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Marina Militare Etiopica

di Guglielmo Evangelista (*)

Guglielmo-Evangelista-f.p.g.c.-a-www.lavocedelmarinaio.com-copiaBenchè si tratti di paesi geograficamente lontanissimi fra loro, i rapporti fra Italia e Etiopia o, come era chiamata un tempo, Abissinia, furono sempre ininterrotti fin da epoche remote, fin da quando l’imperatore africano, chiamato genericamente in Europa Prete Gianni, sovrano dell’unico paese cristiano in mezzo a un mondo mussulmano o pagano, si scambiava cortesi lettere con i papi medievali. Poi vennero l’occupazione dell’Eritrea, Dogali, Adua, la conquista del 1935-36, il trattamento eccezionalmente buono nel dopoguerra riservato agli italiani rimasti. Un rapporto di amore ma talvolta anche di odio.
E qualche rapporto ci fu anche a livello di Marine Militari.
Bandiera Etiopia - copiaLa Marina Militare etiopica fu creata nel 1957 dopo che il paese si assicurò un sbocco al mare con la federazione, e poi con l’annessione, della nostra Eritrea, negli anni in cui l’imperatore Hailè Selassiè si teneva strettamente nell’orbita politica ed economica dell’occidente.
Venne istituita una base navale a Massaua (usufruendo probabilmente delle nostre installazioni do Archico abbandonate nel 1941) con distaccamenti ad Assab e nelle isole Dahlak e una stazione aeronavale ad Asmara, nell’interno. Ad Asmara fu istituita anche un’accademia navale benchè per la formazione degli ufficiali si preferì la Gran Bretagna e la nostra Accademia Navale di Livorno. Le scuole per gli specialisti, arruolati con una ferma di sette anni, si trovavano a Massaua.

Ufficiali accademia narina militare etipica

Vennero mandate nel tempo missioni inglesi e missioni italiane.
Fu una marina piccola, ma non piccolissima anche se senza tradizioni: benché fosse destinata alla semplice protezione delle coste e del limitato traffico mercantile, aveva una sua personalità, ben distinta dalle altre forze armate.
Le uniformi e i distintivi di grado, a differenza di quanto avvenne per la Somalia che per un certo tempo ci prese come modello, non furono italiani, ma inglesi, con galloni a giromanica.
1La prima unità ad entrare in servizio fu la Belay Deress. Si trattava di un cacciasommergibili di 400 tonnellate costruito in Francia nel 1952-55 su commessa degli Stati Uniti come PC1616. Venne consegnata nel gennaio del 1957 alla marina etiopica e raggiunse Massaua con a bordo i primi dieci allievi ufficiali che approfittarono del trasferimento per compiere una campagna di istruzione. Tuttavia restò sotto bandiera etiopica solo per pochi mesi, il tempo per dimostrarsi troppo complicata, benché fosse di tipo del tutto tradizionale, per la preparazione dei quadri locali. Nel 1959 gli Stati Uniti decisero di trasferirla e assegnarla all’Italia, dove entrò in servizio come corvetta Vedetta.
Chi fosse questo Belay Deress, cui fu intitolata la nave, non sono riuscito a saperlo con precisione, ma potrebbe trattarsi di un guerriero caduto a Dogali, ricordato in un’antica ballata.
Secondo il Flottentaschebuch del 1960, dopo la rinuncia alla Belay Deress, la marina era su livelli minimi con solo una nave pattuglia da 100 tonnellate proveniente della Coast Guard statunitense (tipo da 95 piedi) e uno yacht da 112 tonnellate denominato Brioni (Forse è il nome del costruttore, una ditta slovena che tutt’oggi costruisce unità da diporto) e presumibilmente era a disposizione dell’imperatore.
Una situazione più evoluta è quella riferita dall’Almanacco Navale Italiano del 1966-1967: risultavano in servizio due motosiluranti jugoslave tipo 108 mentre era proseguita la consegna delle navi pattuglia ex statunitensi, passate da una a cinque e denominate PC 11-15. Gli USA avevano ceduto anche 4 unità da sbarco: 2 LCM e 2 LCVP.
La nave più importante e l’unica di altura era l’Ethiopia, ex Orca AVP 9, tipo USA Barnegat e analoga al nostro Cavezzale. Già classificata fregata, era utilizzata come nave scuola e per i servizi di rappresentanza.
2Più tardi la flotta si arricchì di un dragamine ex olandese e di sei elicotteri che costituirono un piccolo nucleo di aviazione navale.
Il comandante della marina era formalmente l’imperatore, ma di fatto questa era affidata al contrammiraglio Iskinder Destà, nipote del Negus e di Ras Destà che condusse una dura guerriglia contro gli italiani e che, catturato, fu impiccato. Sembra che Iskinder Destà fosse una personalità molto controversa, che oscillava fra comportamenti da vero gentleman inglese a quelli di un despota orientale.
I tempi cambiarono: nel 1974 l’imperatore fu rovesciato da un gruppo di ufficiali ribelli capitanati dal colonnello Menghistù Hailè Mariàm che insediarono un durissimo regime di stampo marxista. Seguirono anni tragici per il paese, ma non per la marina militare che fu completamente riequipaggiata e potenziata con unità cedute dall’Unione Sovietica che creò una propria base navale ad Assab e si prese cura di istruire il personale nelle scuole ed accademie dell’URSS.
Grazie al sostegno sovietico, l’arma arrivò a contare 3500 uomini con una linea composta da due fregate classe Petya, varie motocannoniere lanciamissili classe Osa e una serie di navi pattuglia, motosiluranti e mezzi da sbarco, alcuni elicotteri e una componente anfibia.
La marina fu pesantemente coinvolta nelle sempre meno efficaci operazioni contro il fronte di liberazione dell’Eritrea perdendo il pattugliatore P11, affondato, e una delle due fregate, irreparabilmente danneggiata.
La perdita di Massaua e di quasi tutta la fascia costiera obbligò le unità a concentrarsi ad Assab dove rimasero pressoché immobilizzate per mancanza di combustibile e di materiali poiché il porto era di fatto isolato dall’interno della regione che era in mano agli indipendentisti. La flotta, diventata un fin troppo facile bersaglio, subì altre perdite fino al maggio 1991 quando l’Eritrea ottenne l’indipendenza occupando anche Assab, cosa che obbligò le unità superstiti a fuggire ad Aden.
Col tempo, ormai isolate e sempre più mal tollerate dallo Yemen, paradossalmente senza una base propria, le sempre meno unità efficienti si rifugiarono a Gibuti dove si tentò senza successo un grottesco tentativo di costituire con la neonata repubblica Eritrea una specie di forza navale “in condominio”.
Anche a Gibuti la situazione divenne insostenibile così che le poche unità ancora relativamente efficienti nel 1996 furono vendute all’Eritrea mentre le altre, ormai rottami, furono abbandonate ai demolitori. Rimase all’Etiopia solo la vedetta GB21 che si trovava sul lago Tana: vista realisticamente la situazione, questa passò sotto il controllo dell’esercito, ponendo fine formalmente all’esistenza della marina militare.

Ufficiali accademia narina militare etipica

Tabella delle principali unità della unità della Marina etiopica e caratteristiche di massimaTabella delle principali unità della unità della Marina etiopica e caratteristiche di massima - www.lavocedelmarinaio.comMotovedetta della marina militare Etipica(*) Digita sul motore di ricerca del blog il nome e cognome per conoscere gli altri articoli di Guglielmo Evangelista.

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