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21.7.2018, Gioacchino Cataldo

(Isola di Favignana 24.5.1941 – 21.7.2018)

Dopo essersi difeso eroicamente per giorni senza darsi per vinto (nessuno nelle sue condizioni sarebbe riuscito a resistere così a lungo), all’una e trenta della scorsa notte il gigante buono, il figlio del mare si è arreso.
Gioacchino ci lascia e va via con la solarità che lo ha sempre contraddistinto: regalando un ultimo sorriso a tutte le persone che in questi giorni sono passate a salutarlo o che lo hanno cercato al telefono; la mente lucida, il corpo martoriato dalla malattia.
Gioacchino Cataldo, il Rais, saluta la sua Favignana e se va portando con sé un pezzo di storia di questa bellissima isola che lui ha amato con tutto il suo cuore.
Ci lascia una persona perbene, un Uomo onesto e generoso, una persona d’altri tempi e dalle buone maniere; va via un personaggio controverso, sicuramente non perfetto ma che in tutte le vicende della sua vita ci ha sempre messo la faccia e il cuore; ci lascia un Uomo che ha vissuto la sua vita intensamente, che l’ha amata e avrebbe voluto viverla appieno ancora; e poiché questo non era più possibile, ha preferito lasciare.
Muore da eroe: con la salute compromessa e il corpo notevolmente indebolito, ha avuto il coraggio di affrontare insieme a noi figli un lungo viaggio pur di ritornare nella sua casa e vivere i suoi ultimi giorni circondato dall’affetto dei suoi cari.
Favignana perde il suo Rais, noi perdiamo un papà unico e speciale; nostra madre che non ha mai smesso di stargli accanto nonostante le difficoltà del cammino insieme, perde il compagno di una vita e il vuoto che lascia dentro di noi sarà incolmabile.

Caro papà, ti chiediamo scusa se non ti abbiamo tirato fuori prima da un calvario di più di 3 mesi di ospedale; in cuor nostro speravamo che con le cure le tue condizioni di salute sarebbero migliorare (ringraziamo i tanti bravi medici e infermieri che hanno cercato amorevolmente di curarti).
Purtroppo la malattia si è accanita contro di te e in una battaglia impari dove sei stato attaccato su più fronti, alla fine hai dovuto accettare sportivamente la sconfitta.
Ti voglio bene papà, più di quanto tu possa immaginare e ti ringrazio per avermi insegnato ad amare la vita, ad avere rispetto delle persone ma anche a pretendere rispetto, a mantenere a debita distanza le persone negative dando invece tutto il mio cuore a chi mi offre un piccolo pezzetto del suo; ti ringrazio per avere trasmesso a noi figli il tuo forte senso del dovere e della responsabilità e l’idea che ogni successo si ottiene solo attraverso grandi sacrifici.
Fatti accarezzare ancora una volta sul viso, una carezza delicata come quelle che amavi farmi tu e sta sereno: non ti tormenterò più con i continui “come stai” perché adesso so che stai bene.
Ti vedo papà… sei sulla tua barca al porticciolo di punta lunga, circondato dai gabbiani che ti stanno dando l’ultimo saluto, stretto dal fortissimo abbraccio dei tanti amici che ti vogliono bene e che sentiranno la tua mancanza.
Fa’ buon viaggio papà.
Anche se non ci è dato di sapere dove sei diretto, siamo sicuri che stai andando in un posto bellissimo dove potrai finalmente lasciarti cullare dalle onde del mare e riposare: riposare in quel mare che hai tanto amato e che è stato per te lavoro, sacrifici, passione, vita”.
Ciao papà.
Antonella, Pino, mamma
#gioacchinocataldo

Gioacchino Cataldo il rais
di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

Avevo già sentito parlare di lui. I marinai lo chiamano il “rais della tonnara” (il capo dei tonnaroti, l’uomo che comanda la mattanza, il custode dell’antica arte della tonnara) ed effettivamente il mare e la tonnara su di lui hanno un richiamo irresistibile. La cosa che mi saltò agli occhi al nostro primo incontro tantissimi anni fa, a Genova, fu la sua enorme stazza. Quando me lo sono visto davanti sembrava un dio greco sceso in terra: imponente nella stazza, pelle abbronzata impregnata di sale, una barbona folta ancora bruna nonostante l’età. Sotto la camicia sbottonata, porta sempre al collo in bella mostra il suo gioiello preferito, un dente di pescecane impreziosito da una montatura in oro. E’ talmente imponente da svettare di un buon mezzo metro su di me ed ha l’aspetto da vecchio lupo di mare …non a caso lo chiamiamo “Poseidon”. I nostri sguardi si sono subito incrociati e cercati. Dopo le presentazioni di rito ci siamo messi a parlare ovviamente di cose di mare. Gli chiesi della mattanza dei tonni. Lui mi descrisse le tecniche di pesca; dimensioni, estensioni e posizionamento delle reti; movimento e afflusso dei tonni e il ritmo del lavoro di squadra dei tonnaroti.
Mi raccontò che nella fase culminante della mattanza, i tonni, sapientemente condotti attraverso un sistema di camere collegate consecutivamente, restano prigionieri nella camera della morte e qui vengono arpionati, uno ad uno, e sollevati sulle barche. Mi disse che questo è il momento più intenso e concitato e il lavoro diventa faticosissimo perché ci si può trovare di fronte a tonni del peso di alcune centinaia di chilogrammi. Gioacchino è depositario di particolari conoscenze e abilità, trasmesse di generazione in generazione. Per questo motivo è iscritto nel Registro delle Eredità Immateriali della Sicilia (Libro dei Tesori Umani Viventi), nel senso attribuito dall’Unesco (Intangible Cultural Heritage) nella convenzione approvata nel 2003. Una vita passata a cacciare tonni, ad affinare con l’esperienza la propria arte di pescatore, fino a diventare il capo della tonnara. Si racconta che la tonnara di Favignana (l’isola in cui Gioacchino dimora d’estate) ha catturato una miriade di tonni (sebbene il pescato delle ultime stagioni si sia attestato attorno ai milletrecento) e i tonnaroti rappresentano i detentori di un’arte che è prima di tutto un motore per il turismo e l’attività da cui dipende la sopravvivenza stessa della comunità residente sull’isola.
La mattanza, da attività economica fondamentale, si è trasformata in spettacolo a beneficio dei turisti. A questo proposito “Poseidon” mi dice: “a Favignana i turisti sono molto più numerosi dei tonni”. Quello di Favignana è il pregiato tonno rosso che Gioacchino porta in giro per l’Italia, perché d’inverno il “Rais” diventa il conteso cuoco delle belle serate di società dove lo ingaggiano per preparare succulenti polpette di tonno e inimitabili crudi ai quali lui solo riesce a dare un tocco di unicità, per impartire lezioni ai giovani allievi nelle scuole alberghiere e per parlare della sua grande passione: la mattanza.
Di lui ho il ricordo di due dediche scritte in un biglietto che conservo gelosamente:
– Carissimo Ezio, stupendi ti saranno i bei ricordi, se tu essi con la mente li rivivi;
– Ezio, alcune volte un sincero grazie, detto con il cuore e con la luce degli occhi, basta per rendere felice un uomo.

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