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Notte prima degli esami

di Giuseppe Pavich

…un ricordo ma anche un augurio.

Tornare indietro di 35 anni. Ecco cosa succede a chi, a distanza di tanto tempo, rivive in presa diretta l’emozione degli esami di maturità. Avere un figlio impegnato nel fatidico appuntamento, assistere alle sue tensioni, alle sue apprensioni, osservarlo mentre va alla ricerca disperata di questo o quell’appunto, o di quel capitolo di un libro che potrebbe contenere la verità, assume un sapore di dejà vu. E fa rivivere quella stessa trepidazione, che molti ricordano come un incubo, altri con un filo di nostalgia: non per l’esame in sé, ma per quell’epoca e quell’età.
Ricordo il mio, di esame; ero arrivato “carico” all’appuntamento; teso, ma anche smanioso di ben figurare. Mi portavo dietro, oltre a ciò che negli anni del liceo avevo studiato, anche tante letture che affrontavo spontaneamente, non pago di quello che mi raccontavano sommari e antologie e che a me sembrava un “sentito dire”. E mi rivedo in quel cupo e largo corridoio con la volta ad arco, i banchi schierati in bell’ordine, pronto ad affrontare un giorno il tema, il giorno successivo la versione dal latino (proprio come quest’anno succede a mio figlio). Le mille esitazioni della penna sul foglio, come se ogni tratto dovesse segnare il mio destino in modo ineluttabile, definitivo. Si ha un bel dire ai nostri ragazzi: “badate, gli esami non finiscono mai, questo è solo il primo”. Non vi ascolteranno, e hanno ragione: per loro, qui e ora, c’è solo “questo” esame. Il resto, ciò che verrà, non conta.
E ricordo ancora la mattina degli orali: fui chiamato per primo, e devo aver pensato qualcosa come: ecco, l’esecuzione avviene all’alba. Prima di sedermi, come nella migliore tradizione, avevo una netta sensazione di black-out; una sensazione che, come d’incanto, svanì alla prima domanda. I docenti della commissione mi facevano le domande e io parlavo, parlavo, come se fossi solo, come se chi rispondesse fosse altro da me, un risponditore automatico. La pratica fu sbrigata in un’ora e dieci. Uscii, e seppi subito il voto (quello che sognavo). Frastornato e incosciente, andai a mangiare una brioche al bar più vicino, e scappai a casa, con il solo pensiero di godermi le vacanze.
Ma non posso scordare l’ultimo atto, il pranzo di saluto con i compagni e i professori: tutti ormai liberi da ogni tensione; i professori, ormai non più in cattedra, mostravano tutta la loro amabilità, chiedendoci notizie sulle nostre aspirazioni per il dopo, sulle nostre scelte universitarie. Il tutto in una graziosa trattoria a due passi dal mare, fatta in travi di legno colorate in celeste. Ero così felice che, pur mangiando di gusto, nemmeno feci caso a cosa ci fosse nel piatto. E ricordo quella ragazzina bionda, di un paio d’anni più giovane di me, capitata lì chissà come…ma questa è un’altra storia. Ero felice anche perché c’era lei, questo è sicuro.
Ora tocca a mio figlio, 35 anni dopo. E’ il volgere delle stagioni della vita: forse per loro è diverso, la scuola è cambiata; ma la trepidazione con la quale lui, e tutti gli altri 500 mila ragazzi, vivono questa avventura, quella non cambia. Ed è per questo che a mio figlio, e a tutti gli altri ragazzi che si accingono a questo primo, grande appuntamento della vita, faccio tanti, tantissimi auguri affettuosi affinché questo sia solo il loro primo successo, e sia di buon auspicio per una vita costellata di soddisfazioni, come in fondo è stata la mia.

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