ben presto nella Regia Marina con la categoria di silurista. Trovandosi a Gaeta per servizio, conobbe Laura, una bella ragazza gaetana che sarebbe diventata la sua sposa.
    Durante la Grande Guerra, con il grado di Secondo Capo silurista ed assegnato ai MAS al comando di Luigi Rizzo, prese parte alle più note ed eroiche imprese compiute da questo Comandante, sulle quali tanto è stato scritto.
    Fu Arturo Martini, imbarcato sul MAS 9, che il 9 dicembre 1917 sganciò i siluri che affondarono la corazzata austroungarica “Wien” nel corso di un’ardita azione nel porto di Trieste.
    Successivamente, nella notte tra il 10 e l’11 febbraio 1918, partecipò alla “Beffa di Buccari(2), impresa di grande risonanza psicologica e propagandistica, alla quale prese parte anche il poeta Gabriele d’Annunzio che, cantandola nei suoi versi, contribuì a risollevare il morale italiano dopo la triste esperienza di Caporetto:

    «… Siamo trenta d’una sorte,
    e trentuno con la morte.

    … Siamo trenta su tre gusci
    su tre tavole di ponte:
    secco fegato, cuor duro,
    cuoia dure, dura fronte …»

    “… Non torneremo indietro‑ «Memento Audere Semper» leggo su la tavoletta che sta dietro la ruota del timone: il motto composto poco fa, le tre parole che sono la disciplina del nostro Corpo. Il timoniere ha trovato subito il modo di scriverle in belle maiuscole, tenendo con una mano la ruota e con l’altra la matita. «Ricordati di osar sempre».”

    Per la sua compartecipazione a queste imprese, Arturo Martini venne decorato di medaglie d’argento e di bronzo al Valor Militare.
    Negli anni successivi il cavalier Martini, si stabilì definitivamente a Gaeta a trascorrere con serenità gli anni della vecchiaia. La vita non gli aveva concesso la gioia di avere figli, ma la sua gentilezza e la sua cordialità lo resero amato ed apprezzato da quanti ebbero la fortuna di conoscerne le qualità umane.
    Nel 1969 la sua amata Laura si addormentò per sempre. Poche ore dopo, anche il nobile e generoso cuore di Arturo Martini, che non aveva  retto al dolore di aver perso la compagna della sua lunga vita, cessò di battere.
    Dormono insieme nel cimitero di Gaeta e, per una circostanza fortuita, vicino a lui riposa un eroico compagno di Buccari: il Marinaio scelto Giuseppe Corti da Ponza.
    Sulla tomba si legge:

    Cavaliere Arturo Martini, “dei trenta di Buccari”.

    Note:
    (1) Carlo Di Nitto 
    Nasce il 5 novembre 1948 a Gaeta (LT)  in anni ancora difficili; ha vissuto una giovinezza stupenda nei favolosi anni ’60. Orgogliosamente ha prestato servizio nella Marina Militare ed ha navigato un po’ nella Marina Mercantile come Allievo ufficiale Macchine. E felicemente coniugato, ha due figlie splendide che lo vorrebbero un po’ più magro (e in questo sono più dure della madre).
    Dopo trentasette anni di servizio nella pubblica Amministrazione (I.N.P.D.A.P.) è approdato alla pensione. Attualmente riveste l’incarico di Presidente dell’Associazione Nazionale Marinai d’Italia Gruppo di Gaeta (Latina) e i suoi passatempo preferiti sono la lettura e la fotografia.
    Digita sul motore di ricerca del blog il suo nome  e cognome per conoscer glia altri articoli.
    Contatti

    http://www.anmigaeta.com
    carandin@iol.it
    carlo.dinitto@libero.it

    (2) La Beffa di Buccari
    L’azione svoltasi nella notte sull’11 febbraio 1918, passò alla storia come la beffa di Buccari, e fu annoverata dagli storici “tra le imprese più audaci” del conflitto con una “influenza morale incalcolabile”, anche se purtroppo “sterile di risultati materiali”. Al comando di Costanzo Ciano, all’azione parteciparono i M.A.S. 96 (al comando di Rizzo con a bordo Gabriele D’Annunzio), 95 e 94, rimorchiati ciascuno da una torpediniera e con la protezione di unità leggere. Dopo quattordici ore di navigazione, alle 22.00 del 10 febbraio, i tre M.A.S. iniziarono il loro pericoloso trasferimento dalla zona compresa tra l’isola di Cherso e la costa istriana sino alla baia di Buccari dove, secondo le informazioni dello spionaggio, sostavano unità nemiche sia mercantili sia militari.
    L’audacia dell’impresa trova ragione di essere nel percorso di 50 miglia tra le maglie della difesa costiera nemica, anche se l’attacco non riuscì, dato che i siluri lanciati dalle 3 motosiluranti si impigliarono nelle reti che erano a protezione dei piroscafi alla fonda. Le unità italiane riuscirono successivamente a riguadagnare il largo tra l’incredulità dei posti di vedetta austriaci che non credettero possibile che unità italiane fossero entrate fino in fondo al porto, e che non reagirono con le armi ritenendo dovesse trattarsi di naviglio austriaco.
    Dal punto di vista propriamente operativo, emerse un elemento importante dalla scorreria dei M.A.S. a Buccari: le facili smagliature ed il mancato coordinamento del sistema di vigilanza costiero austriaco che finiva per prestare il fianco all’intraprendenza dei marinai italiani sempre più audaci.
    L’impresa di Buccari ebbe poi una grande risonanza, in una guerra in cui gli aspetti psicologici cominciavano ad avere un preciso rilievo, anche per la partecipazione diretta di Gabriele D’Annunzio, che abilmente orchestrò i risvolti propagandistici dell’azione e che lascio in mare davanti alla costa nemica, tre bottiglie ornate di nastri tricolori recanti un satirico messaggio così concepito: “In onta alla cautissima Flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d’Italia, che si ridono d’ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre ad osare l’inosabile. E un buon compagno, ben noto, il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro, è venuto con loro a beffarsi della taglia”.
    (tratto da
    http://www.marina.difesa.it/storiacultura/storia/palazzomarina/Pagine/LabeffadiBuccari.aspx)

    Per saperne di più
    Autore: Giorgio Giorgerini;
    Titolo: Attacco dal mare;
    Casa editrice: Mondadori;
    Anno di pubblicazione: 2007;
    ISBN: 8804512431;
    Cartonato con sovraccoperta, f.to 14,0 x 21,5 cm. pag. 468.
    Dai Primi MAS della Grande Guerra ai barchini esplosivi e ai “maiali” della X Flottiglia, ai mezzi avveniristici di oggi: un secolo di storia dei reparti d’assalto navale italiani.

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    10.2.1932, entra in servizio regia nave Colleoni

    a cura Carlo Di Nitto, Antonio Cimmino, Salvatore Amodio

    Il regio incrociatore leggero Colleoni, classe “di Giussano” o “Condottieri”, dislocava 6900 tonnellate.
    Varato il 21 dicembre 1930 presso i Cantieri Ansaldo di Genova, entrò in servizio il 10 febbraio 1932.
    Il 19 luglio 1940 il “Colleoni” (comandato dal C.V. Umberto Novaro, Medaglia d’Oro al Valor Militare) unitamente al gemello “Bande Nere” si trovava a poco più di sei miglia da Capo Spada (isola di Creta). Vennero intercettati da una soverchiante formazione navale britannica. Ne scaturì un violento combattimento nel corso del quale il “Colleoni” venne ripetutamente centrato dal tiro nemico.
    Colpito gravemente nell’opera viva e con incendio a bordo, l’unità rimase immobilizzata alla mercé del nemico. Venne finito dai siluri dei cacciatorpediniere “Hyperion” ed “Ilex”.
    Affondò alle ore 09.00 portando con sé 121 Marinai.
    Invece, nel corso delle ostilità, i CC.TT. fotografati ebbero, in altre occasioni, le seguenti perdite di Marinai:
    – Libeccio : 27 Caduti
    – Grecale : 31 Caduti
    – Scirocco : 234 Caduti
    ONORE AI CADUTI!

    Una bella immagine del Regio Incrociatore “Bartolomeo Colleoni” in manovra a Venezia. In secondo piano, la 10^ squadriglia Cacciatorpediniere composta (da sinistra) dai Regi CC.TT. “Libeccio”, “Grecale”, “Scirocco” e “Maestrale”.

    di Antonio Cimmino




    … era il 19 luglio del 1940. Per non dimenticare, mai.


    Nicola Manzo era nato a San Giuseppe Vesuviano (Napoli), era imbarcato sul Regio Incrociatore Colleoni dove fu ferito durante il combattimento e con un braccio asportato dalle esplosione.


    Pietro Turi era nato a Castellammare di Stabia (Napoli), naufrago e successivamente prigioniero in India e Inghilterra.

    L’incrociatore fu affondato dal cacciatorpediniere inglese Ilex e Havock nella battaglia di Capo Spada (Creta) del 19 luglio 1940.
    Nella battaglia morirono 129 marinai mentre i 525 naufraghi furono raccolti dalla squadra navale inglese ed avviati alla prigionia.

    Battaglia Capo Matapan: due strani, misteriosi e inquietanti episodi
    di Salvatore Amodio

    segnalato da Carlo Di Nittto

    Ciao Ezio, 
    ti inoltro un articolo a firma Salvatore Amodio, pubblicato sul notiziario dell’Associazione Nazionale Marinai d’Italia del Mese di Marzo 1996, in occasione del 55° anniversario della tragica battaglia navale di capo Matapan. In quel luttuoso evento, accaduto il 29 marzo 1941, la Regia Marina Italiana perse cinque splendide unità: gli incrociatori pesanti “Fiume”, “Pola”, “Zara” e i Cacciatorpediniere “Alfieri” e “Carducci”. Nello scontro e nei giorni successivi trovarono la morte 2331 Marinai italiani. 
    Nell’articolo sono riportati due strani ed inquietanti episodi, già noti agli studiosi di storia navale, ai quali ancora oggi non si riesce a dare una spiegazione razionale.

    ACCADDE ALL’ALBA PRIMA DELLO SPUNTAR DEL SOLE
    “… Durante l’ultima guerra il marinaio Giovanni Pinta era imbarcato sul “Fiume” quando l’incrociatore fu mortalmente colpito dal fuoco delle corazzate inglesi nel corso della battaglia di Capo Matapan. Il comandante Giorgi aveva dato l’ordine di abbandonare la nave, quand’erano risultati inutili tutti i tentativi di spegnere gli incendi divampati a bordo, e si era lasciato affondare con essa.
    Un gruppo di superstiti, vagando alla deriva su una zattera, senz’acqua e senza viveri, fu raccolto dopo cinque giorni; ma all’alba del secondo giorno…
    All’alba del secondo giorno vissero un’esperienza, che Giovanni Pinta una volta a terra narrò ad un suo ex comandante, l’ammiraglio Aldo Cocchia (noto storico navale n.d.r), il quale ne fece oggetto di un articolo pubblicato da “Il Tirreno” dell’’11 febbraio 1951.
    “Fu all’alba, poco prima che spuntasse il sole, (cito dall’articolo del com.te Cocchia) – mi disse Pinta. Mare, soltanto mare, un mare calmo, oleoso. Non avevamo da bere né da mangiare e qualcuno di noi già smaniava per la disperazione, ma la nave la scorgemmo tutti, un quattro – cinque miglia lontano da noi. Spuntava dal mare: lo capimmo subito. Prima gli alberi, il fumaiolo, il torrione. Chi di noi non avrebbe riconosciuto il “Fiume”?

    “Venne fuori il ponte di comando, poi spuntarono i cannoni. Affiorò fin quasi alla coperta, ma con una lentezza che ci pareva di morire. Qualcuno urlò, ma in quello scafo apparso su dal mare c’era qualcosa che non dava gioia, qualcosa che agghiacciava, invece di rallegrarci.
    “Per un lungo istante fummo convinti che il “Fiume” si sarebbe avvicinato, che sarebbe venuto a prenderci, che ci avrebbe tolto dall’agonia nella quale vivevamo… La nave rimase ferma lì, per un po’ di tempo, senza riuscire a venir fuori tutta, poi, poco a poco, quasi insensibilmente, scomparve”.
    Questo fu l’episodio narrato da Giovanni Pinta al suo superiore; alcuni uomini, sperduti sul mare, “rivedono” la loro nave affondata due notti prima col suo comandante. Fu un episodio vissuto in uno stato particolare, di disagio e di angoscia, ma vissuto da più uomini i quali, in seguito, confermarono il racconto di Pinta.
    Ma questo non fu il solo fenomeno fuori dell’ordinario verificatosi in occasione della tragedia di Capo Matapan; nello stesso scritto del comandante Cocchia viene riferito un altro fatto inspiegabile.
    In quella battaglia primo ad essere colpito fu il nostro incrociatore “Pola” che, in preda alle fiamme, rimase immobilizzato in mezzo al mare. In suo soccorso mossero gli incrociatori “Fiume” e “Zara” scortati da quattro caccia. Purtroppo anch’essi erano destinati a subire la stessa sorte del “Pola”, come s’è visto dall’episodio precedente a proposito del “Fiume”.
    Le nostre navi, dunque, navigavano in soccorso del “Pola” ignare di essere state, a loro volta, già rilevate dai radar avversari. Questa nuova apparecchiatura, della quale gli italiani erano privi, ebbe peso determinante sull’esito di quella sfortunata battaglia.
    Gli inglesi rilevarono le nostre navi e poi individuarono “prima attraverso i radar e poi direttamente, un incrociatore tipo “Colleoni” a proravia delle due maggiori “Fiume” e “Zara”, quasi battistrada della formazione italiana.

    “Lo videro tutti dalle navi britanniche, lo videro e ci spararono contro, finché quello, incendiato, non si allontanò dal campo di battaglia…”
    L’avvistamento e l’azione che ne seguì furono annotate dall’ammiraglio Cunningham, comandante della formazione avversaria, nel suo rapporto ufficialeAnche i superstiti del “Pola”, che assisté inerte allo scontro, affermarono di aver visto un “Colleoni” abbandonare in fiamme il campo.
    Ebbene risulta con assoluta certezza, da varie fonti storiche che esaminarono minuziosamente, minuto per minuto, tutto quanto avvenne durante quella battaglia, che “nessun’altra nave italiana” si trovava in quelle acque quella notte, oltre quelle che navigavano in soccorso del “Pola”.
    Non solo, ma “lo strano è che proprio in quelle acque dell’Egeo – prosegue in comandante Cocchia – circa otto mesi prima di Matapan, l’incrociatore “Colleoni” era affondato combattendo valorosamente contro il “Sidney” britannico”.
    Dunque il “Colleoni” non poteva essere. Nessuna altra unità navale italiana si trovava in quelle acque.
    Contro chi spararono gli inglesi?
    Anche questo fu un fenomeno di allucinazione collettiva?
    Si noti che anche l’apparecchiatura radar rilevò il presunto battistrada in testa alla nostra piccola formazione.
    Questi interrogativi rimasero senza risposta”.

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    19.1.1911, nasceva a Pescia (PT) Gino Birindelli

    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra



    Banca della memoria - www.lavocedelmarinaio.com

    Quest’articolo è dedicato a colui che verrà ricordato dagli equipaggi per aver difeso, in ogni occasione, il personale della Marina Militare. Racconteremo ai posteri di quando, nel 1970, in qualità di Comandante in Capo della Squadra, in occasione della visita a bordo di Nave Garibaldi dei parlamentari dell’allora Commissione Difesa, dopo averli ricevuti con i dovuti onori li suddividesti per le varie navi (alla fonda nel porto di Cagliari) impartendo l’ordine ai Comandanti di tenerli prevalentemente nei locali macchine e caldaie.

    Oggi carissimo Ammiraglio di una volta e signore dei mari ,a così breve distanza dalla tua ultima missione, le “pagine ufficiali” si sono già dimenticate di te…forse da toscanaccio come eri dicevi le verità in faccia e non eri gradito. Non hanno avuto mai il coraggio di dedicarti una nave (ai tuoi amici tutti lo hanno fatto) ma solo una misera targhetta in un luogo nascosto ai più…

    Del resto Qualcuno disse: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua” (Matteo 13,54-58)




    La signora Birindelli attorniata da marinai di carta - www.lavocedelmarinaio.com

    Questi “…signori” dopo quattro ore di navigazione con mare forza 2/3 furono riportati su nave Garibaldi per la conferenza stampa di rito. All’arrivo dell’Ammiraglio Birindelli si inalberarono tutti per il trattamento ricevuto. L’Ammiraglio, di rimando, rispose: “queste sono le migliori condizioni in cui voi Parlamentari fate vivere i Militari in particolare i Marinai.” Da quel momento ci furono una serie di adeguamenti economici e, soprattutto, il riconoscimento di un lavoro particolare a cui bisognava e bisogna riconoscere un trattamento diverso dai pubblici dipendenti (…intelligenti pauca!).

    

GINO BIRINDELLI
    Gino Birindelli (www.lavocedelmarinaio.com)Nasce a Pescia (Pistoia) il 19 gennaio 1911. Nel 1925, appena quattordicenne, lascia il Collegio degli Scolopi di Firenze ed entra nella Regia Accademia Navale di Livorno, da cui esce con il grado di Guardiamarina del Corpo di Stato Maggiore nel 1930. Inizia così una lunga e brillante carriera che lo porta ad essere imbarcato su varie unità di superficie e sommergibili della Regia Marina, tra cui si ricordano l’incrociatore “Ancona”, la corazzata “Andrea Doria”, i cacciatorpediniere “Quintino Sella”, “Confienza”, “Monzambano” e “Giovanni Nicotera” e i sommergibili “Santarosa”, “Naiade”, “Foca” e “Domenico Millelire”. Promosso Sottotenente di Vascello nel 1931 e Tenente di Vascello nel 1935 assunse successivamente, nel 1939, il comando dei sommergibili “Dessié” prima e “Rubino” poi. L’intensa attività conseguente ai propri impegni marinari non gli impedisce di dedicarsi comunque allo studio: nel 1937, infatti, si laurea in Ingegneria Civile presso l’Università di Pisa. Nel settembre 1939 viene destinato a La Spezia alla Squadriglia MAS per iniziare l’addestramento sui mezzi d’assalto insieme ad altri famosi personaggi quali Teseo Tesei, Elios Toschi e Luigi Durand de la Penne, tanto per citarne alcuni. Inizia così a manifestarsi quella tempra eccezionale di uomo e combattente che lo ha contraddistinto per l’intero arco della sua vita fino a fargli assumere i contorni dell’eroe. L’intensa attività portata avanti alla Bocca del Serchio, luogo deputato a tale tipo di operazioni, gli causa anche problemi fisici: l’ossigeno dei respiratori gli brucia infatti un polmone nel corso degli allenamenti, ragion per cui viene ricoverato nell’ospedale di Massa, da dove peraltro scappa per rientrare subito a Bocca del Serchio, riuscendo a convincere il Comandante, Ajmone di Savoia, a mantenerlo in servizio. Prende parte attivamente alla prima spedizione dei Mezzi d’Assalto contro la base inglese di Alessandria (Operazione G.A.B1) nella quale viene decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare “sul campo” per il comportamento dimostrato a bordo del sommergibile “Iride” sottoposto ad attacco aereo nel Golfo di Bomba.
    Nell’occasione si tuffava per cinque volte consecutive per portare in salvo un marinaio di leva dell’equipaggio del sommergibile intrappolato nel battello in fase di affondamento. Rientrato in Patria prende parte alla prima e alla seconda spedizione dei Mezzi d’Assalto contro la base inglese di Gibilterra (Operazioni B.G. 1 e B.G. 2); nel corso della seconda spedizione, a causa dell’avaria al proprio mezzo, è costretto ad affondarlo, venendo successivamente catturato e fatto prigioniero dagli inglesi. Per questa azione viene decorato Medaglia d’Oro al Valor Militare. Nei venti mesi successivi rimane prigioniero negli ospedali inglesi ed americani finché, alla fine del 1943, dopo l’armistizio, il Governo Italiano di Badoglio lo fa rimpatriare.
    Birindelli Gino Ammiraglio e Signore dei mari - www.lavocedelmarinaio.comNel 1944 viene promosso Capitano di Fregata ed assume l’incarico di Sottocapo di Stato Maggiore dell’Ispettorato Generale MAS, partecipando alla Guerra di Liberazione con mezzi di superficie lungo le coste albanesi ed jugoslave. Le proprie condizioni di salute, però, lo costringono nuovamente ad un lungo ricovero in ospedale. Al termine delle ostilità assume il Comando del Battaglione San Marco e, successivamente, gli viene assegnato l’incarico di Comandante in Seconda della corazzata “Italia”, durante il periodo di internamento ai Laghi Amari in Egitto. Successivamente viene assegnato al Centro Subacquei, gruppo composto per la massima parte da sommozzatori già facenti parte dei mezzi d’assalto, con l’incarico di procedere allo sminamento dell’Alto Adriatico. Proseguendo in carriera frequenta l’Istituto di Guerra Marittima e successivamente assume il Comando prima della 3^ Squadriglia Corvette poi della 3^ Squadriglia Torpediniere. Promosso Capitano di Vascello nel 1952 assume incarichi prestigiosi, tra i quali si ricordano il Comando del Centro Subacquei ed Incursori del Varignano a La Spezia ed il Comando dell’incrociatore Raimondo Montecuccoli con il quale, dal settembre 1956 al marzo 1957, effettua una crociera di circumnavigazione del globo che lo porta a toccare 34 porti di quattro continenti. Viene promosso Contrammiraglio nel 1959, nel cui grado viene prima destinato presso il Centro Alti Studi Militari, assumendo poi nel tempo gli incarichi di Capo di Stato Maggiore Aggiunto del Comando della Squadra Navale e di rappresentante del Comando delle Forze Alleate del Mediterraneo presso il Comando delle Forze Aeree Terrestri del Sud Europa, venendo infine destinato presso lo Stato Maggiore della Difesa. Nel 1962 viene promosso Ammiraglio di Divisione, nel cui grado comanda la 1^ Divisione Navale, nel 1966, promosso Ammiraglio di Squadra, viene chiamato a ricoprire i prestigiosi incarichi di Direttore Generale del Personale della Marina, di Comandante in Capo della Squadra Navale ed infine di Comandante Navale Alleato del Sud Europa, prima a Malta e poi a Napoli. Viene eletto Deputato al Parlamento nella VI Legislatura, dal 1972 al 1976, ed il 15 dicembre 1973 si congeda dalla Marina, circondato dall’affetto e dall’ammirazione di tanta gente, ma soprattutto di coloro, in Marina, per i quali si è sempre battuto. Gli vengono attribuiti riconoscimenti prestigiosi tra i quali, recentemente, l’intitolazione alla sua persona di un padiglione al Museo di Eden Camp, in Inghilterra, ove è posto un esemplare di “Siluro a lenta corsa”, quel maiale con il quale aveva tanto combattuto e tanto si era distinto proprio contro gli inglesi nella Seconda Guerra Mondiale. E’ Morto al policlinico militare del Celio, a Roma, il 2 agosto 2008.
    I funerali si sono svolti, presso la caserma Grazioli Lante, il 5 agosto 2008.

    Lungo fiume Gino Birindelli a Pescia - www.lavocedelmarinaio.com

    ONORIFICENZE

    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al “Merito della Repubblica Italiana”;
    Medaglia d’Oro al Valor Militare;
Medaglia d’Argento al Valor Militare;
    Croce al merito di Guerra;
Campagna di Guerra 1940-44 e 1945;
    Medaglia Commemorativa per i volontari della seconda guerra mondiale;
    Nastrino di Guerra 1940/43 con numero uno stelletta;
    Nastrino di Guerra 1943/45 con numero due stellette;
    Ufficiale dell’Ordine della “Corona d’Italia”;
    Medaglia Mauriziana al “Merito di dieci lustri di carriera militare”;
    Medaglia d’Oro per “Lunga Navigazione nella Marina Militare” (20 anni);
    Croce d’Oro con stelletta per “Anzianità di servizio” (40 anni);
    Commandeur dell’Ordine di Dannebrog conferitagli da S.M. il Re di Danimarca;
Distintivo per il personale dei Reparti d’Assalto;
    Distintivo d’Onore per il personale già destinato presso COMSUBIN;
 Distintivo d’onore di ferito in Guerra.

    IL SUO TESTAMENTO SPIRITUALE
    Il giorno dei funerali di Gino Birindelli - www.lavocedelmarinaio.comPrima e più che da un volo in altri cieli. L’immortalità dell’anima è costituita dalla risonanza che, a somiglianza delle onde create dalla pietra gettata nell’acqua ferma del lago, “l’elevato sentire” genera e che, a differenza di quelle, dura sempre. A me che fui il primo diretto comandante di quel pugno di uomini, e che presi parte alle tante discussioni, non risulta difficile indicarne i punti salienti:
- Lo scopo della vita è creare, fare, dare. L’azione è gioia dello spirito.

    – Non chiedere mai alcunché ad alcuno se non a te stesso. Chiedi al tuo Dio solo e sempre la forza di “non chiedere”, ma ringrazialo continuamente per ciò che sei stato capace di fare.

- La forza più grande dell’uomo è la volontà, quella che permette di “strappare le stelle dal cielo”, di porre “il cielo come solo limite alle proprie capacità ed aspirazioni”, quella che spinge l’handicappato a cimentarsi nell’agone sportivo, a rendersi autosufficiente con il lavoro.

    – Assisiti senza fine chi si impegna con perseverante sacrificio all’elevazione materiale e spirituale propria ed altrui. Ogni atto di solidarietà che proponi sia, prima di tutto ed in buona misura, a tuo carico.

    – Una più grande Famiglia donataci da Dio. Questa è la patria e ad essa – come tale – si devono dedizione e devozione assolute.

    – La Civiltà è il rispetto si se stessi, degli altri, delle altrui opinioni. La Cultura ha lo scopo precipuo di incrementare il grado di Civiltà degli individui.

    – La Libertà e la Pace sono – solo e sempre – il prodotto dell’impegno duro, indefesso, doloroso degli uomini di buona volontà. La costruzione umana su cui si poggia la Pace ha, come chiave di volta, la Giustizia; quella su cui poggia la Libertà ha il Coraggio.

    – Il coraggio vero, quello che conta, è il Coraggio Morale. Esso deriva dall’onestà, dal senso del dovere, dall’impegno con se stesso a tutelare i diritti umani di tutti.

    – La forza dell’Amore è immensa ed immensamente benefica se ogni suo atto è ispirato e strettamente legato al rispetto della Legge degli uomini onde esso non degeneri in mollezza o, addirittura, in acquiescenza alla sua violazione. Tutto ciò che, nell’empito di Amore, viene dato a qualcuno in termini di tolleranza o perdono è, infatti, sottratto surrettiziamente e definitivamente alla cogenza della norma su cui si basa l’ordinata convivenza della società civile.

    – “In medio stat virtus” è saggia norma di vita ma la realizzazione della “medianità virtuosa” si deve ottenere solo e sempre attraverso la pratica del precetto si-si/no-no, del confronto con l’opposto, della competizione, mai con il compromesso. La competizione leale consente infatti di evitare lo scontro crudele; impedisce che la Pace degradi nel nirvana.

    Solo là dove ogni atto è ispirato a vivo senso di responsabilità ci può essere ordine e democrazia.

    Ma quando sarà dedicata una nave a Gino Birindelli?
    di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    Mi sono sempre chiesto e chiedo anche a Voi che leggete: perché a Gino Birindelli non è stata mai dedicata una nave della flotta della nostra Marina Militare?
    Chissà se risponderete e, soprattutto, se risponderanno i responsabili dello Stato Maggiore Marina a questo quesito…
    A molti di noi marinai piacerebbe leggere il nome “Birindelli” sul fianco della nave, Lui è fra i Marinai leggendari che non può e non deve essere sottaciuto per le sue eroiche imprese, per l’intensa attività svolta, per la volontà, per la dedizione e l’attaccamento alla Patria (anche dopo la sua collocazione a riposo) e non per ultimo per la ricostruzione della Marina stessa dopo la Seconda Guerra Mondiale.
    Fregata-FREMMMolti altri eroi Marinai (pluridecorati e non) sono stati onorati con la titolazione della nave per esempio Luigi Rizzo con una fregata rimasta storica per essere stata la prima ad imbarcare un nucleo elicotteri e quindi dando la nascita all’aviazione di marina e gli stessi Durand de la Penne, Mimbelli, Martellotta, Rossetti e Paolucci hanno avuto titolato unità navali che riportano rispettivamente i loro nomi. Nave Birindelli perché no?

    A-Gino-Birindelli-Ezio-Pancrazio-Vinciguerra-per-www.lavocedelmarinaio.com_

    A proposito di Gino Birindelli
    di Claudio Confessore e Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

    …riceviamo e pubblichiamo. Se avete cose da aggiungere noi, per adesso, siamo qui.

    Nulla da dire sull’Ufficiale di Marina e sull’Eroe ma dobbiamo evidenziare che sicuramente era un uomo con un carattere difficile, toscanaccio ed irruento, sulla cui carriera finale – nonostante i meriti di Guerra – ha influito il caso sollevato dal governo maltese quando lo dichiarò “persona non gradita” a seguito della sua nomina a COMNAVSOUTH (il Comando fu successivamente spostato da Malta a Napoli).
    Se si tiene conto che erano gli anni 70 periodo delle stragi, del terrorismo ovvero anni drammatici, appare evidente che all’epoca il personaggio fosse scomodo, non tanto per i militari quanto per i politici (anche del suo stesso partito, il M.S.I., che lasciò dopo circa due anni dopo aver ricoperto la carica di Presidente). Peraltro la sua appartenenza alla P2 (da lui stesso confermata) complicò notevolmente le cose.
    Per quanto riguarda l’episodio del febbraio 1970 con cui denunciò lo stato di malessere della Marina ritengo utile, senza togliere nulla alla sua meritoria azione, ricordare che gli aumenti furono opera “diplomatica” dell’Ammiraglio Spigai, Capo di Stato Maggiore della Marina, a cui le esternazioni di Birindelli furono sicuramente utili. Visto che ho citato Spigai evidenzio anche che fu lui ad iniziare a parlare e scrivere della necessità di una legge navale, poi continuò Rosselli Lorenzini ma fu l’abilità dall’Ammiraglio Gino De Giorgi a dare i risultati sperati con la pubblicazione anche del famoso “Libro Bianco”.
    Comunque i tempi sono cambiati e forse dare il suo nome ad una futura nave non sarebbe cosa impossibile.
    Distinti saluti
    Claudio Confessore

    Buongiorno Claudio Confessore, grazie per questa sua disamina come dire pacata e allo stesso tempo molto esaustiva.

    Col suo consenso la pubblicherei a forma di articolo per spronare tutti i Marinai a quell’unità, tanto evocata quanto vituperata, che può sensibilizzare gli attuali vertici della Marina, in particolare dell’ammiraglio De Giorgi figlio, in vista di quelle prospettive e orientamenti di massima della nostra amata Forza Armata. Se buon sangue non mente (ma è un banale modo di dire) l’attuale Capo di adesso e speriamo il prossimo (profondo conoscitore dei meandri dai tempi di Ulisse) possono raddrizzare la rotta lievemente sotto l’allineamento.
    Concordo con Lei che i tempi erano altri (’70 e 80) e qualche volta il politico di turno nazionale è stato anche lungimirante.
    Nelle “scelte” che per noi Marinai e Militi sono tradotti in “ordini” (giuste o sbagliate dei politici e anche degli alti consiglieri al comando) siamo esecutori e parzialmente responsabili mentre i mandanti risponderanno alla loro coscienza (Dio) e anche ai posteri (Cesare).
    Per questo reitero e ribadisco quell’unità (oggi forse più allargata…).
    “Soli si perde”
    Questa è la storia di quattro persone chiamate Ognuno, Qualcuno, Chiunque e Nessuno (proprio come le FF.AA.).
    C’era un importante lavoro da fare e OGNUNO era sicuro che QUALCUNO l’avrebbe fatto!
    CHIUNQUE avrebbe potuto farlo ma NESSUNO lo fece.
    Qualcuno si arrabbiò perché era compito di OGNUNO.
    OGNUNO pensò che CHIUNQUE poteva farlo.
    Andò a finire che OGNUNO incolpò QUALCUNO quando NESSUNO fece ciò che CHIUNQUE avrebbe potuto fare.
    Ergo, il tiro al piccione agli ammiragli, alle carriere, ai 2 marò, ai combattenti visibili ed invisibili, ecc. ecc. che hanno eseguito ma non sono mai stati giustiziati (colpevoli o innocenti) da qualcuno preposto alla giustizia ma dai media, da noi …non proprio come la Sua divina storia che fu invece lapidato dai cattivi “Consigliori” che non erano neanche al Potere.
    LA FORZA E’ NEL GRUPPO (che non è un opuscolo di testo del compianto ammiraglio Mario Lucidi o edito per gli istituti di formazione) E UN POPOLO CHE NON ARROSSISCE ALLA VERGOGNA E’ DESTINATO A SOCCOMBERE.
    Mi perdoni se inconsapevolmente lo abbia turbato ma è il mio modus vivendi.
    P.s. Non mi risulta che ci sia stata una “Norimberga italiana” e neanche processi che abbiano stabilito almeno la verità processuale in chi, consapevolmente o inconsapevolmente, ha sbagliato dal 9 settembre 1943 ad oggi (eccezion fatta per Bettino Craxi).
    Sono certo che comprenderà lo sfogo di questo suo subalterno che ancora oggi si ostina a credere in Patria e Onore e che è convinto che bisognerebbe invece Giurare, con le medesime modalità, per l’Europa prima (ma non c’è ancora un esercito europeo) e forse, ancor prima e di più per la NATO … a tutti coloro che decidono di intraprendere questa navigazione.
    Un abbraccio grande come il mare e il cuore dei Marinai dentro…
    Ezio

    Buongiorno sig. Ezio, puoi pubblicare tutto quello che vuoi nella forma da te ritenuta più utile. Non vorrei passare per estremo difensore della categoria degli Ammiragli ma i coloro che hanno caratteri difficili o le mele marce (o le pecore nere) si trovano a tutti i livelli.
    La stragrande maggioranza dei marinai è sempre stata corretta e disciplinata, senza che questo vuol dire subire passivamente.
    Claudio Confessore

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    18.1.1945, noi a Zonderwater dichiarammo fedeltà

    di Marino Miccoli 

    Marino-Miccoli-2014-per-www.lavoce-delmarinaio.com_2Zonderwater è una vasta area situata a circa 40 km Nord Est dalla città di Pretoria ed è vicina alle note miniere di diamanti del Cullinan, nel Sud-Africa. L’altopiano (1500 mt. s.l.m.) in cui si trova è incluso nella Provincia del Transvaal. Nel 1941 è stato realizzato un grande campo di prigionia, suddiviso in blocchi, dove sono stati raccolti moltissimi prigionieri di guerra italiani e tedeschi. Dalle navi mercantili dove erano stati stivati, i prigionieri erano sbarcati nel porto di Durban; da qui in treno in due giorni di viaggio arrivavano a Zonderwater. I primi prigionieri italiani arrivarono alla fine dell’inverno del 1941 e tra questi vi era mio padre Antonio Miccoli (maresciallo capo-cannoniere stereotelemetrista della Regia Marina, uno dei pochi sopravvissuti all’affondamento del Regio Incrociatore Fiume, avvenuto a largo di Capo Matapan – Grecia- nella tragica notte del 28 marzo 1941). Egli era stato prima internato in un campo di prigionia ad Alessandria d’Egitto, laddove dopo aver subito un primo interrogatorio gli fu assegnato il numero di matricola: n. 123415.
    ingresso-cimitero-italiano-Zonderwater-CopiaZonderwater, che in lingua Afrikaans significa senza acqua (anche se in realtà l’acqua era presente e abbondante nel sottosuolo), è una località costituita da una pianura arida con alcune ondulazioni. La flora è rada e bassa. L’orizzonte è costituito da modeste colline. La vasta zona riservata ai prigionieri (dall’aprile del 1941 al marzo del 1947 furono accolti nel campo più di 100.000 prigionieri italiani) era situata da un lato sulle colline e dall’altro si apriva verso il piano. Il clima è quello continentale del nord est del Sud Africa. Possiamo affermare che le stagioni sono essenzialmente due: estate e inverno. L’estate va da novembre ad aprile e l’inverno da maggio a ottobre. Il vento regna, anzi impera nella zona di Zonderwater: infatti le tempeste di sabbia, le trombe d’aria fanno volare tetti, coperture, lamiere, tende, staccionate e recinzioni; i venti hanno una forza e un’intensità tale da “togliere il fiato”. Dopo il vento arrivano quasi sempre i temporali e con essi i fulmini. Sì, quei tremendi fulmini di cui mio padre (che fu detenuto a Zonderwater dall’aprile del 1941 al maggio 1946) aveva un terrificante ricordo. Infatti egli narrava che:

    – “Le tende erano fatte a forma di cono. In ogni tenda eravamo in otto prigionieri; si dormiva distesi sul terreno con i piedi rivolti al palo di sostegno e la testa verso l’esterno. A Zonderwater i fulmini erano un concreto pericolo per le persone… al tempo della tendopoli, dal 1941 al 1943 (a partire dalla fine di questo ultimo anno si iniziò la costruzione delle prime baracche), le punte dei pali di ferro che reggevano le tende si trasformavano in vere e proprie calamite per i fulmini; così i prigionieri che si trovavano a contatto o vicino ai pali metallici morivano fulminati”.
    Lapide-Caduti-Italiani-ZONDERWATER-CopiaEgli riferiva che a decine i prigionieri italiani rimanevano vittime dei numerosi fulmini che si scatenavano durante i temporali, forse a causa di una composizione particolarmente ferrosa del suolo, e ogni temporale era vissuto da loro con terrore. A testimonianza di quanto sopra, a Zonderwater per commemorare i non pochi prigionieri folgorati è stato poi edificato un monumento che è possibile visitare ancora oggi, così come il cimitero dei prigionieri italiani.
    Ma torniamo alla narrazione di mio padre sulla sua vita in prigionia; i prigionieri si dividevano fondamentalmente in tre “fazioni”:

    1) “irriducibili”
    ovvero i prigionieri fascisti convinti e memori delle cruente battaglie sostenute per difendere le colonie, i quali minacciavano e mettevano in atto azioni punitive contro quei traditori che collaboravano con gli inglesi.

    2) “non cooperatori”
    che non erano fascisti, ma militari delle varie armi, che non intendevano lavorare per il nemico. Questi credevano che collaborare significava dare segno di anti italianità e di slealtà al Re e alla Patria.

    3) “cooperatori”
    che aspiravano alla libertà, anche se parziale; essi volevano migliorare la loro difficile condizione di vita e pertanto acconsentivano ad andare a lavorare per molti datori di lavoro sudafricani, soprattutto nelle varie fattorie del Transvaal. Qui si fecero notare ed apprezzare per la loro perizia nell’edilizia e nella costruzione di strade. Ma al loro rientro nel campo di prigionia, dopo un periodo di lavoro all’esterno, i “cooperatori” venivano accolti malamente, subivano ceffoni ed erano sottoposti alla cosiddetta «coperta», una punizione corporale solitamente inflitta loro di sorpresa da un gruppo di prigionieri.

    Giuseppe Polimeno - www.lavocedelmarinaio.com

    Mio padre non mi ha mai detto a quale di questi tre gruppi di prigionieri appartenesse ma, avendolo conosciuto, mi sento di affermare che era un prigioniero tra i tanti “non cooperatori”. Ciò anche in considerazione del fatto che a causa delle sue conoscenze tecniche riguardanti il telemetro italiano e del suo reiterato diniego a rivelarne l’esatto funzionamento, fu più volte maltrattato dagli inglesi. Collaborò con un prigioniero di cognome Santoro ed altri per la realizzazione di un cimitero dove poter dare una degna sepoltura agli internati che morivano nei vari blocchi del campo di Zonderwater.

    – “Un cucchiaio di lenticchie in poca brodaglia” questo egli riferiva essere il suo pasto nel campo di prigionia… sì, i prigionieri italiani con e come lui provavano la fame, una maledetta fame tanto che mia madre afferma che nei primi tempi della sua liberazione, quando nell’estate del 1946 fu rimpatriato e reintegrato nella neonata Marina Militare, mio padre pesava 46 kg. e non riusciva a domare l’istinto di afferrare nel pugno le mosche che gli svolazzavano vicino per portarsele alla bocca. Passò un po’ di tempo prima che egli riuscisse a trattenersi da simile abitudine evidentemente acquisita durante la prigionia per sopravvivere; non vi nascondo che oggi anch’io, nel rinnovare il ricordo di quei tristi avvenimenti, provo sincera commozione.
    Delle vicende di guerra e delle vicissitudini della prigionia egli scrisse un diario, che purtroppo gli fu requisito a Napoli, il giorno del rimpatrio, nel maggio 1946. Ciò era inspiegabile per mio padre perché gl’inglesi erano a conoscenza del fatto che egli ne possedeva uno e consapevolmente gli permisero di tenerlo fino al termine della prigionia.
    Il maresciallo Antonio Miccoli fu pluridecorato e nominato Cavaliere al Merito nel 1959 dall’allora Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi; si congedò il 28 marzo 1962 con il grado di sottotenente del C.E.M.M..
    A conclusione di questo mio modesto ricordo scritto riguardante i 5 anni e 2 mesi di prigionia di mio padre, allego l’immagine di un raro documento: si tratta della DICHIARAZIONE DI FEDELTA’ che gl’inglesi gli fecero sottoscrivere il 18 gennaio 1945, quasi un anno e mezzo prima della sua liberazione che avvenne con il rimpatrio a MARIDEPO Napoli il 20 maggio 1946. In essa si richiedeva l’impegno e la collaborazione con gli Alleati nel combattere contro il comune nemico: la Germania.
    Desidero inoltre qui riportare un significativo brano del discorso tenuto dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi quando si recò in visita di Stato in Sud-Africa e rese omaggio ai Caduti al Sacrario Militare di Zonderwater, il 15 marzo 2002:

    Dichiarazione di fedeltà del Maresciallo Antonio Miccoli - www.lavocedelmarinaio.com

    “ […] Non devono dimenticare, specie i più giovani, chi si è sacrificato per la Patria ovunque, in guerra e in pace; chi è caduto; chi ha vissuto in prigionia lunghi anni della più bella stagione della vita e che, tornato, ha ricostruito l’Italia in un’Europa concorde e unitaria […]”

    Sento il dovere di ricordare inoltre alcuni dei nomi di coloro (conterranei e commilitoni) che condivisero con mio padre la drammatica esperienza della prigionia: Giuseppe Salvatore Polimeno (mio zio), Donato Carlo, Antonio Corvaglia, Luigi Cutrino, Attilio Rini, tutti militari originari di Spongano (LE).
    Mi inchino riverente dinanzi al sacrificio di tutti prigionieri di guerra morti durante la prigionia, tra stenti e indescrivibili patimenti, lontano dalla loro Patria e dalle amate famiglie; onoro la loro memoria e mi auguro che mai più, ripeto mai più l’umanità debba patire simili sofferenze a causa di quell’assurda follia costituita dalle guerre.

    Antonio Miccoli - www.lavocedelmarinaio.com

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    Giuseppe Tusa (Milazzo, 17.1.1983 – Genova, 7.5.2013), dov’è la giustizia?

    di Adele Chiello Tusa
    https://www.facebook.com/mamma.adele

    (Milazzo, 17.1.1983 – Genova, 7.5.2013)

    Signor Presidente,
    mi permetto di evidenziare il grave problema della Giustizia che non arriva mai e pertanto, una madre come me, deve subire oltre il danno di aver perso un figlio, la beffa di non poter ridare dignità, con una vera giustizia, al proprio figlio: “Giuseppe Tusa” un militare al servizio dello stato Italiano, deceduto con il crollo della Torre VTS di Genova, 7 maggio 2013, mentre governava la sicurezza della collettività, ma nessuno ha garantito la sua e quella di altri 8 colleghi di lavoro. Dopo anni, dalla Sua morte, non riesco ad accedere ai verbali dei soccorsi, per sapere dove sia stato rinvenuto e perché è stato rinvenuto dopo 16 ore mio figlio Giuseppe. Praticamente mi viene negato anche il diritto legittimo di conoscere elementi legati alla sua morte, pensavo che un P.M. fosse dalla parte delle vittime, ma gli eventi mi indicano il contrario. Credevo che la giustizia fosse scontata, invece devo impegnarmi io, sia moralmente che materialmente, affinché si arrivi alle vere responsabilità del gravissimo evento.

    Una tragedia annunciata, prevedibile ed evitabile …le istituzioni preposte, che avrebbero dovuto applicare le norme giuridiche sulla sicurezza, hanno violato il diritto fondamentale e Costituzionale di nove lavoratori: “LA VITA”.
    Mio figlio ha adempito ai suoi doveri sino alla morte, ci aveva creduto nello Stato e nelle Istituzioni, ma proprio quest’ultimi l’hanno tradito.
    Auspico che il Suo lavoro possa contribuire, anche, affinché ci sia il rispetto della Giustizia per le “VITTIME DEL CROLLO DELLA TORRE VTS”, diritto legittimo anche per noi familiari.
    ADELE CHIELLO TUSA.

    Fiori recisi: Opera creata da Giuseppe Tusa



    Il 7 Maggio 2013, alle ore 22:59.42, al molo Giano, è crollata la torre VTS di Genova che ospitava lavoratori civili e militari. In meno di 45 secondi sono morti nove onesti lavoratori mentre governavano la sicurezza della collettività nel porto di Genova, ma purtroppo nessuno ha applicato le norme giuridiche, fondamentali, per la tutela della salute e della vita delle vittime. 
Quella maledetta torre costruita come una palafitta, sul ciglio del mare, senza alcuna protezione dai rischi di tanti pericoli che insidiano un porto. Ogni parte in causa che non ha fatto quello che avrebbe dovuto per avidità, per incompetenze, per leggerezza, per motivi di alleanze politiche e di potere, è colpevole di nove omicidi e pretendo che la magistratura faccia la sua parte: 
- stare dalla parte delle Vittime, non permettere di alleggerire le responsabilità penali di tutte le parti in causa, in un cinico scaricabarile… 
Tra le vittime è stato rinvenuto il cadavere di mio figlio Giuseppe, e mai avrei potuto pensare, che il processo naturale della vita invertisse i tempi, sopravvivendo io a mio figlio. In meno di 45 secondi è crollata la maledetta torre, urtata dalla nave Jolly Nero di proprietà degli armatori Messina, insieme a mio figlio Giuseppe, me e tutta la mia famiglia. Il dolore per la Sua mancanza è atroce, Giuseppe non tornerà mai più a casa da Genova; Giuseppe ha lasciato un vuoto incolmabile, manca Tutto di Lui. Il mio adorato Giuseppe ha percorso il cammino della vita con tanta umiltà, dignità e legalità; le note amare della Vita, con la Sua grande passione e il Suo immenso Amore le ha rese una meravigliosa Musica. 
Ci ha sempre coinvolti, con la Sua gioia e tanta allegria in una grande festa…Mi manca il rumore dei suoi sorrisi abbaglianti…mi manca lo splendore della Sua bellezza…mi manca tutto di Lui ed io oggi ho il dovere di essere la Sua voce… Le Vittime, in quanto tali, sono “VINTI”, ma la magistratura ha il dovere di ridare dignità a chi voce non ha più, con una Giustizia con la “G” maiuscola che è, e deve essere la massima espressione di una democrazia che funziona in un paese civile.
Io non posso accontentarmi di alcuna verità di comodo, io davvero non intendo fare sconti a nessuno. Il dono della Vita che mio figlio Giuseppe ha tanto rispettato, è un diritto fondamentale e Costituzionale dell’essere umano. La Vita dell’uomo deve sempre valere più del profitto, degli interessi economici e politici di alcuni, che condizionano le scelte sulla pelle dei lavoratori. Auspico che altre mamme vengano esonerate dal subire un dolore così innaturale e possano sempre riabbracciare i propri figli, al ritorno del luogo di lavoro.
    Adele Chiello ved. Tusa madre di Giuseppe Tusa, Vittima dello Stato assente.