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Bartolo Bacino (Termini Imerese, 31.8.1918 – 22.8.1989)

di Aldo Bacino

… riceviamo e con immensa commozione pubblichiamo questa testimonianza d’amore di figlio di Marinaio.
Altre “testimonianze” sul campo di concentramento di Zonderwater si possono leggere digitando sul motore di ricerca del blog “Zonderwater”.
Mi preme aggiungere, qualora ce ne fosse ancora di bisogno, che i figli e i parenti dei “Marinai” sono anch’essi “Marinai.
Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

Tanto ti devo, poco ti ho dato.

Per l’amore, rispetto e riconoscenza che ho sempre avuto per mio Padre, nel centenario della sua nascita voglio scrivergli una lettera in cui ho riassunto parte della sua avventurosa, straordinaria e a volte tragica vita. Per ogni figlio è normale identificare nel proprio Padre un grande eroe e quindi un uomo eccezionale, almeno per me a ventinove anni dalla sua morte è ancora oggi così. Magari ciò che scrivo interesserà a pochi ed ancor meno saranno coloro che si prenderanno la briga di leggere ciò che il cuore mi detta, scrivo per me e per mio Padre.
Prima di iniziare ad inchiostrare i miei ricordi farò parlare il noto critico d’arte Giovanni Cappuzzo, amico ed ammiratore di Papà che presentò i lavori di scultura durante una delle tante mostre e personali a cui partecipò, in questo caso siamo al centro d’Arte Il Putto di Palermo dal 15 dicembre 1973 al 7 gennaio 1974.
“BARTOLO BACINO sarebbe piaciuto ad Hemingway, tanto viva è la forza del suo temperamento che sembra uscire dalle pagine di un racconto del narratore americano. Alla mia adolescenza svagata e morbosamente curiosa, è legato il singolare ed insolito personaggio di Bacino, o meglio di Bartolo (in paese ci si chiamava tutti per nome o servendoci di strani, assurdi ed improbabili soprannomi). Si sciamava nelle sere d’estate quando il vento recava il soffio dello scirocco, per strade tortuose vicino al porto. Bartolo teneva banco a raccontare curiosi episodi legati alla sua vita militare o alla prigionia in mano agli inglesi, presso i quali aveva imparato l’arte del cavar denti. Me lo ricordo aggirarsi con una misteriosa cassettina nella quale teneva i ferri del mestiere ad eseguire le sue prestazioni “odontotecniche” a domicilio. Poi il fascino del mare tornò a sedurlo: da pescatore si fece mitilicultore e nell’insenatura del porto di Termini Imerese, dove il mare è calmo come uno specchio, realizzò il suo allevamento, da solo, lottando contro tutto e contro tutti: burocrazia, incomprensione, difficoltà tecniche, ottusità di amministratori e diffidenza di concittadini. Ma un giorno un violento fortunale spazzò via ogni cosa e Bartolo si ritrovò povero in canna, ma non si perdette d’animo. Le risorse della sua inventiva sono grandi e con lo stesso entusiasmo che fino allora lo aveva sorretto, tentò mille attività. Qualche tempo fa si ritrovò come invasato da una strana febbre che lo spingeva a tradurre nel legno certe sue fantasie con un’ insolita forza espressiva, con un vigore esaltante: era venuto fuori un forte ed autentico scultore naif. Il tronco che fu albero di faggio, di noce, di limone, dalle sue mani, prende vita, perché Bartolo sfoglia la corteccia, fruga impietoso, nelle membra secche e rattrappite di quella che fu una “verde idea viva”. Smazza, scalpella, taglia, incide, sfibra, palpa, ed interpreta. Ed il tronco si rianima, torna a nuova vita, mentre il fremito di un’arte raggiunta, impietosa lo scuote. Tutti i vettori di tale concezione risiedono nell’animo dello scultore. Le linee i segmenti, contorti e stravolti, si scrollano d’addosso tutte le gelide definizioni paradigmatiche e concettuali per caricarsi soltanto di una forza che è propria di un’arte genuina e spontanea che dimostra come per Bacino esista la possibilità di uno sposalizio tra la sua ideazione e la materia, come se lui ed il legno sapessero insieme che già dentro l’informe c’è quella tale forma. GIOVANNI CAPPUZZO.”
Giovanni Cappuzzo faceva parte di una folta schiera di universitari che non perdevano occasione per ascoltare le storie di vita che Papà aveva da raccontare, per i giovani erano esaltanti racconti che stimolavano la loro fantasia e con rispetto chiamavano Papà “Maestro” oggi buona parte di tali universitari sono noti professionisti e non è raro che alcuni di essi si ricordano e mi raccontano degli aneddoti o storie che Papà raccontava loro.

Con Papà ho sempre avuto un rapporto sincero affettuoso ed amorevole, ovviamente ricambiato dal mio genitore, ben distinguendo i relativi ruoli, ossia, lui Padre ed io figlio. Questo tipo di rapporto confidenziale fra Padre e figlio mi ha forse portato a commettere un grosso errore che spesso mi martella nella mente: Ho fatto bene? Ho fatto male? Non lo so. Il cancro era giunto all’ultimo stadio, Papà, ormai dispensato dall’ospedale era a casa e nel suo letto, ridotto ad uno scheletro vivente, si tormentava senza darlo a vedere, pochi giorni prima della sua fine ero al suo capezzale e gli stringevo la mano mentre si parlava del più e del meno, ovviamente era lucidissimo, improvvisamente mi stringe più forte la mano e guardandomi negli occhi mi fulminò con una domanda secca: Aldo sto morendo? Senza riflettere gli risposi: si Papà, alla mia cruda risposta girò il capo dall’altro lato, forse per nascondere la sua emozione a conferma del fatto imprescindibile che fino alla fine Papà sarebbe stato il più dolce e caro uomo duro, di quelli che nascevano una volta. Il pensiero di aver detto a Papà la verità nei mesi e anni successivi mi ha sempre tormentato il dubbio se avessi fatto bene ad essere ancora una volta sincero nei suoi confronti, forse si forse no, non lo saprò mai. Fra noi era così, mi ha sempre detto di essere sincero ed onesto, il nostro era un rapporto particolare, a Papà bastava uno sguardo per farmi pisciare addosso dal timore di una ramanzina, raramente ho subìto punizioni corporali, gli bastava guardarmi negli occhi per farmi una tac e scoprire ciò che mi preoccupava e senza chiedere risolveva i miei problemi. Bartolomeo Bacino nasce a Termini Imerese da Giacomo e Rosa Loreta Gentile il 28 agosto del 1918 e già con la sua nascita inizia la sua avventura, infatti per un evento mai chiarito, alle anagrafe viene dichiarato esser nato il 31. Rimasto orfano di Padre, era poco più di un ragazzino, Bartolomeo cominciò a darsi da fare, i tempi grassi di quando nonno Giacomo era ancora in vita cessarono e la famiglia Bacino, Madre, nonna Rosa,tre fratelli ed una sorella dovevano provvedere a se stessi. Papà, secondogenito, iniziò la sua vita lavorativa con ciò che offriva la nostra città, ossia poco e niente, si improvvisò pescatore di “frutti di mare” che gli rendevano bene, in alcune foto lo si vede a 17 anni in eleganti abiti con papillon e “borsalino”.
Dai numerosi documenti che Papà conservava, oggi in mio possesso, e dai suoi numerosi racconti ho potuto ricostruire buona parte della sua vita che brevemente ricostruisco in questa mia lunga lettera. Cronologicamente inizierò con la sua avventurosa vita di militare nella Regia Marina facendola precedere da un fatto che accadde nel marzo del 1937 quando un commilitone della gioventù fascista rischiava di annegare e Papà si tuffò salvandogli la vita. Questa notizia trovò una divulgazione nazionale con diversi riconoscimenti dell’atto eroico e con articoli di giornali, ancora mesi dopo, nel Marzo 1938 il Comandante Generale Achille Starace gli scrisse una lettera personale in cui esaltava l’azione compiuta da Papà preavvertendolo che sarebbe stato citato nell’Ordine del giorno.

Con la ferma di mesi 28 il 15.3.1938 viene arruolato in Marina e con l’incarico di allievo fuochista dopo una breve permanenza a Messina e poi a Brindisi viene comandato in Africa Orientale e con precisione a Massaua dove giungerà il 16.11.38, al suo arrivo nella nostra ex colonia da fuochista viene adibito ai forni per il pane necessario alla Regia Marina. Avrà tale incarico per poco tempo, verrà trasferito al Commissariato di Massaua, qui Papà avrà degli incarichi particolari, contrariamente ai suoi racconti sempre ricchi di particolari, di questo incarico ne parlava poco è sempre stato riservato, senza mai approfondire mi diceva o per meglio dire, mi accennava ad un suo ruolo nel controspionaggio, la guerra era alle porte. Nel 40 scoppiano le ostilità ed a Massaua Papà viene imbarcato sulla cisterna Niobe con l’incarico di fuochista addetto ai motori, con la sua nave faceva la spola fra Massaua Assab ed altre città costiere delle allora nostre colonie, spesso erano coinvolti in azioni belliche contro gli Inglesi, in una di tali azioni la sua nave venne pesantemente colpita ed i serventi di un cannone rimasero uccisi e con essi tanti amici, Papà si improvvisò cannoniere, calcolando ad occhio le distanze degli aerei inglesi regolava le spolette dei proiettili del cannone da 120 sparando ai bombardieri, uno venne colpito precipitando, Papà esultava, tornata la calma il comandante della nave gli disse che lo avrebbe proposto per la medaglia d’Argento, nel frattempo le batterie di terra che proteggevano Massaua si accaparrarono il merito di aver colpito l’aereo. Poco tempo dopo Massaua cade in mano degli Inglesi, prima di questo, sapendo che ormai era questione di giorni la nave di Papà, la Niobe con tante altre nel porto e alla fonda, vennero autoaffondate avendo prima smontato i cannoni per farne batterie terrestri, quelli della Niobe vennero montati nei pressi del vecchio aeroporto di Massaua. Cade la città con tutte le colonie, il giorno 8.4.41 Papà viene catturato ed internato nel campo di concentramento inglese che nel frattempo era sorto a Zonderwater vicino Pretoria. Il comandante della Niobe forse cadde in combattimento o venne catturato, con la sua scomparsa svanì la proposta della medaglia al valore.


Era un enorme prigione in cui vennero detenuti più di centomila militari Italiani. Nei primi mesi di prigionia le cose andavano male per tutti gli internati, poi poco per volta le cose migliorarono, il trattamento era accettabile e nei vari blocchi del campo tantissimi prigionieri professionisti di ogni scienza con la compiacenza degli Inglesi organizzarono molte scuole per i prigionieri Italiani, si fecero corsi di medicina, artigianato, musica teatro e sport. Papà ne frequentò parecchi arricchendo la sua cultura, in uno dei corsi apprese come pulire e curare i denti, arte che nei primi anni dopo la prigionia mise in pratica quando ritornò a Termini cominciando a guadagnare quel tanto che basta per crearsi una famiglia. Sicuramente furono dei corsi di artigianato a tirargli fuori la sua vena artistica, imparò i primi rudimenti di pittura scultura e cesellatura, con quest’ultima tecnica di oreficeria imparò a cesellare i metalli e soprattutto l’argento per farne anelli, braccialetti ed altri oggetti che poi vendeva fuori dal campo nei paesi e fattorie vicine e questo grazie ai vari permessi che davano gli Inglesi aiutando i prigionieri che si recavano nelle fattorie per lavorare. Con tali lavori di oreficeria Papà cominciò a guadagnare molti soldi che spediva poi a casa a Termini, (raro esempio di prigioniero di guerra che riesce a mandare soldi alla famiglia). L’argento per gli oggetti che cesellava se lo procurava lavorando le monete di quel metallo usato dagli Inglesi. Rimase prigioniero a Zonderwater in sud africa per quasi 4 anni, improvvisamente gli Inglesi vollero sfoltire quell’enorme campo di prigionia e migliaia di prigionieri vennero internati in altri campi, Papà venne mandato in India a Bhoopal dove rimase fino alla liberazione. In India le cose andavano malissimo per i prigionieri e Papà mi raccontava che spesso pativano la fame e le malattie erano sempre presenti. Finalmente la guerra ebbe fine, almeno per gli Italiani, ma i prigionieri spesso vennero rilasciati molto tempo dopo la fine delle ostilità, sembra che già allora ci fosse lo zampino dei nuovi politici Italiani che non sapendo dove e come gestire il ritorno delle centinaia di migliaia di prigionieri, non fecero nulla per agevolare la loro liberazione, anzi brigarono per ritardare il massimo possibile il loro ritorno. Come Dio volle finalmente il 1 Gennaio del 1946 Papà ormai libero giunse a Taranto, essendo ancora un militare dopo il suo interrogatorio rimase per una decina di giorni fra Taranto e Messina da dove con un breve anticipo sulle sue spettanze di ex POW e militare, erano quasi sei anni di paghe arretrate, con poche lire in tasca il 23.1.46 viene congedato facendo finalmente ritorno dopo quasi otto anni nella sua terra. Portava solo un sacco di ruvida tela in cui erano conservate tutte le foto della sua passata gioventù, indossava in pieno inverno una camicia sahariana con un paio di pantaloni di leggera tela, uniche cose che gli erano rimaste dalla sua detenzione in India. In Italia tempo dopo verrà decorato con la Croce al merito di guerra ed altre due decorazioni per le campagne in Africa Orientale.
Chiusa la parentesi militare ebbe inizio quella civile con scarse possibilità di trovare un lavoro, queste sono purtroppo tragedie che migliaia di reduci dovettero affrontare. La volontà non mancava a Bartolomeo, essendo ben conosciuto in città, specialmente nel mondo della marineria, trovò diversi imbarchi sui pescherecci locali e con i primi guadagni e con alcune rate delle sue spettanze arretrate che nel frattempo lo stato gli corrispose ( passeranno alcuni anni per incassare tutta la somma che era di circa 85.000 Lire) pensò di farsi una famiglia. Conobbe Mamma e detto fatto si sposarono nel 1946. Pur avendo la casa di proprietà i pochi soldi che si guadagnavano non bastavano, comprese alcune somme che Papà ricavava dai suoi lavori di odontotecnico specializzato nello sbiancamento e nella pulizia dei denti. Papà, Mamma ed io che nel frattempo ero nato ci trasferimmo a La Spezia, città in cui si era già trapiantata parte della famiglia di Papà. Non mancava certo di iniziativa Papà ed infatti trovò subito una occupazione che in breve tempo cominciò ha dare dei buoni guadagni istallando nel mercato di quella città un banco per la vendita di frutti di mare. Guadagnava bene e la città era bellissima anche se i violenti bombardamenti della guerra erano ancora ben visibili. Erano le cozze che principalmente si vendevano, Papà per motivi di lavoro cominciò a frequentare i suoi fornitori che erano proprietari dei vivai di cozze e a poco a poco ne apprese tutte le tecniche sul tipo di lavoro dei vivaisti e da spirito ribelle sempre aperto alle novità, pensando di migliorare le sue condizioni economiche, contro il parere di Mamma, di punto in bianco mollò tutto a La Spezia per far ritorno a Termini con l’intenzione di montare nel nostro porto il primo vivaio di cozze della Sicilia, i pochi che c’erano a Ganzirri altro non erano che depositi dove le cozze già commerciabili arrivavano da Taranto o La Spezia, venivano messe in acqua per poco tempo per essere subito dopo rivendute. 

E così nel 1955 la famiglia fa ritorno a Termini. Inizia la lunga trafila burocratica per i vari permessi ed autorizzazioni per la concessione di un specchio di mare in cui impiantare il vivaio. Per farla breve trascorrono quasi due anni in cui Papà pregò brigò e si imbestialì per aver riconosciuto un suo diritto che nonostante l’intervento di un paio di Deputati che cercarono di abbreviare le pastoie burocratiche tardava ad arrivare. Finalmente viene concesso il permesso e Papà comincia ad impiantare il vivaio accostato al molo Ardisio che era ancora in costruzione, durò pochissimo, dopo tanto lavoro viene revocata la concessione per motivi igienici, le autorità analizzando le acque, dopo il parere positivo iniziale, scoprirono che in quel tratto di mare le acque non erano più potabilizzabili per allevare i molluschi e di conseguenza il vivaio venne smontato e rimontato presso la secca di San Giovanni alla punta del porto. Ovviamente con notevoli spese non previste e senza che nel frattempo se ne ricavasse nessun guadagno, finalmente l’anno successivo si fece la prima raccolta di cozze che in buona parte venivano vendute al mercato in via Verdura. Purtroppo questa seconda concessione non fu mai vantaggiosa per le aspettative di Papà che aveva nella stagione estiva 4 dipendenti. Il nuovo sito era molto esposto alle tempeste e specialmente alle sciroccate che regolarmente quasi ogni anno distruggevano il lavoro di una intera stagione. Non poteva andare avanti così, la famiglia si era ingrandita con tre figli, le spese erano troppe, la casa era andata via per mantenere il rispetto degli impegni finanziari. Cosa fare? Papà aveva comprato un grosso magazzino in lamiera per il deposito del materiale per il vivaio, la sua inventiva gli suggerì un differente utilizzo del capannone. Dopo aver ottenuto le varie autorizzazioni comunali per un appezzamento di terreno pubblico, smontò il capannone e lo rimontò nei pressi della galleria FFSS sul lungomare. Nasce così la prima Pizzeria di Termini Imerese, di giorno si potevano degustare dei pranzi con cucina casalinga a base di cozze, Papà divenne pure un buon pizzaiolo con gestione familiare. Le cose andavano abbastanza bene in estate ma nella stagione fredda la Pizzeria si chiudeva perché in quel periodo girava poca gente e quindi non era conveniente pagare il personale.

Nella buona stagione Papà fra il vivaio e la pizzeria era molto impegnato, in inverno aveva del tempo a disposizione e cercava il modo per non restare in ozio e per arrotondare con nuovi incassi. Con tali considerazioni la sempre fervida mente di Papà lo portò al suo più splendido periodo dando sfogo alla sua vena artistica scoperta durante la sua lunga prigionia. Iniziò a studiare in proprio i grandi pittori e la loro tecnica, contemporaneamente con disegni da lui fatti di antiche anfore greco/romane contattò alcuni laboratori di ceramica di Santo Stefano di Camastra e fece dai suoi disegni modellare diversi tipi di anfore perfette riproduzioni delle originali. Le decine di anfore di vario tipo e modello Papà le metteva ben legate nel vivaio per farle incrostare dai vari coralli e denti di cane che ricoprivano in breve tempo tutta la superficie delle anfore, quando era soddisfatto dal lavoro svolto dal mare e dai suoi abitanti, veniva tagliato il sottile filo di nailon che le teneva legate a circa un metro di profondità e venivano esposte nella pizzeria e vendute come souvenir, non pochi esperti venivano “beffati” dalle anfore antiche che sempre più spesso le credettero autentiche, Papà non si approfittò mai della sua bravura e non essendo un truffatore diceva sempre che non sapeva se fossero false o autentiche e lasciava il compratore libero di comprare o meno come souvenir. Non pochi “professori” comprarono le anfore convinti di aver fatto un buon affare giudicandole autentiche e che Bartolomeo Bacino era un gonzo che aveva venduto dei tesori per poche migliaia di lire.
Sempre in fermento Papà si diede allo studio delle antiche monete e ne divenne un vero esperto dando dei punti a veri professionisti della numismatica. Spesso gli passavano fra le mani monete autentiche di collezionisti che le affidavano a Papà per essere ripulite, campo in cui era imbattibile, ebbe pure dei contatti con tombaroli che cercavano compratori per le loro monete, ormai Papà era un esperto riconosciuto ed apprezzato ed ovviamente conosceva dei collezionisti ai quali poter indirizzare per eventuali monete in vendita. Fondamentalmente onesto e se così non fosse stato, Papà in breve tempo si sarebbe potuto arricchire, non è stato così, conosceva bene le leggi e non scivolò mai nel reato. Con gli anni si specializzò al punto che “stampava” moneta, si costruiva i coni in metallo e con questi batteva moneta antica, riproduzione perfette di varie monete in diversi metalli, anche in oro. Una curiosità, Papà aveva diverse capsule in oro sui denti che per usura gli caddero, le fuse nel suo crogiolo e ne ricavò due antiche monetine che poi regalò a mia figlia che le fece diventare due splendidi e minuscoli orecchini. I suoi impegni artistici lo occupavano tutta la giornata, Numismatica, pittura, scultura e riproduzioni di anforette che ricavava dagli stampi da lui costruiti e cotte nel forno da lui costruito, a tutto questo bisogna aggiungere che ebbe modo di conoscere degli autentici artisti che erano in grado di costruire armi antiche di tutti i tipi, perfette imitazioni, pure in questo campo Papà divenne un esperto e spesso in pizzeria si vedevano armi bianche o da fuoco dei secoli andati che venivano vendute con lo stesso motivo “ non lo so se sono vere “.Il suo più grosso successo con la terra cotta lo ottenne dopo anni di prove riuscendo a scoprire la tecnica degli Etruschi che facevano le loro anfore dal biscotto nero, cioè, l’argilla usata dagli Etruschi dopo un trattamento particolare diventava nera senza necessità di vernice, tale procedimento per secoli non venne mai scoperto come si potesse ottenere, curiosamente, un tombarolo della bassa Toscana, sicuramente in gamba anche come artista, rivelò che in sogno ebbe la formula da un antico Etrusco e che seguendo le sue istruzioni riuscì a riprodurre lo stesso tipo di biscotto a tinta nera, questo avvenne quasi in contemporanea alla scoperta di mio Papà. 

Conservo gelosamente Attestati, riconoscimenti, art. di giornali e centinaia di foto della vasta produzione di Papà. Prematuramente, dopo lunga malattia, il 22 agosto del 1989 Bacino Bartolomeo rimise i remi della sua barca in acqua per affrontare l’ultimo suo viaggio. Il suoi resti mortali riposano nella tomba di famiglia. Sicuramente il suo spirito avventuroso vaga fra la sua amata Africa “visibile” in tutte le sue sculture, o in una delle tante nazioni in cui è stato, compresa la lontana Australia visitata due volte. Ti abbraccio Papà, mi manchi ancora tanto.

Caro Ezio, rispondo qui in merito alla tua gentile richiesta sulle notizie anagrafiche di mio papà Bacino Bartolomeo.
Nato a Termini Imerese (Pa) il 31-8-1918. Deceduto il 22-8-1989 a Termini Imerese. Arruolato di leva il 15-3-1938.
Trasferito in Africa Orientale nella base navale di Massaua il 16-11-1938, incarico iniziale fuochista presso i forni della Regia Marina e poi presso il Commissariato della Regia Marina fino allo scoppio delle ostilità per essere imbarcato sulla regia cisterna Niobe (ex Tedesca ceduta dalla Germania come risarcimento danni 1^ Guerra Mondiale). Con la caduta di Massaua, 8 Aprile 1941, viene catturato dagli Inglesi ed internato per 4 anni a Zonderwater Sud Africa. Fra Maggio/Giugno 1945 viene trasferito nel campo di concentramento di Bhopal in India. Il 1° Gennaio 1946, ormai libero, giunge a Taranto per essere congedato pochi giorni dopo. 

La foto, quella in divisa, è del 1938 quando giunge a Massaua. Quella sul cammello, senza data, sicuramente 1939, lo ritrae presso Otumlo località a 10 Km da Massaua. La foto che aggiungo lo ritrae presso il Commissariato della Regia Marina dove prestava servizio prima dello scoppio della guerra, siamo fra il 1938/39.
Tutte le altre notizie che potrebbero interessarti le trovi nella mia “Lettera”.
Un abbraccio affettuoso Aldo Bacino.
P.s. Ti allego anche una piantina con la disposizione delle forze e la provenienza degli Inglesi il giorno della caduta di Massaua.

Ciao Aldo Bacino carissimo e stimatissimo, mi/ci hai commosso. Sono con le lacrime agli occhi. Ti prego di digitare sul motore di ricerca del Blog, Zonderwater, in modo da conoscere anche altre testimonianze di figli.
Che Dio, per intercessione della Madonna, benedica te e i tuoi cari.
Adesso il tuo papà riposa in pace nell’immenso mare della misericordia divina, coccolato dagli angeli e anche dall’affetto di suo figlio e dei marinai per sempre.
Pancrazio “Ezio” Vinciguerra.

Caro Ezio, sono io che ringrazio te per il tuo lodevole impegno nel voler far conoscere le storie dei nostri cari. Condivido la tua affermazione che un marinaio in famiglia “imbarca” pure i suoi familiari, verissimo, pur avendo fatto il militare nella Folgore amo e rispetto la Marina Militare. Quando sono stato arruolato nell’Esercito per mesi ho dovuto subire gli sfotto’ di mio Papà il quale mi apostrofava “bello il mio fante” ovviamente avrebbe preferito vedermi in divisa della Marina e francamente lo volevo pure io. Pazienza, sono finito nella Folgore e ne sono altrettanto orgoglioso. Però metà del mio cuore batte per la Marina, non per niente faccio parte della sezione A.N.M.I. di Palermo e non perdo occasione per indossare solino e basco.
W la Marina Militare e tutti i marinai del mondo. Infine caro Ezio Pancrazio Vinciguerra la tua sensibilità ti fa onore e considero un privilegio averti conosciuto. Un abbraccio fraterno.

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