L’Italia è un manicomio

di Giovanni Caruso

I saggi usano le allegorie paragonando le esperienze maturate in un ambito, ad un altro completamente diverso ma accomunato dalle medesime esigenze.

E così leggendo il libro “L’istituzione negata” a cura di Franco Basaglia, mi rendo conto che il nostro paese vive e convive con un concetto che non discosta molto dalla follia (collettiva) che perversa inesorabilmente. Le somiglianze sono incredibilmente forti e Franco Basaglia appare ai miei occhi come un precursore del nostro declino e l’unico Professore che abbia avuto il coraggio di cambiare le cose. Così in questo libro trovo, non solo l’analisi attenta e accurata del nostro paese, ma anche le soluzioni possibili.

Tuttavia, la società cosiddetta del benessere e dell’abbondanza ha ora scoperto di non poter esporre apertamente il suo volto della violenza, per non creare nel suo seno contraddizioni troppo evidenti che tornerebbero a suo danno, ed ha trovato un nuovo sistema: quello di allargare l’appalto del potere ai tecnici che lo gestiranno in suo nome e continueranno a creare – attraverso forme diverse di violenza: la violenza tecnica- nuovi esclusi.

Il compito di queste figure intermedie sarà quindi quello di mistificare – attraverso il tecnicismo- la violenza, senza tuttavia modificarne la natura; facendo sì che l’oggetto di violenza si adatti alla violenza di cui è oggetto, senza mai arrivare a prenderne coscienza e poter diventare, a sua volta, oggetto di violenza reale contro ciò che lo violenta”.

Il pensiero, che questo concetto sia stato espresso per descrivere l’ambito manicomiale mi lascia davvero perplesso. Ma Franco Basaglia si è spinto oltre ed è riuscito a cambiare la concezione di “cura” e a far decadere le istituzioni classiche e corrose. (Vedi legge Basaglia numero 180 del 13 maggio 1978). Nel suo rapporto è riuscito a dare alcuni consigli importanti, sia ai nostri “medici” che a noi “malati”.

L’unico atto possibile da parte dello psichiatra è quindi quello di non tendere a soluzioni fittizie, ma di far prendere coscienza della situazione globale in cui si vive, contemporaneamente esclusi ed escludenti. L’ambiguità delle nostre figure di «terapeuti» sussiste fintantoché noi non ci rendiamo conto del gioco che ci viene richiesto. Se l’atto terapeutico coincide con l’impedimento a che la presa di coscienza da parte del malato del suo essere escluso si muova dalla sua particolare sfera persecutoria… per entrare in una situazione globale(presa di coscienza di essere escluso da una società che non lo vuole), non ci resta che rifiutare l’atto terapeutico qualora tenda solo a mitigare le reazioni dell’escluso nei confronti del suo escludente.
Ma per far questo bisogna che noi stessi – gli appaltatori del potere e della violenza – prendiamo coscienza di essere a nostra volta esclusi, nel momento stesso in cui siamo oggettivati nel nostro ruolo di escludenti.

Ed ancora suggerisce il rapporto da instaurare tra paziente e medico (governanti e governati).

Un rapporto aristocratico dove il paziente (popolo) ha un potere contrattuale da opporre al potere tecnico del medico (governante). In questo caso esso si mantiene su un piano di reciprocità al solo livello dei ruoli, dato che si attua tra il ruolo del medico (alimentato dal mito del proprio potere tecnico) e il ruolo sociale del malato che viene ad agire come l’unica garanzia di controllo sull’atto terapeutico di cui è oggetto.
Nella misura in cui il malato cosiddetto libero fantasmatizza il medico come il depositario di un potere tecnico, gioca contemporaneamente il ruolo di depositario do un altro tipo di potere: quello economico, che il medico fantasmatizza in lui. Benché si tratti di un incontro di poteri più che di uomini, il malato non soggiace passivamente al potere del medico, almeno finché il suo valore sociale corrisponde ad un valore economico effettivo, perché – una volta che questo venga esaurito- il potere contrattuale scompare, ed il paziente si troverà ad iniziare la reale «carriera del malato mentale» nel luogo in cui la sua figura sociale non avrà più peso ne valore.

In relazione alla situazione economica rovinosa, mio nonno direbbe:
Puoi riparare una cosa riattaccando i cocci… ma non sarà mai più come prima

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13 risposte a L’Italia è un manicomio

  1. Carela Di Bruno dice:

    Non ci sono parole!!! questo racconto è bellissimo!

  2. Giusi Marrana dice:

    Grazie Giovanni, è meraviglioso…

  3. Licia Tavolio dice:

    ….ma grazie! ne farò tesoro ♥

  4. Giuseppe Orlando dice:

    Ciao Ezio, l’idea non è male…Ciao Buona sera

  5. Ezio Vinciguerra dice:

    ‎:-) non è male come idea

  6. Giovanni Caruso dice:

    è sempre un piacere scrivere per il tuo blog!

  7. Ezio Vinciguerra dice:

    Ciao Giovanni Caruso , non so come ringraziarti credimi. Un abbraccio grande e profondo come il nostro mare.

  8. Luca Lemme dice:

    ciao fratello ….che bello questa sera mi sono incontrato con tuo fratello ….per un attimo mi è sembrato di parlare con te …..era presente anche l’amore…..ti voglio tanto bene un abbraccio fratello mio ciao a presto

  9. Marcello Finocchiaro dice:

    Porgete pure l’altra guancia., Ma non dimenticate di averne solo due.

  10. ANDREA NELLI dice:

    L’imperfezione è bellezza, la pazzia è genialità, ed è meglio essere assolutamente ridicoli che assolutamente noiosi.
    Marilyn Monroe

  11. Ezio Vinciguerra dice:

    Caro Giovanni …voli alto

  12. Giovanni Caruso dice:

    Ciao Ezio,
    caro, sto leggendo Nietzsche ma credo che non ce la posso fare fino in fondo… com’è impazzito lui, fa impazzire anche chi lo legge :-)”

  13. Giovanni Colla dice:

    . Che Dio ci protegga e ci mantenga sani e generosi.

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