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Ammiragli … del tempo che fu

di Guglielmo Evangelista (*)
foto internet

L’inventore, il fedelissimo, il voltagabbana

In un precedente articolo, pubblicato nell’ottobre dello scorso anno (**), abbiamo parlato di Plinio il Vecchio, il comandante della flotta di Miseno, grande letterato ma altrettanto buon militare e uomo generoso, perito nell’anno 79 durante l’eruzione di Pompei mentre cercava di portare soccorso alla popolazione.
Per queste cose merita di essere ricordato come il più grande ammiraglio dell’era antica ma….non solo lui passò alla storia.
Ora, invece, parleremo dei tre comandanti  che furono a capo della flotta napoletana prima di lui nei vent’anni precedenti. Furono tutti “uomini da mare e di guerra”, ma le loro vicende furono molto diverse e pesantemente condizionate dalla figura di Nerone che, come tutta la storia e i personaggi di quell’epoca, sono circondati da una fama sinistra o, almeno, così hanno voluto mostrarceli gli autori antichi, Svetonio e Tacito in particolare.
Ad ogni modo nessuno dei tre di cui parleremo può essere definito né un eroe né un grande condottiero e non sarebbe  mai stato scelto quando ottant’anni fa si trattò di dare i nomi agli incrociatori della classe “Capitani Romani”.

In mancanza di immagini, proponiamo il modello di galeazza veneziana di Graziano Gozzoche rende l’idea di come fosse una Navis Camera, naturalmente senza le cannoniere

Il primo del terzetto si chiamava Regolo Aniceto e resse il comando almeno dall’anno 59. Non apparteneva alla classe aristocratica: era un liberto, cioè uno schiavo liberato, ma fu il precettore di Nerone prima di Seneca e questo bastò a farlo diventare un personaggio  importante, tanto da ottenere il comando della flotta misenate che modellò con istintiva abilità  facendone una forza che fu sempre più fedele  all’imperatore rispetto all’esercito.
A Roma aveva già dimostrato una certa inventiva costruendo vari meccanismi e scene teatrali mobili ma fu a Miseno, dove poteva disporre di schiere di abili carpentieri (I fabri navales), che poté guardare più in grande.
La sua invenzione più importante furono le naves camerae, come le chiama Tacito.
Si trattava di navi che avevano i fianchi inclinati che si prolungavano verso l’altro in modo che la coperta fosse completamente chiusa da tavolati; inoltre il fasciame era tenuto insieme da chiodi di legno che con l’umidità tendevano a ingrossarsi e si saldavano con forza alla carena. In definitiva ne derivava un insieme molto robusto e nello stesso tempo elastico, pensato appositamente per resistere alle tempeste e non imbarcare acqua e che rappresentava un tentativo per rendere navigabili i mari anche d’inverno quando la navigazione era sospesa per timore del maltempo.
Nell’anno 59, per motivi che non staremo ad approfondire,  Nerone decise di eliminare la madre Agrippina e, dato che in quel periodo si trovava a Baia, la invitò a raggiungerlo con una lettera molto affettuosa ma, nello stesso tempo, incaricò Aniceto di sopprimerla,   raccomandandogli la massima discrezione.
L’ammiraglio, con la sua perversa fantasia inventiva, escogitò un modo che facesse credere ad un incidente: progettò una nave la cui cabina poppiera aveva il tetto mobile e appesantito con del piombo che, a comando, poteva essere fatto cadere: la poppa si sarebbe sfasciata e gli occupanti sarebbero morti schiacciati o annegati.
Quando Agrippina da Baia volle ritornare ad Anzio la Marina le mise a disposizione la nave truccata e poco dopo la partenza lo stratagemma funzionò, ma a morire schiacciato fu uno del seguito, tale Crepeio Gallo. Agrippina fu protetta dalla testiera del letto o del divano su cui si trovava  scivolando in acqua con pochi danni: poiché era una brava nuotatrice  si allontanò venendo poi soccorsa da alcuni pescatori che la condussero ad  una villa presso il lago Lucrino, ma come Nerone seppe che si era salvata, mettendo da parte la cautela,  ordinò che venisse subito uccisa e a questo pensò un drappello di marinai, guidati dallo stesso Aniceto che inflisse alla donna il colpo di grazia.
Successivamente, per ordine di Nerone,  Aniceto si prestò a simulare un adulterio con la di lui moglie Ottavia, così che l’imperatore avesse un pretesto per ripudiarla e sposare Poppea.
Sembra  che per questo l’ammiraglio abbia ricevuto come compenso la Villa dei Misteri a Pompei: infatti, secondo alcune controverse teorie, riportate anche dal quotidiano La Repubblica, tutto il ciclo di affreschi presenti nella villa sarebbero stati ordinati da Aniceto per testimoniare e “glorificare” le sue criminali imprese e non avrebbero il significato mistico che la maggior parte degli studiosi attribuisce ad essi.
Uomo istruito e intelligente, si rese conto che tutto quello che sapeva poteva essere per lui pericolosissimo, così che abbandonò il comando della flotta ritirandosi in Sardegna dove visse appartato, comodamente e a lungo.

Presunto ritratto di Regolo Aniceto nella Villa dei Misteri di Pompei

Fu probabilmente dopo il suo ritiro che il comando passò subito a Volusio Proculo, anche lui un liberto.
Costui era un ufficiale di marina subalterno che aveva collaborato con Regolo Aniceto nelle vicende che portarono all’assassinio di Agrippina e aveva fatto parte del commando che l’aveva raggiunta e uccisa nella villa dove si era rifugiata. Per questo suo intervento non ricevette il compenso che si aspettava: prima era infatti il semplice comandante di una trireme (un navarca lo definisce Tacito) e comandante di trireme rimase.
Quando nel 65 dopo Cristo fu organizzata la cosiddetta congiura pisoniana che mirava ad eliminare l’imperatore, sapendo  che per il trattamento ricevuto covava del risentimento, i congiurati pensarono di  coinvolgerlo e, tramite lui, tirare  la Marina dalla loro parte per poterle poi affidare un ruolo fondamentale: l’imperatore viaggiava spesso  sulle navi da guerra e lontano dai suoi Pretoriani sarebbe stato più vulnerabile e niente meglio del mare avrebbe conservato il segreto. Ma anche se il suo scontento era di dominio pubblico, al pari di tutta la flotta Proculo era fedelissimo a Nerone: non solo non aderì, ma corse dall’imperatore denunciando il fatto è ricordato anche in una scena del Satyricon di Federico Fellini dove l’ufficiale è impersonato dall’attore Carlo Giordana, fratello del più noto Andrea.
Al momento non fu preso sul serio, ma Nerone cominciò a insospettirsi finché non scopri la congiura alla quale reagì in modo spietato. E mentre decine di aristocratici venivano giustiziati o costretti al suicidio,   Volusio Proculo divenne l’ammiraglio di Miseno ricevendo finalmente il compenso della sua fedeltà.
Non conosciamo la sua sorte, ma certamente si godette poco la carica: due anni dopo Nerone si uccise e la fine dell’imperatore travolse tutti coloro che gli erano stati fedeli innescando poi un periodo di guerra civile convulso e turbolento e non a torto l’anno successivo alla sua morte, il 69, fu chiamato l’anno dei quattro imperatori; Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano.

Nave da guerra romana

Nel nuovo  contesto politico Miseno ebbe un nuovo ammiraglio: Sesto Licinio Basso. Era un uomo completamente diverso dai suoi due predecessori saliti in alto grazie al favore dell’imperatore: apparteneva ad un’antica famiglia patrizia ed aveva alle spalle una solida esperienza di comandi militari.
Fu nominato dal primo dei quattro imperatori, cioè Galba, sotto il quale in precedenza aveva militato in cavalleria. Il suo comportamento verso il suo vecchio comandante fu però imperdonabile: lo tradì presto per passare a Vitellio, dal quale ottenne il comando congiunto, fino ad allora mai assegnato,  dell’intera Marina romana, cioè tanto della flotta di Miseno che di quella di Ravenna. In questa veste ordinò ai suoi marinari di sbarcare e, appiedati, combatterono in Liguria contro Muciano che era stato inviato in Italia da Vespasiano che in quel momento si trovava in Asia Minore, ma che già nutriva ambizioni imperiali.
Tuttavia Licinio Basso guardava molto in alto e desiderava diventare Prefetto del Pretorio ma dopo che questa carica gli venne negata tradì anche Vitellio  per passare a Vespasiano con la massima disinvoltura.
Quando Vespasiano divenne imperatore  nonostante tutto vide perdonati i suoi tradimenti e fu nominato senatore; mentre Plinio lo sostituì a Miseno resse ancora per qualche tempo la flotta di Ravenna e poi combatté come generale di terra nelle guerre giudaiche morendo a Masada, non per fatti conseguenti all’assedio di quella formidabile fortezza, ma per malattia.
Ma è più da morto che da vivo che anche se indirettamente Licinio Basso è importante per noi moderni. A quanto sembra non abitava a Miseno benché lì fosse a disposizione un più che decorso ammiragliato, ma risiedeva presso Torre del Greco dove aveva una splendida villa sul mare e un latifondo (La zona, portando ancora oggi  il nome di Contrada Bassano, riecheggia il suo nome).
A conferma di questo fatto sta il ritrovamento  nel giardino della villa di una torre militare da segnalazione che non sarebbe mai stata costruita in una proprietà privata, ma che si presume fosse stata voluta da lui  dovendosi sempre tenere in contatto con la base navale e probabilmente  i marinai che vi erano addetti formavano anche l’equipaggio  dell’imbarcazione usata per l’andirivieni fra la casa e l’ufficio.
Dopo la sua morte nella villa rimase la vedova Rectina. Come accade spesso nel mondo militare, lei continuò a frequentare il colleghi del marito e fu amica di Plinio,  successore del marito a Miseno.  Anzi, si diceva che ne fosse divenuta l’amante, cosa per nulla scandalosa dato che lei era vedova  e l’ammiraglio non era sposato.
Secondo la famosa lettera del nipote Plinio il Giovane a Tacito, fu lei a chiedere aiuto allo zio,  spaventata dai prodromi dell’eruzione  di Pompei, facendo mandare un messaggio con il telegrafo ottico dai militari che erano restati in servizio alla torre che anche dopo la morte del marito risulta ancora presidiata dalla Marina.
Fu questo messaggio, come giunse a Miseno, ad innescare la nota vicenda delle navi che partirono per portare soccorso alla popolazione in difficoltà (non c’è mai niente di nuovo sotto il sole…).
Non sappiamo con quale successo siano state condotte le operazioni,  ma probabilmente a causa delle condizioni del mare e dell’innalzamento dei fondali le grosse triremi incontrarono molte difficoltà e poterono essere di poco aiuto alla maggior parte agli abitanti della costa , ma sappiamo invece che Rectina si salvò: è stata infatti ritrovata nel Sannio, in una sua tenuta, una lapide votiva voluta da amici o familiari che accenna al suo ritorno e allo scampato pericolo.
Poté quindi lasciare la villa grazie all’intervento di una delle navi della flotta e, ci auguriamo, con lei anche i marinai segnalatori, rimasti fino all’ultimo al loro posto.

L’ex voto di Rectina

(*) Per conoscere gli altri scritti dell’autore, digita sul motore di ricerca del blog il suo nome e cognome.

(**)  https://www.lavocedelmarinaio.com/2017/10/gaio-plinio-cecilio-secondo-23-79-d-c/

10 commenti

  • Francesco Carriglio

    Bellissimo articolo, grazie agli amici aggiungiamo notizie storiche al nostro sapere. Ero praticamente all’oscuro dei fatti marinareschi dell’epoca romana.

  • EZIO VINCIGUERRA

    Si ringrazia l’immarcescibile Guglielmo Evangelista per questo interessante articolo storico ricco di curiosità e fatti.
    A Lui e a Voi un abbraccio grande come il mare.

  • Guglielmo Evangelista

    Grazie. Credo che ogni marinaio, sopratutto se napoletano, dovrebbe fare un pelegrinaggio a Miseno. Le nostre radici più profonde

  • EZIO VINCIGUERRA

    Ciao Guglielmo, ho goduto nel leggere il tuo articolo ed ho appreso cose che non conoscevo, ancora grazie.
    P.s. altro che lavoretto!

  • Carlo Di Nitto

    La solita Gaeta….. ! A Gaeta esiste un grandioso Mausoleo, purtroppo particolarmente rovinato perché utilizzato come cava di blocchi già lavorati nell’alto medioevo (costituiscono la base del campanile del Duomo) e parzialmente distrutto in un punto per un’esplosione delle polveri che vi erano conservate durante l’assedio del 1806. Era il Mausoleo di Lucio Sempronio Atratino, comandante (quindi “Ammiraglio”) della flotta di Marco Antonio tra il 38 e il 34 a.C.; nominato console conobbe gli onori del trionfo. Meriterebbe un discorso a parte e non un semplice commento!

  • Carlo Di Nitto

    Il Mausoleo a Gaeta di Lucio Sempronio Atratino, ammiraglio e console. Nelle vicinanze vi possedeva una grandiosa villa. di cui esiste ancora qualche resto, non sommerso dal cemento.

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