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7.9.1943, regio sommergibile Velella (77° anniversario)

di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra, Ottaviano De Biase (*) e Francesco Garruba (*)


da 77 anni a 60 metri di profondità, aspettiamo una risposta.

Da 77 anni a 60 metri di profondità, il sommergibile Velella attende di essere recuperato al largo di Punta Licosa. Lo sanno i 50 marinai dell’equipaggio che invano si sono immolati per la Patria prestandone servizio e giacciono nelle profondità e nel silenzio del mare, lo sanno i loro parenti e familiari che invano hanno chiesto, lo sanno i pescatori di Santa Marina di Castellabate che impigliano le loro reti di pesca, lo sanno i subacquei che puntualmente ripropongono foto e filmati sull’ottimo stato di conservazione dello scafo. lo sanno gli storici e gli alleati, lo sa lo Stato Italiano che malgrado le proposte per recuperarlo sembra rimuovere invece solamente la sua storia recente.
L’armistizio era stato già firmato e il 7 settembre, all’oscuro di tutto, il comando dei sommergibili. nella certezza di un ormai imminente sbarco alleato, rese esecutivo il piano “Zeta”, disponendo lo schieramento nel basso Tirreno di 11 battelli (tra cui il Velella) a copertura delle coste dal golfo di Gaeta a quello di Paola ed altri 9 più a sud. Alle ore 15 di quel 7 settembre il Velella, al comando del Ten.Vasc. Mariò Patanè, lasciò Napoli.

Mentre si andava completando lo schieramento antisbarco dei nostri sommergibili, radio Algeri alle ore 18.38 del successivo 8 settembre annunciava l’avvenuto armistizio, costringendo poco dopo il maresciallo Badoglio, ancora tergiversante, a confermarlo da Radio Roma con un proclama che cadde come un fulmine a ciel sereno su una nazione ancora in guerra. Alle 21.10 Maricosom diramava a tutte le unità il messaggio di cessare le ostilità, ma il Velella non poteva riceverlo. Era già immobile sul fondo da ventiquattro ore colpito dai siluri del smg britannico Shakespeare. Da allora per quei cinquanta morti, per quegli ultimi caduti di una lunga guerra, è sceso l’oblio. Mentre si consumava l’onta della resa della nostra Flotta sotto i cannoni della fortezza di Malta, nessuno ha voluto mai ricordare il sacrificio sostanzialmente inutile di quell’ultimo sommergibile.

Aspettano risposta:
– Ten. Vasc. Mario PATANE’, Comandante
– S.Ten. Vasc. Roberto VITTORI, Uff.le in 2ª
– Ten. GN Pietro SERRAT, Direttore di Macchina
– Guardiamarina Enzo BAZZANI
– S.Ten. GN Ildebrando BANDINI
– Asp. Guardiam. Raffaele NOVELLINI
– C°2^cl. Andrea SESSA
– C°3^cl. Giuseppe ALUNNI
– C°3^cl. Eudecchio FELEPPA
– 2°C° Giovanni CAMPITO
– 2°C° Vittorio CASTELLANO
– 2°C° Antonino GIACALONE
– 2°C° Luigi MENIN
– 2°C° Marino MEONI
– 2°C° Giorgio SORRENTINO
– Sgt. Giuseppe CARUSO
– Sgt. Giovanni CHIAVEGATO
– Sgt. Carmelo RENZONI
– Sgt. Aldo SPINA
– Sc. Loris CIONI
– Sc. Ermenegildo FACCHINETTI
– Sc. Saverio FESTA
– Sc. Carlo GUALCO
– Sc. Armando MAFFEI
– Sc. Orlando PIRODDI
– Sc. Pietro SCHIAVONE
– Sc. Angelo SEVERINI
– Sc. Giannino ZAMBRINI
– Com. Achille ANTONINI
– Com. Giuseppe BIONDINI
– Com. Carlo CAIELLI
– Com. Saverio CAZZORLA
– Com. Francesco CERETTO
– Com. Renzo CILIO
– Com. Giovanni D’ASTA
– Com. Aurelio FABRIS
– Com. Cristoforo FULMISI
– Com. Duilio FURLAN
– Com. Salvatore INGRASSIA
– Com. Smilace LEONCINI
– Com. Ugo PARDETTI
– Com. Pietro RIZZI
– Com. Antonio RIZZA
– Com. Giuseppe SESTA
– Com. Eolo SIMONETTI
– Com. Giuseppe SIRUGO
– Com. Doroteo SPISANI
– Com. Salvatore TRAPANI
– Com. Luigi VENUTO
– Com. Aldo VESPUCCI

7 Settembre 1943: Il tragico destino del sommergibile Velella
di Ottaviano De Biase (*)
Turisti di tutt’Itala frequentano abitualmente la spiaggia di Santa Maria di Castellabate. Eppure in pochi sanno che poco più avanti di Punta Licosa, esattamente alla latitudine 40°15’Nord e longitudine 14°30’Est, giace, con tutto il suo equipaggio, il glorioso sommergibile Velella…
La storia del Velella ebbe inizio negli anni ’30, nei cantieri CRDA di Monfalcone. Il progetto iniziale di due unità gemelle (Argo e Velella) fu sviluppato per conto della Marina del Portogallo. Tale progetto non dovette andare a buon fine visto che nel 1935, la Regia Marina Italiana tenne per sé sia l’Argo e sia il Velella, rinforzando la ben nota flottiglia di sommergibili Classe “Tritone”.
Il Velella fu varato a Monfalcone il 18 dicembre del 1936. Le sue principali caratteristiche. Era un sommergibile a doppio scafo, lungo 63,14 mt., largo 6,90 mt., stazzava 810 tonnellate, più di 1.000 in immersione. Era armato di siluri, a prua come a poppa, ed aveva un cannone da 100mm nonché quattro mitragliatrici antiaeree. La propulsione era assicurata da motori FIAT, grazie ai quali poteva raggiungere la velocità di 14 nodi in navigazione di superficie e di 8 nodi in immersione. Poteva raggiungere la profondità di -100 mt.
Il Velella operò un po’ ovunque. Dapprima nell’Egeo, in Mar Rosso e sulle coste dell’Africa settentrionale, poi in Atlantico dove prese parte a numerosissime missioni. Nell’estate del 1943 il comandante dell’unità, il Tenente di Vascello Mario Patanè, subentrato al collega Giovanni Febbraro, fu chiamato a contrastare lo sbarco degli alleati in Sicilia, insieme a molte altre unità dell’allora Regia Marina. Colpito da un aerosilurante il Velella fu costretto a riparare, sia pur con grosse difficoltà, nella base militare di Taranto. Ai primi di settembre del 1943 lo troviamo ormeggiato nel porto di Napoli e si apprestava a quella che poi diventerà la sua ultima tragica missione. Difatti, il 7 settembre 1943 lasciò il porto di Napoli insieme ad altre dieci unità, a cui era stato dato il compito di sbarrare la strada al convoglio anglo-americano in vista dell’imminente sbarco a Salerno.
Da fonti inglesi si è potuto accertare che fin dai primi di settembre del 1943, un sommergibile (britannico) di nome Shakespeare, incrociava le nostre coste, con il compito di segnalare bracci di mare eventualmente minati dalla Marina Italiana nonché fungere da radiofaro per i convogli d’assalto in avvicinamento dal Nord Africa e dalla Sicilia. Il giorno 7 settembre 1943, lo Shakespeare stazionava nel tratto di mare antistante Punta Licosa, a circa 5 miglia a ovest del promontorio. Alle 19.53 circa, due sottomarini italiani, diretti verso sud-ovest, naviganti in emersione ed alla distanza di circa un miglio l’uno dall’altro, gli passarono accanto, uno per lato. Dei due, quello ad est dello Shakespeare, il Benedetto Brin, non si distingueva sullo sfondo ormai scuro della costa e da questa ne rimase come protetto. Fu meno fortunato il Velella, che, venuto a trovarsi sul lato occidentale, si stagliava contro gli ultimi bagliori del crepuscolo. Secondo il resoconto del comandante del sommergibile inglese, questi lanciò contro il Velella, alle ore 20.00 circa, ben sei siluri, di cui solo uno avrebbe raggiunto il bersaglio.

La scoperta dello scafo
Nel 1976 alcuni pescatori della zona di Santa Maria di Castellabate riferirono alle autorità marittime locali che alcune volte le loro reti restavano impigliate in qualcosa di metallico e tagliente. Una parola tira l’altra finché non prese corpo la possibilità che quell’ostacolo poteva trattarsi del Velella scomparso proprio in quel tratto di mare il 7 settembre 1943. La notizia raggiunse il Ministero della Marina Militare che inviò sul posto un dragamine ed una vecchia nave di salvataggio. Purtroppo le ricerche non diedero alcun esito. Grazie all’iniziativa di Carlo Pracchi, un motorista del Velella che per un caso del tutto fortuito non si trovò a bordo il giorno della tragedia, il 5 settembre 1982 fu organizzato un raduno che si tenne antistante il porticciolo di Acropoli. Un semplice gesto che valse a creare il primo nucleo di interesse attorno ad una vicenda che sembrava dimenticata. Un incontro che valse ad organizzarne un secondo per la settimana seguente sulla spiaggia di Santa Maria di Castellabate. Per l’occasione la Marina Militare  partecipò con un picchetto di marinai ed un dragamine, furono deposte corone di fiori nel supposto punto dell’affondamento, rivelatosi in seguito errato. Del resto, molte delle supposizioni fatte negli anni erano il semplice desiderio di poter onorare il ricordo di questo sommergibile e di tutti i suoi marinai. Ma ormai il Velella era entrato nella leggenda. Un subacqueo del posto riferì di essere sceso per disincagliare delle reti di un pescatore a -102 metri e di aver toccato qualcosa molto simile allo scafo di un sommergibile. Passarono sette anni prima che si facesse una nuova commemorazione, questa volta però estesa a tutti i caduti del mare.

L’identificazione
Dalla descrizione fatta da Rizia Ortolano, esperta subacquea.
“13 maggio 2003, ore 7.40 del mattino. La rada di San Nicola a Mare è deserta e silenziosa. Il cielo sereno ed il mare tranquillo. Sul molo è stato scaricato del materiale e su un grosso peschereccio si lavora alacremente per imbarcarlo. Borsoni, pesanti casse metalliche, cavi, computer, macchine fotografiche, videocamere stanno lentamente trovando posto a bordo, su un ponte ormai ingombro di oggetti davvero inconsueti per una barca da pesca d’alto mare. Ci troviamo a Santa Maria di Castellabate, in prossimità di Punta Licosa, punta estrema del golfo di Salerno. L’aria tiepida del mattino e le azzurre trasparenze del mare di questo angolo incantato del Cilento non rivelano davvero i drammi e gli accadimenti di cui questi luoghi sono stati muti testimoni nel recente passato… Il capitano, terminate le operazioni di imbarco, dirige il peschereccio verso un preciso punto in mezzo al mare, distante 10 miglia al largo da punta Licosa. Nelle miglia di mare che ci separano da quello che speriamo essere concretamente il relitto del Velella (renderà poi noto la Ortolano), veniamo ospitati con la generosità, la cortesia e la semplicità di cui solo la gente di mare è capace. Si appronta una caponata di alici freschissime, degna del più grande Cordon bleu. Il resto del tempo è assorbito dalla documentazione video fotografica. Dopo circa due ore di ricerche qualcosa appare sull’ecografo. Siamo tutti compressi nella plancia con gli occhi incollati agli strumenti, emozionati come bambini al primo giorno di scuola, scossi dall’emozione quando un deciso rilievo appare chiaramente sollevarsi dal profondo e piatto fondale fangoso sotto di noi. Ora si prepara la cima del pedagno che, con un amorevole e sapiente gesto, il maresciallo Carlo Mileo fila in mare. Sguardi carichi di speranza osservano la grande tanica segnale galleggiare in superficie nell’acqua blu cobalto. Posto un riferimento visivo, non rimane che preparare il sonar a scansione laterale e tutte le sofisticatissime apparecchiature di supporto. Saranno ore di duro lavoro per i tecnici della COL.MAR e per tutti noi. Le manovre da fare non sono semplicissime, la profondità è molto elevata e si rende necessario per ben due volte interrompere le operazioni per modificare l’assetto dello strumento che gravita a pochi metri dal fondo generando potenti segnali laterali. Il segreto gelosamente custodito dal mare per sessant’anni sta per svelarsi a noi. Ed ecco che, progressivamente, si traccia sulla stampante una sagoma inconfondibile: il rilievo evidenziato dallo scandaglio è effettivamente quello di un oggetto di grandi dimensioni, di forma ellittica, con una piccola sporgenza simile ad una torretta che ne interrompe bruscamente la linearità. ABBIAMO LOCALIZZATO IL VELELLA! Siamo noi su quel peschereccio i primi a vederne, dopo tutti questi anni, i contorni affusolati. Adesso ne siamo sicuri ed è con vera gioia che mostriamo a tutti queste immagini, sia pure quelle mediate dalla scansione del Sonar. Avremmo voluto essere capaci di trasmettere l’emozione e le mille sensazioni che ci hanno attraversato la mente ad ogni passaggio al traverso del Velella, ma sappiamo che è impossibile. Finalmente quei 51 marinai, abbandonati al loro destino dal paese per cui avevano combattuto, non sono più soli e le famiglie hanno una tomba, anche se liquida, sulla quale poter pregare…”
Sono alcuni anni che quella del Velella è diventata una commemorazione annuale che si tiene a inizio di settembre a Santa Maria di Castellabate, alla quale partecipano i familiari delle vittime, la comunità locale, autorità civili, militari e religiose, moltissime associazioni ANMI del sud Italia, compresa la nostra di Avellino.
Sull’eventuale recupero del sommergibile, o quel che è rimasto, e i resti di quei poveri 51 marinai, si sono percorse molte vie. Nel senso che fin dal suo ritrovamento sono state inoltrate numerose richieste alla Marina Militare e nel contempo si è anche tentato di sensibilizzare l’opinione pubblica, sia a mezzo di trasmissioni televisive e sia a mezzo stampa affinché si decidesse per il recupero. Fu presentata, altresì, un’interrogazione parlamentare, registrata al numero 841 del 19 gennaio 2001. Ebbene. L’allora Governo, nella persona del Ministro della Difesa, si disse propenso a procedere in tempi rapidi al doveroso recupero. Viceversa, quello in carica nel giugno 2003 dichiarava che un eventuale recupero avrebbe rappresentato un immotivato turbamento all’eterno riposo di un gruppo di eroi immolatisi per la patria. Una decisione che condividiamo pienamente un poco perché marinaio lo è chi scrive, un poco perché tutti possano nutrire un profondo sentimento di ammirazione e di rispetto per quanti hanno donato la propria vita alla patria, ed in quanto marinai, hanno sempre considerato il mare come il più degno sacrario…
Le immagini commemorative risalgono a qualche anno fa…

Una preghiera per i marinai del Velella
di Francesco Garruba
(…) “Un profondo sentimento d’ammirazione e di rispetto per chi ha donato la propria vita alla patria considerando il mare come il più degno sacrario” (…)
Sono alcune righe della lettera dell’Amm. Giuseppe Spinozzi indirizzata ad una testata giornalistica nel 1997 relativa al caso del sommergibile “Velella”. Alcune righe che nella loro semplicità sprigionano emozioni di gloria e di eroismo.
La vicenda del “Velella” ci porta indietro nel tempo: 1943, II Guerra mondiale.
Nelle prime ore del 3 settembre, fu accertato il tentativo dell’Ottava Armata di passare lo Stretto di Messina. Così furono schierati tra il Golfo di Salerno ed il Golfo di Policastro e, fra le coste orientali siciliane e la zona di Capo Colonne-Punta Alice, i tredici sommergibili disponibili.
Il 7 settembre verso le ore 20.00 il sottomarino “Velella” in difesa della costa italiana dall’assalto definitivo degli Alleati venne silurato ed affondato dal sommergibile inglese “Shakespeare” al largo di Punta Licosa, a sud di Salerno, nel punto di latitudine 40°15’N e longitudine 14°30’E.
Sono trascorsi sessant’anni dal tragico epilogo ed i corpi esanimi del Comandante, Tenente di Vascello Patanè, e del suo equipaggio di cinquantuno uomini sono ancora lì a 120 metri di profondità.
La storia del “Velella” è comune a tanti altri sommergibili affondati che giacciono sparsi sui fondali del Mediterraneo e negli abissi oceanici, ma è quella che più mi amareggia; in quanto l’armistizio era stato già firmato fin dal giorno 3 settembre, ma all’insaputa della Marina e proclamata il giorno dopo dell’affondamento.
Beffa della sorte morire alla vigilia della conclusione delle operazioni navali contro le Marine alleate.
Numerose interrogazioni parlamentari si sono susseguite per chiedere il recupero delle salme, per dare degna sepoltura anche in onore alle loro famiglie, ma hanno avuto esiti negativi per problemi di natura tecnica e finanziaria.
L’ultima risposta, appresa il 17 giugno 2003, rilasciata dal Ministro della Difesa ha confermato le difficoltà tecniche ed economiche ed ha dichiarato che rappresenterebbe un immotivato turbamento all’eterno riposo di eroi immolatisi per la patria.
A questo punto mi domando:
– “Recuperare il relitto è realmente un’operazione dovuta?”-
Ascoltando “La Canzone dei Sommergibili” (Canzone marcia del 1941, parole di Zorro, musica di Mario Ruccione) alcune strofe mi hanno confidato che “Andar pel vasto mar ridendo in faccia a Monna Morte ed al destino (…) è così che vive il marinar nel profondo cuor / del sonante mar (…)”
Punta Licosa porta il fascino di un nome che si perde nella leggenda: Leucosia dimora e sepolcro delle sirene, forse il luogo dove si consumò l’incontro di Ulisse con le loro malle.
Ho immaginato per un attimo di essere un membro dell’equipaggio, di aver l’onore di dividere quegli attimi di tragedia. Ho ascoltato le preghiere bruciate in fretta, le grida soffocate dall’acqua salata che dilaga senza indugi. Ho sentito lo stretto abbraccio del mio collega, mio fratello, infondermi l’ultimo atto di coraggio. Sono trascorsi sessant’anni di silenzi dal mio ultimo grido. Lasciatemi in compagnia delle mie sirene, lasciatemi nelle profondità del sonante mare. Ho sorriso alla signora Morte ed al destino che mi ha portato qui. Ho sorriso a voi che ascoltate la mia ultima preghiera.

Il sommergibile “Velella”, la preghiera di un marinaio nel giorno più caro a tutti i marinai, quello di Santa Barbara, per non dimenticare (scritta nel 2003).

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