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Giuseppe Pili (Tortolì, 8.7.1921 – Mare, 28.8.1943) e la regia nave Lince

di Frederic Erminio Todde

Vi racconto una storia di guerra, quella che parla degli ultimi giorni del regio cacciatorpediniere Lince, perché questa? Perché proprio questa? Perché tra le vittime vi era un “Ogliastrino”, Giuseppe Pili, 22 anni, fuochista ordinario, da Tortolì, figlio di Rosa Congiu e Francesco Pili.

 

Dedico questo articolo ad una memoria storica Tortoliese, la splendida Assunta Pili, che porta ancora il ricordo del fratello Giuseppe.

Regia nave Lince, l’ultima torpediniera silurata
Dopo essere sopravvissuta a tre durissimi anni di guerra sulle rotte del Dodecaneso, dell’Egeo e dell’Africa, scortando convogli, attaccando navi nemiche, contrastando lo sbarco di Castelrosso ed assolvendo a molteplici altri compiti, sempre riuscendo a rientrare alla base, la Lince ebbe l’amaro primato di diventare l’ultima torpediniera italiana ad andare perduta nel conflitto contro gli Alleati.
Il 4 agosto 1943, poco più di un mese prima dell’annuncio dell’armistizio, la Lince, al comando del capitano di corvetta Riccardo Papino, lasciò Taranto per raggiungere Genova, dov’era stata appena assegnata di base. Il giorno stesso, però, a causa di un errore di navigazione commesso dal comandante durante l’attraversamento di un banco di nebbia (per altra versione ciò avvenne durante un attacco aereo), la torpediniera s’incagliò un chilometro ad ovest del faro di Punta Alice, vicino al paese di Cirò Marina, nel Golfo di Taranto.
Nonostante gli ordini giunti da Taranto, non risultò possibile disincagliare subito la nave, quindi i 160 uomini dell’equipaggio si dovettero accampare sulla spiaggia di sabbia e ciottoli nella quale la nave si era arenata, aspettando di poterla liberare. Per una decina di giorni gli uomini, alloggiati in tende sulla spiaggia, lavorarono per rimuovere la ghiaia e preparare lo scivolo che avrebbe dovuto permettere alla chiglia di tornare in acque libere, poi giunsero da Taranto due rimorchiatori di grande potenza. Allestiti i cavi per il rimorchio, i due rimorchiatori iniziarono a tirare, ma nell’operazione uno scoglio nascosto dalla sabbia aprì uno squarcio nella carena. Il tentativo di creare una certa inclinazione, legando anche una cima al cannone poppiero, si risolse in un ulteriore peggioramento della situazione: il cannone venne infatti strappato dal suo alloggiamento e trascinato in mare. Alla fine, risultato inutile ogni tentativo, i rimorchiatori tornarono a Taranto.
Sulla nave incagliata vigilavano un aereo ed un treno armato.
Durante la loro permanenza a Cirò Marina, gli uomini della Lince fecero rapidamente amicizia con la popolazione locale, scambiando generi alimentari (provviste del luogo in cambio di barrette di cioccolato e scatolame dai marinai) e dando anche luogo a qualche episodio curioso, come quando un inesperto marinaio del nord nascose dei fichi d’india sotto la sua maglia, il che richiese poi due giorni di sforzi, da parte di una donna del posto, per estrarre tutte le spine conficcatesi nel suo corpo.
Dopo più di tre settimane e vari tentativi andati a vuoto, la Lince non era ancora stata disincagliata: e così la colse, immobilizzata ed indifesa, il sommergibile britannico Ultor, del capitano di corvetta George Hunt, il mattino del 28 agosto, mentre rientrava da un appostamento davanti a Taranto. Proprio quello sarebbe dovuto essere il giorno in cui – si sperava – la Lince sarebbe finalmente stata in grado di disincagliarsi: una nuova squadra incaricata dei lavori di disincaglio sarebbe dovuta partire da Taranto quella sera, come il comando della piazzaforte aveva già comunicato a quello della Lince, ed inoltre alle operazioni per liberare la nave avrebbero partecipato anche una draga, la Littorio, ed altri mezzi appositamente inviati dall’Arsenale di Taranto.
Il comandante Papino, giustamente preoccupato che prima o poi qualche sommergibile od aereo nemico avrebbe potuto trovare la sua Lince bloccata ed inerme ed attaccarla, aveva già chiesto il 18 agosto, a Marina Taranto, di mandare dieci cariche esplosive per l’eventuale autodistruzione della torpediniera (dato che quelle in dotazione, tranne una, erano state rimosse per alleggerire la nave) e sul da farsi riguardo all’archivio segreto (se mantenerlo oppure mandarlo del tutto od in parte a Taranto via nave) nonché su cosa sarebbe stato dell’equipaggio in caso di abbandono nave. Ora i peggiori timori si sarebbero avverati.
Sull’Ultor, il comandante Hunt notò che la Lince aveva la prua profondamente arenata nella spiaggia, ma la poppa libera e galleggiante, ed osservò una moltitudine di uomini intenti a scavare due grandi fosse ai lati della nave, per tentare di disincagliarla. Hunt ordinò quindi il lancio di un siluro, da 1500 metri di distanza.

Sulla Lince, il comandante Papino stava scendendo in cabina per lavarsi. Nei pressi della torpediniera incagliata si trovava anche la barca da pesca di una famiglia di Cirò Marina, i Martino: Francesco Martino, il capofamiglia, ed i suoi figli Pietro e Vincenzo si trovavano a bordo. Con loro c’era anche un bambino del luogo, Francesco Salvatore Tridico, di dodici anni, che trovandosi sulla spiaggia quel mattino aveva chiesto di salire con loro sulla barca (capitava spesso che dei pescatori ospitassero dei bambini) per assistere e partecipare alla pesca con la tartana. La barca dei Martino affiancò la Lince, ed un ufficiale che passeggiava sul ponte – forse il sottotenente di vascello Enzo Rossi – rispose al saluto dei pescatori.
Alle 8.15 il siluro dell’Ultor andò a segno, colpendo la Lince a poppa sinistra e provocando una duplice violenta esplosione (tanto che da parte italiana si pensò che i siluri fossero stati due), che spezzò in due la nave: la poppa della torpediniera, dalla sala macchine poppiera in poi, saltò in aria, si staccò dal resto dello scafo ed affondò nel punto 39°24’ N e 17°09’ E; il complesso numero 2 da 100 mm, con la sua piccola plancia e tutti i serventi, venne strappato dal suo alloggiamento e lanciato tra plancia e fumaiolo, mentre schegge e lamiere vennero proiettate ovunque, sul resto della nave e sulla spiaggia circostante. Oltre ad uccidere il comandante Papino ed altri otto membri dell’equipaggio, che si trovavano sulla nave, l’esplosione travolse anche la piccola barca da pesca della famiglia Martino, che si trovava a 20-30 metri dalla riva ed a pochi metri dalla torpediniera, proprio mentre i suoi occupanti stavano salutando l’equipaggio della Lince: perse la vita il piccolo Francesco Salvatore Tridico, ed il ventenne Pietro Martino ebbe una gamba maciullata da una delle lamiere della torpediniera. Dopo l’esplosione, vedendo la nave dilaniata, Pietro Martino chiese istintivamente al padre “Papà dov’é andato il comandante?”, poi, ancora stordito, ma resosi conto della ferita, esclamò “Papà, mi manca una gamba: mi ha colpito qualche lamiera”. Fu un altro peschereccio, appartenente alla famiglia Malena, a soccorrere Pietro Martino, che fu poi portato dagli stessi pescatori fino alla ferrovia e caricato su un treno merci che lo trasportò a Rossano, dove fu condotto all’ospedale e dovette subire l’amputazione della gamba. Tra i feriti gravi, il sottocapo meccanico Luciano Nicosia spirò il 30 agosto, portando a dieci le vittime tra l’equipaggio.
Tra quanti, a bordo della torpediniera, ebbero miracolosamente salva la vita, vi fu il marinaio Angiolo Mascalchi, che si salvò perché poco prima del siluramento era salito sul ponte per scrivere una lettera alla famiglia: un suo commilitone, che gli aveva prestato la penna per scrivere e lo aveva preso in giro chiedendogli se non fosse stato meglio se si fosse messo a dormire, non fu altrettanto fortunato.
Devastata ma non doma, la Lince riuscì ancora ad aprire il fuoco con il complesso numero 1 da 100 mm quando l’Ultor tentò di emergere – probabilmente credendo la nave abbandonata – e spinse la torretta fuor d’acqua: il cannone sparò ad alzo zero, ma il sommergibile era emerso così vicino che non fu possibile colpirlo (i proiettili lo sorvolavano e cadevano oltre), poi, vista la reazione, tornò ad immergersi e si allontanò. Per la torpediniera, comunque, era la fine: non c’era nessuna ragionevole probabilità di poter riparare quel che ne restava al di sopra della superficie.
(Un’altra versione dell’attacco presenta varie differenze: l’Ultor avrebbe dapprima attaccato con il cannone, venendo costretto all’immersione dalla reazione del cannone di prua della Lince, che avrebbe sparato almeno due colpi; solo dopo avrebbe attaccato con il siluro. Il comandante Papino si sarebbe trovato, al momento del siluramento, a poppa ed intento a dirigere il tiro del cannone, e sarebbe stato disintegrato dall’esplosione del siluro. Tale versione indica in 12 o 13, invece che in 10, i morti tra l’equipaggio della Lince).
Delle dieci vittime dell’equipaggio, il comandante Papino fu l’unico a non essere mai più ritrovato, nemmeno quando, anni dopo, ciò che restava della torpediniera venne demolito. Nemmeno del piccolo Tridico si poté mai più trovare il corpo. Dopo un funerale celebrato da don Ernesto Terminelli nella chiesa di San Cataldo Vescovo a Cirò (alla presenza del resto dell’equipaggio, che recitò la preghiera del marinaio), il marinaio Antonio Bagnato ed il sergente Renato Pedemonte vennero sepolti nel cimitero di Crotone, le altre vittime a Cirò Marina, da dove poi le salme furono trasferite nei paesi d’origine.

Le vittime
Antonio Bagnato, 23 anni, marinaio nocchiere, da Parghelia
Mario Buccirossi, cannoniere
Elio Buraschi, 22 anni, cannoniere armaiolo, da Milano
Luigi Cravotta, 20 anni, cannoniere, da San Cataldo
Ruggero Fioretti, 22 anni, fuochista artefice, da Foligno
Luciano Nicosia, 21 anni, sottocapo meccanico, da Vittoria
Riccardo Papino, 34 anni, capitano di corvetta (comandante), da Torino
Renato Pedemonte, 26 anni, sergente torpediniere, da Genova
Giuseppe Pili, 22 anni, fuochista ordinario, da Tortolì
Enzo Rossi, sottotenente di vascello (direttore di tiro)
Francesco Salvatore Tridico, 12 anni, civile di Cirò Marina (ucciso su una barca vicina dall’esplosione)

Il resto dell’equipaggio smantellò l’accampamento di Punta Alice e partì, destinato a nuovi incarichi. Non tutti, però, se ne andarono: il marinaio Francesco Donnici, di Cariati, che ricevette il compito di fare la guardia al relitto semidistrutto della Lince, conobbe una ragazza di Cirò Marina ed in seguito la sposò e si stabilì nel paese, passandovi il resto della sua vita.
Ad uno dei macchinisti della Lince, emigrato nell’immediato dopoguerra in Australia, toccò in sorte di avere come vicino di casa un ex membro dell’equipaggio del sommergibile britannico che aveva infruttuosamente attaccato la torpediniera al largo di Tripoli, nel gennaio 1943.
Il cuoco di bordo della Lince, Bruno Lombardi, costruì un albergo a San Mauro a Mare (Forlì) ed ebbe l’idea, nel 1993, di organizzare presso il suo albergo un ritrovo per i sopravvissuti della Lince: insieme ad altri tre ex commilitoni, il medico di bordo riminese Falco Lazzari, il sergente torinese Antonio Chiabotto ed il sottocapo fuochista goriziano Agostino Tacchinardi, Lombardi riuscì a rintracciare i componenti del vecchio equipaggio.

Il troncone prodiero della Lince rimase abbandonato sulla spiaggia ancora per diversi anni, visibile ricordo della tragedia, prima di essere definitivamente demolito in loco tra il 1949 ed il 1950. I resti dilaniati della poppa, invece, giacciono tutt’ora sparpagliati a diverse profondità su un’area piuttosto vasta; non si tratta di un troncone integro di nave, bensì di un gran numero di rottami, tra cui uno dei tubi lanciasiluri da 450 mm (che giace a soli quattro metri di profondità) ed uno dei pezzi da 100/47 mm, disseminati sul fondale.
Diversi rottami della Lince (tra cui la campana, un elmetto e due delle lettere bronzee del nome) sono stati recuperati, nel corso degli anni, dal subacqueo di Cirò Marina Vittorio Papaianni, che li ha conservati per mostrarli a chi fosse interessato alla storia della nave; dovrebbero in futuro essere esposti nel Museo del Mare di Cirò Marina.

Il settantesimo anniversario dell’affondamento della Lince, nell’agosto 2013, è stato solennemente commemorato alla presenza di alcuni sopravvissuti, di autorità civili (tra cui il sindaco di Cirò Marina Roberto Siciliani), militari (tra cui l’ammiraglio Domenico De Michele, comandante militare marittimo della Sicilia orientale) e religiose, di associazioni d’arma e della gente del luogo. Una messa è stata celebrata in memoria dei caduti, ed una corona d’alloro è stata gettata sul punto del siluramento, nel punto 39°24’8.66″ N e 17°8’53.16″ E, da una motovedetta della Guardia Costiera, mentre la sirena della motovedetta squillava ed i bagnanti a riva applaudivano con commozione (sulla spiaggia c’era anche un gruppo dell’A.N.M.I. che teneva una bandiera nazionale, mentre a gettare la corona sono stati altri membri dell’associazione); una targa commemorativa è stata posata sul relitto. Una banchina del porto è stata intitolata ai Marinai d’Italia. Il fratello di Francesco Salvatore Tridico, unica giovanissima vittima civile, e Pietro Martino, superstite mutilato dall’esplosione, hanno ricevuto delle targhe commemorative (alla cerimonia ha preso parte anche don Ernesto Terminelli, il sacerdote che aveva officiato i funerali delle vittime nel 1943). L’iniziativa ha compreso anche la lettura di documenti dell’U.S.M.M. relativi all’affondamento della nave, convegni, la mostra di reperti recuperati dal relitto e l’ascolto delle testimonianze di alcuni sopravvissuti (nel 2010 si era già tenuta a Cirò Marina, presso il Museo Civico, anche una mostra fotografica sull’affondamento della torpediniera.
Segue la foto del Tortoliese Pili Giuseppe
CON L’AUGURIO CHE IL SUO SACRIFICIO NON VENGA MAI DIMENTICATO.

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