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Aldo Goi (Milano, 15.11.1903 – 8.1.1980)

di Antonello Goi

… riceviamo e, con orgoglio e commozione, pubblichiamo questo  ritratto e racconto di amore per la famiglia e per la vita.

Grazie dell’invito, approfitto del suo blog per inviare una breve biografia di mio padre Aldo (pagina 29 della rivista Ritrovarsi del dicembre 2012) e alcune foto quasi centenarie.
Inoltre le invio un mio racconto, un poco romanzato di un fatto vero che coinvolse due giovani sommergibilisti la cui amicizia durò tutta la vita, mio padre e un suo commilitone. Intanto ringrazio per il bellissimo interessamento.
Antonello

Arsenale Venezia 1921, papà era classe 1903. Ho alcune foto del sommergibile tra cui una del F17 e F14 (poi affondato 6 agosto 1928) con il (credo capitano) Fontanive (indicato dalla freccia) che qui di seguito posto (papa è il marinaio accucciato).

La penna stilografica –  Storia di sommergibilisti
di Antonello Goi

Faceva freddo, un freddo così intenso che intorpidiva l’aria che si respirava e sembrava che stormissequando si diffondeva nei polmoni, ma, almeno, aveva smesso di piovere e il cielo, appena colorato con un grigio pallido e velato sembrava schiarirsi ed a tratti lasciava scorgere trasparenze sfumate d’azzurro e attraversate da deboli fasce di luce. Le bancarelle del mercatino dell’usato, al riparo di ombrelloni di variefogge, quadrate, rotonde, erano poche e si separavano con ampi spazi tra loro. L’asfalto era ancora bagnato equa e là qualche pozzanghera costringeva i passanti a brusche deviazioni.
Edmondo De Fortis non aveva rinunciato ad andarci, lo faceva tutte le domeniche, da quando era stato messo in pensione.
Aveva insegnato greco e latino per quasi quaranta anni, sempre nello stesso liceo classico dove si era diplomato. Quando aveva lasciato la scuola gli avevano donato una pergamena dove erano riusciti a recuperare molte firme dei suoi ex alunni, e alcuni erano figli di questi. E gli avevano regalato una scatola, un raro elemento di antiquariato art nouveau in palissandro, finemente intarsiata in ottone, decorata sul fronte con due uccelli del paradiso che si intersecano con un albero stilizzato, realizzata in Francia nella prima decade del 1900, e riempita con delle vecchie cartoline ritrovate dai suoi studenti e dai suoi colleghi.
Fin da ragazzo Edmondo aveva il singolare capriccio di collezionare vecchie cartoline, così quelmercatino dell’usato era una fonte preziosa per arricchire la sua collezione. Tutto sommato il suo giro tra lebancarelle era molto veloce, bastava osservare i banchetti e con una rapida occhiata vedere se c’eranocartoline. Edmondo aveva un insolita sensibilità per riconoscerle anche da lontano.
– Eccola là, quella è proprio quella che cercavo!
Un signore giovane, con un paio di occhiali da sole a specchio e con al guinzaglio un barboncino bianco che sembrava una pecorella, lo guardò con aria interrogativa, poi, dopo qualche istante gli chiese
– Dice a me?
– No, no, scusi, stavo cercando una bancarella con delle vecchie cartoline, e mi sembrava di avene vista una …
– Ah si! Quella la laggiù, vicino all’edicola, ci sono appena passato davanti, ne ha due grandi scatole piene!
– Anche lei colleziona cartoline?
– No, francobolli, ma mi spiace staccarli dalle cartoline, è come strappare un pezzo di vita!
– È vero! Io, poi, colleziono solo quelle viaggiate!
– Viaggiate?
– Si, quelle spedite …
– Ah! Come i francobolli timbrati!
– Appunto! Buona giornata.
De Fortis si toccò con la punta delle dita la tesa del cappello, accennò un breve inchino e si diresse alla bancarella. Era un piccolo banchetto, forse un tempo un tavolo da trattoria, coperto da una vecchia tovaglia gialla con vistosi rammendi. Sopra tre scatole di scarpe piene di cartoline, fotografie e figurine Liebig. A parte, una grande cartella di cartoncino verde scuro aperta e con sopra delle stampe con scene di caccia di diverse dimensioni.

– Buon giorno professore!
Dietro il piccolo banchetto c’era il venditore delle cartoline, seduto su uno sgabello di legno comequello che una volta usavano i lustrascarpe, un uomo piccolo con in testa uno cappello di velluto rosso e un sigaro spento che gli penzolava dalla bocca come un fiore avvizzito.
– Buon giorno Efisio! hai talcosa di nuovo?
– Forse, quella scatola proprio davanti a lei, era di un vecchio frate. Sul coperchio della scatola c’era scritto in grande, e lo può vedere anche lei: da regalare. Il nipote del frate è mio cognato, me l’ha portata. Cisono anche delle vecchie fotografie. Ma io però le cartoline le vendo, non le regalo …
– Beh! Vediamo cosa trovo …
Edmondo prese un piccolo mazzetto di cartoline e incominciò a passarle in rassegna velocemente, scartava quelle con qualche piccolo difetto, qualche piega o macchia, si soffermava sulle date, sui messaggi, sugli indirizzi. Poi, ecco un bell’esemplare! Si disse. Una veduta dell’arsenale di Venezia del 1921. Le vecchie torri, una gru a ponte e in primo piano un sommergibile, sulla torretta l’insegna della classe F.

Mentre la osservava sul suo volto si era disegnato un ampio sorriso di soddisfazione. Poi la girò e lessel’indirizzo di una via di Milano, era destinata a “Coniugi Lodetti” e il messaggio: Cari genitori per Natalevengo con il mio amico Nello. Dormirà nella mia stanza. Vostro figlio Alberto.
– Intanto prendo questa, disse rivolgendosi al venditore.
Mise da parte la cartolina, infilò la mano nella scatola per prendere alcune vecchie fotografie stampate in colore seppia. Erano state tutte scattate al sommergibile illustrato nella cartolina e raffiguravanol’equipaggio. Alcune erano foto di gruppo, altre erano ritratti di marinai, raffiguravano vari momenti dellavita a bordo.
– Le prendo tutte! E il tono della voce era sostenuto da una nota di improvvisa emozione.
– Vedo che le interessa e anche molto! Facciamo così, prenda tutta la scatola e … e gliela regalo!
– Come sarebbe a dire: la regalo?
– Era la volontà del suo proprietario, ora che rifletto … non mi va di contravvenire alle sue ultime volontà.
Edoardo rimase per un attimo a guardare la scatola e poi Efisio.
Tutti e due erano in silenzio, e si poteva vedere sul volto di Edmondo un’espressione di malcelato turbamento.
– Facciamo così Efisio, tu mi regali la scatola e io ti regalo dieci euro per farti un bel cappuccino e una brioche! Con questo freddo hai bisogno di qualcosa per riscaldarti.
Si strinsero forte la mano e quella sensazione di turbamento parve scorrere dalla mano di Edmondo fin dentro il cuore di Efisio.

Nello si era arruolato volontario in marina a diciotto anni, nel 1921 nella regia squadra sommergibili. Era rimasto orfano di entrambe i genitori, e quella era una possibilità per avere una, sia pure minima, fonte di sostegno. L’incarico che gli avevano affidato, dopo il corso di istruzione, era quello di sottocapo elettricista. Aveva deciso di continuare a studiare. Era arrivato in Marina con la sola licenza ginnasiale e da autodidatta si preparava per acquisire il diploma.
L’equipaggio del battello era composto da due ufficiali, ventiquattro tra sottufficiali e marinai, tra questi Alberto Lodetti.
Alberto si era arruolato perché non aveva voglia di continuare gli studi e la vita da sommergibilista, oltre ad appagare lo spirito di avventura, era una buona scusa per non andare più a scuola. Veniva da Como ed era figlio unico di un ricco commerciante di tessuti.
Tra Nello e Alberto nacque da subito una amicizia quasi fraterna. E sarebbero stati imbarcati insieme per quattro anni.
La vita nel sommergibile trascorreva abbastanza tranquilla, Nello cercava di nascondere la difficoltà economica che lo costringeva a rinunciare alle libere uscite a Venezia. Tra libri di scuola e ripetizioni private la paga da marinaio veniva del tutto dissipata.
Ma Alberto aveva trovato modo di invitare in libera uscita il suo amico senza destare sospetti.
– Dai Nello! E dai! Vieni a fare quattro passi fuori da questa scatola di sardine. Andiamo a cercare qualche bella ragazza!
Poi, dopo una lunga passeggiata in piazza San Marco lo portava in una trattoria e gli diceva:
– Beh? io ho fame, mi fai compagnia? I miei genitori mi hanno mandato qualche liretta, che vuoi che me ne faccia? Non fumo, non bevo, almeno fammi mangiare con il mio solo amico!
– Ma … paghi sempre tu!
– Sempre? No, questa volta, poi verrà il giorno che sarai tu a pagare, ma non farti fretta, siamo ancora giovani.
E avvenne che nel corso di una di quelle passeggiate Alberto conobbe Elvira, una cassiera del teatro La Fenice.


Quando il sommergibile andava in missione in qualche altro porto, Nello scriveva per conto di Alberto delle delicate lettere ricolme di affetto a Elvira e così il loro amore andava sempre più consolidandosi. Per scrivere quelle lettere Alberto aveva comperato una penna stilografica. L’aveva mostrata a Nello e gli avevadetto:
– Questa penna ci costa più di cinque pranzi in trattoria! – Ci costa?
– Nel senso che … e dai! Siamo amici o no?
Alberto e Nello si abbracciarono.
– Fammi vedere questo prodigio della scienza e della meccanica.
Alberto gli porse la penna, era una Sheaffer, dotata di sistema a levetta laterale che provocava la compressione di un gommino al suo interno per consentire la carica dell’inchiostro in un piccolo serbatoio.- Però, quasi quasi mi ricorda il lanciasiluri di prua …
– Dai Nello! Smetti di fare il sommergibilista … dobbiamo scrivere ad Elvira …
– Dobbiamo?
– Nel senso, questa volta, che tu pensi, scrivi e dopo io esco con la mia ragazza!
– Ah! Io semino e tu raccogli i frutti?
– Beh, tu sei un sommergibilista io sono un … innamorato, c’è una bella differenza!
– Di bella c’è solo Elvira e la penna, una bella coppia!
La stilografica provava piacere a stare nelle mani di Nello, le piacevano quelle parole che scriveva e scorreva volentieri con il pennino sulla carta, cercando di non sbavare e di non far uscire qualche macchiolina del suo inchiostro. Quando Nello le rimetteva il cappuccio e il buio la circondava, si metteva in attesa e cercava di ricordare le parole che aveva appena vergato.

Gli anni della ferma passarono, Nello si era diplomato con il massimo dei voti, Alberto si era fidanzato con Elvira e aveva deciso di restare a Venezia e sposarsi.
Quando giunse il momento di salutarsi, Alberto porse la stilografica a Nello e gli disse:
– Tienila tu, tu sai scrivere, io che ne farei? Poi con Elvira ci siamo fidanzati, e tu non dovrai più a scrivere per me.
– Ma è una penna … preziosa …
– Tu sei il mio solo amico, senza di te questi anni non sarebbero passati mai! Tienila, è il pegno della nostra amicizia, anche se dovessimo perderci di vista, la penna sarà come una promessa a ritrovarci.
Nello era ritornato a Milano, aveva trovato un impiego come progettista di impianti elettrici. Aveva una buona competenza tecnica acquisita durante la ferma in marina e in breve tempo aveva fatto carriera. Aveva acquisto anche una buona indipendenza economica e aveva iniziato a frequentare studi artistici di pittori per imparare a dipingere. Non aveva avuto più notizie di Alberto e di Elvira.
Era tornato a Venezia per cercarli, ma a casa di Elvira non abitava più nessuno e i vicini non avevano saputo dire dove fossero andati. Anche i genitori di Alberto si erano trasferiti senza lasciare detto dove. Il tempo trascorreva e i ricordi del tempo della marina si erano piano piano sbiaditi e quasi scomparsi, tranne il nastrino del berretto da marinaio che Nello portava sempre con sé nel portafoglio e la penna stilografica.
La Sheaffer non aveva più scritto frasi d’amore, ma relazioni tecniche, parole fredde, scarne, brulle come un campo arido, che scorrevano veloci, ma prive di emozioni. E la penna scriveva perché era il suo lavoro, ma quel compito non le piaceva. Ogni tanto il pennino grippava sul foglio, quasi a non voler proseguire, oppure sbavava qualche goccia di inchiostro come se fosse una piccola goccia di sangue che proveniva da quel suo cuore di gomma che era il suo serbatoio. E quando Nello richiudeva il tappo avviandolo sullo stelo, la penna si addormentava e sognava di scrivere poesie.

E arrivò la guerra.
Nello aveva aderito al movimento clandestino dei partigiani e, nonostante fosse sposato da poco, aveva dovuto allontanarsi da casa e vivere nascosto per non essere catturato. Spesso doveva cambiare, insieme ad altri partigiani, i vari rifugi. E, quando possibile, scriveva delle lettere a sua moglie. E per scriverle utilizzava la stilografica che Alberto gli aveva regalato. E la stilografica era lieta di trascrivere i pensieri di Nello e quasi si compiaceva di condividere con lui quella insolita vita da clandestino. E ancora, Nello scriveva lettere anche per gli altri compagni di lotta e la stilografica si sentiva orgogliosa di partecipare a quella banda di ribelli e di aiutarli a comunicare con i loro cari.
Nello scriveva anche dispacci con informazioni militari che le staffette si incaricavano poi di recapitare ai vari comandi partigiani e alla Sheaffer pareva che le parole che il suo pennino scriveva fossero come pallottole sparate in battaglia contro il nemico.
Poi la guerra finì, Nello poté riprendere il suo lavoro, tornare a casa e pensare ad avere dei figli. Ne nacquero due: Edmondo e Laura. Il tempo riprese a trascorrere, i figli crescevano, Edmondo sarebbe diventato un professore di greco e latino, Laura un architetto, mentre i capelli di Nello diventarono grigi epoi bianchi. La stilografica aveva dovuto cambiare abitudini: non più lettere d’amore, messaggi intimi einformazioni segrete, ma solo firme e auguri di buon Natale e buona Pasqua. Poca fatica, ma belle parole per bei momenti.
Alberto, dopo il congedo dalla marina militare, era rimasto a Venezia, aveva trovato un impiego come commesso usciere al comune. Aveva preso in affitto una stanza in un pensionato per soli uomini. Quando mi sposerò – si diceva – allora avrò una casa vera, una casa mia.
Poco dopo il fidanzamento era stato lasciato da Elvira senza saperne il motivo. Mentre stava preparandoil matrimonio, Elvira e la sua famiglia erano partiti all’improvviso senza lasciare detto dove e senza lasciarenessun messaggio. Preso dallo sconforto, Alberto aveva pensato in un primo momento di suicidarsi. Passava le giornate a bere e a smaltire le sbornie fuori dalle taverne e dalle osterie.
Una notte, densa come un mantello di velluto scuro, passando davanti ad una cartoleria vide, esposta nella vetrina, una penna stilografica, una Sheaffer, come quella che aveva comprato e regalato al suo amico Nello. E gli tornò alla mente quando era imbarcato, a come era felice in quel periodo. E ancora ripensò alle lettere scritte con quella penna a Elvira, a quell’amore nato all’improvviso e all’improvviso finito.
Si mise a correre finché il fiato non gli mancò. Si fermò sul bordo del canale. Guardava l’acqua scorreresotto di lui, scura, densa e invitante. Gli apparve il viso di Elvira, teso, lo sguardo trasparente come una ampolla e cereo come un cadavere. Chiuse gli occhi deciso a buttarsi nel canale, ma una voce lo scosse come se una mano enorme lo avesse afferrato e scrollato con prepotenza.
– Alberto! Che fai?
Apri gli occhi e vide il volto di Nello palpitare sul pelo dell’acqua appena increspata da un leggerotremolio, e avverti come una vibrazione sospesa tra i loro sguardi. La voce continuò e questa volta sembrava bloccarlo come inchiodato al pavimento
– Signore? Sta bene?
Alberto si girò per vedere chi lo avesse chiamato, poi tornò a guardare in basso, dentro il canale. Il voltodi Nello non c’era più.
– Signore? Sta bene?
Alberto si era irrigidito, non vedeva, non sentiva, aveva la sensazione di non esistere, di non sapere più chi fosse, di essere immerso in una densa caligine.
– Signore? Sta bene? Questa volta sentì la stretta di una mano sulla sua spalla che lo scuoteva eall’improvviso si ritrovò sulla sponda del canale. Davanti a lui un frate intabarrato in una saio così grandeche lo faceva apparire come un tappeto ondeggiante.
– Allora?
– Si, si, sto bene, solo che … forse ho bevuto troppo … poi ho corso, mi manca il fiato.
– Dai, si segga, qua – e indicò il gradino di accesso ad un portone dietro di loro.
Alberto ubbidì come se a dirgli di sedersi fosse stato un ufficiale quando era imbarcato sul sommergibile. Accanto a lui si sedette anche il frate che prese dal tascapane che aveva a tracolla un pacchetto di sigarette Macedonia e ne offrì ad Alberto.
– Su, fuma che ti ritorna il fiato!
Alberto sorrise spontaneamente, prese una sigaretta e la mise in bocca e la accese con la fiamma dello zolfanello acceso dal frate. Aspirò una larga boccata di fumo e mentre lo rilasciava lentamente con la bocca, dagli occhi scendevano le lacrime come piccole gocce perlacee di rugiada.
Si sentiva solo il rumore dell’acqua che sciabordava sulla sponda del canale.
Poi alle lacrime si aggiunse un affannoso singhiozzare. Alberto aveva gettato la sigaretta lontano e aveva nascosto il volto tra le mani.
– Che succede? Raccontami …
– Che vuoi che dica? Sono disperato …
– Io mi chiamo Marcello, ma tutti mi chiamano Fra Lello, tu come ti chiami?
– Come hai detto che ti chiami?
– Lello! perché?
– Avevo capito Nello, avevo un amico che i chiamava Nello e prima mi pareva che mi avesse chiamato. – Qui ci sono solo io, non c’è nessuno, neanche prima.
– Io sono Alberto.
– Dai, prendi, ma questa volta fumala tutta!
Lello porse il pacchetto delle Macedonia ad Alberto.

Alberto aveva iniziato a raccontare la sua storia, di come si era imbarcato sui sommergibili, di Nello, di Elvira, della stilografica, e della disperazione che gli riempiva il cervello e il cuore per essere stato lasciato.L’alba era come sorta dal fondo del mare della laguna e la luce del sole aveva rischiarato il canale cheora appariva meno scuro, meno tetro. Sul pelo dell’acqua fluttuava, incastrata tra i gradini di una scaletta e la sponda, la pagina di un giornale con una foto di una donna.
– Ecco quello che ho visto! La pagina di un giornale e … Elvira era quella donna e Nello che mi parlavaeri tu! Eri Lello e …
– Ora basta! Dai! Vieni con me, passeggiamo, devi smaltire tutto quello che hai bevuto.
Lello e Alberto camminarono fino a San Marco. Entrarono nella basilica. Alberto si inginocchiò e rimase col viso nascosto dalle mani giunte. Ogni tanto un singulto, a stento trattenuto, lo scuoteva, le lacrime cadevano lente, sdrucciolando e insinuandosi tra peli della barba trascurata che spuntava sulle guance, sul mento, sul collo che metteva in risalto, nel volto smunto e scavato, tutta la sua disperazione.
Passò il tempo, e quanto fosse trascorso non fu possibile percepire né da Lello né da Alberto.
Quando uscirono dalla basilica il sole splendeva alto, brillante e l’aria intorno appariva tersa,straordinariamente trasparente e un leggero olezzo di viole si poteva odorare, sospeso nell’aria e sembravaseguirli passo dopo passo.
Si sedettero su una panchina.
Una colomba prese a volteggiare sopra di loro, poi quasi in picchiata, si posò sulla spalla di Lello. Il frate la prese, le accarezzò il piccolo capo e poi, lentamente, la proiettò verso l’alto. La colomba riprese avolteggiare sopra di loro, sembrava non volesse andarsene, rimase così a mulinare quando improvvisamente discese lentamente, come una piuma sorretta nell’aria ferma, sul grembo di Alberto.
– La pace sia conte! Questo è un segno del Signore!
Alberto prese delicatamente nelle mani la colomba che iniziò a tubare con una sonorità delicatamente dolce, un suono soave che pareva un sussurro, un respiro sottile come il vibrare delle ali di una farfalla.
– Un segno del Signore dici? Proprio per me che volevo farla finita?
– Non mettere confini alla provvidenza! Non può essere il caso che io passassi proprio in quel … quelmomento, era il Signore che ha voluto che fossi io a fermarti!
– Ed ora? E adesso che faccio?
– Vieni con me!
– Dove?
– Nel Congo, in Africa. Ad aiutare a costruire un lebbrosario. Laggiù vedrai la vera sofferenza.
La colomba smise di tubare, mentre una nube transitando davanti al sole aveva creato una sorta di crepuscolo che sembrava avere dipinto di grigio chiaro e scuro tutto ciò che li circondava.
Alberto aveva lo sguardo perso sull’orizzonte della laguna. Sembrava trasognato mentre accarezzava delicatamente la colomba che nel frattempo era risalita sul petto fermandosi all’altezza del cuore.
– Davvero? Davvero potrei essere utile? Non so fare nulla …
– Questo lo dici tu! Vedrai quanto sarai capace di fare e ancora non lo sai! Mettiti alla prova e vedrai!
– Allora … allora dai! Andiamo, partiamo!

La nuvola che prima velava il sole si era dissolta e la luce aveva ripreso a brillare colorando con contrasti multicolori tutto ciò che li circondava e all’improvviso la colomba si staccò da Alberto e volò via,veloce come una freccia verso il sole fino a che la luce abbagliante la inghiottì facendola sparire.
– Vedi? La colomba è volata ad est, la direzione che dobbiamo prendere! Vedi? È un segno del Signore! Lello e Alberto si abbracciarono, avevano gli occhi pieni di lacrime.
Alberto rimase nel Congo per cinquanta anni e ne aveva settantacinque quando per motivi di salute dovette ritornare in Italia. Aveva contratto una polmonite virale che gli aveva lasciato gravi postumi. Dapprima trovò ospitalità in un pensionato gestito da religiosi a Roma, poi venne a Milano per curare, presso un ospedale specializzato, le complicazioni cardiache insorte. Non aveva denaro salvo quel poco che gli veniva mandato, di tanto in tanto, dal Congo, frutto delle elemosine raccolte in chiesa. Non ne sentiva il bisogno, ma si poteva vedere i segni della povertà nel modo di vestire, inoltre la salute cagionevole gli conferiva un aspetto miserando.
Aveva trovato alloggio presso una comunità di frati che gli avevano messo a disposizione una piccola stanza, quasi una cella se non fosse stato per un letto con il materasso e un tavolino con una lampada. Fu proprio su quel tavolino che sfogliando una rivista vide la pubblicità di una penna stilografica e di colpo le tornò alla mente la Sheaffer, Elvira e Nello.
– Chissà, forse è ancora vivo, magari ancora qui a Milano! Come mai non mi sono ricordato prima e lui si ricorderà di me?
Aveva parlato da solo ed alta voce, era la prima volta che gli capitava. Si ricordava che al Bar, dove qualche volta andava a bere un bicchiere di latte, c’era un telefono gettoni e un elenco telefonico. Fu così che scopri l’indirizzo di Nello.
Quella notte non riuscì a dormire, si domandava se andare o no a trovare il suo vecchio amico, alternava una decisione ad andare ad una netta rinuncia. Si era fatto spiegare quali mezzi prendere: non era difficile, bastava solo un tram che transitava proprio davanti a dove abitava.
Il mattino acquistò due biglietti, attese il tram e salì.
– Dove crede di andare?
La portiera aveva visto un uomo mal vestito e macilento entrare dal portone.
– Dice a me?
– E a chi? C’è solo lei!
Alberto percepì quello sguardo indagatore sostenuto da una nota di indifferenza mista a commiserazione. Non se ne rammaricò, comprese che tutto sommato il suo aspetto non lo favoriva di certo. – Vado da Nello De Fortis , sono un amico.
– Il signor?
-De Fortis, abbiamo fatto la marina insieme, ma è passato tanto tempo …
– La voce di Alberto era dolce, calma quasi suadente.
– Terzo piano.
Entrato nell’ascensore, Alberto allungò il dito per premere il pulsante del piano e si accorse che la mano gli tremava.
Era fermo davanti alla porta e lo sguardo si era fissato sulla targhetta con scritto Nello De Fortis. Ed gli parve di vedere l’immagine sfuocata del volto dell’amico che gli sorrideva. Premette per un istante il campanello e ne sentì il suono. Ritirò la mano spaventato, avrebbe voluto non essere in quel posto, avrebbe voluto andarsene, ma era come se fosse paralizzato.
La porta si apri. Erano di fronte uno all’altro.
Lo stupore si era materializzato sui loro volti, avevano la bocca quasi spalancata, poi contemporaneamente un sorriso si spiegò sulle loro bocche. Si trovarono abbracciati senza aver detto una parola.
– Che succede?
Anna, la moglie di Nello era davanti a loro.
– Anna! sai chi è arrivato? Il mio amico Alberto! Eravamo in marina, sui sommergibili, più di cinquanta anni fa!
Si sedettero nel salotto. Nello raccontò tutto quello che era successo dopo la loro separazione e Alberto fece altrettanto.
– La penna! La Sheaffer! Ti ricordi? Avevo promesso che te l’avrei restituita! Ora posso mantenere la promessa. Vado a prenderla!
– Ah! Lo ricordi? E gli occhi si riempirono di lacrime mentre aspettava il ritorno di Nello.
– Eccola.
Alberto prese la Sheaffer e svitò il cappuccio. La Penna senti l’aria ritornare sul suo pennino.
– Oh! – Si disse- vuoi vedere che mi tocca scrivere ancora quelle fredde e ridicole relazioni?
Poi sentì il calore della mano di Alberto e la riconobbe.
Alberto la tenne delicatamente tra le dita, poi la ripose nel tasca della giacca.
– Hai dei … problemi?
Chiese Nello e nella sua voce si avvertiva un certo disagio e una dissimulata difficoltà nel formulare quella domanda.
– No, No, sto bene così, si sono un poco malandato di salute, ma non mi lamento.
– Lo sai, lo ricordi quanto mi hai aiutato quando ero senza un quattrino? Ora mi devi permettere di ricambiare …
– No, no … noi siamo amici e questo basta. Ci siamo incontrati di nuovo e questa volta non lasceremo passare altri cinquanta anni!
Alberto era seduto al tavolino della sua stanzetta. Davanti a lui una scatola di scarpe con delle vecchie cartoline e delle fotografie di quando era sui sommergibili. Piano piano le guardava ad una ad una, riconosceva i volti dei vecchi commilitoni. Collocò dentro la scatola la stilografica e ripose sopra il coperchio.
Si stese sul letto, chiuse gli occhi e ripensò al suo passato: rivide la torretta del sommergibile, il volto diElvira, si rivide mentre voleva suicidarsi e l’incontro con frate Marcello e poi quella sera, quell’abbracciocon Nello.
– Un bel momento per morire questo – pensava – non ho rimpianti, sono contento.
Non riaprì più gli occhi. Il mattino un frate lo trovò. Il volto disteso e calmo come l’acqua di un piccololago. Prese la scatola dal tavolino e la portò nella sua cella.
E il tempo continuò a trascorrere stendendo una coperta sul passato e proseguendo implacabile e silenzioso, scivolando come sabbia tra le dita.

Edmondo aveva deposto la scatola di scarpe con le fotografie sul tavolo rotondo, in salotto. Era daalcuni minuti che la fissava, aveva uno strano timore nell’aprirla. Poi con un gesto deciso la prese, tolse ilcoperchio e rovesciò il contenuto sul tavolo. Le fotografie e le cartoline caddero sparpagliandosi intorno sovrapponendosi. Una cadde per terra. Edmondo la raccolse, la girò: sul retro una scritta con una calligrafia inconfondibile: al mio amico Alberto. La firma: Nello.
Edmondo riconobbe, nella foto, suo padre. Poi si accorse della stilografica.
Svitò il cappuccio e scrisse sul coperchio della scatola: Ita amare oportere, ut si aliquando esset osurus. E subito sotto: Bisogna volere bene come se un giorno si dovesse arrivare a odiare. Cicerone, De amicitia.
La penna si accorse di avere scritto in latino e si rallegrò della bella citazione che aveva stilato.
Chissà – si disse- vuoi vedere che il mio nuovo lavoro sarà scrivere per un intellettuale?


Edmondo sospirò profondamente. guardò le foto e le cartoline sparse sul tavolo e poi mormorò:
– Alberto Lodetti! Papà me ne aveva parlato, mi ricordo anche della penna, quando la volevo usare mi diceva sempre che era un pegno di amicizia e che non poteva darmela!
Prese la penna e la osservò accuratamente, quasi stesse valutando una vecchia cartolina.
– Bene vecchia mia, d’ora in poi starai con me, scriverai in latino e in greco, non sarà difficile, ti guiderò io.
La Sheaffer ascoltò le parole di Edmondo, quel “vecchia mia” le piacque così tanto che sentì l’inchiostro premere nel suo piccolo serbatoio di gomma quasi a voler risalire per mettersi subito al lavoro.

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