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Quelle strane, antichissime, navi a ruote

di Guglielmo Evangelista (*)

In un precedente articolo, apparso su La Voce del Marinaio il 14 aprile 2019(1), ci eravamo occupati dei primi piroscafi mossi dalle ruote: sostanzialmente non si trattava di nulla di speciale essendo una storia che per sommi capi è piuttosto nota a tutti.
Approfondendo l’argomento si deve considerare che tanto la macchina a vapore che la propulsione a ruote non furono qualcosa frutto dell’inventiva di tecnici del tardo ‘700, ma hanno origini lontanissime che risalgono all’antichità classica.
Va però detto che, per secoli e secoli, il motore non andò oltre le affermazioni di principio e a qualche elementare realizzazione dimostrativa mancando, in primo luogo, le tecniche metallurgiche in grado di realizzare i meccanismi così che il getto vapore, costretto da un ugello, faceva girare solo qualche trottola: era  già il principio della turbina, ma tutto finiva lì.
Furono invece diverse le vicende della propulsione a ruote con i cui concetti di massima, ispirati dalle ruote idrauliche, esisteva già una sufficiente familiarità.
Se non si vedeva un’utilità pratica né si poteva concepire uno sviluppo dei piccoli giochi meccanici  basati sul vapore, la ruota appariva invece  il naturale espediente per affrancare una nave sia dai capricci del vento sia dall’impiego del remo, estremamente costoso indipendentemente dal fatto che vi fossero destinate persone libere o schiavi.
Una prima sommaria trattazione la troviamo nel  libro “De rebus bellicis”  scritto fra il  IV  e il V secolo dopo Cristo da un autore rimasto anonimo che descrivendo le varie macchine da guerra usate dall’esercito romano si sofferma su un tipo di   liburna(2) sul cui ponte venivano fatti girare in tondo dei buoi aggiogati ad un meccanismo a ruote dentate che muoveva le ruote a pale esterne allo scafo.

Era  l’epoca della decadenza dell’impero che ormai viveva un’irreversibile crisi, e quanto è scritto dimostra come ci si stesse preoccupando di escogitare qualche espediente per ridurre gli equipaggi, sempre più difficili d reclutarsi.
Quale fosse la diffusione di queste navi è però tutta da dimostrare, e l’autorevolissimo Vegezio, nella sua celebre “Epitome de re militari” scritta nello stesso periodo non ne fa cenno pur non tralasciando di occuparsi delle cose navali.
E’ quindi probabile che il successo di questa innovazione sia stato limitato considerando che  la velocità sviluppata doveva essere molto modesta e quindi proprio in contrasto con la filosofia di impiego delle liburne, adottate per la loro velocità e senza contare di come l’attrito, cosa della quale nell’antichità sembrava sembra che non si tenesse conto, riducesse ulteriormente il rendimento degli animali.
Forse ebbero un proficuo  impiego come rimorchiatori o come traghetti, ma certo ad agguati, speronamenti od inseguimenti non si poteva pensare.
Il concetto della ruota come mezzo di propulsione navale successivamente non fu mai abbandonato, sempre nell’ottica di una ricerca per economizzare sull’alto costo dei rematori.
L’ingegnere militare tedesco Konrad Kyeser, vissuto nella seconda metà del XIV secolo, tornò alla carica progettando una nave a ruote, ma ancora una volta non si ebbero applicazioni pratiche mancando un motore vero e proprio né diverso destino ebbe la nave progettata circa un secolo dopo da Francesco Di  Giorgio, architetto militare ammiratore di Leonardo: anche lui si limitò a disegnare magnifici e complessi ingranaggi …..ma  farla navigare con profitto era un’altra cosa.
Ormai eravamo alle soglie dell’età moderna e finalmente, anche se ancora profondamente imperfetta, cominciava ad apparire qualche macchina a vapore e  per applicarla alla propulsione navale, per la quale appariva particolarmente idonea, non si poteva che far ricorso agli antichi progetti mai dimenticati di navi a ruote che quasi per magia, con la potenza dei nuovi motori, finalmente potevano prendere vita.
Tuttavia ci fu ancora chi pensava alla trazione animale: nel 1830 sul lago di Garda entrò in servizio contemporaneamente ai primi piroscafi un battello dal curioso nome di “Amico a prora”. Era stato rispolverato l’antichissimo progetto romano e la forza motrice era data da otto cavalli che giravano sul ponte .

Questo tipo di propulsione rendeva l’imbarcazione molto sicura e si evitavano guasti o, peggio, esplosioni della caldaia, all’epoca piuttosto comuni ed era economica non richiedendo né costoso carbone di importazione né, in mancanza di maestranze italiane, un macchinista, quasi sempre inglese e pagato profumatamente. Sembrerebbe che il fattore della sicurezza abbia avuto una certa presa sul pubblico, tanto che questo concetto era il logo della ditta che campeggiava anche in lettere cubitali sulla bandiera.
La nave rimase in servizio fino al 1839 fino a non poter reggere la concorrenza dei nuovi e più perfezionati piroscafi.

Note
(1) https://www.lavocedelmarinaio.com/2019/07/la-prima-nave-militare-ad-elica-costruita-in-italia/
(2) La liburna era una  nave piuttosto leggera e molto veloce, che si dice sia stata inventata dai pirati della Dalmazia, idonea al pattugliamento e ai colpi di mano.


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