La “mia” Nave

di Claudio Vergano

…chi, come me, è tossicodipendente della lettura ha provato, almeno una volta nella sua esistenza, a scrivere, a cercar di mettere su carta le emozioni, i momenti della sua vita. Anch’io sono caduto in questo peccato, peraltro veniale. Anch’io mi sono scritto addosso. Qualche anno fa, in occasione del mio secondo imbarco sulla Amerigo Vespucci ho voluto lasciare traccia delle mie emozioni, anzi delle nostre emozioni, perché sono convinto che quanto da me provato è comune a tanti, tantissimi colleghi “vespucciani”.

Eccomi qui, ormai superati gli ‘anta, di fronte alla “Nave più bella del Mondo” cercando di esprimere, senza retorica, quello che provo. Quando si parla o si scrive del Vespucci è troppo facile scivolare in uno stile d’altri tempi, pericolosamente simile ad una poesia. Sembra che questa nave ti porti a riscoprire valori e concetti ormai “fuori moda”. Diventa difficile non usare parole e frasi che, in altri contesti, parrebbero artificiose o stereotipate. Cerco invano di essere il più sobrio possibile. Provo ad usare le parole più comuni, i toni più misurati ma è impossibile non scivolare nell’emozione. Eppure, dopo tanti anni di servizio, dopo aver visto nel mio ruolo di istruttore transitare generazioni di marinai, dopo aver sofferto e gioito per la Patria, sono ancora qua ad emozionarmi per una nave, per un’armonia di ferro e legno che galleggia sul mare.

Di colpo mi trovo di vent’anni più giovane, con una sottile emozione che mi stringe la gola, come un calore che sale dal cuore verso gli occhi e li fa pizzicare. Per “ammazzare” il magone devo parlare a te, Nave Amerigo Vespucci, perché in te vive ancora l’emozione di tutti coloro che, come me, sui tuoi ponti hanno sudato e gioito, cantato e pianto, insomma in te hanno vissuto per lunghi mesi o addirittura anni, catturati dalla magia di quelle vele che, sì, sono dure da alzare, ma che gonfiate dal vento riempiono il cuore di orgoglio.

Dopo anni di vita vissuta, ho lasciato un bel pezzetto del mio cuore. Eccomi qua mia “vecchia” Signora dei Mari, per la seconda volta salgo il tuo barcarizzo e mi appresto a salutare quella Bandiera che ho già visto sventolare in cento porti. Con te mi preparo ad affrontare nuovamente, con amore e rispetto, quel “Grigio Creatore di vedove” come impietosamente Kipling definì il mare.

Protetto dai tuoi fianchi d’acciaio non mi devo certo preoccupare, già in tutti i mari hai dimostrato la tua forza. Ora sei tornata un po’ stanca ed appannata dopo una lunga fatica.

Un giorno, per definirti ti ho paragonato ad una bellissima Signora, forse non più nel fiore degli anni, ma proprio per questo dotata di un fascino che nessuna teen-ager può sperare di eguagliare. Come questa bellissima Signora, ogni inverno, ti prendi cura di te stessa, affidandoti alle mani esperte di chi ti ama e rispetta e ti prepari a sfilare, come una regina, attraverso i mari del mondo, destando ammirazione e un po’ d’invidia. Sembra quasi che, nei tuoi viaggi, tu sia approdata alla mitica Bimini ed abbia trovato la magica fontana cercata invano da Ponce de Leòn.

Eccomi qua, pronto a fare la mia piccola parte per prepararti a nuove avventure, ad altri cento, mille porti pieni di gente ammirata, ansiosa di poter toccare, anche solo per un momento, il ponte di legno che nasconde, inaspettatamente, la forza dell’acciaio. La forza di un acciaio reso ancor più tenace dalla dedizione e dall’affetto di mille e mille anime che, con te, hanno avuto il vero battesimo del mare. Non quello fatto di grigie paratie e tenui luci su uno schermo, ma quello che nasce dal sudore su una cima o dallo schiaffo dell’acqua salata mentre attraversi il ponte, la consapevolezza di essere parte della forza di una nave e non utilizzatore dei suoi strumenti tecnologici.

Dicono che questa è la nave dei cadetti. Certamente la sua maggiore ragione d’essere è condurre verso il mare chi il mare ha scelto come lavoro e vita. Eppure è anche la nave di ogni uomo e donna del suo equipaggio passato, presente e futuro.

È la nave di chi la elegge a simbolo di un modo diverso di vivere il mare, nel quale si sente il vento come propria forza e non come un avversario.

È la nave di chi vede realizzato un sogno dopo aver visto mille immagini di vascelli e velieri solcare mari di carta e celluloide. Ma soprattutto è anche la mia nave. Una nave che non ha solo una storia, ma un’anima, ed un po’ di quell’anima è anche mia. Come lo è anche di tutti quelli che si fermano ad ammirarla e trattengono per un attimo il fiato, quasi avessero timore d’interrompere quel breve momento di magia. Spezziamo la magia e torniamo alla fredda realtà. Sicuramente molti, leggendo queste righe, penseranno che tutte queste parole sono solo retorica, una raccolta di luoghi comuni e frasi fatte. Niente di più sbagliato. Sfido chiunque sia stato imbarcato a negare di aver detto, almeno una volta, la frase “la Mia Nave” con le maiuscole che aleggiano nella voce. Del resto ciò che ci rende “veri” è il non essere solo dei “meccanismi” che producono efficienza, ma anche cuori e menti che, in fondo, amano il mare e che sono, comunque, orgogliosi di essere parte della nave su cui operano.

Forse sono stato troppo tempo fermo davanti al barcarizzo, il Sottocapo di guardia si starà chiedendo cosa fa quel 1° Maresciallo, un po’ appesantito dagli anni, con gli occhi persi verso un orizzonte lontano. Bando alle ciance, è ora di salire a bordo e darsi da fare, me lo devo pur meritare questo imbarco sulla “Nave più bella del mondo”. Un’ultima considerazione.

Essere “innamorati” di un simbolo, di un oggetto che esprime un qualche valore più alto e più universale è, purtroppo, considerato da molti futile e fine a se stesso. Orbene questo è un gravissimo errore. Ci rende più deboli come Nazione e come società. Rifiutare quei simboli che esprimono la nostra cultura e la nostra storia è come negare la memoria di coloro che, a vario titolo, hanno sacrificato la loro vita o quantomeno il loro “quieto vivere” per difendere ciò che è alla base di questi simboli. Che sia una Croce, una Bandiera o una Nave è importante sapersi emozionare davanti ad essi per sentire anche con il cuore che è nostro dovere difendere i valori che sono origine e crescita della nostra Nazione.

Questo articolo è stato pubblicato in Attualità, Marinai di una volta, Navi, Racconti, Recensioni, Un mare di amici, Velieri. Permalink.

7 risposte a La “mia” Nave

  1. Giovanni Presutti dice:

    Emozioni e sentimenti di Claudio Vergano, così calorosamente esplicitati nel brano, sono gli stessi di ogni vecchio marinaio quando ripensa con nostalgia alla “Sua Nave” sempre presente nella mente e nel cuore che spesso annebbiano la vista con le lacrime.

  2. EZIO VINCIGUERRA dice:

    Buonasera Claudio Vergano carissimo e stimatissimo, è da un po’ di tempo che non ci sentiamo. Un racconto il tuo che unge il lettore della “vespuccite” che come dice una amica Roberta Ammiraglia carissima, una volta che ti si attacca addosso non ti libera più.
    Ricevi un abbraccio grande come il mare e grande come il tuo immenso cuore di Marinaio da questo petulante amico che ti vuole bene e ti porta nel cuore.
    Sono certo che anche chi non è stato a bordo della Signora si emozionerà nel leggerti.

  3. Renato Simonetta dice:

    condivido

  4. Fabio Longo dice:

    Un saluto a Claudio , grande personaggio sempre sorridente e pieno di allegria , con lui ho navigato per ben 2 campagne addestrative nel 2004 e nel 2005 sul Vespucci quando ero un semplice marinaio ….. un saluto

  5. Clauio Vergano dice:

    Grazie per lo splendido ridordo.
    Un saluto di cuore.

  6. Giuseppe Giacopello dice:

    bella esperienza e meravigliosa lettura….

  7. Giuseppe Giacopello dice:

    grazie Ezio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *