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Il mare e solo il mare

di Antonio Barzagli
(tratto dal libro Stellette a 20 anni – Libano 1984)

Il mare ci aspettava come una moglie impaziente, esigeva attenzioni continue e le responsabilità di bordo presero il sopravvento sui trascorsi nell’isola, si tornava in zona di pericolo e non lo avevamo dimenticato. Tutto era come prima, l’unica differenza stava nella notizia di un prossimo disimpegno della forza multinazionale, ecco spiegato la grande presenza di inglesi a Cipro, avevano fatto le tende prima di noi. Me li ricordo i giornali inglesi come avevano accolto gli italiani con le loro camionate di maccheroni, e i blindati dipinti di bianco. “Sono arrivati gli italiani con una nave carica di maccheroni”. Ora i giudizi degli stessi giornali erano molto più positivi tanto da sembrare delle scuse formali, me lo scriveva mia madre, il mio corrispondente locale più efficiente, che allegava alle lettere che scriveva, dei ritagli di giornale con argomento Libano, e non nascondeva mai il sentimento di orgoglio che aveva nei nostri riguardi. Mi mancava. Mi mancavano tutti i miei cari, e poterli sentire così vicini mi faceva stare bene, in un certo senso mi sentivo tranquillo, anche se sapevo che loro, tranquilli, non lo erano certo. Vincenzo era sempre chiuso nei suoi tormenti, Antonio nascondeva bene i suoi, forse era più abituato a cavarsela da solo, dato i suoi trascorsi di emigrante e di famiglia numerosa. Stefano e Marco riuscivano stemperare a modo loro apparentemente senza danno, anche se Stefano era il più ombroso e taciturno dei due.
Capo cannone fece una delle infelici battute: <<Hei che musi lunghi, sembrate un branco di vitelli in amore.>>

Il seguito fu un sommesso brontolio di “—- vaffa.—– ma vatti a fare un clistere”, ecc… ecc.

<<Capo! Ma quante volte l’ ha visto il film: Sette spose per sette fratelli ?” Gli chiesi ironicamente:>>

<<Noooo. E’ una battuta mia>>rispose mentendo spudoratamente. Vincenzo cercò di cambiare discorso e cominciò a raccontare di come si preparava il “Porceddu” e il risultato fu di un coinvolgimento generale sull’argomento cucina e piatti tipici, il maresciallo era già dimenticato.

La mattina seguente avemmo conferma delle notizie giunte: Italcont si ritirava. Dovevamo approntarci per dare copertura alle operazioni di imbarco del personale. Lo stesso amm. Piccioni supervisionava l’operazione. Ma altri occhi osservavano attenti. Il vecchio non era molto felice di essere così vicino, praticamente in porto il pericolo era alto sia per la distanza che per la concentrazione di mezzi e uomini.

Alla ora e data prefissata, il contingente era già pronto e in fila lungo le banchine del porto, la Grado doveva imbarcare gli uomini del Batt. San Marco, mentre le altre navi da carico civili noleggiate per l’occasione il resto del contingente, noi ai margini della darsena in movimento a pattugliare con i cannoni da 76/62 caricati e pronti,  con proiettili a frammentazione . Dall’aletta di plancia, armato di binocolo stavo osservando le operazioni, il tutto attraverso il fastidioso riverbero che dava la luce, quel tipico effetto “calore” creato dal fenomeno della rifrazione. Riuscivo a vedere il lungo serpente bianco dei cingolati italiani, distinguevo nettamente i mezzi busti  degli uomini ai portelli con i caschi piumati e  i  gruppi di fanti appiedati e  seppur gravati di un carico notevole con le armi pronte e le sicure tolte osservavano nervosamente ogni angolo di strada, palazzo, buco. La città sembrava tranquilla, ma era proprio la tranquillità che faceva paura. L’occasione per un attentato era molto ghiotta, eravamo tutti convinti che un’ ipotesi almeno l’avrebbero fatta, la tensione era a mille, ora  dovevamo stare attenti anche a noi stessi, sarebbe stato sconveniente reagire verso qualcosa o qualcuno senza un reale motivo o peggio colpire qualcuno dei nostri.

La centrale di tiro era allertata,  pronta per tirare verso obbiettivi che nessuno dei cannonieri avrebbe visto direttamente, sarebbero state solo coordinate inviate da osservatori o da qualunque dei nostri uomini a terra che lo avesse richiesto via radio, e gli effetti al suolo sarebbero stati devastanti, specialmente se avessero mancato il bersaglio. Nonostante tutto era un vero momento storico, come lo era stato quando i nostri sbarcarono. Uscivamo si da questa storia! Ma stavamo uscendo con onore consapevoli che il nostro dovere lo avevamo fatto, con professionalità e se vogliamo anche con amore, quel senso gravoso e poco militare ma molto appropriato per un popolo civile che aiuta un altro popolo più sfortunato, concretamente con i soli mezzi che erano necessari in quel momento. Contraddizioni? Forse. Ma è veramente difficile fare capire tutti quando è ora di finire di sparare? O manca solo la volontà internazionale? Sappiamo solo che spesso ci siamo nascosti dietro un dito, pensando che poi in fondo il problema non ci riguardasse, che se la dovevano sbrigare loro, poi che cosa avremmo potuto fare noi? Come pretendere di arginare un fiume in piena quale era ed è tuttora  la situazione libanese? Le solite riposte un po’ borghesi un po’ ignoranti di un popolo, il nostro, che a volte capace di grandi gesti di umanità di una reale volontà di fare, magari spinto dai mass media e dalla Caritas, altre volte si lascia andare a sproloqui fastidiosi e poco consapevoli della realtà che circonda il nostro paese.

La realtà è che le soluzioni non sono mai a portata di mano, ne’ sono di rapida attuazione, ma soprattutto, perché ci sia un risultato, da una parte si deve pur cominciare ed è così che iniziano i grandi processi di soluzione di riforma, con delle piccole mosse, con la costante serietà nelle proprie faccende, con il rispetto delle persone.

Lo stesso Angioni racconterà poi ad un giornalista della agenzia Ansa di un fatto accaduto(*[1]) (uno dei tanti) ad uno dei suoi graduati, il quale trovandosi in una situazione a dir poco pericolosa non ha ceduto di un passo dalla consegna affidatagli. Mentre con i propri compagni manteneva la postazione all’ingresso di uno dei campi, accade un piccolo incidente d’auto e quando si è accorto di come stavano trattando il proprietario di una delle auto, è intervenuto pretendendo che la persona non fosse malmenata, a questo punto veniva fatto oggetto di un’ intimidazione da parte di uno dei militari libanesi che senza pudore alcuno puntò il mitra verso il capoposto italiano. Il nostro sottufficiale senza fare una piega rivolge il F.A.L. puntandolo a sua volta con decisione allo stomaco del tipo. Contemporaneamente dava ordine ai compagni di puntare le armi verso la pattuglia libanese. La situazione si prospettava quantomeno drammatica, chi avrebbe ceduto? Avvisato con la radio portatile, anche il generale si precipitò sul posto e alle timide e poco inconsistenti rivendicazioni dei libanesi obbiettò che il compito era quello di preservare dalla violenza le persone dei campi profughi e che quindi avrebbe preteso delle scuse dai superiori di quel gruppo di militari, e non tardarono a venire.

Terminate le operazioni di carico e imbarcati gli uomini, ci sentimmo tutti più alleggeriti da un peso.

Le navi cariche di materiale erano nere dagli uomini in grigioverde appesi a grappoli sulle strutture delle navi, volevano osservare dal mare quella città così difficile. Forse ne rimasero un po’ delusi perché dal mare le città sembrano tutte tranquille o forse inconsciamente speravano chissà che accadesse qualcosa di particolare.

Qualcosa accadde ma non dalla città. Una cosa che se ne era perso quasi il ricordo ma che in altri momenti era fatto per commemorare ed onorare gli uomini, il saluto alla voce.

L’ammiraglio Giasone Piccioni, ordinò che le navi si schierassero in linea di fila per ordine di importanza, poi fece in modo che i trasporti truppe e i traghetti, defilassero a fianco delle navi da guerra e mano a mano che sfilarono a fianco, i marinai  allineati sui ponti scoperti effettuarono il noto: “saluto alla voce” il tributo d’onore corale per i compagni e fratelli dell’esercito, i paracadutisti, la croce rossa, come  degno riconoscimento della loro opera, in risposta al saluto militare anch’essi risposero con un boato di saluti, Urrà e grida varie, fu un momento reale e commovente.

Così lo ricorda Angioni: << Eravamo appena partiti, ci eravamo imbarcati da poco, e stavamo più o meno tutti affacciati sul ponte, a guardare dal mare la città dove eravamo rimasti per 17 mesi. Perché una cosa è vivere in una città distrutta, un’altra è vederla dal mare: sembrava quasi integra. E facevamo uno strano gioco: quello di vedere i posti, di identificarli da una casa o da un altro edifici: quello è il tal incrocio, lì stavano i bersaglieri, lì il San Marco. Quando ad un certo punto, sentiamo un elicottero alzarsi in volo. E lì, già la prima stranezza: dall’elicottero ci salutavano: Di solito, non accade proprio così; anzi, accade l’opposto: a salutare sono quelli che stanno a terra.

Poi vediamo queste grandi unità, le altre sette navi al comando dell’amm. Giasone Piccioni, grande soldato e grande gentiluomo, compiere delle manovre. Si muovevano tutte. E noi abbiamo pensato:

(1) Racconto che appare nel suo libro “Stellette a 20 anni – Libano 1984 autobiografico stanno facendo dell’addestramento. Ancora non capivamo. Ed ecco che vediamo allinearsi, mettersi tutte a breve distanza l’una dall’altra, in una fila assolutamente impeccabili. E allora, abbiamo cominciato a realizzare: queste unità superbe nel senso migliore e certamente belle, ci si sono presentate, a noi che avevamo appena lasciato Beirut, eleganti e sfilanti. Ne ricordo ancora l’ordine Andrea Doria, Caorle, Vittorio Veneto, Orsa, Ardito, Perseo, Sagittario, e Stromboli.

Abbiamo visto salire, insieme, contemporaneamente su tutte le unità, il gran pavese: Che abbiamo sentiti l’ordine del “sei alla banda”: Che i marinai erano tutti li, a far sventolare il loro cappello ed a urlare a squarciagola ci stavano dando  “il saluto alla voce”.>>

La missione “ libano due “ era conclusa per l’esercito, li attendevano a Livorno con tutti gli onori ufficiali e autorità dello stato con il ministro Spadolini su tutti, anche per la sua mole, discorsi onorificenze e poi la licenza, il congedo, la casa.

 

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