Recensioni,  Storia

I cavalieri dell’Ordine della Nave

di Orazio Ferrara (*)

… o degli Argonauti di San Nicola (un antico ordine cavalleresco napoletano).

Nel lontano 2 giugno dell’anno del Signore 1381, nella città di Roma, Carlo di Durazzo, terzo di questo nome, veniva incoronato da papa Urbano VI, con una solenne quanto fastosa cerimonia, re di Napoli e di Sicilia, nonché re di Gerusalemme. Quest’ultimo titolo era allora puramente onorifico, in quanto quel regno era da tempo nelle mani dei nemici della Cristianità.
La qual cosa però non andava per niente a genio a Carlo III, che, a dicembre dello stesso anno, decise di dare vita ad un nuovo ordine cavalleresco, detto della Nave o degli Argonauti di San Nicola, con il precipuo scopo di “passare Oltremare per vendicare la morte di Nostro Signore Gesù Cristo e togliere la Terra Santa dalle mani dei miscredenti e rimetterla in mano ai cristiani” (così lo studioso francese Alain Demurger nel suo “I cavalieri di Cristo”, Milano, 2005).
L’Ordine della Nave si richiamava dunque espressamente all’idea tradizionale di crociata, come sottolinea peraltro il citato studioso Demurger, anche se il vero scopo, nemmeno poi troppo velato, era di dare un regno prestigioso, nonché un titolo ancora più appetibile quale quello di “Difensore del Santo Sepolcro”, al suo fondatore.
Quest’ordine cavalleresco però si distingueva, da tutti gli altri ordini religiosi-militari del suo tempo, per la singolarità di essere un ordine con forti accentuazioni marinaresche, cosa d’altronde esplicitata dalla stessa intitolazione di Ordine dei Cavalieri della Nave o degli Argonauti (Marinai) di San Nicola.
Non deve essere un caso la scelta di San Nicola, vescovo di Mira, a celeste protettore dell’ordine da parte di re Carlo III, fondatore e primo gran maestro dell’ordine stesso. Infatti, nel tempo medievale, la figura di San Nicola conciliava benissimo le esigenze religiose-militari con quelle marinaresche. Egli era uno dei santi più amati dai cavalieri degli ordini religiosi-militari. Lo era stato soprattutto presso i Templari. Tanto che molti studiosi “hanno creduto di scovare il templare ovunque ci fosse una chiesa dedicata a San Nicola” (Demurger, cit., pag 196). Ma il santo vescovo di Mira era anche assai pregato nella salvifica veste di protettore delle navi e dei marinai.
San Nicola nacque a Pàtara di Licia, in Asia Minore (odierna Turchia) tra il 260 e il 280 dopo Cristo. Giovanissimo, al pari di Francesco d’Assisi elargì tutti i suoi beni ai poveri. Divenuto vescovo della città di Mira (ora Demre), fu uno dei più insigni partecipanti al Concilio di Nicea del 325. Grande taumaturgo in vita, morì in fama di santità a Mira il 6 dicembre presumibilmente dell’anno 343.
Subito santificato, divenne ben presto un mito per tutte le genti del bacino del Mediterraneo, soprattutto per i marinai, che si recavano numerosi in pellegrinaggio al suo sepolcro, sito nei dintorni di Mira. Già nel VI secolo le chiese a lui dedicate erano 25 nella sola Costantinopoli.
Quando i turchi invasero l’Asia Minore, la Puglia era sotto la signorìa dei Normanni, abilissimi naviganti, e a Bari, dove già era forte il culto di San Nicola presso i marinai locali, che gli attribuivano un miracoloso intervento per la salvezza di una loro nave incappata in una tremenda burrasca, si pensò subito di sottrarre il corpo del venerato santo dalle mani sacrileghe di quegli infedeli e dargli nuova e più solenne sepoltura nella stessa città di Bari. Caldeggiava questa soluzione, con discorsi infuocati, il monaco benedettino Elia, divenuto poi vescovo della città.
Così un giorno di aprile dell’anno 1087, una nave, con 62 marinai, mollò gli ormeggi nel porto di Bari e solcò le acque del Mediterraneo orientale, navigando alla volta di Mira in Asia Minore. Guidavano la spedizione Lupo e Grimoldo. A Mira la nave si fermò con il pretesto di fare rifornimento d’acqua, dovendo poi procedere, dissero gli uomini dell’equipaggio, verso Antiochia per prendere un carico di grano. Ma, nella notte, scesero a terra 47 marinai armati, i quali dovevano essere dunque al tempo stesso dei milites come era costume dell’epoca. Insomma dei marines ante-litteram, probabilmente pensando a questo tipo di combattenti di marinai-soldati, ottimi per l’avventura Outremer, che si era ispirato Carlo III nella fondazione del suo ordine cavalleresco.
Guidavano quel gruppo di temerari, diretti verso la tomba di San Nicola, Matteo e Grimoldo. Giunti sul luogo, Matteo, deciso, con un martello ruppe la lastra di marmo del sarcofago e con una rete raccolse le ossa del santo, in quanto l’arca era tutta piena di un miracoloso liquido trasparente detto manna. Poi diede le ossa a Grimoldo, che le avvolse in un saio. Ritornati a bordo con le preziose reliquie, la nave subito salpò per la rotta di ritorno. Intanto le sante ossa, conservate dentro una botte, continuavano a trasudare quel liquido miracoloso. Il particolare della rete e del suo uso, nell’episodio appena narrato, spiega del perché San Nicola sia divenuto in seguito, tra l’altro, anche protettore dei pescatori.
Una volta approdati a Bari, si caricarono le spoglie del santo su un carro trainato da buoi, ma quest’ultimi, dopo breve tragitto, non vollero più proseguire. Lì, nel punto della sosta forzata, si gettarono le prime fondamenta di una grande cattedrale, terminata nel 1089 e che ancora oggi custodisce, nella sua cripta, il sarcofago di San Nicola, ed è meta ininterrotta tutt’ora di numerosissimi pellegrini. Si narra che, nella sua giovinezza, San Nicola sia passato per quel posto diretto a Roma ed abbia esclamato “Hic quiescent ossa mea” (Qui riposeranno le mie ossa). E così sarà. Con la traslazione del corpo da Mira a Bari e per un culto fervoroso mai venuto meno,  San Nicola divenne di fatto, a tutti gli effetti, un santo italiano. San Nicola da Bari. Una leggenda, dura a morire presso i vecchi marinai di baresi, racconta che il santo, prima di essere vescovo, sia stato un provetto marinaio. Per questo motivo, dicono quei vecchi, i vestiti di San Nicola trasudano acqua di mare, così come la sua barba. Dicono anche che la fronte del santo è sempre sudata, appunto per il suo grande daffare nel soccorrere ogni giorno le tanti navi in difficoltà.

Un’altra antica leggenda, questa volta di matrice ortodossa, in cui c’entra il mare narra di come il santo avesse imprigionato con tre chiavi d’oro un diabolico e crudele mago, nascondendo le chiavi in una caverna nelle profondità degli abissi marini e rendendolo così inoffensivo. Nella religione ortodossa l’icona di San Nicola appare spesso come terza icona sacra nelle chiese, dopo quelle di Gesù e Maria. Infatti per la sua strenua difesa contro tutte le eresie egli  è appellato Difensore dell’Ortodossia. Sempre tra i tanti appellativi con cui San Nicola è chiamato dai Russi, spicca quello di Morskoi, ovvero Protettore dei marinai.
Nell’iconografia degli ortodossi il santo viene raffigurato con i paramenti vescovili e l’aureola, il Vangelo nella mano sinistra e la destra alzata nel gesto di benedire (questa immagine canonica è detta “San Nicola dello Schianto”). Tutt’intorno vi sono di solito 16 sub-icone o quadretti detti di “San Nicola e della sua vita”. Spicca tra questi la sub-icona di quando il santo placa la tempesta e salva una nave da sicuro naufragio. D’altronde non a caso le lodi dei preti ortodossi cantano:

“Molti grandi e gloriosi miracoli compì per terra e per mare, aiutando chi si trovava nel bisogno e chi stava per annegare e sollevò dal fondo del mare portandoli sulla terra asciutta… Oriente e Occidente in tutti gli angoli dell’Universo conoscono i miracoli di Nicola”.
San Nicola dunque quale incontrastato signore dei venti e delle tempeste. Ancora oggi una sua immagine non manca mai sulle navi, di ogni tipo e dimensione, della marineria greca. C’è un’antica quanto poetica cerimonia dei marinai dell’isola di Chios, i quali, quando il mare infuria e la nave è in pericolo, gettano tra le onde mugghianti dei piccoli pani, benedetti precedentemente nella chiesa di San Nicola, invocando quindi l’intervento salvifico del santo. E il più delle volte la tempesta si placa per davvero.
La sua effigie, appunto quale patrono dei marinai, era perfino scolpita sulle prue delle navi olandesi, che solcavano l’Atlantico, alla conquista delle terre del Nuovo Mondo, l’America. Divenne poi santo patrono della città di Nuova Amsterdam, l’attuale New York.
Anche le due date canoniche in cui si festeggia il santo, il 6 dicembre, giorno della sua morte e quindi della sua salita al cielo, e 9 maggio, giorno della traslazione del suo corpo a Bari, hanno in un certo qual modo a che fare con il mondo della marineria. Infatti San Nicola sembra presiedere l’inizio e la fine del periodo di navigazione nel tempo medievale. Ai primi di dicembre  inizia la cattiva stagione, soprattutto a mare; le tempeste squassano le distese marine, per cui in antico cessavano del tutto le navigazioni, se non erano di piccolo cabotaggio. Invece ai primi di maggio, il mare calmo invogliava alla navigazione e, soprattutto dai porti pugliesi, cominciava nel Medioevo la spola con i porti della Terrasanta.
Tornando all’ordine cavalleresco fondato dal re Carlo III, quest’ultimo ampliò ed abbellì la chiesa dedicata a San Nicola, allora esistente nei pressi del molo del porto di Napoli e fondata da un altro re Carlo, secondo di questo nome sul trono di Napoli. Era in questa chiesa che si raccoglievano e si armavano i cavalieri dell’Ordine della Nave o degli Argonauti di San Nicola. Qui, inoltre, si tenevano i capitoli generali dell’Ordine annualmente, nel giorno 6 dicembre, consacrato appunto alla festa del santo. Detti capitoli erano presieduti personalmente da re Carlo, nella sua qualità di Gran Maestro. Da quell’anno 1381 i cavalieri celebrarono sempre solennemente, con concorso di numeroso popolo, la festa del 6 dicembre.
La regina Giovanna, nell’anno di grazia 1425, procedé ad un nuovo ampliamento della chiesa, erigendo, altresì, adiacente alla stessa un “hospitale” per i marinai poveri. Testimonianza che il culto di san Nicola, quale patrono dei naviganti, persisteva ancora tenacemente in Napoli. Fu il viceré spagnolo don Pietro di Toledo che nel 1527, dovendo procedere alla costruzione delle nuove murazioni delle fortificazioni di Castelnuovo, effettuò lo smantellamento dell’intero complesso religioso-ospitaliero, anche se poi riedificò, lì vicino, un nuovo tempio dedicato a San Nicola, conosciuto fino all’Ottocento col nome di San Nicola alla Dogana, come testimonia lo scrittore Gennaro Aspreno Galante nella sua “Guida Sacra della città di Napoli” (Napoli, 1872).

L’abito da cerimonia dei cavalieri dell’Ordine della Nave o degli Argonauti di San Nicola consisteva in una clamide di colore azzurro, seminata di gigli d’oro ricamati. Insegna dell’Ordine era una nave in mezzo alle onde tempestose, con il motto: NON CEDO TEMPORI. L’insegna stava a significare la fortitudo della fede dei milites cristiani in mezzo al mare tempestoso dei destini umani. Fortitudo che non cedeva né alle burrascose procelle né col passare del tempo. Essa era anche chiara allegoria della Chiesa di Roma, vista come nave della salvezza per tutti i credenti.
L’effigie della nave, che poi dava il nome all’Ordine, era anche raffigurata in una medaglia, sospesa al collo con un cordone intrecciato di seta bianca e rossa, terminante con nappina e nastro dei medesimi colori. Per copricapo usavano quei cavalieri un berretto di velluto nero, recante una placchetta di oro con il simbolismo della nave sbattuta dalle onde.
Il gesuita padre Nicolò Giannattasio, nella sua Storia Napoletana redatta in lingua latina, riportò l’elenco dei nomi dei primi cavalieri ascritti all’Ordine.
L’Ordine della Nave o degli Argonauti di San Nicola non sopravvisse molto alla morte del suo fondatore, tanto che alla fine del XIV secolo era in piena fase di decadenza.

(*) https://www.lavocedelmarinaio.com/mar09/ferrara.php

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