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Il “Comandante del porto”, una commedia romana

di Guglielmo Evangelista (*)

In un passato ormai lontano buona parte delle rappresentazioni teatrali avevano uno svolgimento stereotipato e sempre uguale,  né cambiavano i  personaggi:  in pratica quelli principali erano sempre i due giovani innamorati, il vecchio libidinoso interessato a godersi la fanciulla e il servo scaltro che sventava le trame del padrone.
Spettava poi all’autore della commedia variare questa monotona sostanza con qualche dettaglio: al posto del servo poteva metterci un soldato, il vecchio poteva ora essere un uomo politico, ora il sacerdote di qualche dio… D’altra parte agli spettatori, in gran parte illetterati e di bocca buona, non si potevano proporre trame complicate che non fossero in grado di seguire: in questo modo lo svolgimento della vicenda lo conoscevano a priori, pregustandosi il finale che prevedeva l’immancabile bastonatura del vecchiaccio le cui trame venivano regolarmente scoperte. Il resto era dettaglio ma più che dalla trama era proprio da questo che derivava il successo, dato dalla mimica efficace, dalle frasi pesanti e dall’avvenenza delle attricette di contorno delle quali il pubblico spesso chiedeva la “nudatio” a fine spettacolo….facilmente concesso.
Uno dei principali commediografi romani fu Cecilio Stazio, milanese vissuto fra il secondo e il terzo secolo avanti Cristo che, trapiantato a Roma si specializzò nelle “palliate” cioè rappresentazioni di ambientazione greca: di lui si conoscono ben 42  titoli, ma purtroppo non è arrivata a noi nessuna opera completa e, delle superstiti, solo vari frammenti.
Uno dei suoi lavori ha come sfondo un porto, ed è l’autorità marittima a ricoprire il ruolo del personaggio principale: il titolo è “Portitor” che può essere tradotto come “Comandante della dogana” o “Comandante del porto”.
Del contenuto si  sa ben poco, ma è chiaro che la vicenda si svolge nell’ambito di un porto – verosimilmente Alessandria d’Egitto – e il titolo  fa riferimento ad una delle più importanti autorità dell’amministrazione portuale dell’epoca romana, cioè colui che percepiva le tasse e svolgeva i compiti di polizia marittima. Fra i suoi ampi poteri c’era anche quello di arrestare e interrogare le persone sospette e di aprire le corrispondenze private che venivano scambiate via mare.


In definitiva, a differenza del magister portus, che era un semplice amministratore di banchine e magazzini, e a differenza dei funzionari dell’annona annegati fra i  carichi di grano e di lenticchie, era costui  il vero e diretto rappresentante  degli interessi dello stato e di conseguenza aveva tutt’altro peso.
Considerati questi poteri e lo svolgimento tipico delle commedie romane, ce n’è già abbastanza per immaginare che all’autore non mancassero le occasioni per mettere in cattiva luce il protagonista facendolo figurare come una persona che di tali poteri abusava allegramente, tanto più che in uno dei versi superstiti esclama con candore: “Cur depopulator? Gerrae!” Io un saccheggiatore? Cazzate!.
Lo svolgimento della trama, a mente della loro schematicità generale e di quanto è giunto fino a noi può essere ipotizzato con una certa verosimiglianza nel suo svolgimento: il comandante intercetta, fra le tante lettere che passano sotto i suoi occhi, quella di una ragazza che annuncia il suo arrivo al suo promesso sposo, che non ha mai visto e di cui non sa nulla. Quindi il funzionario ha la brillante idea di spacciarsi per il giovane che probabilmente con qualche  pretesto fa togliere momentaneamente dalla circolazione:  all’arrivo della nave sale a bordo e cerca di approfittare della situazione spacciandosi per il ragazzo anche se…non è più tanto ragazzo.
Ma ovviamente le cose non filano lisce: è probabile che a sventare la macchinazione sia un qualche subordinato, forse un “tabellarius” marinaio capace di navigare benissimo fra le scartoffie, antenato di un “furiere” di segreteria o un “marinaio di porto” che manda tutto a monte.

L’epilogo è naturalmente scontato: i due giovani si riconoscono e si sposano, il portitor resta scornato (in genere le prende sonoramente dal fidanzato o perfino anche dal suo subordinato che, travestito, ne approfitta per vendicarsi delle angherie del superiore  e questo intraprendente marinaio, se era uno schiavo, si guadagna la libertà, se un uomo libero ottiene una promozione.
Tutto come da copione….di allora.

(*)
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