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Il viaggio in mare come dono di se

di Elena Renga

… o come scambio e coesione tra i popoli: “gli argonauti del Pacifico Occidentale” e il rituale del Kula.

Solcare i mari e viaggiare per mondi lontani e sconosciuti non è solo il sogno avventuroso di una vita o la necessità di procurarsi le materie prime e le spezie che “la via delle Indie” offriva agli ardimentosi mercanti veneziani.
Imbarcarsi e navigare significa allargare gli orizzonti, entrare in contatto con popoli e civiltà lontane dalla nostra cultura e dal nostro modo abituale di pensare, lasciare la propria famiglia, i propri amici e tutti i cari.
Ma anche legarsi profondamente ai propri compagni di viaggio e creare dei contatti con gente lontana, spesso diffidente ma poi, mano a mano, sempre più disponibile a conoscerci meglio e talvolta anche ad aiutarci in caso di bisogno.
E’ proprio la necessità di instaurare e mantenere nel tempo dei legami sociali, utili a sopravvivere anche in condizioni climatiche ostili, quello che spingeva (e spinge tutt’oggi) gli abitanti delle isole Trobriand a mettere a rischio la propria vita  e solcare i mari per raggiungere le altre tribù dell’arcipelago alle quali consegnare il proprio “dono” simbolico.
Bronislaw Malinowski, famoso antropologo britannico, ha descritto come i popoli delle isole Trobriand, un arcipelago oggi conosciuto come isole Kiriwina e situato in Nuova Guinea –Papuasia (Oceano Pacifico), usano imbarcarsi su delle canoe decorate per compiere un viaggio fortemente ritualizzato che tocca in senso orario le circa trenta isole popolate dell’arcipelago.
Tra le tribù, vengono scambiate delle collane di conchiglie rosse e dei bracciali di conchiglie bianche prive di valore materiale, ma fortemente caricate di attributi simbolici: questo scambio circolare di oggetti è intriso di un grande significato sociale che sostiene la coesione e la reciprocità di queste tribù tra loro lontane e l’intero scambio risulta un vero e proprio cerimoniale etnografico al quale si dà il nome di “rituale del Kula”.
Per queste popolazioni più arcaiche, un oggetto concreto permette di raffigurare meglio un valore di costruzione sociale, ma se ci pensiamo bene anche viaggiare in mare come rappresentante di un popolo è una sorta di “dono” che il coraggioso navigante offre alla sua Nazione e alla sua comunità, che sia una tribù della Papuasia o un Paese dell’Europa Occidentale.
Il dono di sé, di colui che decide di lasciare la sua terra e le sue abitudini, è forse il gesto più nobile che un uomo -o una donna- può compiere per le persone che ama.
Che sia una decisione consapevole, un ricordo lontano e ormai annebbiato, la sfida coraggiosa alla routine di tutti i giorni, il più profondo valore ricevuto dai propri cari quando si era bambini o un percorso iniziato per pura necessità materiale, di sicuro c’è che la scelta di lasciare tutto e viaggiare diventa il sudore e la nostalgia che accompagna il lavoro di ogni giorno e il vincolo silenzioso che lega ancora di più il marinaio al suo mare.
Perché, come diceva Antoine de Saint-Exupéry: “E’ il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha reso la tua rosa così importante…

(liberamente tratto dall’opera “Argonauti del Pacifico Occidentale” di Bronislaw Malinowski)

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